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    Predefinito 11 settembre, qualcuno sapeva già tutto

    UN ANNO DOPO / LA TESTIMONIANZA DELLA SPIA CHE
    CONOSCEVA IL PIANO MA NON FU ASCOLTATA
    11 settembre, qualcuno sapeva già tutto
    di Mauro Bottarelli

    «CONSENTIRE UN ATTACCO, BLOCCARE TUTTI GLI ALTRI»
    Il documento scoperto da un agente inviato a Mosca
    Alla vigilia del primo anniversario degli attacchi terroristici dell’11 settembre contro New York e Washington, pubblichiamo in anteprima un capitolo del nuovo libro di Mauro Bottarelli, “11 settembre - Dietro le torri, dentro le torri” (128 pagine, 10 euro), edito dalla SEB (Società Editrice Barbarossa) e disponibile a partire proprio dall’11 settembre prossimo. Il libro ripercorre le tappe principali di un anno tormentato mettendo in evidenza i molti lati oscuri che ancora avvolgono il più grave attentato della storia. Particolare attenzione viene prestata alle conseguenze economiche e geopolitiche innescate dall’intervento militare in Afghanistan, ai possibili scenari di un attacco all’Iraq e all’operazione mediatica di veicolazione del consenso messa in atto in nome della lotta al terrorismo internazionale. Per informazione e prenotazioni: SEB - tel. 02/66400383 - fax. 02/66400423.
    L’onda emotiva che ha travolto il mondo lo scorso 11 settembre ha cominciato ormai ad attenuarsi, stemperata dalla crisi economica e dalle mille domande emerse al riguardo nell’arco di un anno. Restano il ricordo, l’orrore per i morti, l’inquietudine per l’accaduto, il senso di precarietà ma la risacca mediatica sta ormai coprendo con i suoi placidi segnali di normalizzazione tutte le zone d’ombra del “più grande attentato della storia”. Questo non significa che il passato sia passato. Anzi. Proprio ora, con la fase tre di Enduring Freedom che scalda non senza difficoltà i propri motori, cominciano a emergere anche Oltreoceano dubbi e sospetti sul giorno del giudizio per l’impero americano.
    L’UOMO CHE SAPEVA E VOLEVA PARLARE
    Vengono a galla, oltre a particolari tutt’altro che secondari sulle disfunzioni dell’intelligence e dell’apparato militare Usa, anche storie sotterranee come quelle di Delmart “Mike” Vreeland, ufficiale della marina americana che scoprì con due anni di anticipo il piano per l’attacco al Wtc e venne trattato come un pazzo visionario salvo finire sotto processo in Canada per una storia di carte di credito. Sembra incredibile l’intera vicenda di quest’uomo, degna di Le Carrè e delle migliori spy-stories. Peccato che sia vera, dall’inizio alla fine. Ma cominciamo proprio dal fondo, ovvero dalla prima vittoria ottenuta dai legali di Vreeland nel processo a suo carico in corso a Toronto. «Vostro onore, mi permette di chiamare il Pentagono?». La Corte riunita non credeva alle proprie orecchie quando il 10 gennaio scorso l’avvocato Paul Slansky è riuscito a dimostrare che il suo cliente, Delmart Vreeland appunto, non è un pazzo come sostengono i governo di Stati Uniti e Canada. Attraverso l’impianto “viva voce” tutti i presenti ascoltarono ciò che diceva, da Washington, l’ignaro ed efficientissimo centralinista del Dipartimento della Difesa: «Il tenente Vreeland è identificato dalla sigla 0-3, questo è il suo numero diretto, questo il numero della sua stanza». Gelo sui banchi dell’accusa, gelo su quello della corte: l’uomo chiamato alla sbarra non è affatto un volgare mitomane chiamato a rispondere di truffe con carte di credito clonate. Non è vero, dunque, come hanno tentato di dimostrare gli alti comandi militari, che l’uomo sia stato congedato per scarso rendimento nel 1986. Delmart Vreeland è tuttora un ufficiale della marina americana presso l’ONI (Office of Naval Intelligence), da anni impegnato in missioni di spionaggio e, soprattutto, pedina di un gioco molto pericoloso e non ancora confessabile. Il tenente “Mike” è in carcere dal dicembre 2000 e adesso teme per la sua vita: se il Canada dovesse cedere alle pressioni statunitensi ed estradarlo negli Usa in molti potrebbero avere interesse a tappare la bocca alla spia che sapeva troppo. I suoi guai iniziarono quando, nell’autunno di due anni fa, venne inviato in missione sotto copertura a Mosca con due compiti: investigare su un traffico internazionale di droga e acquisire documenti russi e cinesi che provassero l’intenzione dei due Paesi di contrastare il progetto per lo scudo stellare che l’amministrazione Clinton stentava a far decollare per problemi di equilibri diplomatici. Tra i suoi interlocutori in terra di Russia c’è un sedicente “analista di sistemi informatici”, il 35enne Marc Bastien, dipendente dell’ambasciata canadese e agente del Csis, il servizio segreto di Ottawa. Il tenente Vreeland entrò così in possesso di una carta che forse non avrebbe dovuto mai vedere: i servizi moscoviti, l’Fsb, segnalarono in un’informativa riservatissima l’organizzazione di attentati devastanti su una serie di obiettivi nordamericani che comprendevano il World Trade Center, il Pentagono, la Casa Bianca, le Sears Towers di Chicago, il Parlamento canadese, sedi di banche a Toronto, Ottawa e Montreal oltre a centrali idroelettriche. L’informazione, raccolta anche attraverso fonti dell’Fsb operanti in Cecenia, lasciava intendere chiaramente che Osama Bin Laden e la sua organizzazione ne sarebbero stati soltanto gli esecutori materiali, il terminale ultimo agli ordini di qualcuno più in alto. Una spectre non meglio precisata che, stando ai rapporti russi, farebbe capo a imperi politico-finanziari. Il messaggio finale contenuto nell’informativa “unclassified” scoperta da “Mike” era tanto chiaro quanto agghiacciante: «Consentire solo un attacco. Impedire gli altri». A quel punto il bravo tenente Vreeland tentò di avvertire i suoi superiori e di segnalare quanto scoperto al Csis e alle Guardie a cavallo delle sede diplomatica canadese. Anche la “gola profonda” Bastien capisce che per lui le cose si mettono male nella capitale russa, divenuta ormai un covo di spie, un crocevia di intelligence internazionali a caccia di qualcosa di inconfessabile. «Non mi fido di nessuno, qui a Mosca», confidò il 6 dicembre 2000, ovvero sei giorni prima di essere trovato morto nel suo appartamento moscovita “per cause naturali”, come dichiararono i medici.
