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Risultati da 1 a 10 di 26

Discussione: Le Superchecche

  1. #1
    VIENI AVANTI FASSINO!
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    WASHINGTON DC/WHITE HOUSE-ANCHE VOI AVETE DEI NERI? (AL PRESIDENTE BRASILIANO FERNANDO CARDOSO, “ESTADO DE SAO PAULO”, 28.4.02)
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    Predefinito Le Superchecche



    FUMETTI PER GAY?
    SI,SE NE SENTIVA IL BISOGNO,NON FATE DELL'IRONIA,BASTA CON SUPEREROI CHE SALVANO TETTOSISSIME FANCIULLE,NON ESISTONO SOLO LORO,ED ECCOLI QUA,L'UOMOCHECCA E CAPITAN CULO.
    I SOLITI COMUNISTI DI MERDA SI BEANO DELLA GENIALE TROVATA,BRONTOLANO COME AL SOLITO SULL'EGUALITARISMO E GIUSTAMENTE PERKE' VENDOLA NON DEVE LEGGERE FUMETTI IN CUI IL SUO GRANDE EROE DOPO AVER SCONFITTO IL MALE AL FINE NON SBACIUCCHIA UN BEL PAIO DI BAFFI?
    ALLORA PECORARO SCANIO?
    PERCHE' NON UN BEL SUPEREROE BISESSUALE?
    CHE SO,UN BATMAN KE SI ACCOPPIA CON BATGIRL MENTRE ROBIN DA DIETRO GLI FA PRESENTE L'ALTRO LATO DELLA MEDAGLIA?
    MI SEMBRA GIUSTO,MICA IL POVERO PECORARO IN EDICOLA DEVE LEGGERE SOLO FUMETTI PER FROCI O PER NORMALI,CAZZO FATE,LO DISCRIMINATE?
    E I PEDOFILI?
    VIOLANTE,L'AZZECCAGARBUGLI DEGLI ANTIGLOBAL DIESSINI,SOSTERREBBE CON ENFASI KE NON VANNO CONFUSI I PEDOFILI KE DELINQUONO,CIOE' KE MOLESTANO I BAMBINI,COI PEDOFILI KE PROVANO LE STESSE PULSIONI MA LE DOMINANO.
    E CAZZO ALLORA,PERKE' NON UN BEL FUMETTONE PER PEDOFILI LIGI ALLA LEGGE?
    UNO ZIO PAPERONE KE MANIPOLA I GENITALI DI QUI QUO QUA ECCITEREBBE LA FANTASIA DEGLI AMANTE DEL GENERE E LI PORTEREBBE ALL'INEVITABILE SFOGO MANUALE E VIVADDIO,AVREMMO UN BAMBINO DI MENO STUPRATO.
    KE NE SAPETE VOI SE QUEL CAZZO DI BIDELLO IN INGHILTERRA AVESSE AVUTO A DISPOSIZIONE IL SUO BEL FUMETTO PORNOPEDOFILO NON AVREBBE SFOGATO SULLA TAZZA DEL CESSO I SUOI BASSI ISTINTI?
    E GLI AMANTI DEI RAPPORTI UOMINI/ANIMALI?
    UN PIPPO KE SI INCHIAPPETTA PLUTO?
    APPROFONDIAMO L'ARGOMENTO,COME DICE CCIAPPAS NON DOBBIAMO TEMERE IL NUOVO.

    PS
    UN'ANNOTAZIONE
    NEL FUMETTO DEI SUPERFROCI I NOSTRI EROI VIVONO FELICI ADOTTANDO DEI BAMBINI,GIUSTO PER FAR COMPRENDERE COME LORO,LE CHECCHE,MICA SI ACCONTENTANO DI INCULARSI IN LIBERTA',NO,LORO VOGLIONO METTERE SU FAMIGLIA.

  2. #2
    Super Troll
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    Predefinito

    hai dimenticato di dire che ha iniziato la televisione del tuo padrone a lanciare spot pubblicitari per checche...... oltre a portarne qualcuna come personaggi raccomandabili di fiction e simili.....
    su questo forum è meglio non rispondere ai fessi!
    PURTROPPO GLI ITALIANI SI BEVONO QUALSIASI MINCHIATA, DA SEMPRE (CETTO LA QUALUNQUE)

  3. #3
    Maiale Affrancato
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    Predefinito supereroi e re

    Giovanni dall’Orto: biografie gay

    Un libro svela: Umberto II omosessualeIl lato privatissimo e quello politico del più discusso monarca europeo, Umberto II di Savoia.
    Una biografia irriverente destinata a far discutere. La firma Lucio Lami.

    di Marcello Staglieno

    Dedicata a Umberto II e intitolata Il Re di Maggio, quest'accurata biografia scritta da Lucio Lami da dopodomani distribuita nelle librerie, è destinata a suscitare clamore. Oppure a essere fatta scivolare nel silenzio, con sufficienza, da parte di una "storiografia ufficiale" abbastanza sorda nei confronti di "scomode" verità che scompaginano quanto, troppo spesso, ancòra resta vincolato a una vulgata, marxista o paramarxista, a tutt'oggi sopravvissuta alla caduta del muro di Berlino.

    Due elementi sostanziali, storico-politici e personali

    L'importanza del libro, sempre basato sul vaglio accurato delle fonti e tutto d'agevolissima lettura, sta in due elementi sostanziali. Il primo è storico-politico, specie là dove spiega per la prima volta nei dettagli il "broglio" effettuato,nel referendum del 2 giugno 1946, non dal ministro dell'Interno, Giuseppe Romita, bensì dal ministro della Giustizia, Palmiro Togliatti, intimidendo la Corte di Cassazione con la complicità del presidente del Consiglio Alcide De Gasperi e con l'accettazione degli anglo-americani. Il secondo elemento di novità del libro investe Umberto II sul piano personale, con valenze talora cronachistiche che peraltro contribuiscono a spiegarne le numerose indeterminatezze, e ambiguità, del carattere nelle stesse gravi decisioni politiche via via affrontate nel corso degli anni.

    L'omosessualità,Maria José, Maria Pia

    Innanzi tutto il disvelamento - effettuato da Lami in modi rispettosi ma basato su numerosi documenti, specie sui rapporti dell'Ovra poi riverberati nella cartella, rinvenuta a Dongo nel borsone di Mussolini, intestata a Umberto lI soprannominato "Stellassa") - dell'omossessualità di lui, altresì con la sofferta consapevolezza (mai confessa ma più che evidente) del fatto che soltanto la somigliantissima Maria Pia - "nata in provetta" come anche ipotizzò nei propri "Diari" Galeazzo Ciano - era figlia sua. Specie in relazione alla nascita (12 febbraio 1937) di Vittorio Emanuele, Lami spiega come Maria José, partita da sola (e non incinta) come crocerossina sul piroscafo "Cesarea" nel febbraio 1936, quando tornò in Italia era in stato interessante (e, ipotizza cautelativamente Lami, dopo essersi incontrata anche con Italo Balbo e con il futuro eroe dell'Amba Alagi, Amedeo Duca d'Aosta).

    Il benestare di Hitler per la "fuga a Pescara"

