Ecco il futuro che ci preparano i 'giusti', per usare un termine veterotestamentario....
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La Banca Mondiale: "L'attuale sviluppo economico è insostenibile"
Nel Rapporto il futuro dell'umanità in megalopoli malsane
2030, odissea
sulla Terra
"Vivremo in città sporche, povere e senz'acqua"
di MAURIZIO RICCI
UN MONDO di sterminate bidonvilles, sporche, malsane, oscurate dall'inquinamento, irrespirabili, dove si affollerà due terzi dell'umanità: sei miliardi di persone costrette a vivere addosso l'una all'altra, perennemente alla mercè di pochi "padroni dell'acqua", i furbi che saranno riusciti a mettere le mani sulle riserve del bene più prezioso e lo razioneranno secondo i loro interessi. Fuori dalle città, un altro miliardo e mezzo di affamati, disperatamente aggrappati ai loro pezzetti di terra inutile, affondata nelle paludi, appesa ai ripidi pendii delle montagne, isterilita dal deserto.
La Terra 2030 che disegna l'ultimo "Rapporto sullo sviluppo" della Banca Mondiale è uno scenario più agghiacciante di "Blade Runner". Preparato per il "Summit sullo sviluppo sostenibile", che si aprirà a Johannesburg la prossima settimana, il Rapporto segnala che, senza interventi decisi e immediati, il mondo di metà secolo potrà essere fino a quattro volte più ricco di oggi (con un Pil, il prodotto interno lordo, complessivo alla stratosferica cifra di 140 mila miliardi di euro), ma anche l'ultimo miliardo e mezzo di abitanti, i fortunati chiusi nel recinto dei paesi ricchi, faranno fatica a viverci. Nell'elenco delle tragedie incombenti - dall'inquinamento, all'esplosione urbana, alla corsa ai diritti di proprietà sull'acqua, al collasso della pesca, allo spopolamento delle specie animali - il famigerato "effetto serra", con le sue catastrofiche conseguenze di allagamenti e desertificazione, finisce per essere solo una delle voci al passivo nel bilancio del pianeta. Tutte insieme, compongono quella che potremmo chiamare la "trappola dello sviluppo", in cui il pianeta rischia di rimanere prigioniero e soffocare.
Non è la prima volta che gli organismi internazionali emettono previsioni troppo pessimistiche. La Banca Mondiale lo riconosce. Avevamo previsto un mondo stroncato dalla fame, dicono i suoi esperti nel Rapporto, e la "rivoluzione verde" in India e le riforme cinesi hanno portato i due paesi più popolosi alla soglia dell'autosufficienza, scongiurando un'ecatombe planetaria. Avevamo previsto un'esplosione demografica insostenibile, continuano, e invece la popolazione mondiale continua a crescere, ma il ritmo rallenta e l'umanità arriverà a 9 miliardi di persone intorno al 2050 e si stabilizzerà sotto i 10 miliardi, entro fine secolo. Ma far vivere e non solo sopravvivere i 3 miliardi di uomini e donne che oggi hanno meno di 2 dollari al giorno e i 2-3 miliardi che, nei prossimi decenni, si aggiungeranno alle folle di disperati è una sfida più esattamente quantificabile. "Perché il numero di poveri nel mondo si dimezzi entro il 2015 - dice uno dei massimi dirigenti della Banca Mondiale, Ian Johnson - i paesi più arretrati dovrebbero accrescere il loro Pil pro capite del 3,6 per cento l'anno. Ma sarebbe assurdo arrivarci solo per trovarci di fronte a città invivibili, riserve d'acqua calanti, più ineguaglianza, più guerre e finanche meno terre coltivabili di quanto abbiamo ora". "Il mondo da 140 mila miliardi di euro di Pil semplicemente non può reggersi - dice il capo degli economisti della World Bank, Nicholas Stern - sugli attuali modelli di consumo e di produzione".
L'esperienza dei paesi ricchi insegna che, man mano che l'economia si sviluppa, si modifica la propensione ad inquinare. Ma questo, ribatte il Rapporto, è vero solo in alcuni casi: "Diminuisce l'afflusso di nitrati che avvelenano i fiumi, ma non si riducono affatto, ad esempio, le emissioni di anidride carbonica". Il consumo (o lo spreco) di energia è un altro termometro cruciale della "sostenibilità": oggi, il consumo pro capite di energia nei paesi ricchi è molto più alto che nel resto del mondo. Ma perché il resto del mondo è più povero: di fatto, usa peggio l'energia. Per produrre un euro di Pil, i paesi in via di sviluppo impiegano quasi quattro volte l'energia che occorre ai paesi ricchi per produrre un euro di Pil. Se il vertice di Johannesburg ha bisogno di un logo, basta l'enorme nube marrone, frutto avvelenato degli incendi delle foreste e dell'inquinamento industriale, che galleggia sopra il cielo dell'Asia.
