Da La Stampa:
UN ANNO DALL’11 SETTEMBRE
A LONDRA IN PIAZZA PER OSAMA
26 agosto 2002
di Paolo Passarini
corrispondente da LONDRA
LA tensione ha un climax veloce e poi si consuma via in fretta, come un fuoco d’artificio.
Sull’orlo di una delle due fontane di Trafalgar Square, accanto ai comunisti iraniani, che urlano incessantemente «Taleban via, Taleban via», i fascisti del British National Front innalzano uno striscione: «Osama bin Laden è un assassino». Allora, dal palco nero sotto la lunga stele con in cima l’ammiraglio Horatio Nelson, parte l’urlo di reazione dei dirigenti di «al-Muhajiroun»: «Osama, Osama, Osama». I Bnp tentano la carica. I bobbies li bloccano pronti e ne stendono a terra due.
La situazione torna sotto controllo. Si tratta di una situazione paradossale: mancano pochi giorni al primo anniversario dell’11 settembre e qui, a Trafalgar Square, a un tiro di fionda da Westminster, l’«alma mater» della democrazia, qualche centinaio di radicali islamici manifesta la sua devozione a Osama bin Laden. A contrastarli solo fascisti e comunisti insieme. I poliziotti fanno sportivamente da arbitro. I turisti prendono foto in mezzo ai piccioni.
La democrazia sembra aver deciso di stare a guardare, come al tempo della guerra di Spagna. O forse no. Forse è stata una decisione giusta quella della Greater London Authority di lasciar svolgere la manifestazione, riservandosi poi di incriminare gli organizzatori in caso di violazioni alla legge. Forse questa era proprio la democrazia al lavoro. Il gruppo più numeroso ieri, al centro di Trafalgar Square, era in fondo quello dei giornalisti e dei fotografi, che soverchiavano filo-taleban, fascisti e comunisti. Molti radicali islamici avevano portato anche mogli e bambini. Alcuni catechizzavano curiosi e sfaccendati con toni da miti rompiballe. Perché vittimizzarli? Cionondimeno la situazione era, appunto, paradossale.
Chi è quella gente? Chi sono quei trenta-quarantenni con le shalwar-kameez nere, in testa i pacul neri su barbe nere e pance prominenti, tutti nati in Gran Bretagna, convinti che l’Islam possa conquistare l’Occidente e che Osama ne possa essere uno strumento? «Osama è un musulmano», mi dice calmo Jim Choudhury, il capo, con la sua barbetta affilata e gli occhialini da chierico. «Al-Qaeda è una delle poche organizzazioni nel mondo preparata a difendere la causa islamica», aggiunge Mohamed, che dice di venire da Bristol, «inglese per caso».
Ma sul palco parlano soprattutto di Allah, di fede, e del declino dei valori occidentali con argomenti da retrivo prevosto di campagna. Poi, però, per i radicali islamici il passaggio dalla religione alla politica è velocissimo, istantaneo, senza mediazioni. Sono omofobici e, come gridano le comuniste iraniane, per l’«apartheid femminile».
Sono convinti di poter conquistare l’Occidente con i loro valori, perché anche loro in fondo sono occidentali. Vengono esibiti dei trofei. «Mi chiamo Abdul, ma mi chiamavo Kim ed ero cristiano». «Adesso mi chiamo Rashid, ma il mio nome cristiano è Michael». Ed eccola lì, con due occhi azzurro-ghiaccio, da husky, che bucano il chador: «Il mio nome è Abdùllah, ma prima mi chiamavo Karen». Un fanatismo perso da «sannyasin» californiana, da «ashram» di Poona.
La convinzione acefala di diventare migliori quanto più capaci di abbracciare quanto è più lontano, diverso da sé, non importa cosa sia. E’ una vecchia malattia occidentale. Ha fatto bene Ken Livingstone a non picchiarli: in fondo sono anche loro nostri figli, benché cretini.
Naturalmente i buonisti diranno che sono solo una minoranza...certo...sono sicuramente solo una minoranza.
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