    Non indulge tuttavia in pettegolezzi Lami, noto come giornalista-inviato e come scrittore, anche quando nel proprio accurato saggio (pubblicato presso le Edizioni Ares che taluni dicono vicine all'Opus Dei) guarda con attenzione alla giovinezza e alla formazione di Umberto, "plasmato a freddo" da Vittorio Emanuele per prepararlo a essere un sovrano. Guarda cioè, il libro,all'incapacità quasi fisiologica d'Umberto di prendere le distanze da un padre che - spingendolo a un eccessivo attaccamento per la madre - lo dominò sino all'ultimo. Soprattutto quando l'obbligò a seguirlo nella fuga al Sud, non certo valutata un'"azione regale" dallo stesso Umberto che, manifestando a re Vittorio il desiderio di restare in Roma per combattere eventualmente i tedeschi, si sentì rispondere: "Rammenta bene che in casa Savoja si comanda uno alla volta, e tocca a me...". In relazione alla "fuga a Pescara", Lami spiega altresì che essa avvenne con l'evidente "benestare" di Hitler, anche perché le auto del sovrano (assieme alle altre con i dignitari di Corte, Badoglio e varie autorità militari) furono per ben due volte intercettate dai tedeschi. E questo concorda con un'intervista ("Il Giornale, 24 luglio 1983, nell'intera Terza pagina) che mi rilasciò il colonnello SS Eugen Dollman, precisandomi che era stato proprio lui, dietro preciso ordine di Hitler, "per evitare un accentuarsi delle ostilità della Gran Bretagna, in fondo 'protettrice' della Corona italica", a far sì che la Real Famiglia potesse fuggirsene indisturbata. Nuovi documenti sul "Regno del Sud" e sulla Luogotenenza Sempre in relazione alla personalità di Umberto, non è poi certo trascurabile il fatto che Lami ebbe da lui in persona, nel 1979 a Cascais, amplissime precisazioni biografiche, specie in relazione al periodo del "Regno del Sud" e della propria Luogotenenza. In parte l'ex-sovrano consegnò inoltre a Lami, e in parte gli fece poi pervenire, tra gli altri, i documenti - ufficiali ma sino a oggi ignoti agli storici - delle proprie "Ordinanze", cioè redatti dai più stretti collaboratori con scrupolosità tanto meticolosa da consentirci di seguire, ora dopo ora e giorno dopo giorno, le azioni e gli spostamenti del principe ereditario, poi Luogotenente. Le pressioni di Togliatti sulla Corte di Cassazione Venne poi il referendum del 2 giugno 1946: e la Corte di Cassazione, alla quale competeva de jure legis di verificare la regolarità del voto e di proclamare ufficialmente i risultati referendari, fu "intimidita e sopraffatta" - come ben spiega nei dettagli Lami - da Togliatti. E il Governo, con un colpo di mano (che fu in effetti un vero e proprio colpo di Stato) nella notte tra il 12 e il 13 giugno s'impadronì del potere, nominando Alcide De Gasperi capo provvisorio dello Stato. La sofferta decisione dell'esilio Fu per evitare la guerra civile che Umberto prese la sofferta decisione, quello stesso 13 giugno 1946, di partire per il Portogallo dall'aereoporto romano di Ciampino, dopo aver sottolineato, nel proprio messaggio al popolo italiano, il fatto che "il Governo ha compiuto un gesto rivoluzionario, assumendo, con atto unilaterale ed arbitrario, poteri che non gli spettano e mi ha posto nell'alternativa di provocare spargimento di sangue o di subire la violenza. Non volendo opporre la forza al sopruso, nè rendermi complice dell'illegalità che il Governo ha commesso, lascio il suolo del mio Paese, nella speranza di scongiurare agli Italiani nuovi lutti e nuovi dolori. Compiendo questo sacrificio nel supremo interesse della Patria,sento il dovere, come Italiano e come Re, di elevare la mia protesta contro la violenza che si è compiuta". Cominciava per lui la lunga,dolorosa stagione dell'esilio. Il 16 giugno la Corte di Cassazione si riunì nuovamente e comunicò i risultati del referendum quali erano stati trasmessi dal ministro Romita: 12.717.923 voti per la Repubblica, 10.719.284 per la Monarchia, 1.509.735 schede nulle (non conteggiate nella definizione del quorum di maggioranza). La Corte non proclamò mai la Repubblica. Né Umberto tentò mai un ricorso, morendo lontano dall'Italia.



    "Stellassa" (Umberto di Savoia)
    "Pupullo" (Badoglio)
    "Bazzetta" (Vittorio Emanuele III)

    L'ultima intervista dettata, corretta, siglata dal Duce il 22 aprile 1945
    IL TESTAMENTO POLITICO DI MUSSOLINI

    Gian Gaetano Cabella

    Chi scrive è il giornalista Gian Gaetano Cabella, ex direttore del "Popolo di Alessandria", giornale che nel 1944 si pubblicò anche a Milano in una edizione destinata alla Lombardia.
    Nell'aprile del 1945 il Cabella, non appena seppe che Mussolini, proveniente da Villa Feltrinelli sul Garda, era arrivato a Milano, chiese e ottenne un'udienza dal Capo della Repubblica Sociale.
    Lasciamo al Cabella il compito di narrare egli stesso le varie fasi dell'intervista. Cominciò come una delle tante conversazioni che Mussolini aveva non di rado con questo o con quel direttore di giornale.
    Ma ben presto l'intervista assunse una portata eccezionale: sia perché fu l'ultima che Mussolini concesse, sia perché egli stesso volle rivederla, completarla, correggerla, annotarla, nella sua redazione definitiva.

    Fu il ministro Zerbino che il 19 aprile mi comunicò l'invito. Mussolini mi avrebbe ricevuto all'indomani, in Prefettura. Feci subito rilegare i numeri del giornale: tutta la edizione milanese dal settembre 1944 fino all'ultimo numero, uscito con la data del 21 aprile 1945. Volevo offrire al Duce l'intera collezione, insieme coi prospetti e i grafici della tiratura, del "Popolo", che, da 18 mila copie stampate e 16 vendute nel primo anno di vita, era ora asceso a 270 mila copie tirate e vendute, senza contare i numeri speciali, che avevano ottenuto un successo anche maggiore. Le richieste, negli ultimi tempi, superavano la tiratura.
    Molti camerati mi consegnarono scritti e messaggi da presentare al Duce. Divisi queste carte in tre gruppi: 1) quelle che gli avrei dato in ogni caso; 2) quelle meno importanti; 3) quelle che avrei consegnato solamente se il colloquio si fosse svolto in modo particolarmente favorevole.
    Preparai anche una breve relazione delle lunghe trattative che avevo condotto con elementi partigiani, i quali, in un primo tempo, mi avevano scritto invitandomi a prendere contatto con alcuni loro rappresentanti. Avevo accettato senz'altro questo abboccamento che avvenne il 7 febbraio a Rondissone, vicino a Torino: incontro interessante sotto molti rapporti e che permise utili intese nell'interesse superiore del Paese.
    Alle 14.30 del 20 aprile ero in Prefettura. Nella prima sala d'aspetto passeggiavano e discorrevano ufficiali e gerarchi. Il Prefetto, capo della Segreteria particolare, attraversava spesso la sala che divideva lo studio di Mussolini dal suo ufficio. Nel secondo salone c'erano il colonnello Colombo, comandante della "Muti" con il vice comandante e altri.
    Alle 15 giunsero il comandante Borghese accompagnato da alcuni ufficiali, e il Capo di Stato Maggiore della GNR. Il ministro Fernando Mezzasoma parlava con un gruppo di giornalisti, fra i quali ricordo Daquanno, Amicucci, Guglielmotti. Si unì al gruppo, poco dopo, anche Vittorio Mussolini.
    Un'apparente serenità regnava fra quelle persone e, specialmente nella prima sala, c'era il più discreto silenzio. Un ufficiale delle SS germaniche passeggiava fumando. Il servizio di guardia era limitato al portone d'ingresso del Palazzo del Governo e a due sentinelle armate (una SS tedesca e un milite della Guardia) alla postierla della scaletta che dal cortile conduceva all'appartamento occupato dal Duce e dai membri del governo.
    Alle 15.20 giunse il Questore, che parlò col Prefetto Bassi. Poco dopo uscì dallo studio del Duce il personaggio che vi stava già da venti minuti; ma non ricordo chi fosse. Forse Pellegrini. Entrò un usciere, che chiuse la porta dietro di sé; ma non tanto velocemente da impedirmi di scorgere Mussolini seduto dietro una piccola scrivania. Nel frattempo, mi aveva raggiunto il mio redattore capo, già direttore di "Leonessa", settimanale della Federazione bresciana: il sottotenente dei bersaglieri Galileo Lucarini Simonetti.
    Finalmente, la porta del Duce si aprì. L'usciere disse forte il mio nome. Mi precipitai dentro. Deposti i pacchi sopra una sedia alla mia destra, salutai sull'attenti. Mussolini mi accolse con un sorriso. Si alzò e mi venne vicino. Subito osservai che Mussolini stava benissimo in salute, contrariamente alle voci che correvano. Stava infinitamente meglio dell'ultima volta che l'avevo visto. Fu nel dicembre del 1944, in occasione del suo discorso al Lirico. Le volte precedenti che mi aveva ricevuto - nel febbraio, nel marzo e nell'agosto del '44 - non mi era mai apparso così florido come ora. Il colorito appariva sano e abbronzato; gli occhi vivaci, svelti i suoi movimenti. Era anche leggermente ingrassato. Per lo meno, era scomparsa quella magrezza, che mi aveva tanto colpito nel febbraio dell'anno avanti e che dava al suo volto un aspetto scarno, quasi emaciato. Quel ricordo, dinanzi ad un uomo ora tanto diverso, si dileguò immediatamente dalla mia memoria.
    Egli indossava una divisa grigio-verde senza decorazioni, né gradi. Lasciò i grossi occhiali sul tavolo, sopra un foglio pieno di appunti a matita azzurra. Notai che il tavolo era piccolo: molti fascicoli erano stati collocati sopra un tavolino vicino. Alcuni giacevano perfino in terra, presso la finestra. M'è rimasta l'impressione visiva che sulla scrivania, in un vaso di cristallo, ci fosse una rosa rossa; ma non potrei garantire l'esattezza di questo particolare. Sopra una sedia, scorsi tre borse porta documenti: due in cuoio grasso, una di pelle giallo scura.
    Mussolini mi posò la destra sulla spalla e mi chiese: "Cosa mi portate di bello?". Queste le prime parole, che già mi aveva dette quattordici mesi prima, benché con altro tono: un tono più lento, con voce più bassa e stanca.
    Non seppi rispondere lì per lì. Come al solito, e come succedeva a molti davanti a lui, mi sentii alquanto disorientato e dopo una breve esitazione risposi che ero felice di vederlo, e che gli portavo la raccolta del giornale. Mi batté la mano sulla spalla. Fissandomi, mi disse: "Vi elogio per quanto avete fatto per il consolidamento della Repubblica Sociale. Pavolini mi ha riferito del vostro discorso a Torino per il 23 marzo e del successo che avete ottenuto. Non vi sapevo anche oratore".


