Posto alcune riflessioni base sull'ICONA, vera e misterica "finestra sul Regno" come dicono i Santi Padri che racchiude in se il mistero della "presenza nell'assenza". Per quanto riguarda la Teologia dell'Icona vi invito a dare un'occhiata al nostro Forum Ortodosso o alla discussione sulla questione iconoclasta nel Forum Gnosticismo,Tradizionalismo ed Esoterismo.
KRISTOS ANESTE!
+Luca+
L'icona è un'immagine
Le icone non possono essere comparate con altre opere d’arte nel senso comune della parola. Le icone non sono dei quadri. I quadri, con i loro lineamenti e il loro colore, narrano degli uomini e degli avvenimenti della realtà concreta. Iniziando dal Rinascimento, la vita e la natura sono espresse sui quadri con delle immagini tridimensionali, con delle immagini che raccontano il mondo degli uomini, degli animali, della natura e delle cose. Ed anche se il tema è preso dalla mitologia, esso è tradotto nel linguaggio delle immagini terrestri.
La pittura degli impressionisti e l’arte astratta sono invece chiamate ad esprimere le emozioni del pittore, emozioni che cambiano e mutano le proporzioni degli avvenimenti e delle cose e i rapporti del colore tra loro, deformano le cose fino a non essere più riconoscibili oppure prescindono del tutto dalle immagini delle cose. Però, anche in questo caso, i vari esperimenti nel colorito e nel modellato non portano gli spettatori in un altro mondo, in un altro spazio e tempo, in valori diversi.
Questa missione nella storia della cultura umana è toccata in sorte alle icone. Le icone non raffigurano, ma propriamente costituiscono l’altro mondo. Lo costituiscono con degli speciali mezzi di raffigurazione, trovati nel corso di molti secoli.
Anche il colore nelle icone gioca un ruolo rilevante: quello di un linguaggio simbolico, che dovrebbe esprimere non il colore delle cose, bensì la luminosità delle cose e dei volti umani, illuminati da una luce, la cui fonte si trova al di fuori del nostro mondo fisico. I passaggi dorati nelle icone incarnano questa luce non terrestre, e lo sfondo dorato simboleggia lo spazio “non di questo mondo”. Nelle icone non ci sono chiaroscuri. Nel regno di Dio tutto è pieno di luce.
Le icone non possono neanche essere esaminate come i quadri. In esse non soltanto non si trova il solito spazio, ma neppure ci sono gli avvenimenti legati con i naturali rapporti di causa-effetto. L’icona è una finestra verso il mondo di un’altra natura, però questa finestra è aperta soltanto per quelli che hanno la vista spirituale.
Per potersi avvicinare alla comprensione delle icone, bisogna vederle con gli occhi di un credente, per il quale Dio è una realtà indiscutibile. Una realtà onnipresente, sottostante ad ogni avvenimento, un invisibile spettatore e giudice, dal cui sguardo non ci si può nascondere mai e da nessuna parte.
I canoni e i metodi di creazione delle icone si sono formati nel corso di molti secoli, ancora prima che la Rus’ antica fosse coinvolta in essi. Le tradizioni dell’iconografia sono arrivate nella Rus’ antica con l’accoglienza del cristianesimo da Bisanzio verso la fine del X secolo.
L’arte di Bisanzio di quel tempo aveva un carattere religioso e si sottometteva a canoni severi. La regolamentazione dell’iconografia era il risultato di lunghe discussioni e lotte, legate all’iconoclastia. Una delle più importanti cause dell’iconoclastia era la pressione ideologica e militare dei musulmani sull’impero bizantino oltre che una questione prettamente cristologica. Nell’islam l’interdizione della venerazione degli idoli, ai quali i musulmani aggiungono anche la croce e le icone, è diventata assoluta.
Nel 730 l’imperatore bizantino Leone III ha proibito il culto delle icone. Prima di diventare imperatore, lui aveva lavorato molto nelle province orientali dell’Impero e si trovava sotto l’influsso dei vescovi dell'Asia Minore, i quali, a loro volta influenzati dall’islam, cercavano di purificare la religione cristiana da ogni elemento materiale, sensibile, non spirituale. Molte icone, mosaici, affreschi furono distrutti. Però la venerazione delle icone non si è fermata, anzi continuava anche se i suoi seguaci erano crudelmente perseguitati.
