Dici Moretti e che immagine ti viene? Il barbuto col megafono o il barboso con la Vespa? I soliloqui di Aprile o i comizi di agosto? Il girotondista o il regista?

Tanti moderati vedono nel Moretti politico un epilogo naturale: lo disprezzavano prima e lo disprezzano adesso. Il profilo è stagliato da tempo, è come se scendesse in politica Gianfranco Funari: la faccia è quella, gli appelli pure, dovrebbero solo informarti che puoi anche votarlo. Quella di Moretti può sembrare una qualsiasi carriera politica di sinistra: prima extraparlamentare trotzkista, poi la retorica della generazione orfana delle ideologie, malata di verbosità e di inconcludenza, l'antimodernismo da telecamera a passo ridotto, le sedute di autocoscienza, lo schifo per la gente, l'abbigliamento da arresto, il coltello nel barattolo di Nutella, il coltello nella piaga della sinistra, un narciso che ha esibito ogni foruncolo esistenziale con l'aura spocchiosa del sedicente genio, un narciso che ha fatto il regista di se stesso in un film che impresonificava se stesso mentre era intento a girare un film su se stesso (Aprile) e già che c'era inquadrava pure se stesso intento a farsi una canna davanti a Emilio Fede (Aprile) e via così. Non lo perdonavano prima, non lo perdonano adesso.

Pochi moderati amanti del cinema, poi, sono andati a vedere La stanza del Figlio. E ne sono usciti con un dolore quasi fisico. Dopo vent'anni di film orrendi, stai a vedere che i film questo qui li sapeva pure fare. Li sapeva fare, questo imbroglione. E non perdonano due volte.


Filippo Facci in "Appunto" sul Giornale di venerdì 9 agosto 2002