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Discussione: La sibilla delfica

  1. #1
    hussita
    Ospite

    Predefinito La sibilla delfica

    E' la terza del catalogo di Varrone che cita il filosofo Crisippo come prima fonte. Appartiene al gruppo delle Sibille greche.
    Due tradizioni. Secondo la prima si tratterebbe della Sibilla Erofile giunta a Delfi e in contrasto con Apollo. Identificata a volte con Herofile della Troade, figlia di una ninfa e di padre mortale, vagante tra Samo, Delo e Delfi.
    Usava come pulpito una roccia all'aperto: avrebbe profetizzato la guerra di Troia e Omero si sarebbe appropriato di alcuni suoi versi.
    Plut. Mor. 398: "cantò se stessa, che neanche dopo la morte avrebbe cessato la profezia, ma che ella stessa girerà in tondo come la luna, essendo divenuta il volto che vi è mostrato, il suo respiro unito all'aria verrà portato in rumori udibili e presagi e dal suo corpo trasformato nella terra presagi al fututro giungeranno all'umanità."
    Un'altra tradizione la presenta come profetessa indigena a Delfi, anteriore ad Apollo e chiamata Dafne.

    Attributi dell'iconografia cristiana: donna di 20 anni con corona di spine. Vaticinia l'avvento di Cristo.

  2. #2
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    Rivestono un ruolo del tutto speciale nello scenario magico greco-romano le sibille che, con le loro profezie a lungo termine, derogavano dalla consuetudine pagana di mantenere gli oracoli ancorati all’attualità. Per questo, a differenza dei responsi formulati dagli auguri e dalla maggior parte dei profeti operanti nell’antichità classica, i detti delle sibille assumevano in molti casi la portata di rivelazioni escatologiche, proiettate al di là dei millenni, verso un futuro nel quale si compivano i destini finali dell’umanità. Erano, in altre parole, delle apocalissi autentiche, analoghe per vari aspetti a quelle di matrice giudaico-cristiana.

    Ogni sibilla aveva la sua particolarità storica o leggendaria, con agganci tanto alla tradizione mitologica che biblica. La Persica era considerata nuora di Noè, la Libica figlia di Giove, la Delfica traeva il suo potere dall’uccisione del mostruoso serpente Pitone, trafitto da una freccia di Apollo, donde l’appellativo di vergine Pitonessa o Pizia. Quest’ultimo non indicava una singola veggente, ma, com’era d’uso comune nella nomenclatura sacerdotale dell’antichità, tutte coloro che si succedevano a profetare nel santuario di Apollo a Delfi, meta di pellegrinaggio per secoli. Sembra che sia stata lei, la Delfica, a fregiarsi per prima del nome di sibilla (che in dialetto eolico significava “colei che reca il consiglio degli dei”: da sisis, “dei”, e boullan, “consigliare”) anche se la Libica è generalmente indicata come la più antica. Si dice che pure quest’ultima sia stata per un certo periodo a Delfi, predicendo il futuro sotto il nome di Trofile. Ma tracce della sua presenza leggendaria si riscontrano anche a Samo, a Claro e in diversi altri santuari.
    Si deve alla notorietà del tempio di Delfi, uno dei più frequentati nel mondo ellenico, se la sua sibilla è tra quelle di cui si è maggiormente parlato nell’antichità. Si sa da Diodoro Siculo che le sacerdotesse di Apollo delfico dovevano essere nei tempi più antichi vergini e giovanissime, ma che in seguito al rapimento di una di esse, la bella Echecrate, si stabilì che non potessero avere meno di cinquant’anni.
    Si sa inoltre che la Pizia pronunciava i suoi oracoli una sola volta l’anno, e che a quella data Delfi veniva invasa da migliaia di devoti.
    Secondo la tradizione, riportata da Lucano, Origene e Giovanni Crisostomo, la Pizia digiunava per tre giorni e si bagnava in una fonte consacrata ad Apollo. Poi masticava delle foglie di alloro e altre erbe che la predisponevano alla veggenza. Si sedeva quindi nell'adyton del tempio di Delfi su un tripode, al di sopra di una fenditura del terreno dalla quale uscivano numerose volute di fumo, che si credeva provenisse dai resti del mostro ucciso dal dio, e attendeva. Quando il fumo l’aveva del tutto avvolta, entrava in trance, ed in questo stato avveniva la possessione del dio Apollo, che per bocca della Pizia proferiva i suoi vaticini. La condizione estatica della sacerdotessa era testimoniata anche dallo sconvolgimento fisico che in quei momenti subiva: le si drizzavano i capelli, la schiuma le saliva alla bocca, e in tale stato pronunciava parole apparentemente senza senso, ma enunciate in esametri, che venivano poi interpretate da alcuni sacerdoti adibiti a quella funzione. In tal modo la sacerdotessa si abbandonava al soffio del suo dio, scriveva Giamblico ancora nel IV secolo dopo Cristo, e ne era illuminata.
    Tra le cause del delirio ispiratore Plutarco segnala il fatto che la Pizia per raccogliere l'ispirazione veniva rinchiusa dentro un antro dove era costretta a inspirare gas dolci, che fuoriuscivano dalle rocce e che avevano una qualche oscura relazione con i terremoti.

