Tra noi camerati ...
Tra noi camerati c’è un difetto molto diffuso: una forte considerazione di sé che, in alcuni casi, porta a quel fenomeno che definiamo, in senso dispregiativo, “ducismo”.
Nella vita ordinaria l’autoconsiderazione, se non suffragata dai fatti, lascia il tempo che trova, esponendo, tra l’altro, chi ne fa uso a giudizi negativi nella misura in cui si verifica una forte discrepanza tra l’asserzione e l’attuazione. Anche nella vita politica dovrebbe essere la stessa cosa. Invece assistiamo a posizioni troppo sbilanciate, nel senso che alcuni attraverso l’autoconsiderazione di sé non creano qualcosa di positivo bensì vanno ad accrescere il grado di negatività, di confusione e di sbando nelle file della militanza.
Guardarsi allo specchio al mattino mentre ci si fa la barba e considerarsi “qualcuno” non è un male in sé, se la cosa finisce lì. Uscire, invece, da casa e continuare in quell’atteggiamento nei rapporti con gli altri camerati è un errore. La posizione esatta non è né l’autoconsiderazione né l’autocommiserazione. La posizione esatta per farsi conoscere dagli altri, per farsi valutare dagli altri è assumere un impegno, un compito, un lavoro e cercare di svolgerlo nel migliore dei modi.
Chi avrà raggiunto, nell’espletamento delle proprie funzioni, la maggiore realizzazione, quello potrà essere considerato capace, positivo, volitivo e dovrebbe poter accedere ad incarichi sempre più qualificati.. Chi non avrà raggiunto l’obiettivo prefissatosi dovrà autoridimensionarsi.
Ora, nel nostro mondo politico o nella nostra Area, come da un po’ di tempo a questa parte si definisce il popolo dei camerati, ci sono varie persone che attraverso l’autoconsiderazione di sé, si sono assunte il gravoso onere, più o meno motivato, di frantumare il nostro ambiente politico. Il proverbio dice che sfasciare è facile, ma ricostruire è difficile. Infatti, ogni atto di rottura porta con sé anche fenomeni negativi quali, ad esempio, la sfiducia e l’allontanamento dalla lotta politica di quelle persone che, per loro natura, non amano la confusione, la “bagarre” ma sanno dare il meglio di sé in un sereno, ordinato ed armonico procedimento delle attività di uno strumento politico.
Chi pensa di imporsi caporalescamente sugli altri, chi costruisce barriere, steccati, campi minati fatti di ingiurie, di condanne, di accuse non motivate e prive di quei riscontri oggettivi che solamente possono portare alla verità, fa opera, a volte anche inconsapevolmente, di discordia, di rottura, di distruzione aggiungendo danno al danno già esistente.
Fino alla conquista del potere Mussolini non era il Duce. Lo è diventato dopo più per riconoscimento da parte degli altri, dei seguaci che per volontà sua. Allora tutti coloro che si autoconsiderano dei capi, sia pure in erba, dimostrino con i fatti ed entro un congruo numero di anni (non possiamo aspettare una vita!) di sapere realizzare qualcosa. Altrimenti si facciano da parte, si autoridimensionino, aprano agli altri evitando di fare terra bruciata intorno a sé.
Noi non abbiamo bisogno di discorsi, di declamazioni. Abbiamo bisogno di uomini laboriosi che in silenzio e senza le luci della ribalta operino nella realtà, testimoniando in tal modo il loro modo di essere. Abbiamo bisogno dello ”homo faber” poiché di chiacchiere, in cinquantasette anni, se ne sono fatte troppe. E i risultati si vedono!
Saluti a tutti ave Wotan
http://groups.msn.com/ardiscononordiscoilfascismo




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