Il culto delle icone fu riammesso temporaneamente nel 787 dal VII Concilio Ecumenico, e definitivamente nel 843.
Uno dei più autorevoli difensori della venerazione delle icone è stato Giovanni Damasceno (675-750 circa), grande teologo e politico; i suoi argomenti hanno influenzato le decisioni del VII Concilio Ecumenico. Giovanni Damasceno insegnava che l’interdizione dell’Antico Testamento di fare immagini di Dio, aveva un carattere temporale: “Nell’antichità nessuno faceva immagini di Dio. Adesso però, dopo che Dio si è manifestato nella carne ed è vissuto in mezzo agli uomini, noi facciamo immagini del Dio visibile. Non faccio l’immagine della Divinità invisibile, faccio l’immagine del corpo di Dio che ho visto...”. Giovanni Damasceno scriveva che Dio è venuto per gli uomini nel suo Figlio Gesù Cristo, il quale entra nel mondo degli uomini e accoglie il corpo umano: “perchè abbiamo bisogno di quello che è simile a noi”.
Il visibile non trasmette l’essenza del Dio incomprensibile. Ma come il corpo ha la sua ombra, così anche ogni originale ha la sua copia, “icona è ricordo”. E come la Sacra Scrittura è una rappresentazione verbale, un’immagine della storia sacra, così anche le icone sono una sua rappresentazione, però non verbale, bensì fatta con i tocchi del pennello e con i colori.
Per questo l’icona - immagine - non è una copia di quello che è rappresentato, bensì il simbolo, con l’aiuto del quale possiamo arrivare fino alla comprensione del Divino. L’icona gioca il ruolo del mistico mediatore tra il mondo terrestre e quello celeste. Così è stato delimitato il senso dell’iconografia.
Il VII Concilio Ecumenico esige dai pittori di icone, durante il processo di pittura dell’immagine, di seguire strettamente i canoni dell’iconografia. Questi canoni iconografici regolamentano sia il carattere, sia il modo di rappresentazione delle scene religiose e delle persone dei santi. Questo si spiega con il fatto che le icone sono portatrici e conservatrici della tradizione ecclesiale. Per questo l’infrazione del canone iconografico è la deformazione della tradizione, la caduta in eresia
Prospettiva lineare e prospettiva rovesciata
La comprensione delle icone può risultare difficile, visto lo speciale modo di raffigurazione dello spazio, delle persone e degli oggetti che in questo spazio si trovano.
Noi guardiamo i quadri con gli occhi di un europeo, e le cose rappresentate in essi ci sembrano simili a quello che vediamo attorno a noi. Questa “verosomiglianza” della pittura europea è raggiunta grazie all’uso della prospettiva lineare. La scienza della prospettiva è nata nel XIII secolo e ha giocato un ruolo importantissimo nel destino della storia europea.
Il primo pittore che ha creato sulla superficie l’illusione dello spazio tridimensionale è stato Giotto (1267-1332).
Una chiara illustrazione di questo la troviamo negli affreschi della cappella Scrovegni a Padova: “L’annunciazione ad Anna” e “La nascita di Maria” (1305-1313).
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La coppia di due giusti, Gioacchino e Anna, non aveva figli. Un giorno un angelo apparve ad Anna e le annunciò che avrebbe partorito una figlia, che sarebbe diventata la Madre di Dio. Ed Anna partorì Maria. Vediamo come Giotto ha rappresentato tutto questo. Ha mostrato correttamente e geometricamente bene la parte interna della casa di Anna. Prima di Giotto le parti interne delle case sui quadri, affreschi e icone non esistevano. Le persone in azione erano messe sullo sfondo di un edificio o di una montagna con la grotta. Si sottintendeva che l’azione descritta accadeva dentro tale edificio. Per mostrare la parte interna, la parete più vicina allo spettatore è come tolta dall'affresco. È data la sezione della casa. Tale rappresentazione della parte interna della casa è la grande novità portata da Giotto. È un abbandono corraggioso della tradizione stabilita. Dalla grandezza degli oggetti raffigurati (banchi, cassa), si può dedurre la grandezza della stanza, nella quale avviene l’azione.