    Gli offersi la raccolta del giornate e gli mostrai i grafici della diffusione, della vendita, delle lettere ricevute. Gli consegnai diversi scritti di fascisti, di combattenti, di giovanissimi. Mi fu largo di elogi, specialmente per i tre numeri speciali, ricchi di illustrazioni, dedicati a "Stellassa" (Umberto di Savoia), a "Pupullo" (Badoglio) e a "Bazzetta" (Vittorio Emanuele III).
    Sfogliò la raccolta, soffermandosi su alcuni numeri. Rise.
    "I tre numeri illustrati per "Bazzetta", " Pupullo" e "Stellassa" sono fatti veramente bene. Mi hanno divertito. Che tiratura hanno avuto?".
    " Duecentosettantamila copie vendute. Per mancanza di carta non ho potuto far fronte alle trecentottantamila richieste...".



    "Avrete la carta che vi occorre...". Prese la matita e, stando in piedi, tracciò qualche nota su un foglio di appunti. Allora mi feci animo e gli esposi il caso disgraziato di due camerati bolognesi. Il suo volto si rattristò.
    "Farò aver loro diecimila lire. Va bene?". Volle sapere i nomi e gli indirizzi. Li scrisse egli stesso, negli appunti. Poi mi chiese: " Desiderate qualche cosa da me?". Dopo un momento di perplessità risposi: "Il mio premio l'ho già avuto, è stato l'elogio che avete voluto farmi. Oso troppo se vi chiedo una dedica?". Gli mostrai una grande fotografia. La fissò un attimo, scosse il capo. Evidentemente, non era troppo soddisfatto dell'immagine. Poi tornò al tavolo, si sedette, prese la penna e scrisse: "A Gian Gaetano Cabella, pilota de Il Popolo di Alessandria, con animo della vecchia guardia. B. Mussolini, 20 aprile XXIII".
    Posò la penna. Volle vedere i grafici. La tiratura del giornale era descritta da un diagramma. Vi era tracciata una linea ascendente, con leggere contrazioni, qua e là.
    "A che cosa attribuite queste diminuzioni di vendita?".
    "Credo che occorra ogni tanto, specie dopo numeri di grande rilievo esteriore, fare uscire qualche numero pallido, senza forti titoli".
    Esposi, poi, brevemente i criteri che seguivo e che mi parevano giusti, quindi soggiunsi: "Mi siete stato maestro. Conservo la raccolta de "l'Avanti!" e quella del "Popolo d'Italia"...".
    Mussolini scosse la testa, stette un attimo pensoso e osservò: "Si nasce giornalisti come si nasce compositori o tecnici. Creare il giornale è come conoscere la gioia della maternità. Il criterio di non monotizzare è giusto. Non si può dare un concerto con soli tromboni e grancasse. Il pubblico, dopo i primi istanti di sbalordimento, finirebbe con l'abituarvisi. Vedo che siete anche un abile amministratore. Siete genovese...".
    Si soffermò sul grafico che riguardava la corrispondenza ricevuta dal pubblico, lettori e lettrici e osservò: "Molte lettere anonime, vedo".
    "Ricevo al giornale circa un dieci per cento di anonime. Però quando le vicende dell'Asse vanno meglio, le lettere anonime diminuiscono". Gli dissi anche che in Alessandria avevo appiccicato le più divertenti ad una parete.
    Mussolini sorrise: "Ho visto le fotografie della vostra redazione".
    "Nel mese di marzo - precisai - su 2785 lettere ricevute, 360 sono state anonime".
    "Oltre 2400 lettere non anonime in un mese: sono moltissime. Fate rispondere?".
    Gli dissi che rispondevo personalmente a tutti e nella rubrica "Il Direttore risponde" e, in gran parte direttamente.
    "Ho constatato che, così facendo, si ottiene una grande pubblicità. Chi riceve, specie in un piccolo centro, una lettera personale del direttore, la fa vedere a più persone. Automaticamente diventa un fedele propagandista". Mussolini prese il pacchetto delle lettere che gli avevo portato insieme con altre cose. Gli feci osservare che avevo diviso le missive in tre gruppi. Volle tenerle tutte.
    "Se avrò tempo, le leggerò stasera".
    Intanto aprì tre lettere che avevo messo più in vista: una di una signora che abitava presso Torino; un'altra di un giovane volontario, Puni, di Torino; la terza di una personalità ligure.
    "Ringrazierete la signora e il ragazzo. Lasciatemi l'altra: farò rispondere direttamente. Avete qualche cosa ancora da dirmi?".
    "Ho due collaboratori, un fascista e un vecchio socialista fiorentino...".
    Mussolini mi disse subito i nomi di entrambi e aggiunse: "Fate loro i miei elogi. Dite loro che leggo gli articoli che scrivono, con interesse".
    Ebbi l'impressione che l'udienza fosse per finire. Mussolini aveva riaperta la raccolta del giornale e, in ultimo, aveva trovato le copie del giornale "Il Monarchico", che avevo stampato alla macchia facendo finta fosse l'organo di un gruppo monarchico "C. Cavour" di Torino, e una copia del "Grido di Spartaco", che avevo stampato clandestinamente. Mussolini rise, ed esclamò: "Mi sono piaciuti. Anche per questo lavoro vi elogio".
    Allora mi feci animo: "Duce, permettete che vi rivolga qualche domanda?".
    Mussolini si alzò. Mi venne vicino. Guardandomi negli occhi, con un accento e un'espressione che non dimenticherò mai, mi chiese d'improvviso:
    "Intervista o testamento?".