    LA FUGA DA MOSCA E I GUAI IN CANADA
    Ma sei mesi dopo, i risultati dell’autopsia sulla salma rientrata in patria dimostrarono che Bastien era stato avvelenato. Qualcuno, forse una donna, aveva versato nel suo drink massicce dosi di antidepressivo. Nel frattempo il tenente di marina Vreeland lasciò la Russia e venne arrestato non appena il suo aereo toccò la pista di Toronto. Sul suo capo pendeva un mandato di cattura internazionale emesso dallo Stato del Michigan: l’accusa era di aver falsificato e utilizzato carte di credito a suo nome. Spinto dal senso del dovere e dalla percezione del pericolo incombente, Vreeland tentò in ogni modo di far filtrare la soffiata sugli imminenti attentati anche dal carcere. Silenzio. Gli 007 statunitensi e canadesi continuarono a ripetere che si trattava delle bugie di un ciarlatano, di un truffatore incallito. Così, l’11 o il 12 agosto 2001 (l’unica incertezza è sulla data esatta) l’ufficiale scrisse tutto ciò che sapeva e lo chiuse in una busta, consegnandola alla direzione del penitenziario. La lettera venne riaperta il 14 settembre 2001, quando l’ecatombe newyorchese era già realtà: scattarono immediatamente gli allarmi in Nord America a protezione degli altri bersagli segnalati da Vreeland “il pazzo”. Che ora attende in carcere il suo destino di truffatore con carte di credito clonate e di spia che sapeva troppo. Una storia incredibile, almeno quanto le dichiarazioni rilasciate da Vreeland in un’intervista esclusiva al sito di news-on-line americano, “From the wilderness”. Eccone le parti più interessanti riportate nella versione inglese della testata.
    «SAPEVO TUTTO 8 MESI PRIMA»
    FTW: «Quando venne a conoscenza per la prima volta dei dettagli dell’attacco che sarebbe avvenuto l’11 settembre?».
    MV: «Nella prima settimana di dicembre del 2000».
    FTW: «Cosa ha saputo dei dettagli?».
    MV: «Un documento era scritto in inglese da un agente statunitense che si era procurato la copia di una lettera che era stata mandata a Vladimir Putin da K. Hussein, figlio di Saddam Hussein. Questo è ciò che indica la traduzione dell’incartamento. Gli iracheni sapevano che stavo arrivando fin dal giugno 2000. Non ricevetti i miei ordini fino ad agosto. La lettera diceva che ci si sarebbe occupati di Bastien e di Vreeland “nel modo appropriato”. Le lettera affermava specificamente a pagina due: “Il nostro ufficiale americano lo garantisce”».
    FTW: «Dopo aver appreso i dettagli degli attacchi in arrivo sul WTC e sul Pentagono, quanto ha aspettato prima di tentare di notificare l’informazione alle autorità canadesi e statunitensi?».
    MV: «Il 6 dicembre del 2000 dissi in faccia alle autorità canadesi che avevo immediata necessità di contattare le forze armate canadesi. Lo misi per iscritto. Lei (l’ufficiale canadese, ndr) si stava prendendo gioco di me, quindi misi per iscritto che ero una spia russa e un esperto di sistemi d’arma e che volevo parlare con loro oggi. Dissi che ero russo perché immaginai che questo avrebbe destato la loro attenzione. Il nome che avevano di me era Mikhail Cristianov, in quanto avevo un documento di identità che usava questo nome».
    FTW: «Quale fu la loro reazione?».
    MV: «I canadesi diventarono lividi, se ne andarono e non li rividi mai più».
    FTW: «La reazione canadese e statunitense l’ha portata a raggiungere qualche conclusione? Se si, quale?».
    MV: «Pensai che avevo a che fare con degli idioti, che non avevano la minima idea di quanto stava per accadere. Mi è venuto in mente che c’erano certi ufficiali che volevano che l’attacco avvenisse. Nessuno ha mai avuto alcuna intenzione di costruire il sistema di cui mi stavo occupando, perché avrebbe inciso sul bilancio della Difesa. Una cosa avvenuta dopo l’11 settembre è che i finanziamenti al Pentagono sono aumentati vertiginosamente».