Giotto costruiva lo spazio dei suoi affreschi come se fosse fatto da centimetri cubi trasparenti. Questo era il primo e il più importante passo sul cammino verso l’aritmetizzazione dello spazio. La geometria analitica, i cui fondamenti ha posto il filosofo e matematico francese Rene Decart (1596-1650), sarebbe nata senza dubbio molto più tardi, se non ci fosse stata la scoperta di Giotto.
Guardiamo un’altra volta gli affreschi di Giotto. L’angelo vola attraverso una piccola finestra. Ma un angelo senza il corpo non ha bisogno di alcuna apertura o di una finestra per la sua apparizione. L’angelo di Giotto non passa neppure con tanta facilità per la finestra, ma lo fa con difficoltà, come se la finestra fosse troppo piccola, e così agli occhi degli spettatori acquista quasi una corporeità fisica. In questo modo Giotto “fa atterrare” il miracolo, cercando di arrivare alla verosimiglianza della raffigurazione
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La traduzione della tradizione cristiana nella lingua dei quadri terrestri e la scoperta della prospettiva lineare segnano l’inizio di una nuova era nell’arte europea, l’era del realismo.
Il rapporto dei pittori di icone con lo spazio era totalmente differente. Lo spazio “non di questo mondo” si indica nelle icone di solito con lo sfondo in colore dorato continuo, invece gli oggetti e la loro rispettiva composizione si presentano nella cosidetta prospettiva rovesciata.
Cercheremo di chiarire la natura e le caratteristiche della prospettiva rovesciata. Essa è più vecchia che quella lineare. I pittori di icone erano convinti che lo sguardo umano non è perfetto, per questo non ci si può fidare di esso per la sua natura carnale. Per tale motivo questi pittori raffiguravano il mondo non così come lo vedevano, bensì come esso è di fatto, utilizzando non l’esperienza della vita terrena, ma i dogmi della fede. Gli autori delle prime opere di prospettiva lineare, Ibn al Haisam e C. Vitelo, consideravano la riduzione delle misure degli elementi, secondo la crescente lontananza di essi dallo spettatore, un inganno della sua vista. Nonostante questo, la geometria della prospettiva lineare (la riproduzione dell’“inganno della vista”) è risultata comoda ed è stata assimilata col tempo dai pittori europei.
I pittori di icone ortodossi sono invece rimasti fedeli alla prospettiva rovesciata.
Abbiamo già parlato che l’icona è una finestra sul mondo santo, sacro, e che questo mondo si apre davanti alla persona che lo guarda. Lo spazio di questo mondo ha delle caratteristiche diverse da quelle dello spazio terrestre, non accessibili alla vista carnale e non spiegabili con la logica del mondo di qua.
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Sul disegno è dato lo schema della costruzione dello spazio che si elargisce. Si crea la prospettiva rovesciata: anche gli oggetti diventano più grandi quanto più si allontanano dallo spettatore.
Non potrebbe esistere un rispetto rigido dello schema costruttivo, poiché il mondo nelle icone viene soltanto delineato dai simboli degli oggetti, delle persone, e spesso si incontrano “errori” di raffigurazione.
La prospettiva rovesciata e le sue caratteristiche sono chiaramente espresse nell’icona “La deposizione nel sepolcro”. Sul primo piano dell’icona viene rappresentato il sepolcro, con il corpo di Cristo avvolto in fasce dentro di esso. La Madre di Dio è china su di lui, nell’atto di stringere il suo volto a quello del Figlio. Accanto a lei si china sul corpo del Maestro il suo discepolo preferito, l’apostolo Giovanni Evangelista. Appoggiando il mento sulla mano, guarda con dolore il volto di Gesù Cristo. Dietro a Giovanni, in atteggiamento addolorato, sono rappresentati Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo. Alla loro sinistra stanno le donne, che hanno portato l’olio.
