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  1. #21
    agaragar
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    Originally posted by Paddy Garcia

    La tesi non è mia, figuriamoci, ma di eminenti studiosi sovietici. Il crollo economico equivaleva al crollo statale nul momento in cui veniva a mancare legittimità al potere burocratico. Il potere sovietico causa della sua burocratizzazione non riusci a essere "flessibile" ed adattarsi ai nuovi bisogni espressi dalle soggettività produttive che avevano le palle piene del cd "stato operaio".
    ahhhh, gli eminenti studiosi che hanno mandato i bambini russi a prendere i pasti nella monnezza...
    non mi pare che il brasile abbia perso nulla passando dalla dittatura alla "democrazia"...
    adesso l'asia centrale se la pappa tutta la cina....
    prosit

    Qui sbagli grossolamente l'analisi. A parer mio la società -sovietica nn era totalitaria come si voleva far credere. La stessa perestroika fu una conseguenza delle spinte dal basso della società sovietica ...
    mi scuso per la grossolanità,
    cmq non fu propriamente una spinta, fu uno sgambetto....degli occhi a mandorla...

    Che i cubani non sapessero cosa fosse il socialismo può essere pure vero, sta il fatto che la rivoluzione cubana ebbe un'egemonia totale su tutte le soggettività dell'isola. Ai cubani più che "il socialismo" interessava l'"indipendenza". La forza di questo consenso fu visibile soprattuto durante la baia dei porci
    i cubani nemmeno lo conoscevano a Fidel, si sono svegliati una mattina e se lo sono trovato sul groppone...

    -pronto chi parla?
    io sono il cè, il grande cè
    -ok,vabbè, senti cumpà, io sono il sotto capo aggiunto qui di mamma cia,
    -senti,allora,abbiamo rimediato quei 4 fessi di cui parlavamo...
    -gli abbiamo dato 4 fucili arruzziniti
    -ve li mandiamo,come stablito,alla pig's bay,l'ora è quella.
    -vi appostate e fate il tiro a segno....
    bene bene, li impalliniamo come piccioni...ARF ARF...
    bene cumpà, mò ti mando una bella scatola di sigaroni cubani....

    abbiamo trasmesso: "la vera storia della baia dei porci".

    Prova ad andare a lavorare in Cina e fare uno sciopero. Vediamo se ce la fai
    prova a fare uno sciopero in italia, è facile, poi vedrai che lo stipendio non aumenta,
    però il sindacalista si farà l'auto nuova
    e agnelli quando ti vede ride sotto i baffi...

    E d'altronde Zhu Rongji nell' ultima assemblea nazionale ha dichiarato che le riforme liberalizzanti cinesi continueranno e che assieme all' abbandono definitivo della pianificazione provocherà la fine del cosiddetto "socialismo di mercato" (ancora caratterizzato dal capitalismo monopolistico di stato) ai meccanismi puri del mercato capitalistico, sbarazzandosi delle forme "socialiste" e dei residui ostacoli opposti al pieno dispiegarsi del neoliberismo
    però Mao se lo tengono come un santino...

    Per il resto sulle lotte degli ultimi anni e sulle conseguenti repressioni, su i lavoratori, sindacalisti, studenti, basta leggersi qualche bel rapporto di amnesty
    non seguo la letteratura neofascista.

  2. #22
    Insorgente
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    Originally posted by agaragar

    mi scuso per la grossolanità,
    cmq non fu propriamente una spinta, fu uno sgambetto....degli occhi a mandorla...
    Tu vedi cinesi dappertutto.... sarà grave???

    i cubani nemmeno lo conoscevano a Fidel, si sono svegliati una mattina e se lo sono trovato sul groppone...
    Fidel si fece conoscere all'opinione pubblica cubana durante il suo processo, quando la priam mandata di rivoluzionari tentò di capovolgere Batista ma fallì. In quel processo Fidel divenne il nuovo Martì per i cubani.