    FTW: «Il suo avvertimento scritto conteneva l’affermazione: “Lasciate che ne accade uno, fermate gli altri”. Tale affermazione implica che gli Stati Uniti o qualche agenzia di intelligence hanno ottenuto completa penetrazione delle cellule terroristiche?».
    MV: «Senza dubbio. Talvolta certi governi progettano, creano reti come Al Qaeda, che era realmente al potere in Afghanistan. Tali entità provocano specifici problemi su indicazione del governo che le ha create».
    FTW: «E’ possibile che le cellule terroristiche fossero “dirette” senza sapere da chi?».
    MV: «Assolutamente sì».
    FTW: «Cosa che pensa che succederà ancora nella guerra al terrorismo?».
    MV: «Alla fine, qualcuno dovrà raccontare la verità. Una volta che queste persone verranno giudicate in base alla legge, non ci sarà più falso terrorismo sparso per il mondo».
    L’operazione in Afghanistan
    NIENTE TRACCE DI BIN LADEN
    A quasi un anno dai devastanti attacchi contro New York e Washington, il mondo sembra riprecipitare nel limbo dell’insicurezza, quasi le immagini di quelle torri sbriciolate dall’impatto e dal fuoco riemergessero dal baule dei ricordi dopo un inconsapevole quanto tranquillizzante cristallizzazione. Il senso di vuoto che ha permeato le ore di quel martedì di settembre ha innescato una reazione emotiva capace di riprodursi all’infinito - e su larga scala - coinvolgendo tutti i settori della vita sociale: gli affetti, il lavoro, il tempo libero, i rapporti interpersonali, la religiosità. Il nuovo millennio si è aperto con un evento dalla straordinaria portata simbolica: dopo la proclamata fine della storia (Fukuyama), dopo lo “sciopero degli eventi” (Boudrillard), la Storia si è rimessa in moto nel modo più terribile, fissando nella nostra mente l’immagine del crollo delle torri gemelle di New York. La storia è ripartita da dove aveva preso avvio, da una tragedia, da una guerra. E’ finita la belle époque della società aperta: siamo passati dall’equilibrio del terrore, che ha caratterizzato la guerra fredda, al terrore tout-court. E’ riemersa l’idea della guerra come scontro di civiltà (Huntington) e il terrorismo suicida ha richiamato l’immagine della furia nichilista, che risponde a una logica distruttiva e autodistruttiva il cui scopo non è “non avere scopi”, come ha osservato qualcuno, ma mettere a nudo l’ineluttabilità del terrore, la caducità quotidiana della sicurezza, dimostrare nel modo più drammtico e cruente che “nessuno è al sicuro, nessuno è innocente”. Oggi, quindi, ci ritroviamo a piangere 3mila morti e a chiederci quale sia stato il senso dell’accaduto e, soprattutto, cosa ci aspetti domani: i venti di guerra che soffiano sull’Iraq, l’intrusiva e invisibile presenza della minaccia terroristica, l’incapacità di razionalizzare gli eventi sono altrettanti debiti formativi che riemergono dalle ceneri di quel’anno 0 della nostra vita sociale. Paradossale ed esplicativo, appare in questo contesto, l’appello lanciato ieri dal comando delle unità d’élite statunitense dispiegate in Afghanistan alla ricerca di Osama Bin Laden. Ovvero, basta con l’estenuante e inutile caccia al capo di Al Qaeda.
    Già, perché dopo quasi dieci mesi di estenuante caccia al “principe del terrore” tra le montagne afghane, l'esercito statunitense sembra ormai sfinito da una ricerca che non pare in grado di dare risultati utili. Bin Laden, l’uomo la cui cattura aveva giustificato l’intera operazione militare, sembra essersi definitivamente eclissato. Il fantasma è tornato da dove era venuto: il Nulla. Per questi militari, sempre più simili a quei giapponesi delle isole del Pacifico per i quali la seconda guerra mondiale non è mai finita, Bin Laden è quasi sicuramente morto. Certo, spiegano, «non possiamo esibire alcuna prova», ma dopo mesi di ricerche tra le montagne, nelle grotte, e fra le lande meno ospitali del mondo, le divise grigioverdi statunitensi dicono basta. L’ordine però, deve arrivare da Bush in persona, che si troverebbe nella difficile situazione di dover confessare al mondo che la guerra in Afghanistan è stata un fallimento. Il principale responsabile dell’attacco alle Torri, infatti, resta un fantasma. Forse anche per questo una consistente parte dell’amministrazione Bush (con il vice Dick Cheney in testa) vuole scatenare immediatamente una nuova guerra e fornire un nuovo “nemico”, all’immaginario collettivo americano. E, per farlo, niente di meglio che rispolverare una figura che ha già albergato negli incubi degli americani: Saddam Hussein. E’ questo il paradosso dell’11 settembre, a un anno dall’apocalisse: ancora oggi tutto è fermo e inciso nell’istante dello schianto fatale.