    Da: Le Grandi Profezie, di Franco Cuomo (Newton & Compton Editori)


    Michelangelo, la Sibilla Delfica (particolare)
    Roma, Cappella Sistina - 1512



  3. #3
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    Rivestono un ruolo del tutto speciale nello scenario magico greco-romano le sibille che, con le loro profezie a lungo termine, derogavano dalla consuetudine pagana di mantenere gli oracoli ancorati all’attualità. Per questo, a differenza dei responsi formulati dagli auguri e dalla maggior parte dei profeti operanti nell’antichità classica, i detti delle sibille assumevano in molti casi la portata di rivelazioni escatologiche, proiettate al di là dei millenni, verso un futuro nel quale si compivano i destini finali dell’umanità. Erano, in altre parole, delle apocalissi autentiche, analoghe per vari aspetti a quelle di matrice giudaico-cristiana.

    Ogni sibilla aveva la sua particolarità storica o leggendaria, con agganci tanto alla tradizione mitologica che biblica. La Persica era considerata nuora di Noè, la Libica figlia di Giove, la Delfica traeva il suo potere dall’uccisione del mostruoso serpente Pitone, trafitto da una freccia di Apollo, donde l’appellativo di vergine Pitonessa o Pizia. Quest’ultimo non indicava una singola veggente, ma, com’era d’uso comune nella nomenclatura sacerdotale dell’antichità, tutte coloro che si succedevano a profetare nel santuario di Apollo a Delfi, meta di pellegrinaggio per secoli. Sembra che sia stata lei, la Delfica, a fregiarsi per prima del nome di sibilla (che in dialetto eolico significava “colei che reca il consiglio degli dei”: da sisis, “dei”, e boullan, “consigliare”) anche se la Libica è generalmente indicata come la più antica. Si dice che pure quest’ultima sia stata per un certo periodo a Delfi, predicendo il futuro sotto il nome di Trofile. Ma tracce della sua presenza leggendaria si riscontrano anche a Samo, a Claro e in diversi altri santuari.
    Si deve alla notorietà del tempio di Delfi, uno dei più frequentati nel mondo ellenico, se la sua sibilla è tra quelle di cui si è maggiormente parlato nell’antichità. Si sa da Diodoro Siculo che le sacerdotesse di Apollo delfico dovevano essere nei tempi più antichi vergini e giovanissime, ma che in seguito al rapimento di una di esse, la bella Echecrate, si stabilì che non potessero avere meno di cinquant’anni.
    Si sa inoltre che la Pizia pronunciava i suoi oracoli una sola volta l’anno, e che a quella data Delfi veniva invasa da migliaia di devoti.
    Secondo la tradizione, riportata da Lucano, Origene e Giovanni Crisostomo, la Pizia digiunava per tre giorni e si bagnava in una fonte consacrata ad Apollo. Poi masticava delle foglie di alloro e altre erbe che la predisponevano alla veggenza. Si sedeva quindi nell'adyton del tempio di Delfi su un tripode, al di sopra di una fenditura del terreno dalla quale uscivano numerose volute di fumo, che si credeva provenisse dai resti del mostro ucciso dal dio, e attendeva. Quando il fumo l’aveva del tutto avvolta, entrava in trance, ed in questo stato avveniva la possessione del dio Apollo, che per bocca della Pizia proferiva i suoi vaticini. La condizione estatica della sacerdotessa era testimoniata anche dallo sconvolgimento fisico che in quei momenti subiva: le si drizzavano i capelli, la schiuma le saliva alla bocca, e in tale stato pronunciava parole apparentemente senza senso, ma enunciate in esametri, che venivano poi interpretate da alcuni sacerdoti adibiti a quella funzione. In tal modo la sacerdotessa si abbandonava al soffio del suo dio, scriveva Giamblico ancora nel IV secolo dopo Cristo, e ne era illuminata.
    Tra le cause del delirio ispiratore Plutarco segnala il fatto che la Pizia per raccogliere l'ispirazione veniva rinchiusa dentro un antro dove era costretta a inspirare gas dolci, che fuoriuscivano dalle rocce e che avevano una qualche oscura relazione con i terremoti.