    -pronto chi parla?
    io sono il cè, il grande cè
    -ok,vabbè, senti cumpà, io sono il sotto capo aggiunto qui di mamma cia,
    -senti,allora,abbiamo rimediato quei 4 fessi di cui parlavamo...
    -gli abbiamo dato 4 fucili arruzziniti
    -ve li mandiamo,come stablito,alla pig's bay,l'ora è quella.
    -vi appostate e fate il tiro a segno....
    bene bene, li impalliniamo come piccioni...ARF ARF...
    bene cumpà, mò ti mando una bella scatola di sigaroni cubani....

    abbiamo trasmesso: "la vera storia della baia dei porci".
    Divertente, peccato che i rapporti della CIA dimostrano esattemente il contrario. (Fu semmai Kennedy che cercò di rimediare il casino creato da Cia, ma tardamente, e comunque non concesse la copertura aerea ai mercenari).

    prova a fare uno sciopero in italia, è facile, poi vedrai che lo stipendio non aumenta,
    però il sindacalista si farà l'auto nuova
    e agnelli quando ti vede ride sotto i baffi...
    Aumento o no, io ho la possibilità di farlo.

    In CIna no. In cina non puoi neanche scegliere quale sindacato "arrichire", visto che ne esiste soltanto uno, sul modello coprorativo, quello ufficiale dell'ACFTU (Federazione di tutti i sindacati cinesi). Chi ha cercato di organizzare gruppi indipendenti di lavoratori è stato incarcerato, a volte senza accusa, anche nel caso in cui avesse svolto attività legali.

    però Mao se lo tengono come un santino...
    Per me se lo possono anche scopare, il santino di Mao.

    non seguo la letteratura neofascista.
    Io invece non seguo quella vetero-stalinista e anti-marxista.

    Salut,
    Paddy Garcia.

  3. #23
    Hanno assassinato Calipari
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    Originally posted by Paddy Garcia




    Fidel si fece conoscere all'opinione pubblica cubana durante il suo processo, quando la priam mandata di rivoluzionari tentò di capovolgere Batista ma fallì. In quel processo Fidel divenne il nuovo Martì per i cubani.
    Processato, mette in evidenza le responsabilità di Batista e la penosa situazione in cui si trova Cuba tramutando così la disfatta militare in un successo politico. Afferma che José Martí è l'ispiratore dell'insurrezione e termina la sua autodifesa con le parole: "Condannatemi, non importa, la storia mi assolverà!".

    Viene condannato a 15 anni di detenzione e trasferito nelle carceri speciali dell'Isola dei Pini. Dopo due anni di dura prigione, a seguito di numerose e imponenti manifestazioni popolari, viene liberato ed esiliato in Messico.

    ----

  4. #24
    agaragar
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    Originally posted by yurj

    Processato, mette in evidenza le responsabilità di Batista e la penosa situazione in cui si trova Cuba tramutando così la disfatta militare in un successo politico.
    ma che bravo....

    Viene condannato a 15 anni di detenzione e trasferito nelle carceri speciali dell'Isola dei Pini. Dopo due anni di dura prigione, viene liberato a seguito di numerose e imponenti manifestazioni popolari
    tenta un attacco alla caserma della Moncada. Il risultato fu disastroso e Castro venne imprigionato e condannato a 15 anni di carcere. Molto presto però fu liberato grazie all'arcivescovo di Santiago de Cuba, monsignor Pérez Serantes...
    altro che manifestazioni popolari...

  5. #25
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    Le fonti storiche di Agagagar sembrano essere solo le sue.

    Non fu affatto nessun arcivescovo a liberare Fidel ma un comitato di madri di detenuti politici che lanciò una campagna per un'amnistia generale. Batista, desideroso di migliorare l'immagine del regime, finì per accondiscendere, sperando in tal modo di recuperare parte dell'opposizione. Il 3 maggio, il Congresso approvò il progetto di amnistia che venne tre giorni più tardi controfirmato da Batista. Il 15 maggio Fidel e tutti i suoi compagni vennero scarcerati e l'arrivo di Fidel all'Avana fu trionfale.

    Salut,
    Paddy G.