    Questo perché tra pacifismo assoluto e incondizionata condivisione della guerra, a qualunque prezzo, c’è una terza via, che sulla base di una valutazione etica si assume la responsabilità di distinguere, discriminare, e la fatica di negoziare limiti e misure, entro cui le regole debbano valere assolutamente, secondo l’insegnamento kantiano. Ma nessuno - o molto pochi - lo hanno ancora capito.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Predefinito 11 settembre, qualcuno sapeva già tutto

    UN ANNO DOPO / LA TESTIMONIANZA DELLA SPIA CHE
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    11 settembre, qualcuno sapeva già tutto
    di Mauro Bottarelli

    «CONSENTIRE UN ATTACCO, BLOCCARE TUTTI GLI ALTRI»
    Il documento scoperto da un agente inviato a Mosca
    Alla vigilia del primo anniversario degli attacchi terroristici dell’11 settembre contro New York e Washington, pubblichiamo in anteprima un capitolo del nuovo libro di Mauro Bottarelli, “11 settembre - Dietro le torri, dentro le torri” (128 pagine, 10 euro), edito dalla SEB (Società Editrice Barbarossa) e disponibile a partire proprio dall’11 settembre prossimo. Il libro ripercorre le tappe principali di un anno tormentato mettendo in evidenza i molti lati oscuri che ancora avvolgono il più grave attentato della storia. Particolare attenzione viene prestata alle conseguenze economiche e geopolitiche innescate dall’intervento militare in Afghanistan, ai possibili scenari di un attacco all’Iraq e all’operazione mediatica di veicolazione del consenso messa in atto in nome della lotta al terrorismo internazionale. Per informazione e prenotazioni: SEB - tel. 02/66400383 - fax. 02/66400423.
    L’onda emotiva che ha travolto il mondo lo scorso 11 settembre ha cominciato ormai ad attenuarsi, stemperata dalla crisi economica e dalle mille domande emerse al riguardo nell’arco di un anno. Restano il ricordo, l’orrore per i morti, l’inquietudine per l’accaduto, il senso di precarietà ma la risacca mediatica sta ormai coprendo con i suoi placidi segnali di normalizzazione tutte le zone d’ombra del “più grande attentato della storia”. Questo non significa che il passato sia passato. Anzi. Proprio ora, con la fase tre di Enduring Freedom che scalda non senza difficoltà i propri motori, cominciano a emergere anche Oltreoceano dubbi e sospetti sul giorno del giudizio per l’impero americano.
    L’UOMO CHE SAPEVA E VOLEVA PARLARE
    Vengono a galla, oltre a particolari tutt’altro che secondari sulle disfunzioni dell’intelligence e dell’apparato militare Usa, anche storie sotterranee come quelle di Delmart “Mike” Vreeland, ufficiale della marina americana che scoprì con due anni di anticipo il piano per l’attacco al Wtc e venne trattato come un pazzo visionario salvo finire sotto processo in Canada per una storia di carte di credito. Sembra incredibile l’intera vicenda di quest’uomo, degna di Le Carrè e delle migliori spy-stories. Peccato che sia vera, dall’inizio alla fine. Ma cominciamo proprio dal fondo, ovvero dalla prima vittoria ottenuta dai legali di Vreeland nel processo a suo carico in corso a Toronto. «Vostro onore, mi permette di chiamare il Pentagono?». La Corte riunita non credeva alle proprie orecchie quando il 10 gennaio scorso l’avvocato Paul Slansky è riuscito a dimostrare che il suo cliente, Delmart Vreeland appunto, non è un pazzo come sostengono i governo di Stati Uniti e Canada. Attraverso l’impianto “viva voce” tutti i presenti ascoltarono ciò che diceva, da Washington, l’ignaro ed efficientissimo centralinista del Dipartimento della Difesa: «Il tenente Vreeland è identificato dalla sigla 0-3, questo è il suo numero diretto, questo il numero della sua stanza». Gelo sui banchi dell’accusa, gelo su quello della corte: l’uomo chiamato alla sbarra non è affatto un volgare mitomane chiamato a rispondere di truffe con carte di credito clonate. Non è vero, dunque, come hanno tentato di dimostrare gli alti comandi militari, che l’uomo sia stato congedato per scarso rendimento nel 1986. Delmart Vreeland è tuttora un ufficiale della marina americana presso l’ONI (Office of Naval Intelligence), da anni impegnato in missioni di spionaggio e, soprattutto, pedina di un gioco molto pericoloso e non ancora confessabile. Il tenente “Mike” è in carcere dal dicembre 2000 e adesso teme per la sua vita: se il Canada dovesse cedere alle pressioni statunitensi ed estradarlo negli Usa in molti potrebbero avere interesse a tappare la bocca alla spia che sapeva troppo. I suoi guai iniziarono quando, nell’autunno di due anni fa, venne inviato in missione sotto copertura a Mosca con due compiti: investigare su un traffico internazionale di droga e acquisire documenti russi e cinesi che provassero l’intenzione dei due Paesi di contrastare il progetto per lo scudo stellare che l’amministrazione Clinton stentava a far decollare per problemi di equilibri diplomatici. Tra i suoi interlocutori in terra di Russia c’è un sedicente “analista di sistemi informatici”, il 35enne Marc Bastien, dipendente dell’ambasciata canadese e agente del Csis, il servizio segreto di Ottawa. Il tenente Vreeland entrò così in possesso di una carta che forse non avrebbe dovuto mai vedere: i servizi moscoviti, l’Fsb, segnalarono in un’informativa riservatissima l’organizzazione di attentati devastanti su una serie di obiettivi nordamericani che comprendevano il World Trade Center, il Pentagono, la Casa Bianca, le Sears Towers di Chicago, il Parlamento canadese, sedi di banche a Toronto, Ottawa e Montreal oltre a centrali idroelettriche. L’informazione, raccolta anche attraverso fonti dell’Fsb operanti in Cecenia, lasciava intendere chiaramente che Osama Bin Laden e la sua organizzazione ne sarebbero stati soltanto gli esecutori materiali, il terminale ultimo agli ordini di qualcuno più in alto. Una spectre non meglio precisata che, stando ai rapporti russi, farebbe capo a imperi politico-finanziari. Il messaggio finale contenuto nell’informativa “unclassified” scoperta da “Mike” era tanto chiaro quanto agghiacciante: «Consentire solo un attacco. Impedire gli altri». A quel punto il bravo tenente Vreeland tentò di avvertire i suoi superiori e di segnalare quanto scoperto al Csis e alle Guardie a cavallo delle sede diplomatica canadese. Anche la “gola profonda” Bastien capisce che per lui le cose si mettono male nella capitale russa, divenuta ormai un covo di spie, un crocevia di intelligence internazionali a caccia di qualcosa di inconfessabile. «Non mi fido di nessuno, qui a Mosca», confidò il 6 dicembre 2000, ovvero sei giorni prima di essere trovato morto nel suo appartamento moscovita “per cause naturali”, come dichiararono i medici.