Tuttavia, la "trappola dello sviluppo" non è ancora scattata, anche se bisogna fare in fretta ad uscirne. La prima leva, osserva il Rapporto, è la stessa arretratezza dei paesi poveri. Ancora devono mettere in piedi il grosso delle loro fabbriche, delle loro comunicazioni, delle loro infrastrutture, delle loro case e potranno farlo con standard di maggiore efficienza, ad esempio energetica. Il caso classico è quello della benzina verde, introdotta, praticamente senza passare attraverso lo stadio della benzina a piombo. La seconda leva è la curva della crescita demografica, in rallentamento: nei prossimi decenni, un mondo di bambini diventerà un mondo di giovani adulti, con un tasso di analfabetismo dimezzato e meno bambini a carico dei loro genitori: in prospettiva, una forza lavoro che, se utilizzata, può fornire una spinta decisiva allo sviluppo economico. Ma è una risorsa destinata a scadere: come il baby boom dei paesi ricchi, anche questa è un'arma a doppio taglio, che, presto, finirà per colpire. A metà secolo, questa massa di giovani adulti sarà invecchiata e avrà meno figli per aiutarli: già nel 2030, un terzo dei cinesi avrà più di 65 anni.
C'è un altro motivo per aver fretta. Alcuni dei fattori favorevoli degli ultimi decenni rischiano di rovesciarsi. Fra le aree minacciate dalla scarsità d'acqua ci sono le pianure dell'India e della Cina settentrionali, dove si è sviluppata la rivoluzione agricola di fine '900: i rendimenti delle terre migliori stanno diminuendo. Questo finirà per accrescere la pressione sulle terre marginali (foreste, zone aride o montagnose, paludi) dove oggi si concentra una grossa fetta dei poveri, anzi dei poverissimi, del pianeta: 1,2 miliardi di persone, il doppio di quarant'anni fa, su una terra che già non era in grado di sostenere la popolazione iniziale. Per quanti miracoli di tecnologia agricola si possano immaginare, la Banca Mondiale ritiene che il futuro, per molti di loro, sia solo l'emigrazione. Verso dove? Verso le città. Nei prossimi decenni, 2 miliardi e mezzo di pastori e contadini si sposteranno in città. Saranno poveri che si aggiungono a poveri, in una moltiplicazione esplosiva: la popolazione urbana crescerà di 60 milioni di abitanti l'anno, l'equivalente di tutti gli egiziani o di tutti gli abissini.
Nel 2050, per la prima volta nella storia, due terzi dell'umanità vivrà in città. O, più probabilmente, in una bidonville. Negli slum del Terzo Mondo abitano già 837 milioni di persone, secondo le stime Onu: un quarto degli abitanti di città latinoamericane vive sotto un tetto di lamiera, di solito senza acqua corrente e senza fogne, la metà della popolazione urbana in Africa, un terzo in Asia. Il tasso di affollamento è altissimo, rispetto all'Occidente: Mumbai (la vecchia Bombay) ha 400 persone per ettaro, Shangai 500, New York 40. Sono cifre destinate ad essere polverizzate. Il futuro del Terzo Mondo è lastricato di grandi e grandissimi agglomerati urbani. Il numero di città con più di 10 milioni di abitanti è passato da 1 a 4 in Occidente, ma da zero a 15 nel resto del pianeta. Nei prossimi trent'anni, le megacittà dei paesi poveri diventeranno 54, e vi si affollerà un miliardo di abitanti. Altri 5 miliardi di persone si pigeranno in centinaia di città appena più piccole.
La sfida - in termini di lavoro, servizi, ospedali, case, strade, trasporti, fogne, acqua, elettricità, scuole - è, ammette il Rapporto, di quelle che fanno rizzare i capelli in testa. La risposta immaginata dalla Banca Mondiale è fatta di sviluppo economico industriale e postindustriale, di prevenzione, di pianificazione urbanistica, di costante consultazione con gli interessati. Per chi ha in mente i tassi di criminalità, di inefficienza amministrativa, di corruzione, nonché le risorse disponibili in tanti paesi arretrati, quella del Rapporto sembra solo una esercitazione a tavolino. Ma il mondo ha già smentito molte volte i pessimisti: in fondo, Kuala Lumpur ha una pianificazione urbanistica migliore di Dublino. E a Bogotà ci sono più piste ciclabili che a Roma.
(21 agosto 2002)




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