Gli asini di Israele, vittime silenziose dell'Intifada
Animale citato nel Vecchio Testamento, sarebbe "simbolo della religione nemica": c'è chi sostiene che per questo siano usati per attentati esplosivi, e vuole salvarli.
di Roberta Spadotto
GAN YOSHIYA (Israele) – In Medioriente, si sa, si consumano quotidianamente tragedie umane, morti, suicidi, attentati, e poca attenzione è rivolta agli animali. Ma c’è una specie che, almeno stando ad alcuni osservatori, soffrirebbe più di ogni altra del clima di guerra dell’Intifada, riesplosa dal settembre 2000. Sono gli asini, di cui tanto si narra nell’Antico e nel Nuovo Testamento, perché avrebbero "il potere di sentire la voce di Dio".
Per gli ebrei, l’asino è sovente cavalcatura dei profeti, e nell'episodio di Balaam è l'asina che riconosce per prima l' angelo del Signore. Per questo, i palestinesi li considererebbero un simbolo della religione “nemica”. Tanto che i numerosi asini della Terra Santa vengono, lontano dall’attenzione delle associazioni animaliste, utilizzati in modo crudele.
Essendo animali docili, camminando in linea retta, e sono spesso usati come “veicolo” di esplosivo: due settimane fa alcuni soldati israeliani nella Strascia di Gaza non si scansarono al passaggio di un asino, il cui potenziale da kamikaze forse non è ancora considerato, e vennero feriti dall’esplosione. La peggio, ovviamente, l'ebbe l'asino.
Per non parlare dei ragazzini palestinesi di strada che, quando non c’è qualche scontro in atto, non trovano nulla di meglio da fare che torturare gli animali: a molti verrebbero tagliate le orecchie o incisa la pelle. Lo stesso trattamento è stato riservato qualche giorno fa dai palestinesi che protestavano contro l’occupazione israeliana: un centinaio di bestie ammassate sulle linee di confine in Cisgiordania sono state orrendamente mutilate.
Ma c’è una donna inglese, la trentunenne Lucy Fensom, che da anni abita in Israele e da anni assiste al massacro nel massacro, e ha deciso di raccogliere gli asini di Israele a Gan Yoshiya, un'ora di macchina da Tel Aviv, una terra protetta, una specie di santuario che onori le ascendenze sacre di questa specie.
Intervistata dal Los Angeles Times, Lucy dice: “Pensare agli animali non significa dimenticare il dramma degli uomini che qui muoiono ogni giorno.Io mi batto perché questa terra diventi libera e civile e questo atteggiamento passa anche attraverso la protezione degli animali. Non posso fermare gli attentati, ma posso fare lo stesso un passo contro il dolore. Sono sicura che chi ama gli animali mi può capire”.
La capiscono eccome: per la sua causa, un gruppo britannico di animalisti ha addirittura disposto una discreta cifra: 60.000 dollari (quasi 60mila euro). Una causa nobile, se non affondasse, come molto di quel che accade nei tragici territori mediorientali, nel grottesco. Tra le famiglie che piangono i morti, e i soldati-militanti di ambo le parti, che vivono accanto a un fucile




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