    LA FUGA DA MOSCA E I GUAI IN CANADA
    Ma sei mesi dopo, i risultati dell’autopsia sulla salma rientrata in patria dimostrarono che Bastien era stato avvelenato. Qualcuno, forse una donna, aveva versato nel suo drink massicce dosi di antidepressivo. Nel frattempo il tenente di marina Vreeland lasciò la Russia e venne arrestato non appena il suo aereo toccò la pista di Toronto. Sul suo capo pendeva un mandato di cattura internazionale emesso dallo Stato del Michigan: l’accusa era di aver falsificato e utilizzato carte di credito a suo nome. Spinto dal senso del dovere e dalla percezione del pericolo incombente, Vreeland tentò in ogni modo di far filtrare la soffiata sugli imminenti attentati anche dal carcere. Silenzio. Gli 007 statunitensi e canadesi continuarono a ripetere che si trattava delle bugie di un ciarlatano, di un truffatore incallito. Così, l’11 o il 12 agosto 2001 (l’unica incertezza è sulla data esatta) l’ufficiale scrisse tutto ciò che sapeva e lo chiuse in una busta, consegnandola alla direzione del penitenziario. La lettera venne riaperta il 14 settembre 2001, quando l’ecatombe newyorchese era già realtà: scattarono immediatamente gli allarmi in Nord America a protezione degli altri bersagli segnalati da Vreeland “il pazzo”. Che ora attende in carcere il suo destino di truffatore con carte di credito clonate e di spia che sapeva troppo. Una storia incredibile, almeno quanto le dichiarazioni rilasciate da Vreeland in un’intervista esclusiva al sito di news-on-line americano, “From the wilderness”. Eccone le parti più interessanti riportate nella versione inglese della testata.
    «SAPEVO TUTTO 8 MESI PRIMA»
    FTW: «Quando venne a conoscenza per la prima volta dei dettagli dell’attacco che sarebbe avvenuto l’11 settembre?».
    MV: «Nella prima settimana di dicembre del 2000».
    FTW: «Cosa ha saputo dei dettagli?».
    MV: «Un documento era scritto in inglese da un agente statunitense che si era procurato la copia di una lettera che era stata mandata a Vladimir Putin da K. Hussein, figlio di Saddam Hussein. Questo è ciò che indica la traduzione dell’incartamento. Gli iracheni sapevano che stavo arrivando fin dal giugno 2000. Non ricevetti i miei ordini fino ad agosto. La lettera diceva che ci si sarebbe occupati di Bastien e di Vreeland “nel modo appropriato”. Le lettera affermava specificamente a pagina due: “Il nostro ufficiale americano lo garantisce”».
    FTW: «Dopo aver appreso i dettagli degli attacchi in arrivo sul WTC e sul Pentagono, quanto ha aspettato prima di tentare di notificare l’informazione alle autorità canadesi e statunitensi?».
    MV: «Il 6 dicembre del 2000 dissi in faccia alle autorità canadesi che avevo immediata necessità di contattare le forze armate canadesi. Lo misi per iscritto. Lei (l’ufficiale canadese, ndr) si stava prendendo gioco di me, quindi misi per iscritto che ero una spia russa e un esperto di sistemi d’arma e che volevo parlare con loro oggi. Dissi che ero russo perché immaginai che questo avrebbe destato la loro attenzione. Il nome che avevano di me era Mikhail Cristianov, in quanto avevo un documento di identità che usava questo nome».
    FTW: «Quale fu la loro reazione?».
    MV: «I canadesi diventarono lividi, se ne andarono e non li rividi mai più».
    FTW: «La reazione canadese e statunitense l’ha portata a raggiungere qualche conclusione? Se si, quale?».
    MV: «Pensai che avevo a che fare con degli idioti, che non avevano la minima idea di quanto stava per accadere. Mi è venuto in mente che c’erano certi ufficiali che volevano che l’attacco avvenisse. Nessuno ha mai avuto alcuna intenzione di costruire il sistema di cui mi stavo occupando, perché avrebbe inciso sul bilancio della Difesa. Una cosa avvenuta dopo l’11 settembre è che i finanziamenti al Pentagono sono aumentati vertiginosamente».
    FTW: «Il suo avvertimento scritto conteneva l’affermazione: “Lasciate che ne accade uno, fermate gli altri”. Tale affermazione implica che gli Stati Uniti o qualche agenzia di intelligence hanno ottenuto completa penetrazione delle cellule terroristiche?».