    ***

    A quella domanda inaspettata io rimasi esterrefatto. Non seppi cosa rispondere. Non sfuggì la mia emozione a Mussolini, che cercò di dissipare la mia confusione con un sorriso bonario. “Sedetevi qui. Ecco una penna e della carta. Sono disposto a rispondere alle domande che mi farete”.
    In preda ad una grande agitazione, mi sedetti alla sua sinistra. La sua mano era vicina alla mia. Molte idee mi si affollavano nella mente, ma tutte imprecise. Finalmente formulai una domanda assai generica: “Qual è il vostro pensiero, quali sono i vostri ordini, in questa situazione?”. Invece di “ordini” dissi “disposizioni”; ma siccome nel testo dell’intervista, che il giorno dopo Mussolini rivide, corresse e siglò, sta scritto “ordini”, lasciò l’espressione ch’egli stesso approvò. Debbo aggiungere che, quantunque io abbia preso nota con la maggiore attenzione possibile di quanto Mussolini mi andava dicendo, non ho potuto, nelle giornate che seguirono il colloquio, riferirlo con esattezza minuta, rigorosa.
    Solo a distanza di tempo, oggi, ricordo bene; con assoluta precisione. Perciò posso completare ciò che non mi fu possibile allora. Ecco il perché di queste note, delle note che seguiranno.
    Alla mia domanda, Mussolini, a sua volta domandò:
    “Voi cosa fareste?”.
    Debbo aver accennato un gesto istintivo di sorpresa. Mussolini mi toccò il braccio, e sorrise di nuovo: “Non vi stupite. Faccio questa domanda a tutti. Desidero sentire il vostro parere”.
    “Duce, non sarebbe bello formare un quadrato attorno a voi e al gagliardetto dei Fasci e aspettare, con le armi in pugno, i nemici? Siamo in tanti, fedeli, armati...”.
    “Certo, sarebbe la fine più desiderabile... ma non è possibile fare sempre ciò che si vuole. Ho in corso delle trattative. Il Cardinale Schuster fa da intermediario. Non sarà versata una goccia di sangue”.
    Veramente disse: “Ho l’assicurazione che non sarà versata una goccia di sangue”.
    “Un trapasso di poteri. Per il governo, il passaggio fino in Valtellina, dove Onori sta preparando gli alloggiamenti. Andremo anche noi in montagna per un po’ di tempo” .
    Osai interromperlo: “Vi fidate, Duce, del Cardinale?”.
    Mussolini alzò gli occhi e fece un gesto vago con le mani.
    “E’ viscido. Ma non posso dubitare della parola di un Ministro di Dio. E’ la sola strada che debbo prendere. Per me è, comunque, finita. Non ho più il diritto di esigere sacrifici dagli italiani”.
    “Ma noi vogliamo seguire la vostra sorte...”.
    “Dovete ubbidire. La vita dell’Italia non termina in questa settimana o in questo mese.
    L’Italia si risolleverà. E questione di anni, di decenni, forse. Ma risorgerà, e sarà di nuovo grande, come l’avevo voluta io”.
    Dopo una brevissima pausa, continuò:
    “Allora sarete ancora utili per il Paese. Trasmetterete ai figli e ai nipoti la verità della nostra idea, quella verità che è stata falsata, svisata, camuffata da troppi cattivi, da troppi malvagi, da troppi venduti e anche da qualche piccola aliquota di illusi”.
    Forse Mussolini non disse: “troppi”. Ho l’impressione che dicesse solo: “malvagi e venduti”. Quando rilesse le righe che seguono, le segnò a lato; e fece un gesto con la testa come per farmi comprendere che l’espressione non gli era troppo piaciuta. Tuttavia non la cancellò.
    La sua voce aveva i toni metallici che tante volte avevo udito nei suoi discorsi. Poi, con fare più pacato, continuò:
    “Dicono che ho errato, che dovevo conoscere meglio gli uomini, che ho perduta la testa, che non dovevo dichiarare la guerra alla Francia e all’Inghilterra. Dicono che mi sarei dovuto ritirare nel 1938. Dicono che non dovevo fare questo, e che non dovevo fare quello. Oggi è facile profetizzare il passato”.
    “Ho una documentazione che la storia dovrà compulsare per decidere. Voglio solo dire che, a fine maggio e ai primi di giugno del 1940 se critiche venivano fatte erano per gridare allo scandalo di una neutralità definita ridicola, impolitica, sorprendente. La Germania aveva vinto. Noi non solo non avremmo avuto alcun compenso; ma saremmo stati certamente, in un periodo di tempo più o meno lontano, invasi e schiacciati”.
    Mussolini mi disse di far risaltare che le frasi da lui sottolineate riguardavano i discorsi della gente. Egli stesso sottolineò con segno più forte l’espressione: “La Germania aveva vinto”, con tutto ciò che segue.
    “E cosa fa Mussolini? Quello si è rammollito. Un’occasione d’oro così, non si sarebbe mai più ripresentata”. Così dicevano tutti e specialmente coloro che adesso gridano che si doveva rimanere neutrali e che solo la mia megalomania e la mia libidine di potere, e la mia debolezza nei confronti di Hitler aveva portato alla guerra.
    “La verità è una: non ebbi pressioni da Hitler. Hitler aveva già vinta la partita continentale. Non aveva bisogno di noi. Ma non si poteva rimanere neutrali se volevamo mantenere quella posizione di parità con la Germania che fino allora avevamo avuto. I patti con Hitler erano chiarissimi. Ho avuto ed ho per lui la massima stima. Bisogna distinguere fra Hitler ed alcuni suoi uomini più in vista...”.
    A queste considerazioni Mussolini ne aggiunse varie altre. Questa d esempio:
    “Ho parlato sempre col Führer della sistemazione dell’Europa e dell’Africa. Non abbiamo mai avuto divergenze di idee. Già all’epoca delle trattative per lo sgombero dell’Alto Adige, controprova indiscutibile delle sue oneste e solidali intenzioni, il Führer dimostrò buon volere e comprensione”.
    La sistemazione dell’Europa avrebbe dovuto attuarsi in questo modo:
    “L’Europa divisa in due grandi zone di influenza: nord e nord-est influenza germanica, sud, sud-est e sud-ovest influenza italiana. Cento e più anni di lavoro per la sistemazione di questo piano gigantesco. Comunque, cento anni di pace e di benessere. Non dovevo forse vedere con speranza e con amore una soluzione di questo genere e di questa portata?
    “In cento anni di educazione fascista e di benessere materiale il Popolo italiano avrebbe avuto la possibilità di ottenere una forza di numero e di spirito tale da controbilanciare efficacemente quella oggi preponderante della Germania.
    “Una forza di trecento milioni di europei, di veri europei, perché mi rifiuto di definire gli agglomerati balcanici e quelli di certe zone della Russia anche nelle stesse vicinanze della Vistola; una forza materiale e spirituale da manovrare verso l’eventuale nemico di Asia o di America.
    “Solo la vittoria dell’Asse ci avrebbe dato diritto di pretendere la nostra parte dei beni del mondo, di quei beni, che sono in mano a pochi ingordi e che sono la causa di tutti i mali, di tutte le sofferenze e di tutte le guerre.
    “La vittoria delle Potenze cosiddette alleate non darà al mondo che una pace effimera e illusoria.
    “Per questo voi, miei fedeli, dovete sopravvivere e mantenere nel cuore la fede. Il Mondo, me scomparso, avrà bisogno ancora dell’Idea che è stata e sarà la più audace, la più originale e la più mediterranea ed europea delle idee.
    “Non ho bluffato quando affermai che l’Idea Fascista sarà l’Idea del secolo XX. Non ha assolutamente importanza una eclissi anche di un lustro, anche di un decennio. Sono gli avvenimenti in parte, in parte gli uomini con le loro debolezze, che oggi provocano questa eclissi. Indietro non si può tornare. La Storia mi darà ragione”.
    A questo punto Mussolini tacque. Scosse alcune volte la testa come per scacciare un pensiero molesto. Quando, due giorni dopo, gli portai il dattiloscritto di queste dichiarazioni, fece in più punti, specie là ove mi aveva parlato di una forza di trecento milioni di europei, di “veri europei”, alcuni segni di distacco: segni di lapis. Mi disse che avevo dimenticato molte cose importanti. Oggi le ricordo benissimo tutte.
    Mussolini parlò della sua presa di posizione nel 1933-’34 fino ai colloqui di Stresa (aprile ’35). Affermò che la sua azione non era stata interamente compresa e tanto meno seguita né dall’Inghilterra né dalla Francia. E soggiunse: “Siamo stati i soli ad opporci ai primi conati espansionistici della Germania. Mandai le divisioni al Brennero; ma nessun gabinetto europeo mi appoggiò. Impedire alla Germania di rompere l’equilibrio continentale ma nello stesso tempo provvedere alla revisione dei trattati; arrivare ad un aggiustamento generale delle frontiere fatto in modo da soddisfare la Germania nei punti giusti delle sue rivendicazioni, e cominciare col restituirle le colonie; ecco quello che avrebbe impedito la guerra. Una caldaia non scoppia se si fa funzionare a tempo una valvola. Ma se invece la si chiude ermeticamente, esplode. Mussolini voleva la pace e questo gli fu impedito”.
    Dopo qualche istante di silenzio ardii chiedergli:
    “Avete detto che l’eventuale vittoria dei nostri nemici non potrà dare una pace duratura. Essi nella loro propaganda affermano... “
    “Indubbiamente abilissima propaganda, la loro. Sono riusciti a convincere tutti. Io stesso a volte...”.
    Mussolini sottolineò la frase: “Io stesso, a volte...” e sorrise. Posò il lapis sul tavolo e sollevò due o tre volte le mani fino all’altezza delle tempie. Poi, parlando lentamente e staccando le sillabe, aggiunse:
    “Qualunque cosa detta da loro è la verità. Mi sono chiesto la ragione di questa specie di ubriacatura collettiva. Sapete che cosa ho concluso?”.
    Alzò il capo e mi fissò. E proseguì: “ Ho concluso che ho sopravvalutato l’intelligenza delle masse. Nei dialoghi che tante volte ho avuto con le moltitudini, avevo la convinzione che le grida che seguivano le mie domande fossero segno di coscienza, di comprensione, di evoluzione. Invece, era isterismo collettivo...”.
    “Ma il colmo è che i nostri nemici hanno ottenuto che i proletari, i poveri, i bisognosi di tutto, si schierassero anima e corpo dalla parte dei plutocrati, degli affamatori, del grande capitalismo”.
    Mussolini ha segnato fortemente queste righe. Sono convinto di non aver saputo riferire bene tutto il suo pensiero. Mi disse:
    “Non avete detto tutto. Avete rimpicciolito la mia idea. Ne riparleremo...”.
    Invece, non ci fu più né tempo e né modo di riparlarne. Pochi giorni dopo, fu Dongo, fu l’esecuzione, fu Piazzale Loreto.