  6. #26
    agaragar
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    la chiesa aiutò sempre Castro, dalla scarcerazione all'ingresso all'avana.
    Fidel l'è un sagrestano con la barba.

    anche totò nel suo film totò truffa lo prese in giro...

  7. #27
    Quin igitur expergiscimini?
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    Originally posted by Paddy Garcia

    Il "patria o muerte" di Fidel risuona sempre più come il grido dell'ultimo dei moichani. Eppure fra tanta "conservazione" si intravede una prospettiva innovatrice, con la consapevolezza che non sarà l'amor di patria a salvare i cubani dalle grinfie del liberismo
    Il punto è che il movimento non è il PT, nè Cassen, nè Susan George, ma è qualcosa di più complesso, che esprime sempre più radicalità nel conflitto ogni giorno che passa.
    Lo Stato nazione non è più adatto al controllo dei movimenti di classe e dentro questo nuovo spazio il regime capitalista troverà difficoltà sempre più grandi.
    Infatti, lo scontro non ha più mediazioni: il pasticcio delle mediazioni, delle ideologie e degli ingorghi di pensiero è cancellato per sempre. Il che è molto tonificante.
    Il conflitto tra le forze sociali, tra i desideri e le forme di vita è ormai radicale.
    Salut,
    Paddy Garcia.
    Dopo una pausa di riflessione, torno sull' argomento che credo meriti di non essere tralasciato, dato quello del rapporto tra PRC e "movimenti" è un tema cruciale di questa fase.
    Rimettere in moto la prospettiva del comunismo richiederebbe effettivamente un doppio bilancio: un bilancio filosofico per la concezione di comunismo originale di Marx, un bilancio politico e storico per capire che cosa non ha funzionato nel comunismo novecentesco. Ma in realtà al posto di questa fatica, vediamo la fuga in avanti verso un solidarismo etico il quale, al di là delle sue buone intenzioni e della sua validità morale, non può sostituire per un comunista ciò che è stato lasciato alle spalle. La ideologia dei movimenti no-global deve dunque a sua volta essere messa in discussione, sia pure in modo cortese e problematico, per il fatto che il comunismo, comunque lo si voglia rifondare, ha bisogno di una radicamento individuale e collettivo di tipo materiale e sociale. Inoltre per i comunisti la prospettiva era tutto, dava un senso alla catena dei pensieri e delle azioni, ma il venir meno di una prospettiva credibile di comunismo ha portato ad una sorta di paralisi progettuale. Ora, quello che io noto è che, venuta meno la prospettiva, si attua una generale fuga in avanti moralistica verso il solidarismo etico e la denuncia delle ingiustizie, credendo così di acchiappare i religiosi con la denuncia dello scandalo della povertà e gli ambientalisti con la denuncia dello scandalo della distruzione dell' ambiente. Si crede in questo modo di radicare il "comunismo", ridotto a vago concetto acchiappatutto, in modo più ampio e solido di quanto avveniva con il vecchio radicamento sociale operaio e proletario, insufficiente e limitato. Quest' ultimo però aveva un solido fondamento materiale in interessi e bisogni collettivi, mentre il nuovo radicamento è radicato su di una sorta di denuncia permanente. In tal modo non si acchiappano nemmeno i religiosi e gli ambientalisti, che fanno sempre appello alla "concretezza" di interventi settoriali che non vogliono avere nulla di anticapitalistico e di complessivo, e lo dicono anche apertamente.
    Sia ben chiaro: io non intendo condannare moralisticamente questa fuga in avanti moralistica verso il solidarismo etico no-global. Esso, così come la denuncia della corruzione dei potenti, si giustifica da solo in quanto agire testimoniale (e sia il simbolismo non-violento dei lillipuziani, sia il simbolismo violento dei black-bloc sono entrambe forme di agire testimoiniale).
    Ma vorrei mettere in guardia Paddy e tutti coloro che vedono in questo movimento no-global, la reincarnazione attuale del vecchio movimento operaio e socialista. Per chi pensa questo il risveglio sarà duro, così come è stato duro il risveglio di chi pensava che il movimento studentesco nel Sessantotto fosse il segnale di una prossima rivoluzione sociale.
    Il progetto comunista, se vuole avere ancora un presente ed un futuro credibili e non solo protestatari e onirici, deve cercare un nuovo radicamento, non solo pauperistico, solidaristico e moralistico, nei Paesi occidentali ad alto sviluppo capitalistico. Chi crede di aver già trovato la soluzione allineando i metalmeccanici, i manifestanti per l' orgoglio gay, i centri sociali, con l' aggiunta dei giovani e delle donne (cioè di alcune minoranze di queste due grandi categorie biologiche) deve sapere di star producendo galvanizzazione militante, non analisi storica e politica.
    Si chiederà allora quali siano le possibili nuove basi materiali di un movimento comunista nelle nostre società metropolitane avanzate ed imperialiste. Se non sono ancora state trovate, probabilmente è perché, di fatto, non ci sono ancora, il che non significa ovviamente che non ci saranno mai più. Ma è di questo che bisogna cominciare a parlare, fuori dai rigidi confini dell' SPC (Sinistrese Politicamente Corretto) e dalla fuga in avanti.

