Risultati da 1 a 6 di 6

Discussione: Stella cadente

  1. #1
    stanziale
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    Talking Stella cadente

    Ho letto l'articolo di GianAntonio Stella sul Corsera del 27 Agosto.
    Veramente grandiosa l'opera di ricerca storica dell'ottimo editorialista
    tesa ansiosamente a dimostrare la medesima incivilta' della vecchia "razza Piave" con la moderna "razza Araba".
    Il dottor Stella e' andato a scovare i dormitori stalla in tempo di guerra
    e la stazione di Basilea in tempo di pace, lordati dalla "razza Piave" e dalla "razza italiana".
    Ma, nonostante queste ricerche, il bravo giornalista, non e' riuscito a scoprire un solo episodio
    di criminalita' o di illegalita' riconducibile in qualche modo alla stirpe di Gentilini.
    Cerchi ancora! Non si arrenda! Dottor Stella!

  2. #2
    Totila
    Ospite

    Predefinito Re: Stella cadente

    Originally posted by carbonass
    Ho letto l'articolo di GianAntonio Stella sul Corsera del 27 Agosto.
    Veramente grandiosa l'opera di ricerca storica dell'ottimo editorialista
    tesa ansiosamente a dimostrare la medesima incivilta' della vecchia "razza Piave" con la moderna "razza Araba".
    Il dottor Stella e' andato a scovare i dormitori stalla in tempo di guerra
    e la stazione di Basilea in tempo di pace, lordati dalla "razza Piave" e dalla "razza italiana".
    Ma, nonostante queste ricerche, il bravo giornalista, non e' riuscito a scoprire un solo episodio
    di criminalita' o di illegalita' riconducibile in qualche modo alla stirpe di Gentilini.
    Cerchi ancora! Non si arrenda! Dottor Stella!

    GianAntonio Stalla ha fatto flop...

  3. #3
    stanziale
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    Predefinito Stella mi ha risposto dal Corsera!

    Gentile signor carbonass
    mi dispiace ma temo che lei non abbia capito. Il tema del mio editoriale non
    era dimostrare che la <razza Piave> aveva "la medesima inciviltà" della
    moderna "razza Araba"> ma di fare riflettere sul fatto che la miseria è la
    stessa miseria, il degrado lo stesso degrado, l'emigrazione per fame la
    stessa emigrazione per fame. E nonostante lei maliziosamente finga di non
    aver capito, ho inserito un po' di esempi che coprono un arco che va
    dall'inizio del Novecento agli anni Settanta, e nessuno (nessuno: anche qui
    lei è inutilmente malizioso) in condizioni di emergenza quale una guerra.
    Detto questo, dal tono della sua lettera è chiaro che a lei non interessa
    sul serio una risposta alla sua sfida finale. Tuttavia, con la cortesia che
    contraddistingue la <razza Piave> alla quale mi onoro di appartenere come ad
    essa appartenne mio nonno emigrante (e purtroppo lui pure vittima del
    degrado ma non per questo meno amato) le rispondo lo stesso.
    Sì, le illegalità le abbiamo commesse anche noi. Certo, non siamo stati noi
    veneti a esportare la mafia o la criminalità organizzata.Ma sul resto, la
    miseria ci fece essere esattamente uguali agli altri. Era illegale
    nascondere in casa in Svizzera i figli e le mogli e i vecchi genitori che
    non avevano il permesso di soggiorno come hanno fatto migliaia di Veneti
    anche nel secondo dopoguerra e fino agli anni Ottanta. Era illegale passare
    il confine clandestinamente come facevano veneti su veneti ogni notte al
    passo del San Bernardo (legga la serie di stupendi reportage del 1947 del
    grande Egisto Corradi). Era illegale lavorare clandestinamente in Germania
    ai primi del Novecento, dove i nostri emigranti (nella stragrande
    maggioranza nordorientali: vedi il saggio di Bianchi Bruna, Lotto Andrea,
    "Lavoro ed emigrazione mibnorile dall'Unità alla Grande Guerra") erano per
    tre quarti clandestini. Era illegale vendere bambini forniti di documenti
    falsi ai girovaghi (i peggiori, per sua curiosità, erano i parmigiani e non
    i calabresi, come dimostra un bellissimo saggio di Marco Porcella) e ai
    vetrai francesi, che usavano i nostri piccoli di sette o otto anni(anche
    bellunesi, trevisani, rovigotti, friulani...) sbattendoli per due anni
    davanti ai forni finché morivano di tubercolosi. Era illegale la tratta
    delle bianche e i rapporti di Paolucci di Calboli e quelli delle questure ci
    dicono purtroppo che diverse venete sono finite perfino nei bordelli di
    Porto Said o di Algeri. Era illegale rubare le pepite d'oro nelle miniere di
    Kalgoorlie, in Australia, dove il massacro anti-italiano del 1934 (di cui
    lei forse non è mai stato informato) fu scatenato anche dall'accusa ai
    nostri (in larga parte <razza Piave>: legga i lavori dell'italo-australiano
    Gianfranco Cresciani o la testimonianza su internet del triestino Amedeo
    Sala)di essere dei ladri di oro.
    Potrei andare avanti per un pezzo, ma mi fermo. Tutto ciò per dirle, gentile
    amico, che quei nostri nonni vanno amati per come erano: generosi,
    straordinari, lavoratori instancabili, contadini impareggiabili ma anche
    poveracci soggetti alle tentazioni, agli errori e al degrado di tutti i
    poveracci. E come immagino le sembri insopportabile e volgare che gli
    australiani considerassero i nostri veneti laggiù <color oliva> o che gli
    americani registrassero per un certo periodo tutti gli italiani in blocco
    come <razza mediterranea> e non <razza bianca>, considerando <non
    palesemente negri> e comunque <di origine negroide> tutti i peninsulari
    <fino a Genova>, così spero lei possa riflettere sulla volgarità di certe
    battute ignobili sui leoni e le gazzelle.
    Gian Antonio Stella