    Da: Le Grandi Profezie, di Franco Cuomo (Newton & Compton Editori)


    Michelangelo, la Sibilla Delfica (particolare)
    Roma, Cappella Sistina - 1512



  4. #4
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    UN ORACOLO "FUMOSO" di Philip Ball

    Greci e Romani raccoglievano profezie da una donna esaltata dai fumi di un gas naturale. Lo sostiene un gruppo di geologi statunitensi. Ricerche geologiche condotte sul sito del tempio greco di Apollo a Delfi hanno rivelato che le rovine del tempio sorgono sopra una faglia trasversale che emana vapori intossicanti. L’oracolo di Delfi fece del sito uno dei principali centri religiosi per duemila anni. Capi e autorità greche e romane accorrevano qui, chiedendo consigli su questioni private e politiche. In origine l’oracolo era consacrato alla dea della terra, Gea; in seguito, vi fu dedicato un tempio al dio greco Apollo. La consultazione dell’oracolo fu infine proibita nel 392 d.C. dall’imperatore cristiano di Roma. Lo scrittore romano Plutarco, del Primo secolo d.C., che fu uno dei sommi sacerdoti del tempio, ci ha lasciato una chiara documentazione su come funzionava l’oracolo. Veniva pronunciato da una donna locale – la Pizia – che andava in trance in un locale angusto chiamato Adyton. Questi stati di trance a volte erano così profonde da arrivare fino al delirio, o addirittura alla morte. Nell’Adyton, dice Plutarco, la Pizia inalava vapori da una fenditura o da una sorgente. Lo scrittore descrive l’odore dolciastro dei fumi, simile a un profumo. Nonostante il suo ruolo sacerdotale, Plutarco era smaliziato circa l’origine dei gas, e aveva ipotizzato che scaturissero dalle rocce sottostanti e che potessero essere influenzati da terremoti scatenatisi nelle vicinanze.Ma quando si scavò il tempio, nel Diciannovesimo secolo, gli archeologi non riuscirono a trovare alcuna fenditura, né emissioni di vapore, il che indusse taluni a chiedersi se i leggendari fumi intossicanti non potessero essere stati ispirati da altre caratteristiche geologiche nelle vicinanze. L’anno scorso, il geologo fiorentino Luigi Piccardi ipotizzò che l’idea del mitico incantesimo potesse essere derivata da una crepa apertasi temporaneamente a causa di un colossale terremoto nel Golfo di Corinto nel 373 a.C., che distrusse il tempio. Ora Jelle de Boer, con i colleghi della Wesleyan University, in Connecticut, ha scoperto una faglia geologica fino a oggi ignota, che passa proprio attraverso il santuario e il tempio di Apollo. La faglia è punteggiata da sorgenti attive e prosciugate. Anzi, proprio nel santuario, esattamente sulla linea della faglia, c’era un’antica sorgente. La faglia appena scoperta incrocia la faglia di Delfi, già nota da tempo, che sembra passare proprio sotto il tempio. Questo incrocio rende il calcare ricco di bitume più permeabile ai gas e all’acqua che scorre sotterranea. È possibile, ipotizzano gli studiosi, che l’attività sismica sulle faglie abbia surriscaldato questi depositi, liberando gas leggeri idrocarbonici. In effetti, riferiscono, l’acqua proveniente da una fonte a nordovest del tempio contiene metano e, fatto ancora più interessante, tracce di etilene. L’etilene è un gas dall’odore dolciastro che agisce sul sistema nervoso centrale: un tempo si adoperava come anestetico. Sebbene letale in grandi quantità, in piccole dosi produce una sensazione di galleggiamento e di euforia. In altre parole, proprio quello che occorre all’oracolo per iniziare ad avere le sue visioni.

    Dal sito: http://www.enel.it/it/enel/magazine/boiler/


 

 

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