  8. #28
    agaragar
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  9. #29
    agaragar
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    Originally posted by Catilina

    Si chiederà allora quali siano le possibili nuove basi materiali di un movimento comunista nelle nostre società metropolitane avanzate ed imperialiste. Se non sono ancora state trovate, probabilmente è perché, di fatto, non ci sono ancora, il che non significa ovviamente che non ci saranno mai più. Ma è di questo che bisogna cominciare a parlare, fuori dai rigidi confini dell' SPC (Sinistrese Politicamente Corretto) e dalla fuga in avanti.
    cmq, se Mao ha vinto una rivoluzione con i contadini analfabeti di cina,
    allora puoi usare qualsiasi cosa,davvero, basta volerlo

  10. #30
    Quin igitur expergiscimini?
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    Originally posted by Paddy Garcia




    Il punto è che il movimento non è il PT, nè Cassen, nè Susan George, ma è qualcosa di più complesso, che esprime sempre più radicalità nel conflitto ogni giorno che passa.
    Le strade dell'imperialismo classicamente concepite si precludono da sole dal momento che la Russia entra nella NATO e la Cina, già nel WTO, si dimostra un paese a liberismo selvaggio. La retorica risorgimentale sullo stato-nazione, di cui sono intrisi i nostri libri di scuola, e l'antiamericanismo spicciolo delle ultrasinistre europee sempre più isolate stanno svanendo da sole.
    Lo Stato nazione non è più adatto al controllo dei movimenti di classe e dentro questo nuovo spazio il regime capitalista troverà difficoltà sempre più grandi.
    Infatti, lo scontro non ha più mediazioni: il pasticcio delle mediazioni, delle ideologie e degli ingorghi di pensiero è cancellato per sempre. Il che è molto tonificante.
    Il conflitto tra le forze sociali, tra i desideri e le forme di vita è ormai radicale.
    Salut,
    Paddy Garcia.
    PS
    Su una cosa in particolare sono d'accordo con Negri: questo "nuovo capitalismo" tende a desocializzare l'individuo e a renderlo "labile" rispetto ai concetti classici di "lavoro", "famiglia", "nazione". Chi deve resistere a questa desocializzazione è il capitalismo oppure noi che lottiamo per il suo superamento?
    L' ho già scritto più volte, ma giova ripeterlo: ritengo errate le tesi oggi in campo per quanto concerne la nuova fase del capitalismo, rimondializzatosi dopo il crollo del "socialismo reale". Ritengo fuorvianti o peggio, le affabulazioni alla Toni Negri, che dimenticano tranquillamente l' Imperialismo statunitense per delineare un improbabile Impero diffuso, generico e sfuggente, esistente in ogni luogo grazie alle imprese "transnazionali". La risposta più efficace a questa nuova forma del capitalismo sarebbe l' opposizione, supposta crescente, da parte di un "soggetto" anch' esso generico, diffuso, senza reali punti di aggregazione e organizzazione (in questo senso mi è sembrata esemplare la risposta di Paddy circa alcune mie osservazioni su Cassen , George ed altri).
    L'errore fondamentale sta proprio nella convinzione della fine degli Stati-Nazione ormai surclassati- si dice- dalla politica delle grandi imprese transnazionali, poiché anch'esse non più controllate- sempre si dice- da gruppi di vertice con collocazione in un preciso ambito geografico e sociopolitico.
