…instabile?
Nel senso che i vincoli che chiede devono essere verificati?
I più recenti interventi sulla difficoltà dell’Europa, soprattutto su quella che appare ormai strutturale, l’incapacità di attirare investimenti nell’area dell’euro, riconoscono che nella nuova situazione le vecchie regole di Maastricht (volute da governi per di più di sinistra) non bastano più.
C’è chi minimizza, come il prof. Padoa Schioppa della Bce, che trae consolazione dal fatto che siano solo 4 dei dodici paesi di Eurolandia a premere più o meno esplicitamente per un cambiamento: ma fra questi vi sono quelli di gran lunga più importanti e più popolosi. E la Spagna rispetta i vincoli ma con una inflazione doppia di quella media. C’è chi affronta il tema con più consapevolezza, come F. Gavazzi, C. Bastasin e F. Bruni, che propongono cambiamenti anche radicali, mirati però a non incrinare le fondamenta dell’euro, cioè, in sostanza, alla garanzia che il deficit o l’inflazione eccessivi di un paese non siano pagati dagli altri.
In ogni caso si tratta d’interpretare o di riformare il Patto, e non è detto che la prima scelta porti porti a conseguenze meno radicali della seconda, e sembra evidente che all’indomani del voto tedesco alla questione si metterà mano. Ciò accadrà mentre la Convenzione europea entrerà nel vivo della discussione su un’altra serie di trattati, quelli che definiscono l’assetto istituzionale dell’Unione. E’ forse per questa coincidenza che dalle autorità tecniche europee, Commissione e Bce, vengono spinte a evitare che il consesso dei governi nazionali assumano il pieno controllo delle modifiche e delle interpretazioni del Patto di stabilità.
Sta qui, infatti, il fondamento del potere ‘tecnico’.
Certamente incrinare l’autorevolezza delle ‘istituzioni tecniche’ dell’Europa significa colpire l’autorevolezza stessa della sua valuta. Però è sciocco, prima che sbagliato, presentare i grandi paesi europei come postulanti che pietiscono un aiuto all’esterno. I loro governi hanno un mandato democratico che esprime un’autorità e una responsabilità primaria, e senza il consenso che la politica deve costruire non c’è ‘scelta tecnica’ che regga.
Non ci sono scolaretti da allineare ma soggetti decisivi che devono attuare e gestire i cambiamenti necessari.
preso liberamente da il Foglio di giovedì 15 agosto.
Leggendolo ho risentito le critiche e le previsioni che Bossi, il solito Bossi, espresse molti mesi fa riferite all’Europa dei burocrati contro l’Europa dei politici. Ricordate? Anche allora Bossi dimostrò di avere un ottimo fiuto politico. E le strida di ‘lesa Europa’ provenienti da sinistra? Le ricordate?
E chi, se non la sinistra ulivista e il centro a lei alleato, sono solidali con i burocrati?
saluti




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