    ***


    La vittoria degli alleati riporterà indietro la linea del fronte delle rivendicazioni sociali. La Russia? Il capitalismo di stato russo (credo superfluo insistere sulla parola bolscevismo) è la forma più spinta e meno socialista di un ibrido capitalismo, che si può solamente sostenere in Russia, appoggiato all’ignoranza, al fatalismo e alle storie di cosacchi, che hanno lasciato lo “knut” per il mitra.
    Questo capitalismo russo dovrà cozzare fatalmente con il capitalismo anglosassone. Sarà allora che il Popolo italiano avrà la possibilità di risollevarsi e di imporsi. L’uomo che dovrà giocare la grande carta...”.
    “Sarete voi, Duce...”.
    “Sarà un giovane. Io non sarò più. Lasciate passare questi anni di bufera. Un giovane sorgerà. Un puro. Un capo che dovrà immancabilmente agitare le idee del fascismo. Collaborazione e non lotta di classe; carta del Lavoro e socialismo; la proprietà sacra fino a che non diventi un insulto alla miseria; cura e protezione dei lavoratori, specialmente dei vecchi e degli invalidi; cura e protezione della madre e dell’infanzia...”.
    Mussolini volle sottolineare queste frasi programmatiche.
    Mi disse più precisamente: “Onora il padre e la madre”. Depose il lapis col quale segnava le correzioni sul dattiloscritto e si passò una mano sulla fronte. Poi, dopo un attimo di silenzio soggiunse: “A volte si torna indietro nel tempo. E’ pur grande la nostalgia del tepore sicuro del petto materno”. E continuò: assistenza fraterna ai bisognosi; moralità in tutti i campi; lotta contro l’ignoranza e contro il servilismo verso i potenti; potenziamento, se si sarà ancora in tempo, dell’autarchia, unica nostra speranza fino al giorno utopistico della suddivisione fra tutti i popoli delle materie prime che Iddio ha dato al mondo; esaltazione dello spirito di orgoglio di essere italiano; educazione in profondità e non, purtroppo, in superficie come è avvenuto per colpa degli avvenimenti e non per deficienza ideologica.
    “Verrà il giovane puro che troverà i nostri postulati del 1919 e i punti di Verona del 1943: freschi e audaci e degni di essere seguiti. Il Popolo allora avrà aperto gli occhi e lui stesso decreterà il trionfo di quelle idee. Idee che troppi interessati non hanno voluto che comprendesse ed apprezzasse e che ha creduto fossero state fatte contro di lui, contro i suoi interessi morali e materiali...”.
    Anche qui Mussolini trovò che non avevo detto tutto quanto egli aveva espresso. Nella riga in cui si registravano le sue parole a proposito della utopistica suddivisione delle materie prime fra i popoli della Terra, corresse un errore madornale. Arrossii. Egli se ne accorse e rise. Poi disse: “Quando vi si incolpa di avere sbagliato, dite pure che Mussolini sbaglia dodici volte al giorno!”. Quindi proseguì: “Abbiamo avuto diciotto secoli di invasioni e di miserie, e di denatalità e di servaggio, e di lotte intestine e di ignoranza. Ma, più di tutto, di miseria e di denutrizione. Venti anni di Fascismo e settanta di indipendenza non sono bastati per dare all’anima di ogni italiano quella forza occorrente per superare la crisi e per comprendere il vero. Le eccezioni, magnifiche e numerosissime non contano”.
    “Questa crisi, cominciata nel 1939, non è stata superata dal popolo italiano. Risorgerà, ma la convalescenza sarà lunga e triste e guai alle ricadute. Io sono come il grande clinico che non ha saputo fare la cura... “.
    Qua corresse: “cura”. (Io avevo scritto: diagnosi). Ci pensò su un attimo, poi aggiunse: “la diagnosi era giusta!”. Mi guardò. Mi disse: “aggiungeremo qualche altra considerazione...”.
    “...esatta e che non ha più la fiducia dei familiari dell’importante degente. Molti medici si affollano per la successione. Molti di questi sono già conosciuti per inetti; altri non hanno che improntitudine o gola di guadagno. Il nuovo dottore deve ancora apparire. E quando sorgerà, dovrà riprendere le ricette mie. Dovrà solo saperle applicare meglio”.
    “Un accusatore dell’ammiraglio Persano, al quale fu chiesto che colpa, secondo lui, aveva l’Ammiraglio: “quella di aver perduto” rispose.
    “Così io. Ho qui delle tali prove di aver cercato con tutte le mie forze di impedire la guerra che mi permettono di essere perfettamente tranquillo e sereno sul giudizio dei posteri e sulle conclusioni della Storia”.
    Nel dire “ho qui tali prove”, indicò una grande borsa di cuoio. Mi sembra, delle tre, fosse quella di pelle gialla. Poi toccò una cassetta di legno.