    In realtà è assurdo non considerare statunitensi l' IBM o la GM, così come- fino a prova contraria- italiana è ancora la Fiat, e se anche si dimostrasse che l' accordo tra essa e la GM è una vendita mascherata , non avremmo come risultato una transnazionale, ma solo un' impresa statunitense con un' importante propaggine italiana. E' quindi corretto continuare a definire i grandi gruppi imprenditoriali con il termine "multinazionali", poiché essi hanno precisi centri direzionali strategici situati in determinati Stati-Nazione tanto è vero che intrattengono rapporti privilegiati con la sfera politico-ideologica di detti Paesi, anche se sono evidentemente proiettati all' estero.
    D'altra parte, se gli Stati nazionali hanno perso qualsiasi rilevanza, perché allora opporsi tanto accanitamente ai famosi 8 Governi di altrettanti Stati nazionali, come è accaduto a Genova? In realtà, il peso di gran lunga maggiore in termini di efficacia operativa, nell' ambito del G8, spetta proprio ad uno Stato nazionale, ossia agli USA (ma non certo per la loro partecipazione al G8, bensì ad altri luoghi e ambienti e sedi e con l' uso di altri mezzi ben più convincenti).
    Ripartiamo quindi da zero e chiediamoci: che cos' è uno Stato? Nella sua materiale estrinsecazione, lo Stato è un insieme di apparati con funzioni varie: politico-amministrative, coercitivo-repressive, di intervento più o meno diretto nella sfera economico-finanziaria. Al di là degli apparati, tuttavia, è indispensabile capire che lo Stato è uno spazio/territorio della società capitalistica in cui si condensa una serie di rapporti sociali di un certo tipo, in cui si confrontano i vari agenti della riproduzione del modo di produzione capitalistico. Non sono immaginazioni personali, sono dati di fatto. A questo punto sarà allora il caso di riprendere il vecchio paradigma leniniano relativo all' imperialismo. Lenin ne fornì 5 caratteristiche:
    1) centralizzazione monopolistica dei capitali;
    2) capitale finanziario in quanto simbiosi di quello industriale e bancario;
    3) esportazione di capitali di importanza crescente rispetto a quella delle semplici merci;
    4) competizione tra grandi imprese per la conquista dei mercati mondiali,
    5) conflitto acuto tra i grandi Stati (Potenze) per la ridistribuzione delle zone d' influenza nell' intero globo.
    Ebbene, queste caratteristiche, salvo l' ultima, contraddistinguono in sostanza e per l' essenziale anche l' attuale fase di sviluppo del capitalismo rimondializzato.
    Il capitalismo certo finirà, come sono finiti i dinosauri e come finirà il genere umano, ma non se ne può in alcun modo predire la fine tramite la piccola idea della crescita sterminata delle moltitudini espropriate che acquisterebbero la coscienza della necessità della ribellione. Se ci mettiamo su questa strada, ci troveremo in "movimenti nuovi" sempre massacrati (in senso almeno metaforico, ma molto spesso anche reale) e con il capitalismo che continuerà a sussistere più vispo che mai.
    Il discorso andrà perciò spostato su un altro terreno.
    Dopo il 1945, conclusasi la guerra tra USA e Germania, si crearono due campi, uno capitalistico centrato ormai sugli USA e uno "socialista" centrato sull' URSS. I due campi furono per un' intera epoca storica "nemici" (non mi interessa qui disquisire se l' URSS era socialista veramente o meno, l' importante è che rispetto agli USA differenti erano le strutture dei rapporti sociali, caratterizzate da differenti meccanismi riproduttivi dei blocchi dominanti).
    La rivalità USA-URSS fu positiva per quanto concerne l' intensa lotta di liberazione "nazionale" dei Paesi del Terzo mondo con crescente accelerazione dei processi di decolonizzazione. Essa influenzò anche i rapporti di forza tra le classi nei Paesi capitalistici avanzati. Fu favorito infatti l' innalzamento dei salari, anche indirettamente tramite le varie politiche di Welfare dette keynesiane.
