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    Uno sceriffo di periferia
    Gentilini, sindaco famoso solo per il suo razzismo
    ERNESTO MILANESI
    TREVISO
    E' il sindaco sceriffo della Lega di Marca, cacciatore di «leprotti extracomunitari», alpino Doc tanto da rimetterci la patente di guida. Giancarlo Gentilini, classe 1929, sposato con Teresina, due figli, è nato a Vittorio Veneto ma con la fascia tricolore amministra il Comune di Treviso dal 1994. Incarna perfettamente lo spirito della città. Per 35 anni ha lavorato all'ufficio legale di CassaMarca, la banca di Treviso, fino a dirigerlo. Una scrivania preziosa per tessere e archiviare conoscenze, legami, informazioni. Sempre all'ombra di Dino De Poli, il democristiano (tanto da raggiungere il parlamento) che sa tenere insieme economia e consensi.

    Gentilini si affaccia alla politica sull'onda lunga del leghismo. Starà sempre dalla parte di Bossi quando qualcuno strappa la bandiera della Lega, ma ogni volta in versione trevigiana: strizzando l'occhio ad Haider, esaltando i «berretti verdi», spendendosi personalmente perfino nello scontro elettorale con Forza Italia. Conquista il municipio per la prima volta, vincendo la sfida con il Tognana zio dell'attuale vice-presidente di Confindustria. Si ripeterà con un vero e proprio plebiscito nei confronti di Luciani, l'architetto della Fondazione della famiglia Benetton. Slogan della campagna: «Un sindaco, non una poltrona». Mossa vincente: il mazzo di carte da tresette con la sua faccia. Non potrà ripresentarsi alla scadenza del mandato: tuttavia, da sindaco a maggio ha contribuito in modo decisivo alla conferma di Luca Zaia alla presidenza della Provincia. Eletto consigliere dalla «sua Treviso», ha offerto le dimissioni.

    Gentilini crede davvero in quello che dice, tanto da interpretare «istituzionalmente» quello che pensano i suoi elettori trevigiani. E si comporta di conseguenza, come quando fa eliminare le panchine per evitare che gli immigrati deturpino il civico decoro, stampa il teschio sull'asfalto delle strade pericolose, inneggia agli «alpini padani» ed esalta la razza Piave. E' il sindaco che chiude il teatro comunale perché «improduttivo» ma che non si perde una sagra.

    Paternalisticamente decisionista, spudoratamente di parte. Gentilini non è un provocatore, piuttosto ci tiene ad essere il generale dell'esercito leghista di Treviso. Gli immigrati? «Travestiamoli da leprotti, così i nostri cacciatori potranno esercitarsi...». La droga? «Se vedo uno spacciatore fuori dalla scuola, io lo ammzzo». La sicurezza? «Bastano i miei berretti verdi, che dipendano da me senza interferenze di prefetto o questore».
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Predefinito

    «Una Bossi-Fini anche per i rom»
    LAURA GENGA
    Il popolo del carroccio chiede al senatùr «un giro di vite» anche sui nomadi e avanza la bozza di una nuova proposta di legge per limitare la loro presenza sul territorio nazionale. I contenuti? Divieto di campeggio libero, sosta consentita solo nei campi attrezzati ai rom e responsabilità penale ai genitori che mandano i figli minorenni a rubare. Ad avanzare la proposta è stato Camillo Paludetto, consigliere leghista nel comune di Torre di Mosto (Venezia), ma l'idea è stata prontamente raccolta dalla Lega Nord del Veneto Orientale che ha deciso di presentarla al ministro delle riforme, Umberto Bossi, venerdì prossimo alla festa provinciale della Lega a Pramaggiore. A chiarire lo spirito dell'iniziativa, che potrebbe sembrare ispirata a garantire condizioni igienico-sanitarie dignitose ai nomadi e magari anche il diritto all'istruzione dei bambini, ci ha pensato lo stesso capogruppo leghista a Torre di Mosto. Secondo Paludetto infatti è necessario consentire la sosta dei nomadi solo in campi attrezzati dove, oltre ai servizi igienici, le forze dell'ordine hanno migliori possibilità di effettuare controlli.

    La nuova proposta è nata dall'ennesimo episodio che ha «esasperato» il popolo del carroccio, già convinto che i nomadi siano i maggiori responsabili della microcriminalità e dei furti. Martedì scorso, infatti, una carovana di circa cento rom si è insediata in un'area privata urbanizzata per insediamenti artigianali nel territorio di Torre di Mosto. Troppo per Paludetto, che ha immediatamente denunciato ai carabinieri quanto accaduto. Per i nomadi non c'è stata possibilità di appello e cinque giorni dopo hanno dovuto lasciare l'insediamento, naturalmente dopo essere statai identificati dai militari. Cinque giorni in cui, a detta di Paludetti, hanno devastato la zona picchettando nell'asfalto e lasciando escrementi sparsi tutt'intorno.

    http://www.ilmanifesto.it/oggi/art38.html
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

 

 

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