Questa scena piena di dolore è messa sullo sfondo di “monticelli da icona” dipinti nella prospettiva rovesciata: questi monticelli si spargono radialmente “in profondità”.
La prospettiva rovesciata crea qui un effetto straordinariamente forte: lo spazio si apre in larghezza e in profondità, in alto e in basso, così fortemente che quello che succede sotto gli occhi dello spettatore acquisisce una dimensione cosmica. Le mani alzate di Maria Maddalena sembrano unire il posto dove si trova il sepolcro del Signore con tutto l’Universo.
L’attenzione dello spettatore è attirata, attraverso il sudario brillante di un candore non terrestre, verso il corpo di Cristo avvolto in esso, però i dettagli delle parti basse dei vestiti di Giovanni Evangelista e di Maria Maddalena sono dipinti in modo tale da sembrare delle fiamme scure che si alzano sul chiaro sfondo del rosso omophorion (manto) di Maria Maddalena. Queste mani alzate in posa tragica portano dietro a se lo sguardo lassù, in alto, dove si distende un altro mondo. Però i bordi dei monticelli da icona discendono come raggi giù, verso il sepolcro, e fanno tornare di nuovo lo sguardo al corpo di Cristo, il centro dell’universo. La laconicità e l’espressività fanno di questa icona l’esempio di una sintesi tra preghiera-pianto, le cui dolorose parole hanno preso i lineamenti e il colore e si sono messe sulla tavola dell’icona. La prospettiva rovesciata non è una mancanza di abilità nella raffigurazione dello spazio. Gli antichi pittori di icone russi non hanno accettato la prospettiva lineare, quando l’hanno conosciuta. La prospettiva rovesciata conservava il suo significato spirituale ed era una protesta contro le seduzioni della “vista carnale”.
Non raramente l’utilizzo della prospettiva rovesciata dava anche dei vantaggi: permetteva, ad esempio, di sviluppare le composizioni così da far vedere i dettagli o le scene da esse “coperti”.
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Il tempo nell'icona
Per capire le icone bisogna sapere come nel Medioevo la gente percepiva e capiva il tempo. Le differenze nella comprensione del tempo nell’Europa Occidentle e in Bisanzio si sono formate nel periodo del Rinascimento, quando l'Europa, a differenza di Bisanzio, ha iniziato il cammino verso una nuova concezione del mondo. Dopo la temporanea conquista di Constantinopoli da parte dei crociati nel 1204, la separazione di Bisanzio dall’Europa è diventata ancora più profonda e inconciliabile.
Il diverso approccio al concetto del tempo ha determinato una differenza nel rapportarsi al mondo, agli avvenimenti che in esso hanno luogo, al ruolo dell’uomo in questi avvenimenti. Come conseguenza di questo sono cambiati gli scopi e il senso dell’arte raffigurativa in Bisanzio e nell’Europa Occidentale, e così si sono formati fondamentalmente due diversi modi di espressione raffigurativa, utilizzati rispettivamente dai pittori dell’Europa Occidentale e dai pittori di icone dei paesi ortodossi.
L’epoca del Rinascimento ha riscoperto la comprensione della storia, dividendo la storia sacra da quella profana. Alle origini della storia in quanto scienza, stanno i grandi italiani: Francesco Petrarca (1304-1374), Leonardo Bruni (1374-1444) e Lorenzo Balla (1403-1457).
Lorenzo Balla - autore di un celebre scritto “Sulla bellezza del parlare latino”- aveva come fine la rinascita del latino classico, nel quale la filosofia, la retorica e il linguaggio erano inseparabili. Ha dovuto non soltanto rivolgersi all’eredità dell’antichità, ma anche seguire le cause del “deterioramento della lingua” e della caduta della cultura in un “secolo barbaro”. Questo ha portato alla scoperta della retrospettiva storica e del tempo storico.