    ***



    "Non so se Churchill è, come me, tranquillo e sereno. Ricordatevi bene: abbiamo spaventato il mondo dei grandi affaristi e dei grandi speculatori. Essi non hanno voluto che ci fosse data la possibilità di vivere. Se le vicende di questa guerra fossero state favorevoli all'Asse, io avrei proposto al Fuhrer, a vittoria ottenuta, la socializzazione mondiale".
    Mussolini sorrise lievemente quando parlò della sua serenità e tranquillità. Sorrise di nuovo quando fece cenno a Churchill. Il sorriso si mutò in una smorfia di disprezzo allorché parlò degli affaristi e degli speculatori.
    "La socializzazione mondiale, e cioè: frontiere esclusivamente a carattere storico; abolizione di ogni dogana; libero commercio fra paese e paese, regolato da una convenzione mondiale; moneta unica e, conseguentemente, l'oro di tutto il mondo di proprietà comune e così tutte le materie prime, suddivise secondo i bisogni dei diversi paesi; abolizione reale e radicale di ogni armamento".
    "Colonie: quelle evolute erette a Stati indipendenti; le altre, suddivise fra quei paesi più adatti per densità di popolazione, o per altre ragioni, a colonizzare ed a civilizzare; libertà di pensiero e di parola e di scritto regolate da limiti: la morale, per prima cosa, ha i suoi diritti".
    Mussolini disse precisamente: "Libertà di pensiero, di parola e di stampa? Sì, purché regolata e moderata da limiti giusti, chiaramente stabiliti. Senza di che, si avrebbe anarchia e licenza. E ricordatevi, sopra tutto la morale deve avere i suoi diritti".
    "Ogni religione liberissima di propagandarsi: siamo stati i primi, i soli, a ridare lustro e decoro e libertà e autorità alla Chiesa cattolica. Assistiamo a questo straordinario spettacolo: la stessa Chiesa alleata ai suoi più acerrimi nemici".
    Mussolini aveva dettato: "alla Chiesa". Poi aggiunse: "cattolica". Quindi spiegò: "La Chiesa cattolica non vuole, a Roma, un'altra forza. La Chiesa preferisce degli avversari deboli a degli amici forti. Avere da combattere un avversario, che in fondo non la possa spaventare e che le permetta di avere a disposizione degli argomenti coi quali ravvivare la fede, è indubbiamente un vantaggio". Strinse le mani assieme e proseguì: "Diplomazia abile, raffinata. Ma, a volte, è un gran danno fare i superfurbi. Con la caduta del fascismo, la Chiesa cattolica si ritroverebbe di fronte a nemici d'ogni genere: vecchi e nuovi nemici. E avrebbe cooperato ad abbattere un suo vero, sincero difensore".
    "Nel sud, nelle zone così dette liberate, l'anticlericalismo ha ripreso in pieno il suo turpe lavoro. L'Asino è, in confronto a pubblicazioni di questi ultimi tempi, un bollettino parrocchiale".
    "Anche in questo campo, gli stessi uomini che oggi non vogliono vedere, saranno unanimi a deprecare la loro pazzia o la loro malafede. Se la vittoria avesse arriso a noi, questo programma avrei offerto al mondo e ancora una volta, sarebbe stata Roma a dare la luce all'Umanità".
    A questo punto Mussolini tacque. Si alzò e si avvicinò alla finestra. Avevo cercato di fissare gli appunti nel modo il più esatto possibile, tenendo dietro a mala pena alle sue parole, specie quando la foga del discorso gli faceva affrettare la velocità dell'espressione. Le cartelle erano oramai più di trenta. Finalmente Mussolini si distaccò dalla finestra. Si rivolse di nuovo a me e riprese: "Mi dissero che non avrei dovuto accettare, dopo l'armistizio di Badoglio e la mia liberazione, il posto di Capo dello Stato e del governo della Repubblica Sociale. Avrei dovuto ritirarmi in Svizzera, o in uno Stato del sud America. Avevo avuto la lezione del 25 luglio. Non bastava, forse? Era libidine di potere, la mia? Ora chiedo: avrei dovuto davvero estraniarmi?".
    Nell'esemplare del dattiloscritto dell'intervista che gli presentai all'indomani, Mussolini sottolineò energicamente le frasi interrogative.
    "Ero fisicamente ammalato. Potevo chiedere, per lo meno, un periodo di riposo. Avrei visto lo svolgersi degli avvenimenti. Ma cosa sarebbe successo?".
    "I tedeschi erano nostri alleati. L'alleanza era stata firmata e mille volte si era giurata reciproca fedeltà, nella buona e nella cattiva a sorte. I tedeschi, qualunque errore possano aver commesso erano, l'otto settembre, in pieno diritto di sentirsi e calcolarsi traditi".
    "I "traditori" del 1914 erano gli stessi del 1943. Avevano il diritto di comportarsi da padroni assoluti. Avrebbero senz'altro nominato un loro governo militare di occupazione. Cosa sarebbe successo? Terra bruciata. Carestia, deportazioni in massa, sequestri, moneta di occupazione, lavori obbligatori. La nostra industria, i nostri valori artistici, industriali, privati, tutto sarebbe stato bottino di guerra".
    "Ho riflettuto molto. Ho deciso ubbidendo all'amore che io ho per questa divina adorabile terra. Ho avuta precisissima la convinzione di firmare la mia sentenza di morte. Non avevo importanza più. Dovevo salvare il più possibile vite ed averi, dovevo cercare ancora una volta di fare del bene al Popolo d'Italia E la moneta di occupazione, i marchi di guerra, che già erano stati messi in circolazione, sono stati per mia volontà ritirati. Ho gridato. Oggi saremmo con miliardi di carta buona per bruciare".
    "Invece nel Sud, i governanti legali, hanno accettato le monete di occupazione. La nostra lira nel regno del Sud non ha praticamente più valore. La più tremenda delle inflazioni delizia quelle regioni così dette liberate. Quando arrivammo nel Nord, in questo Nord che la Repubblica Sociale ha governato malgrado bombardamenti, interruzioni di strade, azioni di partigiani e di ribelli, malgrado la mancanza di generi alimentari e di combustibili, in questo Nord dove il pane costa ancora quanto costava diciotto mesi fa e dove si mangia alle Mense del Popolo anche a otto lire, quando arriveranno a liberare il Nord, porteranno, con altri mali, la inflazione. Il pane salirà a 100 lire il chilo e tutto sarà in proporzione...". Credo di aver qui reso abbastanza bene il pensiero di Mussolini perché all'indomani, rileggendo queste cartelle egli approvava con frequenti cenni del capo.
    "Mi sono imposto e ho avuto uomini che mi hanno ubbidito. Non si è stampato che il minimo occorrente, di moneta. Ho però autorizzato le banche ad emettere degli assegni circolari, questi tanto criticati assegni. Non sono tesaurizzabili: ecco la loro importanza. La lira-moneta automaticamente viene richiesta, acquista credito, le rendite e i consolidati sono a 120, e dobbiamo frenare un ulteriore aumento. Tutto questo, ho fatto". "Ho impedito che i macchinari venissero trasportati in Baviera. Ho cercato di far tornare migliaia di soldati deportati, di lavoratori rastrellati. Anche su questo punto, occorre parlar chiaro: ho dei dati inoppugnabili".
    "Oltre trecentosessantamila lavoratori hanno chiesto volontariamente di andar a lavorare in Germania, e hanno mandato, in quattro anni, alcuni miliardi alle famiglie. Altri trecentoventimila operai sono stati arruolati dalla Todt. ( Dalla Germania sono tornati oltre quattrocentomila soldati ed ufficiali prigionieri, o perché hanno optato per noi, o per mio personale interessamento secondo i casi più dolorosi".
    "Ho impedito molte fucilazioni anche quando erano giuste. Ho cercato, con tre decreti di amnistia e di perdono di procrastinare il più possibile le azioni repressive che i Comandi germanici esigevano per avere le spalle dei combattenti protette e sicure. Ho distribuito a povera gente, senza informarmi delle idee dei singoli, molti milioni. Ho cercato di salvare il salvabile. Fino ad oggi l'ordine è stato mantenuto: ordine nel lavoro, ordine nei trasporti, nelle città".
    "I ribelli ci sono. Sono molti; ma, salvo qualche aliquota di illusi, la grande massa è composta di renitenti, di disertori, di evasi dalle galere e dai penitenziari. Gli alleati sanno perfettamente questo, ma sanno anche che queste formazioni sono utilissime per i loro sforzi di guerra. Poi, a liberazione avvenuta, succederà come in Grecia. Sul vostro giornale avete messa in giusta evidenza la disperata trasmissione dei partigiani greci in lotta contro i liberatori inglesi".
    Era stata captata una radiotrasmissione clandestina di partigiani greci in lotta contro i britannici. Detti risalto alla notizia, e feci distribuire alcune migliaia di copie del giornale nelle zone partigiane. "Dovevo, di fronte ad una situazione che vedevo tragicamente precisa, disertare il mio posto di responsabilità? Leggete: sono i giornali del Sud. Mussolini prigioniero dei tedeschi. Mussolini impazzito. Mussolini ammalato. Mussolini con la sua favorita. Mussolini con la paralisi progressiva. Mussolini fuggito in Brasile". Mussolini mi mostrava i ritagli. Ne leggeva i titoli ad alta voce. Ogni volta, dopo aver scandito le sillabe di ogni titolo, sollevava gli occhi per vedere la mia reazione. Poi strinse il pugno e lo batté con energia sul tavolo.
    "Invece sono qui, al mio posto di lavoro, dove mi troveranno i vincitori. Lavorerò anche in Valtellina. Cercherò che il mondo sappia la verità assoluta e non smentibile di come si sono svolti gli avvenimenti di questi cinque anni. La verità è una".
    "Ma c'è ancora una speranza? Ci sono le armi segrete?".
    "Ci sono. Se non fosse avvenuto l'attentato contro Hitler nell'estate scorsa, si avrebbe avuto il tempo necessario per la messa in azione di queste armi. Il tradimento anche in Germania ha provocato la rovina, non di un partito, ma della patria".
    Più esattamente Mussolini disse: "Ci sono: sarebbe ridicolo e imperdonabile bluffare".
    E quando pronunciò la parola "tradimento" esclamai: "Ma noi vi siamo stati e vi saremo sempre fedeli". Egli, allora, mi pose la mano sul braccio e mi disse con accento triste: "Quanti giuramenti! Quante parole di fedeltà e di dedizione! Oggi solo vedo chi era veramente fedele, chi era veramente fascista! Siete voialtri, sempre gli stessi fedeli delle ore belle e delle ore gravi. Facile era osannare nel 1938! Ho una tale documentazione di persone che non sapevano più che fare per piacermi! E al primo apparire della tempesta, prima si sono ritirati prudentemente per osservare lo svolgersi degli avvenimenti. Poi si sono messi dalla parte avversaria. Che tristezza. Ma che conforto, finalmente, poter vedere che vi sono i puri, i veri, i sinceri. Tradire l'idea... tradire me... ma tradire la Patria".
    Quindi, proseguendo a parlare delle armi segrete tedesche, dichiarò: "Le famose bombe distruttrici sono per essere approntate. Ho, ancora pochi giorni fa, avuto notizie precisissime. Forse Hitler non vuole vibrare il colpo che nella assoluta certezza che sia decisivo".
    "Pare che siano tre, queste bombe e di efficacia sbalorditiva. La costruzione di ognuna è tremendamente complicata e lunga. Anche il tradimento della Romania ha influito, in quanto la mancanza della benzina è stata la più terribile delle cause della perdita della supremazia aerea. Venti, trentamila apparecchi fermi o distrutti al suolo. Mancanza di carburante. La più tremenda delle tragedie".
    "Duce, pensate che inglesi e americani possano vedere i russi arrivare nel cuore dell'Europa? Non sarà possibile una presa di posizione...?".
    "I carri armati che penetrano nella Prussia Orientale sono di marca americana".
    A questo punto Mussolini volle precisare che non riteneva, oramai, più possibile sperare in un capovolgimento del fronte. Disse anche: "Forse Hitler si illude". Poi aggiunse: "Eppure, si sarebbe ancora in tempo, se ...". Alzò le sopracciglia, fece un ampio gesto con le mani, come per farmi capire: "Tutto è possibile". Quindi riprese: "Il compito degli alleati è di distruggere l'Asse. Poi...".
    "Poi?". "Ve l'ho detto. Scoppierà una terza guerra mondiale. Democrazie capitalistiche contro bolscevismo capitalistico. Solo la nostra vittoria avrebbe dato al mondo la pace con la giustizia. Mi , hanno tanto rinfacciata la forma tirannica di disciplina che imponevo agli italiani. Come la rimpiangeranno. E dovrà tornare se gli italiani vorranno essere ancora un Popolo e non un agglomerato di schiavi" .
    "E gli italiani la vorranno. La esigeranno. Cacceranno a furor di popolo i falsi pastori, i piccoli malvagi uomini asserviti agli interessi dello straniero. Porteranno fiori alle tombe dei martiri, alle tombe dei caduti per un'idea che sarà la luce e la speranza del mondo. Diranno, allora, senza piaggeria, e senza falsità: Mussolini aveva ragione".
    Mussolini a questo punto prese le cartelle dove avevo messo gli appunti.
    "Non farete un articolo. Riprendete da questi appunti quello che vi ho detto. Dopodomani mattina mi porterete il dattiloscritto. Se ne avrò tempo riprenderemo fra qualche giorno questo lavoro".
    Dissi al Duce che in anticamera era il mio redattore capo, già direttore di un settimanale di Brescia. Mussolini lo fece chiamare. Rimanemmo ancora dieci minuti in udienza.

