Salari, quelli italiani i più bassi d'Europa
Tra il '92 e il 2000 il reddito disponibile è aumentato meno della produttività. Secondo il Cnel le retribuzioni lorde unitarie reali sono cresciute solo del 41,2% contro il 60,1% e il 54,5% di Gran Bretagna e Francia
ROMA - Ancora una volta l'Italia è fanalino di coda in Europa: tra il '92 e il 2000, infatti, il reddito complessivo disponibile in termini reali è aumentato in misura considerevole in tutti i principali Paesi europei ad eccezione dell'Italia, mentre, rispetto allo stesso periodo, la produttività del nostro paese è cresciuta in maniera leggermente superiore rispetto a quanto registrato per l'area Euro. E' il sesto Rapporto Cnel sulla distribuzione e redistribuzione del reddito in Europa a sottolineare questo dato contraddittorio che presto sarà sotto la lente del sindacato italiano impegnato nei rinnovi contrattuali del prossimo autunno. Un fatto comunque rusulta chiaro: l'aumento della produttività non ha reso più pesanti le buste paga degli italiani. In particolare il Rapporto evidenzia che in Italia la dinamica delle retribuzioni reali è risultata, già all'inizio degli anni '90, poco più bassa di quella media dell'area Euro. Mentre negli anni successivi l'andamento delle retribuzioni nel nostro Paese sembra aver subito un rallentamento rispetto ai principali partners europei determinando così un differenziale retributivo che è cresciuto fino al 1997. Successivamente, la rilevazione dei dati aggiornati a fine 2000 mostra che tale divario si è ridotto ma non in maniera significativa.
In Italia, malgrado l'aumento della produttività, il contemporaneo raffreddamento delle dinamiche retributive e lo spostamento della distribuzione del reddito a favore delle imprese si è registrato un considerevole aumento del costo del lavoro per unità di prodotto. Tale dato contraddittorio può essere spiegabile, si rileva nello studio, solo con l'aumento della contribuzione sociale e, soprattutto, con il forte raffreddamento dei processi di innovazione intervenuti negli ultimi dieci anni. Da questo punto di vista, sottolinea il documento, ''appare puntuale il richiamo rivolto alle imprese ''a fare il proprio dovere'' negli ambiti sopra considerati, contenuto nell'ultima Relazione del governatore della Banca d'Italia Fazio''. In sintesi nei trenta anni che vanno dal 1971 al 2000 le retribuzioni lorde unitarie reali sono aumentate maggiormente in Gran Bretagna (60,1%), Francia (54,5%) e Spagna (52,6%) mentre incrementi più contenuti hanno interessato la Germania (44,6%) e l'Italia (41,2%).
Nel caso di redditi da lavoro tra il '93 e il 2000 quelli da lavoro dipendente sono cresciuti ad un tasso superiore a quello medio dell'area Euro sia in Italia (25,8%) che in Spagna (33,4%) mentre incrementi minori hanno interessato la Francia e al Germania. Tra il 1992 e il 2000, però, il reddito disponibile in termini reali è aumentato in misura considerevole in tutti i principali Paesi europei ad eccezione dell'Italia. Infatti, mentre in questo periodo la crescita del reddito disponibile reale è stata in Francia del 15,2%, in Germania del 10,35%, in Spagna del 19,1%, per l'area Euro dell'11% e per la Gran Bretagna addirittura del 23,55, in Italia l'incremento registrato è stato di appena il 2%. Il motivo di questa performance decisamente inferiore a quella degli altri paesi posti a confronto deriva sia da una crescita annuale costantemente più bassa che ha portato ad accumulare il ritardo, sia dal dato fortemente negativo registrato per il 1993 (-4,9%). Un anno in cui il nostro Paese ha conosciuto una forte ondata recessiva lo ha ha fortemenete penalizzato rispetto agli altri paesi.
A prima vista sembrerebbe quindi che i lavoratori italiani abbiano mediamente avuto maggiori benefici salariali rispetto a quelli degli occupati negli altri paesi dell'area Euro e in particolare in Francia e in Germania. In realtà lo scenario cambia quando si confrontano le retribuzioni lorde unitarie con i tassi di inflazione di ciascun Paese. Il potere d'acquisto degli italiani è cresciuto in misura piuttosto contenuta ed è addirittura diminuito nel 1995 di oltre un punto percentuale. Complessivamente dal 1993 al 2000 le retribuzioni lorde unitarie reali sono cresciute di appena l'1,5% in Italia contro una media dell'area Euro del 4,4%.
Nel contempo nell'industria si è registrata una sostanziale stazionarietà degli incrementi retributivi a partire dal 1994. In sostanza, conclude la ricerca, ''malgrado il mantenimento se non il miglioramento del proprio potere d'acquisto il lavoratore del nostro Paese non è riuscito però a conservare o ad accrescere le proprie quote distributive ovvero la parte di valore aggiunto che è stato prodotto e a lui spettante. Alla luce di queste considerazioni risulta quindi che i salari sono stati difesi dall'inflazione ma non hanno invece usufruito se non marginalmente degli avvenuti aumenti di produttività. Ciò ha determinato in definitiva uno squilibrio delle quote distributive a favore dei profili rovesciando completamente quella che era stata la situazione nel corso degli anni '70 quando le quote distributive risultavano essere sbilanciate in misura eccessiva a favore dei lavoratori''.
il nuovo(29 AGOSTO 2002, ORE 20:15)


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