    Si stabilì inoltre, in campo capitalista, una convivenza tranquilla, con attenuazione dei fenomeni competitivi in quanto i paesi capitalisticamente sviluppati uscivano dalla sconfitta (Germania, Italia) o avevano comunque subito gravissime distruzioni dal conflitto (Germania, Francia). Così, al primo periodo della "ricostruzione", ne seguì un altro in cui si accrebbe la capacità di assorbimento dei mercati nei paesi non centrali. Dopo la metà degli anni Settanta e ancor più dopo il crollo del "socialismo reale" e la rimondializzazione del sistema capitalistico, ricominciò però a manifestarsi una più accentuata competizione. Vi fu un momento (1989-1991) in cui sembrò che addirittura si stesse creando una tripolarizzazione del capitalismo rimondializzatosi (Europa-Giappone-USA). Ma fu proprio allora che si comprese dove era andata a finire nei decenni precedenti la maggiore incisività delle politiche statali negli USA: forte spesa per gli armamenti e per l' uso di altri mezzi di pesante intervento esterno (organizzazione di colpi di Stato, corruzione di governi, finanziamenti di guerriglie anticomuniste). Questi sistemi avevano accresciuto enormemente il divario tra essi e gli altri paesi del "primo mondo" in termini di capacità di influenza nelle più svariate regioni del globo. Ne seguì quindi la più evidente sottomissione di Europa e Giappone agli interessi USA. Prima la guerra contro l' Iraq, poi soprattutto la guerra nei Balcani e l' incredibile avvenimento dell' 11 settembre hanno ridato una supremazia schiacciante e paurosa agli USA.
    E' questa, Paddy, la vera causa della supposta fine delle funzioni degli Stati nazionali. I blocchi dominanti dei Paesi non centrali sono ormai incapaci di alcunché che non sia contrattare qualche benevolenza da parte del sistema economico-politico dominante, cioè quello statunitense. Lo Stato USA c'è, esiste e agisce da vero Stato in quanto espressione politica del blocco dominante già considerato. Gli altri Stati ci sono, esistono, ma solo sul piano interno (al servizio delle proprie classi dirigenti), mentre non possono più assolvere ai loro precipui compiti sul piano esterno.
    Viene dunque a mancare la 5^ caratteristica dell' imperialismo individuata da Lenin, ossia lo scontro interimperialistico tra Stati. Ma questa assenza sta producendo anch' essa guai, diversi ma non meno grossi, di quelli che procurerebbe una sua eventuale presenza.
    La competizione interimprenditoriale per i mercati non può trovare sfogo in una più aperta competizione politica tra Stati per la abissale disparità di forze con gli USA e per la ignavia e la corruzione delle borghesie di Stato dei paesi capitalistici non centrali. La competizione politica (e militare in senso lato) viene dirottata lungo nuove direttrici (lo schiacciamento di qualche "Hitler d'occasione", si chiami egli Milosevic, Saddam, o altro).
    Tuttavia, "sotto sotto" qualcosa si muove con sempre più minacciose modalità, utilizzando tutta la frustrazione e l'odio che un imperialismo estremamente duro- forse il più feroce nella Storia- come quello USA, in stretta sintonia con l' alleato strategico israeliano, ha seminato nel mondo.
    Il problema dunque non è nient'affatto un epocale e irreversibile esaurimento degli Stati nazionali, bensì la sussistenza, pur dopo la fine del "socialismo reale", di certi blocchi sociali dominanti nei Paesi capitalistici avanzati non centrali, che trovano la loro espressione nelle "destre" e nelle "sinistre" oggi di fronte a noi, sempre più servili verso i dominanti del Paese centrale, gli Stati Uniti.

 

 
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