Il tempo cominciava ad essere rapportato al cambiamento, al legame causa-effetto degli avvenimenti nella loro successione storica. È nata la concezione della continuità storica, e in rapporto con tutto questo è apparsa la comprensione della profondità del tempo, la retrospettiva.
La scoperta della retrospettiva e del tempo storico ha coinciso in pratica con la nascita della scienza sulla prospettiva spaziale e con la scoperta della prospettiva lineare.
Il riconoscimento della localizzazione spazio-temporale degli avvenimenti ha portato al fatto che, nei quadri dei pittori europei, sono scomparse le scene in cui fatti successi in tempi diversi erano presentati insieme. Così, nell’affresco di Giotto “La Natività di Maria”, vediamo una ragazzina contemporaneamente in due posti: nelle mani dell’ostetrica, seduta sul pavimento vicino al letto, e accanto alla madre. Esempi del genere sono tantissimi.
Il nuovo rapporto con il tempo e il nuovo pensiero teologico, che riconosceva all’uomo la libertà della sua volontà attraverso la quale si realizza il progetto divino, hanno dato origine ad un nuovo tipo di uomo – un uomo cosciente dell’azione. Un uomo che crea la sua storia e, insieme con gli altri, la storia del suo popolo (Leonardo Bruni). Questo uomo nuovo ha potuto dire di se stesso: “…io utilizzo il tempo, occupato sempre in qualche affare, io preferisco perdere il sonno che perdere il tempo” (Leon Battista Alberti, “Sulla famiglia”).
Tutto questo ha avuto un effetto immediato sull’arte raffigurativa. I pittori hanno cominciato a studiare il movimento del corpo umano, i cambiamenti del suo aspetto esteriore, condizionati dallo stato d’animo (ira, gioia, risa, dolore) oppure dai processi d’invecchiamento. In questo campo furono fatte scoperte fondamentali (si capì il ruolo dei muscoli e la loro specificità).
La comprensione del movimento, come opposto alla staticità, ha portato nuove forme di composizione, come per esempio lo spostamento del centro di gravità del corpo, la raffigurazione nel quadro del gesto non compiuto, che è recepito dallo spettatore come un movimento continuato. L’uomo passivo dell’epoca gotica fu sostituito da un altro uomo, l’uomo della libera espressione della sua volontà. La prontezza all’azione, il movimento era rappresentato con i muscoli tesi, con l’espressione del volto e degli occhi. Guardando il quadro aspettiamo l’azione. Grazie a questo aspettare, il quadro è vivo, in esso si sente il battito del tempo.
Nell'Europa orientale, in Bisanzio e nella Rus’ antica, si conserva invece la concezione primitiva del tempo e della storia, ereditata dai Padri della Chiesa (S. Agostino e altri). La vita dell’uomo è un tempo che ha il suo inizio e la sua fine: dal momento della creazione dell’uomo da parte Dio, fino alla seconda venuta di Gesù Cristo. L’avvenimento che ha diviso la storia in due parti - quella antica e quella nuova - è stato la nascita di Gesù Cristo, l’incarnazione di Dio sotto forma di uomo.
Prima della creazione del mondo il tempo non esisteva. Il tempo è un concetto inapplicabile a Dio. Di Dio non si può dire “era” oppure “è”, oppure “sarà”: Dio è eterno, onnipresente e immutabile. Dio non invecchia, non cambia.
Nelle icone bizantine e russe questo fatto è evidenziato con tre lettere greche nell'aureola di Cristo, dentro la quale è dipinta la croce. In russo questo si traduce con “essente”, quello che “è sempre stato”, “sempre è” e “sempre sarà”, e questo ci riporta al veterotestamentario nome di Dio - Yahveh - l’Essente.
Dio ha creato il mondo e il tempo “iniziò”. Il tempo iniziò e finirà, quando verrà la seconda venuta di Gesù Cristo, “quando il tempo non ci sarà più”. In questo modo anche il tempo stesso è qualcosa di “temporaneo”, qualcosa che passa. Esso è come un “piccolo frammento” sullo sfondo dell’eternità, nel quale Dio realizza il suo progetto: ha creato Adamo conoscendo dall’inizio la sorte dei suoi discendenti. Ed ogni avvenimento nella vita degli uomini è una manifestazione dell’onnipotenza di Dio, e in nessun modo il risultato dell’autonoma azione degli uomini.