  4. #4
    stanziale
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    Predefinito ecco l'articolo

    GLI ANTENATI DI SUPER G


    «Basta con l'invasione delle Pelli-oliva!». Se fosse emigrato lui, pochi decenni fa, in un paese di xenofobi parenti suoi qual era l'Australia, il sindaco trevisano Giancarlo Gentilini si sarebbe trovato davanti a titoli come questo, d'un giornale di Melbourne. Era il 1925 e quei sud-europei «troppo piccoli e troppo scuri di carnagione» che potevano «contaminare la purezza della razza bianca chiamata a governar l'Australia», come aveva gentilinamente spiegato il premier Alfred Deakin, erano di «razza Piave». Quella che lo «sceriffo» veneto teme che oggi sia «annacquata» dagli immigrati, «gente che a casa sua era inseguita dalle gazzelle e dai leoni». Di «razza Piave» erano allora gran parte dei tagliatori di canna da zucchero del Queensland, dei cercatori d'oro di Kalgoorlie (teatro nel 1934 di una orrenda caccia all'italiano con morti e devastazioni), dei vignaioli della Riverina. Brava gente, onesta, lavoratrice. Bollata dagli «sceriffi» australi con le stesse accuse: «si ammassano come animali», «sono un vivaio di malattie fisiche e sociali», «inquinano la razza».
    Sono anni che il sindaco del capoluogo veneto le spara grosse.
    Un giorno barrisce che i clandestini vanno deportati «con i vagoni piombati» (con un occhio benevolo solo per le prostitute «navi scuola della gioventù»), un altro sbuffa che lo scrittore Comisso «in fondo el gera reciòn», un altro ancora avverte gli ulivisti che saranno fatti fuori come i conigli con «un colpo secco alla nuca per non farli soffrire». E sono anni che, mentre le sinistre insorgono scandalizzate, le destre la buttano sullo scherzo: è fatto così, non va preso sul serio, fa solo delle battute...
    Stavolta, furente d’indignazione, gli si è levato contro anche il vescovo di Treviso, Paolo Magnani, che già l'altro ieri aveva portato la sua solidarietà ai marocchini senza casa accampati sul sagrato del Duomo: «Provocazione per provocazione, la "razza Piave" la annacqua Gentilini». Lui ha fatto spallucce. E dopo aver spiegato al vescovo come dovrebbe fare il vescovo («non vogliamo l’inquinamento da parte di altre religioni»), è tornato a cantare le lodi della sua «razza Piave, stirpe che è stata onesta, lavoratrice e rispettosa delle leggi». Di più: una gens che ha dimostrato in ogni dove la sua «superiorità».
    Cosa ne pensino Fini, Casini o Berlusconi, che qualche mese fa a «Porta a porta» sbuffò contro le accuse ai leghisti di xenofobia («Ma perché questa parola dovrebbe avere un significato così negativo?»), si vedrà. Certo è che, nel suo furioso ringhiare contro gli immigrati Gentilini ha toccato temi che i 5 milioni e mezzo di veneti e friulani (tra cui circa 600 mila trevisani) partiti da quelle terre un tempo poverissime per andare «a catàr fortuna» in Paesi ostili, hanno provato sulla loro pelle.
    «Super G», com’è affettuosamente chiamato dalla Padania , dice che «le donne e i bambini» extracomunitari «devono ritornare a casa» perché sono solo un peso? Leggete cosa scriveva 30 anni fa James Schwarzenbach, lo svizzero che scatenò una violenta campagna di odio contro di noi: «I vecchi, le mogli, i figli degli italiani sono braccia morte che pesano sulle nostre spalle. Che minacciano nello spettro d’una congiuntura lo stesso benessere dei nostri cittadini. Dobbiamo liberarci del fardello. Respingere dalla nostra comunità immigrati che abbiamo chiamato per i lavori più umili e che nel giro di pochi anni, dopo il primo smarrimento, si guardano attorno e migliorano la loro posizione sociale».