    Ho terminato stanotte, 21-22 aprile queste note, che porterò domani al Duce. Per mancanza di carta, ho dovuto scrivere le ultime quattro cartelle al rovescio delle prime quattro.
    Spero di aver interpretato il pensiero del Duce. Viva Mussolini! Viva la Repubblica Sociale! Viva il Fascismo!
    Terminata la dettatura entrò il redattore capo sottotenente Lucarini. Mussolini si intrattenne con noi ridendo e scherzando per circa un quarto d'ora. Quando uscimmo nell'anticamera, fummo circondati da gerarchi e camerati. Vittorio Mussolini volle vedere la fotografia. Mezzasoma disse: "E' ben raro che egli scriva delle dediche così".
    Dopo di che mi accinsi al lavoro. Lavorai tutta la notte al giornale. Quel numero del 21 aprile, però, non uscì più. La notte seguente misi in ordine gli appunti. Lavorai come potei. Tre allarmi aerei; tre volte la luce si spense. La mattina del 22, alle 11, tornai in Prefettura. Mussolini era fuori.
    Fece ritorno alle 12,40. Attraversò l'anticamera con passo rapido. Rispose con aria stanca ai nostri saluti. Quando fu sulla soglia della sua stanza da lavoro, si voltò e mi fece cenno di attendere.
    Barracu, dopo una decina di minuti, mi introdusse da lui. Stava mangiando. Avevano portato un "cabaret" con una zuppiera. Sorbì alcune cucchiaiate di minestra. Mangiò un po' di verdura, un pezzettino di lesso, due patate e una carota bollita. Poi una mela. Bevve due dita di acqua minerale. Quindi si volse verso di me, e mi disse: "Fatemi vedere il vostro lavoro". Scostò delle carte. Lesse con attenzione, lentamente. Il suo volto aveva visibili tracce di stanchezza. Alla distanza di sole quarantott'ore, sembrava molto invecchiato. Corresse e tracciò molti segni, come risulta dal dattiloscritto. Alla fine mi disse: "Va bene. Ci rivedremo forse in questi giorni. Qualunque cosa accada, non fate vedere ad alcuno questo scritto. Se dovesse accadere il crollo, per tre anni tenetelo nascosto. Poi fate voi, secondo le vicende e secondo il vostro criterio. Ora andate".
    Salutai senza poter dire una parola. Mi sorrise e fece un gesto di arrivederci. Uscii dalla Prefettura con l'animo in tumulto. Non dovevo più rivederlo.




    Milano, 22 aprile 1945

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    UMBERTO II DI SAVOIA (1904-1983)

    di: Giovanni Dall'Orto
    Umberto II di Savoia - Medaglia commemorativa
    Con il titolo: Polemica in Francia sul Mussolini di Pierre Milza, l'agenzia di stampa Ansa ha dato notizia d'un nuovo libro sul periodo fascista in Italia. Quando a scrivere è uno storico straniero sono lecite libertà non concesse a un "indigeno", ed ecco che (cito dal comunicato dell'Ansa): "Nel libro, Milza descrive cosa aveva in tasca il "Duce" quando il suo cadavere fu esposto a piazzale Loreto: 'Oltre a documenti attestanti l'omosessualità del principe Umberto, il dittatore aveva con sé parte della corrispondenza con Churchill, fra cui due lettere particolarmente compromettenti per l'uomo di stato britannico".
    Dunque gli storici cominciano infine a parlare dell'omosessualità di colui che fu l'ultimo re d'Italia: un tema finora confinato nel campo del pettegolezzo o in quello della lotta politica, come ci ha ricordato lo scorso settembre [1999, NdR] un documentario trasmesso da Rai Uno. Era una biografia del regista Luchino Visconti, del regista Carlo Lizzani, nel quale Lizzani stesso ha raccontato di avere assistito nel 1946 assieme a Visconti a un comizio repubblicano, dove il socialista Pietro Nenni arringò la folla urlando: "Volete forse voi un re pederasta?". E la folla urlò in delirio: "Nooo!". Come si vede, Milza non ha detto nulla che non fosse già noto (anche le "misteriose" lettere di Churchill sono note da decenni), ma almeno ha segnato il salto dal pettegolezzo di piazza allo studio di storia serio. A chi obbietta che di certe cose intime lo storico non dovrebbe occuparsi è facile ribattere che in questo caso l'omosessualità del principe ereditario ebbe un'importanza enorme, perché fu il "tallone d'Achille" che fece di lui quel personaggio indeciso ed esitante noto alla storia... con tutte le conseguenze e i disastri che ciò causò all'Italia. Mussolini infatti iniziò già alla fine degli anni Venti a raccogliere sul principe ereditario un dossier da usare per ricattarlo. Con questo "dossier", dal quale provenivano le lettere che aveva in tasca al momento della cattura, il "duce" riuscì a tenere in pugno Umberto, arrivando a specificare con una "velina" ai giornali che egli non doveva essere definito "Principe ereditario" ma solo "Principe di Piemonte". A Umberto fece così capire che se non avesse rigato diritto lo avrebbe sostituto, al momento della morte del padre, con un altro Savoia o perfino col genero Gian Galeazzo Ciano. E se avesse protestato, ci sarebbe stato il "dossier" per screditarlo come "principe pederasta". Ma vediamo in dettaglio chi fu Umberto II e cosa sappiamo della sua "diversità". Umberto II di Savoia (1904-1983), ultimo re d'Italia, era figlio di Vittorio Emanuele III di Savoia. Nacque a Torino ed ebbe un'educazione militare; si laureò in giurisprudenza. Percorse i vari gradi della carriera militare, raggiungendo nel 1936 il grado di generale, e nel 1940 fu al comando formale delle armate italiane che aggredirono la Francia. Quando però i Savoia permisero la caduta di Mussolini e si schierarono con gli Alleati (1943), questi ultimi posero il veto sulla loro pretesa di mettere Umberto alla guida del corpo italiano di liberazione. Nel frattempo Mussolini, liberato dalle truppe naziste, aveva proclamato la Repubblica di Salò (con se stesso come presidente) nella parte settentrionale d'Italia, ancora sotto il controllo delle truppe nazifasciste. I Savoia furono attaccati dalla stampa fascista, ed iniziarono ad apparire le prime accuse d'omosessualità contro Umberto, soprannominato "Stellassa" [1]. Il famoso dossier ricattatorio si era infine rivelato utile. Nel 1944, dopo la liberazione di Roma, Umberto sostituì il padre, con il ruolo di luogotenente: tale mossa cercava di salvare la monarchia, compromessa da vent'anni di complicità col fascismo. Nel 1946, quando gli italiani furono chiamati al referendum per decidere fra monarchia e repubblica, Vittorio Emanuele III abdicò nel maggio e Umberto divenne re col nome di Umberto II, ma già il 2 giugno 1946 il risultato del referendum lo privò del trono. Umberto partì dall'Italia il 13 giugno, senza avere abdicato, sperando in una rivincita: per questa ragione una disposizione "transitoria" della Costituzione della Repubblica italiana proibì ai maschi primogeniti della ex-casa regnante di tornare in Italia. Umberto visse così il resto della vita in esilio a Cascais (Portogallo), e a Ginevra, dove morì. È sepolto nelle tombe dei Savoia di Hautecombe in Savoia (Francia). Sin dal 1946 si era separato apertamente dalla moglie Maria José: i re, si sa, non divorziano. Umberto II s'è trovato, per la mediocrità della dinastia a cui appartenne, nella rara posizione d'essere odiato contemporaneamente dalla destra (che accusò i Savoia di tradimento) e dalla sinistra (che rimproverò loro la lunga e colpevole complicità col nazifascismo). Per questo non ha goduto dell'omertà che solitamente il potere garantisce: l'accusa di omosessualità fu persino sfruttata, come abbiamo visto, nei comizi antimonarchici precedenti il referendum del 1946 [2]. Caduti in disgrazia i Savoia, nessuno (a parte i monarchici, sempre di meno) si preoccupò del fatto che nel dopoguerra l'ex partigiano Enrico Montanari pubblicasse un libro di memorie in cui raccontava come nel 1927, quando era giovane tenente a Torino, fosse stato insistentemente corteggiato dal principe Umberto, che gli aveva perfino donato un accendisigari d'argento con incisa la scritta: "Dimmi di sì!" [3]. Né suscitò scandalo il fatto che le biografie del regista (e duca) Luchino Visconti accennassero, in modo più meno esplicito, alla relazione che costui ebbe da giovane con il principe Umberto, all'epoca considerato uno dei più avvenenti scapoli delle case regnanti d'Europa [4]. Umberto aveva sì sposato nel 1930 Maria José del Belgio, da cui ebbe quattro figli (fra i quali Vittorio Emanuele, attuale pretendente al trono italiano). Tuttavia il fatto che i figli fossero arrivati solo dopo quattro anni scatenò una ridda di pettegolezzi, che sostennero che essi fossero stati concepiti solo grazie all'inseminazione artificiale [5]; altri invece sostennero che fossero figli di vari padri, tra cui il gerarca fascista Italo Balbo [6]. Persino il già citato conte Ciano, genero di Mussolini, scrisse nel suo diario, alla notizia di un nuovo concepimento di Maria José: "Mi ha lasciato intendere che il figlio che nascerà è di <Umberto>, senza intromissione di medici e di siringhe" [7].
    Ciò non implica affatto, ovviamente, che i pettegolezzi dicessero la verità (anche se Bartoli, riferendo la frase di Ciano, commenta: "Si vede che le dicerie avevano un fondamento di verità"), ma mostra per lo meno il tipo di fama che accompagnò per tutta la vita Umberto (al pari del cognato Filippo d'Assia, marito di sua sorella Mafalda di Savoia). Del resto Umberto non fece nulla per evitare di meritarsi tale fama: basterà dire che la prima notte di nozze, e l'intera "luna di miele", a Courmayeur, furono da lui trascorsi non con la moglie, ma con gli "amici" ufficiali torinesi, che si fregiavano di un gioiello a forma di "U" in brillanti, donato loro dal principe [8]. Non solo: anche successivamente, quando andava a parlare con la moglie, si faceva sempre annunciare e... accompagnare [9]. Fu perciò facile alla polizia segreta fascista raccogliere informazioni sulla "pederastia" dell'erede al trono, come sempre Italo Balbo rivelò una volta al re, per contrastare le voci di una sua relazione con Maria José messe in giro dai suoi nemici [10]. Inoltre Umberto e Maria José condussero vite praticamente separate (se non per il minimo necessario a salvare le apparenze): appartamenti separati, letti separati, frequentazioni separate [11]. In questa situazione scatenò pettegolezzi persino il fatto che Umberto avesse disegnato personalmente l'abito da sposa di sua moglie, o curato gli addobbi per il battesimo della prima figlia! Eppure Umberto II fu, contrariamente alla tradizione dei Savoia, molto cattolico: le sue trasgressioni sessuali furono perciò vissute, secondo i suoi biografi, come "raptus erotici" che scatenavano poi sensi di colpa: "Il principe era profondamente credente e praticante, al limite della bigotteria. Tanto più per lui il richiamo dei sensi aveva un'origine diabolica, senza però sapervi resistere. Sicché le conseguenze del peccato assumevano un peso devastante. Di qual genere fosse quel peccato, si poteva soltanto sussurrare" [12].
    Umberto scelse di preferenza i suoi partner fra i militari, privilegiando gli ufficiali (qual era anche Visconti al momento della loro liason): persino in esilio a Cascais (dove, per dirla eufemisticamente con Bartoli [13], "non gli si conoscevano distrazioni femminili"), sceglieva i suoi amici fra gli ufficiali della guarnigione, "specie fra i giovani" [14]. E prima del matrimonio, a Torino era divenuta celebre la sua abitudine di donare un fiordaliso (il fiore di Casa Savoia) ornato di pietre preziose ai giovani ufficiali/amanti del suo seguito, che lo ostentavano in pubblico. "Curiosamente, questo episodio contribuì alla popolarità del Delfino, anziché nuocergli" [15].
    A titolo di cronaca va riferito infine che tra gli amanti che gli attribuirono le voci dell'epoca ci sono anche il bellissimo attore francese Jean Marais (poi compagno del poeta e regista Jean Cocteau), e il pugile Primo Carnera, campione del mondo nel 1933 [16]. Ai curiosi che chiedevano perché Umberto lo avesse voluto conoscere e ricevere in privato, quest'ultimo confessò soltanto che: "il principe lo aveva ricevuto in costume da bagno e lo aveva pregato di fare con lui una nuotata in piscina. Poi avevano trascorso insieme, da soli, il pomeriggio" [17].
    Evidentemente il costume da bagno si addice alla regalità. Specie quando si ha un ospite dal fisico splendido... L'autore ringrazia fin d'ora chi vorrà aiutarlo a trovare immagini e ulteriori dati su persone, luoghi e fatti descritti in questa scheda biografica, e chi gli segnalerà eventuali errori contenuti in questa pagina.