Il piano divino esiste già nella sua pienezza in cui trova luogo tutto: il tempo, la storia, la vita, tutti gli oggetti, tutti gli uomini, tutti gli avvenimenti, e tutto ha un suo posto ben definito. In questo modo la causa di qualsiasi fatto non si determina nel nostro mondo terreno, ma esiste già, però in un altro mondo. Dio è fonte di tutto, di quello che già stato e di quello che, non si sa quando, sarà.
La vita terrena dell’umanità è uno spazio tra la creazione del mondo e la seconda venuta, è una prova prima dell’eternità, quando il tempo non ci sarà più. A quelli che durante questa prova vinceranno, spetta la vita eterna.
I santi, rappresentati nelle icone antiche, già sono diventati degni di questa vita eterna nella quale non c’è movimento nè cambiamento nel senso abituale di queste parole. Le dita della mano destra che benedicono indicano un regno che non si trova in questo mondo. Le dita molto fini, alzate senza nessuno sforzo nè tensione, non hanno peso, perchè in quel mondo non c’è gravità. Lo sguardo del santo dall’icona verso di noi è uno sguardo dall’eternità. Questo sguardo non è ottenebrato dalle passioni, e per questo soltanto nei momenti di illuminazione spirituale possiamo rispondere a questo sguardo. Ecco perchè gli occhi che ci guardano dalle icone creano in noi così tanta inquietudine, generando agitazione, paura, e speranza.
Quello che viene rappresentato nelle antiche icone russe non si sottopone nè alla localizzazione spaziale nè a quella temporale. L’immagine è fuori dello spazio e fuori del tempo.
Ecco le immagini dell’opera di Andrej Rubliëv (1360/70—circa 1430): “Il Salvatore”.
Gli occhi sono rivolti verso di noi dall’eternità, vedono tutto, tutto capisono, tutto abbracciano. E proprio perchè nello sguardo del Salvatore si può trovare tutto, a Lui si possono convertire tutti e sempre. Questa specifica comprensione del tempo e dello spazio nell’antica iconografia russa aveva un carettere fondamentalmente dogmatico.
Ecco perchè, quando nella seconda metà del XVII secolo nell’iconografia russa cominciarono ad apparire le influenze dell’arte occidentale, questo ha provocato scontentezza e proteste. La causa di questo non sta nel conservatorismo dell’iconografia, bensì nel pericolo di deformazione dell’essenza stessa e del significato delle icone. “Dipingere come se fosse vivo” non è ammesso nelle icone. È difficile non essere d’accordo con ciò. I santi si trovano in un altro mondo, nell’eternità, e non vivono più la vita terrena ed effimera, misurata dal tempo e manifestata nei cambiamenti.
Questo spiega, perchè l’iconografia non si puo’ chiamare in senso pieno arte.
La luce nell'icona
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Parlando delle icone, è necessario parlare di “una grazia che porta la luce di Cristo”. Nell’iconografia ha trovato la sua espressione un insegnamento ortodosso – l’esicasmo: Dio non si può conoscere nella sua essenza. Però Dio si manifesta con la sua grazia, attraverso un’energia divina, che Lui effonde nel mondo. Dio emana nel mondo la luce.
Come insegnava san Gregorio Palamas (1296-1359), Gesù Cristo è la Luce, e il suo insegnamento è illuminazione degli uomini. In una forma comprensibile per gli uomini, questa luce divina fu manifestata da Gesù Cristo ai suoi discepoli più vicini sul monte Tabor: “...Gesù prese con sè Pietro, Giacomo e Giovanni, suo fratello, e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro; il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui” (Mt 17,1-3).
La luce della Trasfigurazione sul Tabor non era nè sensibile nè materiale, e gli apostoli illuminati da essa furono degni di vedere la “luce soprannaturale”, che non è carnale.