    Trentamila bambini nascosti, avevamo ancora negli anni Settanta in Svizzera: trentamila bambini siciliani e pugliesi e «razza Piave» che, come dimostrò un libro di Marina Frigerio e Simone Burgherr mai edito in Italia ma fatto conoscere sul Corriere da Maurizio Chierici, erano costretti dalle leggi svizzere (avverse ai ricongiungimenti) a vivere chiusi in casa come Anna Frank e frequentare scuole clandestine.
    «Super G» declama che, a differenza dei nostri immigrati di oggi, agli emigrati veneti e friulani «davano una baracca e di una baracca facevano una reggia»? Il regio ispettore Giacomo Pertile ha lasciato resoconti diversi. Spiegava d’aver visto alla vigilia della Grande Guerra in Germania, dove i nostri erano in quel momento quasi tutti «razza Piave», dormitori «che sembravano stalle dove dovevano abitare circa 50 operai. Non aria, non luce; il letto consisteva in un vecchio pagliericcio indecente. L'aria era umida, corrotta, fetente, irrespirabile; solo degli animali potevano vivere là dentro». Al Sempione, denunciava ancora, i nostri stavano in «due o tre per letto» ma «in quegli stessi letti, a una mezz’ora di intervallo, dormivano in egual numero e nello stesso modo altrettanti operai appartenenti alla squadra di minatori a cui i primi dormienti avevano dovuto succedere nella galleria!». In Belgio, scrive in Sopravvissuti per raccontare Abramo Seghetto, dormivano «come nei pollai» in «cantine» come a Flenu con «1.800 letti e due cessi».
    Quanto al degrado sanitario, alla stazione di Basilea gli italiani accusati di «pisciare dalla finestra» erano così malvisti che nei primi decenni del Novecento (e si trattava ancora nella stragrande maggioranza di lombardi, piemontesi, romagnoli, veneti, friulani) non avevano neppure accesso alla sala d’aspetto di terza classe. Ne costruirono due o tre in fila, solo per loro, sempre più lontane e immonde. Dove, spiega un rapporto di polizia pubblicato dallo storico Peter Manz, «carta, bucce d’arance, resti di cibo d’ogni genere, pelli di salumi etc... erano sparsi in gran quantità sulle panche, sui tavoli e sul pavimento. Le tazze dei gabinetti erano in parte stracolme di carta e di feci; sul pavimento si trovavano masse di feci poiché i servizi igienici non venivano più usati dalle persone che defecavano sul pavimento». Prenda nota, lo «sceriffo». Un conto è il sacrosanto dovere di mantener l’ordine e il decoro di una città, che tutti gli riconosciamo, un altro il razzismo. O anche i suoi e i nostri nonni erano «inseguiti da gazzelle e leoni»?

    di GIAN ANTONIO STELLA

  5. #5
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    Predefinito

    Bisognerebbe far notare al presunto giornalista Stella, in quale periodo i veneti hanno cominciato ad emigrare.

  6. #6
    stanziale
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    Predefinito rispondo a Stella

    Va bene.
    Mi arrendo. Ha vinto.
    Come posso divinizzare ancora i miei nonni "venditori di bambini"?
    E sono sicuro che nel Suo archivio trovera' anche un quartiere "Anelli",
    in Argentina, abitato da papponi e spacciatori veneti.
    Sono sicuro, che qualche mio antenato, in Svizzera, ha occupato una Chiesa
    o il Comune per avere una casa decente.
    Ma, dottor Stella, non mi posso suicidare.
    Sento che il "nostropiccolomondoantico" sta crollando e devo lottare
    e devo credere!
    Certo. Senza offendere nessuna altra "razza".
    In questo ha ragione.
    Ma noi siamo in piena decadenza e gli "altri" sono in piena "crescita"
    So che quel "strambo" di Gentilini, annusa la fine di un mondo,
    e si agita come un pazzo.