    Note [1] Silvio Bertoldi, L'ultimo re. L'ultima regina, Rizzoli, Milano 1992, pp. 57-58. [2] Domenico Bartoli, La fine della monarchia, Mondadori, Milano 1946, p. 303. [3] Enrico Montanari, La lotta di liberazione, citato in: Silvio Rossi, Il vizio segreto di Umberto di Savoia, "Extra", I 1971 n. 4 (25 marzo), pp. 1-4. [4] Vedi per un esempio: Gaia Servadio, Luchino Visconti, Milano 1980, p. 99. [5]Arrigo Petacco, Regina. La vita e i segreti di Maria José, Mondadori, Milano 1997, pp. 89-90. [6] Ibidem, pp. 90-91 e 97-100. [7] Ibidem, p. 89; Domenico Bartoli, Op. cit., p. 309. [8] Arrigo Petacco, Op. cit., p. 84. [9]Ibidem, p. 86. [10] Domenico Bartoli, Op. cit., p. 303; Silvio Bertoldi, Op. cit., pp. 57-58, 67. [11] Domenico Bartoli, Op. cit., p. 272; Silvio Bertoldi, Op. cit., pp. 65-66. [12] Silvio Bertoldi, Op. cit., p. 57. [13 Domenico Bartoli, Op. cit., p. 247. [14 Silvio Bertoldi, Op. cit., p. 246. [15]Ibidem, p. 56. [16]Ibidem, p. 189; Arrigo Petacco, Op. cit., p. 95. [17] Arrigo Petacco, Ivi.

    Apparso originariamente in "Pride & Guide" n. 5, novembre 1999, pp. 22-23, e in parte in traduzione inglese sul Who's who in gay and lesbian history (a cura di Robert Aldrich e Garry Wotherspoon), vol. 2, ad vocem. Ringrazio Giovanbattista Brambilla per l'indispensabile assistenza prestatami.

    --- --- ---

    ...e con questo?

  4. #4
    VIENI AVANTI FASSINO!
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    EHI PORCOFROCIO MA DOVEVI INFILARE 2 KM DI POST DIETRO UN THREAD SERIO?
    PERKE' NON TE LO SEI INFILATO DIETRO DI TE

  5. #5
    VIENI AVANTI FASSINO!
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    Originally posted by cciappas
    hai dimenticato di dire che ha iniziato la televisione del tuo padrone a lanciare spot pubblicitari per checche...... oltre a portarne qualcuna come personaggi raccomandabili di fiction e simili.....
    E KE CENTRA,NOI PRODUCIAMO E PUBBLICIZZIAMO I PRODOTTI PER VOI,VI DOBBIAMO TENERE COL CULO A SECCO?
    PENSACI,TANTI GIOCHETTI RISCHI DI SCORDARTELI

  6. #6
    Maiale Affrancato
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    Eia eia alalà!

  7. #7
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    io non compro prodotti pubblicizzati dal cavaliere......
    e comunque che colpa hanno quelli che lo hanno imitato..... se fa la grana lui con le checche possono farla anche gli altri......
    salvo che non sia lui che le abbia inventate e brevettate per offrire più sollazzo ai suoi giullari
    su questo forum è meglio non rispondere ai fessi!
    PURTROPPO GLI ITALIANI SI BEVONO QUALSIASI MINCHIATA, DA SEMPRE (CETTO LA QUALUNQUE)

  8. #8
    VIENI AVANTI FASSINO!
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    OGNUNO HA IL SUO GRIDO DI BATTAGLIA,TU SALUTI IL DUCE QUANDO TI INCHIAPPETTANO,CCIAPPAS URLA AVANTI POPOLO.

  9. #9
    Maiale Affrancato
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    "Ammazza quanto so' simpatico! Che ce posso fa'!?"

  10. #10
    Super Troll
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    sinora gridare avanti popolo ha portato fortuna al popolo.....
    geridare forza azzurri non pare. visto che abbiamo perso anche con la croazia.....
    su questo forum è meglio non rispondere ai fessi!
    PURTROPPO GLI ITALIANI SI BEVONO QUALSIASI MINCHIATA, DA SEMPRE (CETTO LA QUALUNQUE)

 

 
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