La luce nell’ortodossia, sotto l’influenza dell’esicasmo, ha acquistato un significato speciale e un senso particolare. Tutto ciò che ha a che fare con Dio è penetrato da uno splendore divino e porta la luce. Lo stesso Dio nella sua inacessibilità e incomprensibilità è una “estremamente chiara tenebra”.
Come mostrare questo anche attraverso il linguaggio dei simboli? Come rappresentare questo “splendore bianco come la luce” nella scena della Trasfigurazione? I pittori di icone hanno tentato di fare l’impossibile. Fino a che punto sono riusciti in questo, possiamo giudicarlo dalle rappresentazioni della “Trasfigurazione” arrivate fino a noi…
Le energie divine hanno agitato la terra, e più acutamente si sono evidenziati i bordi dei monticelli da icona, “...una chiara nube li ha avvolti; ed ecco una voce dalla nube che diceva: Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto; ascoltatelo”. E gli apostoli sbalorditi sono caduti, coprendosi gli occhi con le mani.
La figura di Cristo emana una luce inacessibile, che porta nel mondo la grazia e l’illuminazione spirituale. I suoi raggi sono disegnati sull’icona con delle pennellate dorate, che si spargono radialmente dalla loro Fonte inacessibile.
È molto interessante comparare le immagini russe della Trasfigurazione con quelle bizantine. Questo ci permetterà di immaginare più chiaramente l’intensità della vita spirituale dell’antica Rus’ e il rapporto dei pittori di icone con l’atto sacramentale della Trasfigurazione.
“La grazia che porta la luce” si disegnava nelle icone antiche con dei lineamenti dorati sulle pieghe del vestito di Gesù Cristo, e più tardi, sulle ali degli angeli e sulle pieghe dei vestiti della Vergine. Questo splendore brillante delle linee dorate creava lo specifico luccichio delle icone, che attraversava l’aria attorno ad esse.
Il rapporto pieno di timore del fedele russo con la fiamma della candela viene proprio da questo: questo lumicino della candela è simbolo della grazia divina che porta la luce discesa dal cielo.
L’esicasmo (dalla parola greca isichia = pace, assenza di aria) è anche la scienza del cammino di unione con Dio attraverso la penitenza: “Purificato dalla penitenza e dai fiumi di lacrime io stesso divento dio attraverso una unificazione inesprimibile”. Così scriveva il filosofo religioso bizantino, Simeone il Nuovo Teologo (949-1022).
Questo spiega ancora una volta, perchè i volti dei santi nelle icone si chiamano lichi, cioè volti di coloro che si trovano fuori del tempo, nell’eternità. E proprio per questo i tratti individuali del volto, che sono attributi accidentali della temporale vita terrena, rimangono soltanto come dei segni, che non è necessario fissare.
Il lic è un volto che si è liberato dalle passioni mondane, che si è trasformato spiritualmente. Si può riconoscere o distinguere un santo dall’altro soltanto da una serie di segni canonici (libro, vestito, barba, baffi, ecc.). Questa serie è una specie di costante iconografica, ripetuta senza cambiamenti in ogni rappresentazione di quel santo nelle diverse icone delle varie epoche.
Tuttavia, anche se i lichi, volti, sono simboli della profonda spiritualità dell’uomo, essi sono pure volti di persone. E la stessa faccia dell’uomo diventa un’icona, perchè “l’uomo porta impressa in se stesso l’immagine di Dio più perfettamente degli angeli, che sono puri spiriti”. L’uomo, la sua carne, il suo volto sono stati santificati da Cristo nel grande mistero dell’Incarnazione. “Dio ha assunto la natura umana, che aveva preparato fin dal principio come Suo vestito, in cui si è avvolto attraverso la Vergine Maria”.
Ma le icone non raffigurano la carne, come lo faceva l’arte dell’antichità pagana. Loro riportano soltanto quei tratti visibili, che esprimono le caratteristiche invisibili del Prototipo.
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Rispondi Citando
)Nera della città polacca di Czestochowae custodita nel monastero di Jasna Gora .