    MV: «Senza dubbio. Talvolta certi governi progettano, creano reti come Al Qaeda, che era realmente al potere in Afghanistan. Tali entità provocano specifici problemi su indicazione del governo che le ha create».
    FTW: «E’ possibile che le cellule terroristiche fossero “dirette” senza sapere da chi?».
    MV: «Assolutamente sì».
    FTW: «Cosa che pensa che succederà ancora nella guerra al terrorismo?».
    MV: «Alla fine, qualcuno dovrà raccontare la verità. Una volta che queste persone verranno giudicate in base alla legge, non ci sarà più falso terrorismo sparso per il mondo».
    L’operazione in Afghanistan
    NIENTE TRACCE DI BIN LADEN
    A quasi un anno dai devastanti attacchi contro New York e Washington, il mondo sembra riprecipitare nel limbo dell’insicurezza, quasi le immagini di quelle torri sbriciolate dall’impatto e dal fuoco riemergessero dal baule dei ricordi dopo un inconsapevole quanto tranquillizzante cristallizzazione. Il senso di vuoto che ha permeato le ore di quel martedì di settembre ha innescato una reazione emotiva capace di riprodursi all’infinito - e su larga scala - coinvolgendo tutti i settori della vita sociale: gli affetti, il lavoro, il tempo libero, i rapporti interpersonali, la religiosità. Il nuovo millennio si è aperto con un evento dalla straordinaria portata simbolica: dopo la proclamata fine della storia (Fukuyama), dopo lo “sciopero degli eventi” (Boudrillard), la Storia si è rimessa in moto nel modo più terribile, fissando nella nostra mente l’immagine del crollo delle torri gemelle di New York. La storia è ripartita da dove aveva preso avvio, da una tragedia, da una guerra. E’ finita la belle époque della società aperta: siamo passati dall’equilibrio del terrore, che ha caratterizzato la guerra fredda, al terrore tout-court. E’ riemersa l’idea della guerra come scontro di civiltà (Huntington) e il terrorismo suicida ha richiamato l’immagine della furia nichilista, che risponde a una logica distruttiva e autodistruttiva il cui scopo non è “non avere scopi”, come ha osservato qualcuno, ma mettere a nudo l’ineluttabilità del terrore, la caducità quotidiana della sicurezza, dimostrare nel modo più drammtico e cruente che “nessuno è al sicuro, nessuno è innocente”. Oggi, quindi, ci ritroviamo a piangere 3mila morti e a chiederci quale sia stato il senso dell’accaduto e, soprattutto, cosa ci aspetti domani: i venti di guerra che soffiano sull’Iraq, l’intrusiva e invisibile presenza della minaccia terroristica, l’incapacità di razionalizzare gli eventi sono altrettanti debiti formativi che riemergono dalle ceneri di quel’anno 0 della nostra vita sociale. Paradossale ed esplicativo, appare in questo contesto, l’appello lanciato ieri dal comando delle unità d’élite statunitense dispiegate in Afghanistan alla ricerca di Osama Bin Laden. Ovvero, basta con l’estenuante e inutile caccia al capo di Al Qaeda.
    Già, perché dopo quasi dieci mesi di estenuante caccia al “principe del terrore” tra le montagne afghane, l'esercito statunitense sembra ormai sfinito da una ricerca che non pare in grado di dare risultati utili. Bin Laden, l’uomo la cui cattura aveva giustificato l’intera operazione militare, sembra essersi definitivamente eclissato. Il fantasma è tornato da dove era venuto: il Nulla. Per questi militari, sempre più simili a quei giapponesi delle isole del Pacifico per i quali la seconda guerra mondiale non è mai finita, Bin Laden è quasi sicuramente morto. Certo, spiegano, «non possiamo esibire alcuna prova», ma dopo mesi di ricerche tra le montagne, nelle grotte, e fra le lande meno ospitali del mondo, le divise grigioverdi statunitensi dicono basta. L’ordine però, deve arrivare da Bush in persona, che si troverebbe nella difficile situazione di dover confessare al mondo che la guerra in Afghanistan è stata un fallimento. Il principale responsabile dell’attacco alle Torri, infatti, resta un fantasma. Forse anche per questo una consistente parte dell’amministrazione Bush (con il vice Dick Cheney in testa) vuole scatenare immediatamente una nuova guerra e fornire un nuovo “nemico”, all’immaginario collettivo americano. E, per farlo, niente di meglio che rispolverare una figura che ha già albergato negli incubi degli americani: Saddam Hussein. E’ questo il paradosso dell’11 settembre, a un anno dall’apocalisse: ancora oggi tutto è fermo e inciso nell’istante dello schianto fatale.
    Questo perché tra pacifismo assoluto e incondizionata condivisione della guerra, a qualunque prezzo, c’è una terza via, che sulla base di una valutazione etica si assume la responsabilità di distinguere, discriminare, e la fatica di negoziare limiti e misure, entro cui le regole debbano valere assolutamente, secondo l’insegnamento kantiano. Ma nessuno - o molto pochi - lo hanno ancora capito.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    Predefinito

    Dopo l’11 settembre i film patriottici hanno conosciuto
    un boom benedetto da Bush
    Anche il cinema Usa va all’attacco di Osama
    di Mauro Bottarelli

    Dopo l’11 settembre, più di un terzo dei film arrivati alla vetta del box-office americano sono stati film di guerra. Tra essi “Black Hawk Dawn”, di Ridley Scott, che ricostruiva la sconfitta statunitense in Somalia, “We were soldiers”, di Randall Wallace con Mel Gibson, dedicato alla sempre cinegenica guerra in Vietnam e “Al vertice della tensione”, di Phil Alden Robinson, che resuscita ad hoc lo spettro di un attacco terroristico nucleare.