    Grazie. Un cordiale saluto. carbonass.




    Gentile signor carbonass
    mi dispiace ma temo che lei non abbia capito. Il tema del mio editoriale non
    era dimostrare che la <razza Piave> aveva "la medesima inciviltà" della
    moderna "razza Araba"> ma di fare riflettere sul fatto che la miseria è la
    stessa miseria, il degrado lo stesso degrado, l'emigrazione per fame la
    stessa emigrazione per fame. E nonostante lei maliziosamente finga di non
    aver capito, ho inserito un po' di esempi che coprono un arco che va
    dall'inizio del Novecento agli anni Settanta, e nessuno (nessuno: anche qui
    lei è inutilmente malizioso) in condizioni di emergenza quale una guerra.
    Detto questo, dal tono della sua lettera è chiaro che a lei non interessa
    sul serio una risposta alla sua sfida finale. Tuttavia, con la cortesia che
    contraddistingue la <razza Piave> alla quale mi onoro di appartenere come ad
    essa appartenne mio nonno emigrante (e purtroppo lui pure vittima del
    degrado ma non per questo meno amato) le rispondo lo stesso.
    Sì, le illegalità le abbiamo commesse anche noi. Certo, non siamo stati noi
    veneti a esportare la mafia o la criminalità organizzata.Ma sul resto, la
    miseria ci fece essere esattamente uguali agli altri. Era illegale
    nascondere in casa in Svizzera i figli e le mogli e i vecchi genitori che
    non avevano il permesso di soggiorno come hanno fatto migliaia di Veneti
    anche nel secondo dopoguerra e fino agli anni Ottanta. Era illegale passare
    il confine clandestinamente come facevano veneti su veneti ogni notte al
    passo del San Bernardo (legga la serie di stupendi reportage del 1947 del
    grande Egisto Corradi). Era illegale lavorare clandestinamente in Germania
    ai primi del Novecento, dove i nostri emigranti (nella stragrande
    maggioranza nordorientali: vedi il saggio di Bianchi Bruna, Lotto Andrea,
    "Lavoro ed emigrazione mibnorile dall'Unità alla Grande Guerra") erano per
    tre quarti clandestini. Era illegale vendere bambini forniti di documenti
    falsi ai girovaghi (i peggiori, per sua curiosità, erano i parmigiani e non
    i calabresi, come dimostra un bellissimo saggio di Marco Porcella) e ai
    vetrai francesi, che usavano i nostri piccoli di sette o otto anni(anche
    bellunesi, trevisani, rovigotti, friulani...) sbattendoli per due anni
    davanti ai forni finché morivano di tubercolosi. Era illegale la tratta
    delle bianche e i rapporti di Paolucci di Calboli e quelli delle questure ci
    dicono purtroppo che diverse venete sono finite perfino nei bordelli di
    Porto Said o di Algeri. Era illegale rubare le pepite d'oro nelle miniere di
    Kalgoorlie, in Australia, dove il massacro anti-italiano del 1934 (di cui
    lei forse non è mai stato informato) fu scatenato anche dall'accusa ai
    nostri (in larga parte <razza Piave>: legga i lavori dell'italo-australiano
    Gianfranco Cresciani o la testimonianza su internet del triestino Amedeo
    Sala)di essere dei ladri di oro.
    Potrei andare avanti per un pezzo, ma mi fermo. Tutto ciò per dirle, gentile
    amico, che quei nostri nonni vanno amati per come erano: generosi,
    straordinari, lavoratori instancabili, contadini impareggiabili ma anche
    poveracci soggetti alle tentazioni, agli errori e al degrado di tutti i
    poveracci. E come immagino le sembri insopportabile e volgare che gli
    australiani considerassero i nostri veneti laggiù <color oliva> o che gli
    americani registrassero per un certo periodo tutti gli italiani in blocco
    come <razza mediterranea> e non <razza bianca>, considerando <non
    palesemente negri> e comunque <di origine negroide> tutti i peninsulari
    <fino a Genova>, così spero lei possa riflettere sulla volgarità di certe
    battute ignobili sui leoni e le gazzelle.
    Gian Antonio Stella

 

 

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