    SE IL CINEMA VA IN TRINCEA
    Mai il cinema di argomento bellico aveva conosciuto un tale risorgimento dopo gli anni d’oro - si parla dei reaganiani anni ’80 - dell’epopea vietnamita dei vari Platoon, Hamburger Hill e Rambo. Un ritorno di fiamma che si spiega sia con l’ondata patriottico-militiresca seguita all’11 settembre sia con il colossale successo scava-solco ottenuto dal pluripremiato “Salvate il soldato Ryan”(1998) di Steven Spielberg. Ma soprattutto, come ha acutamente osservato Jon Hoberman in un articolo pubblicato il 28 giugno su Village Voice dal titolo “Come Hollywood ha smesso di avere paura e ha cominciato ad amare la bomba”, mai come dall’epoca dell’azionismo di Reagan (Rambo e Top Gun ne furono le pietre miliari) Hollywood, ovvero l’industria cinematrografica, è stata così vicina - pressoché contigua - a Washington e ai centri del potere americano. Non è un caso che alla prima assoluta de “Al vertice della tensione” fossero presenti - ben visibili e con lo sguardo attento verso le telcamere della Cnn - sia il vice-presidente Usa, Dick Cheney, che il ministro della Difesa, Donald Rumsfeld.
    LE PROIEZIONI DEL PENTAGONO
    L’uscita del film in questione fu posticipata negli Usa al dicembre 2001 proprio per sfruttare l’ondata emotiva dell’11 settembre e centinaia di vhs furono recapitate ai militari Usa nelle loro basi operative all’estero. Sia “We were soldiers” che “Al vertice della tensione” hanno avuto diritto a un trattamento ufficiale che non si registrava dal maccartismo. Il film di Wallace è stato proiettato privatamente in anteprima assoluta per George W. Bush, Condoleeza Rice, Donald Rumsfeld e alti papaveri del Pentagono. Addirittura, contravvenendo a un dogma sacro dello show-business cinematografico Usa, la prima assoluta de “Al vertice della tensione” è stata spostata dalla California a Washington. Il perché è presto detto e confermato dalla stessa Paramount Pictures, casa produttrice del film: la Cia ha finanziato («con un aiuto simbolico», tendono a sottolineare) la realizzazione del film stesso. Basta vedere la pellicola per capire quanto l’intervento sia stato simbolico: il realismo da eroe in guerra col Male che pervade la pellicola sembra rispondere alla necessità americana di trovare nuovi soldati da mandare in giro per il mondo con elmetto e fucile in un momento di grave crisi per la leva statunitense.
    GUERRA E PATRIA TORNANO DI MODA
    Detto fatto, combinando l’effetto 11 settembre all’operazione mediatica di brain-washing messo in atto dalla premiata ditta Cia-Hollywood tra i teenagers, le richieste di arruolamento sono lievitate. D’altronde questa luna di miele tra Hollywood e Washington non è del tutto inedita e si iscrive a pino titolo nella sindrome patriottarda lucidamente descritta da Lawrence D. Suid nel suo saggio “Guts and Glory: the making of american military image in film” (University Press of Kentucky, 2002). Basti pensare che lo storico “Nascita di una nazione” di D. W. Griffith si avvalse, per la ricostruzione delle scene di battaglia durante la guerra civile, dell’aiuto di ingegneri e addestratori di West Point. Prima dell’11 settembre, d’altronde, l’industria del film bellico-catastrofico era pressoché scomparsa o comunque duramente ridimensionata dopo “Collateral Damage” con Arnold Schwarzenegger. Addirittura un produttore capo della DreamWorks Pictures dichiarò al Los Angeles Times che i tempi di film con “Il Pacificatore”o “Deep Impact” «erano definitivamente superati, sepolti dai nuovi gusti della gente». La strage delle Torri e il fiuto degli strateghi hanno però invertito la tendenza. Il 3 ottobre del 2001 il Washington Post riportava con stupore la notizia secondo la quale “Rambo”era in assoluto il film più noleggiato nei videoclub del Paese. Un dato chiaro: “Rambo“, ovvero la storia di un eroe di guerra solitario per il quale la lotta contro il nemico (vietcong, poliziotti, terroristi o russi poco importa) non è mai finita né mai finirà. Enduring freedom, appunto, o meglio enduring war. Il messaggio è passato perfettamente nella psiche lacerata di un popolo certo di essere intoccabile e ora costretto a fare i conti con una realtà inattesa e devastante: da che parte stare? A scanso di equivoci la premiata ditta Cia-Pentagono-Hollywood ha pensato bene di giocare il carico pesante e veicolare nella maniera più brutale (e quindi più efficace verso un’audience disorientate e in cerca di risposte pret-a-porter). Anche il mondo accademico Usa, strettamente legato alla logica capitalistica del finanziamento privato e del lobbysmo, ha giocato la sua parte. Dopo l’11 settembre 2001 l’Istituto di Arti Creative dell’Università della California del Sud ha organizzato decine di incontri e seminari con lo scenografo Steven De Souza (autore tra l’altro dell’action movie “58 minuti per morire“) e con il produttore Joseph Zito (inventore di pellicole-cult del reaganismo rampante come “Delta Force” e “Invasion Usa“) nonché con David Fincher, il cui “Fight Club”- con il suo misto di luddismo spontaneista e allucinazione distruttiva anticapistalista - aveva non poco turbato i sogni a stelle e strisce. Obiettivo dei meeting - presieduti guarda caso dal generale Kenneth Bergquist - era immaginare nuovi scenari di attacco terroristico e mettere a punto una risposta adeguata.
    LA VECCHIA LEZIONE DI STRANAMORE
    Si trasformano gli studenti in strateghi bellici, si abituano le loro menti all’unica prospettiva possibile - quella della paura unidirezionale e del senso di totale insicurezza - per rendere vana qualsiasi prospettiva di pensiero “altro”, di critica. Proprio un decano come Lawrence H. Suid raccontò come Washington si approcciava sistematicamente a Hollywood in periodo di guerra. Negli anni ’60, quando le uscite di film come “Dottor Stranamore” di Kubrick, “Sette giorni in maggio” di Frankenheimer o “Point Limite zéro” di Sidney Lumet cominciarono ad abbattere il mito di professionalità e invincibilità bellica dando un’immagine critica e ironica di Washington e del Pentagono, il generale Curtis LeMay intervenì direttamente con il produttore della Universal, Sy Bartlett, affinché lanciasse la produzione di un film eroico sull’aviazione, “The red telephone”, con Rock Hudson. La novità, oggi, è rappresentata dalla sinergia tra Cia, Pentagono e Hollywood nell’elaborazione stessa delle strategie di comunicazione in funzione di certi film hollywoodiani. I tempi del “favore” sono passati: non basta più un film patriottico, troppo è stato lo choc dell’11 settembre. Le menti degli spettatori (e quindi dei consumatori, degli elettori, dei potenziali soldati) vanno rieducate a fondo, veicolando il consenso fin dalla fase d’incubazione del messaggio: una volta andavi a vedere il film ed usci patriota, ora entri al cinema già patriota, già con il mood giusto e la giusta idea.
    NULLA RESTERA’ LASCIATO AL CASO
    Tutto è calcolato, tutto è scientifico. Il generale John Ashcroft ha atteso il lunedì successivo alla decima settimana di tutto esaurito al cinema della pellicola “Al vertice della tensione” per annunciare l’arresto - avvenuto mesi prima - del presunto terrorista-chicano di Al Qaeda, José Padilla, guarda caso incriminato per aver progettato un attacco pressoché identico a quello raccontato nel film di Phil Alden Robinson. Coincidenze. Di più, Ashcroft ha dato l’annuncio mentre si trovava a Mosca, quasi a voler rafforzare il messaggio di cooperazione antiterroristica Usa-Russia ma anche per lanciare un segnale a Putin (visto che si parla della scomparsa di tre scienziati nucleari russi). Per sapere quali saranno le prossime “guerre preventive”, tra cui l’Iraq, converrà quindi tenere d’occhio le prossime uscite cinematografiche più che gli annunci del Pentagono o i discorsi di Bush. Nulla di nuovo, ma certamente di inquietante e di tremendamente studiato rispetto al passato. D’altronde, la prima battaglia è quella che si vince sul teleschermo. Magari già a partire dall’annunciato intervento in Iraq.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  4. #4
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    Dopo l’11 settembre i film patriottici hanno conosciuto
    un boom benedetto da Bush
    Anche il cinema Usa va all’attacco di Osama
    di Mauro Bottarelli

    Dopo l’11 settembre, più di un terzo dei film arrivati alla vetta del box-office americano sono stati film di guerra. Tra essi “Black Hawk Dawn”, di Ridley Scott, che ricostruiva la sconfitta statunitense in Somalia, “We were soldiers”, di Randall Wallace con Mel Gibson, dedicato alla sempre cinegenica guerra in Vietnam e “Al vertice della tensione”, di Phil Alden Robinson, che resuscita ad hoc lo spettro di un attacco terroristico nucleare.
    SE IL CINEMA VA IN TRINCEA
    Mai il cinema di argomento bellico aveva conosciuto un tale risorgimento dopo gli anni d’oro - si parla dei reaganiani anni ’80 - dell’epopea vietnamita dei vari Platoon, Hamburger Hill e Rambo. Un ritorno di fiamma che si spiega sia con l’ondata patriottico-militiresca seguita all’11 settembre sia con il colossale successo scava-solco ottenuto dal pluripremiato “Salvate il soldato Ryan”(1998) di Steven Spielberg. Ma soprattutto, come ha acutamente osservato Jon Hoberman in un articolo pubblicato il 28 giugno su Village Voice dal titolo “Come Hollywood ha smesso di avere paura e ha cominciato ad amare la bomba”, mai come dall’epoca dell’azionismo di Reagan (Rambo e Top Gun ne furono le pietre miliari) Hollywood, ovvero l’industria cinematrografica, è stata così vicina - pressoché contigua - a Washington e ai centri del potere americano. Non è un caso che alla prima assoluta de “Al vertice della tensione” fossero presenti - ben visibili e con lo sguardo attento verso le telcamere della Cnn - sia il vice-presidente Usa, Dick Cheney, che il ministro della Difesa, Donald Rumsfeld.
    LE PROIEZIONI DEL PENTAGONO
    L’uscita del film in questione fu posticipata negli Usa al dicembre 2001 proprio per sfruttare l’ondata emotiva dell’11 settembre e centinaia di vhs furono recapitate ai militari Usa nelle loro basi operative all’estero. Sia “We were soldiers” che “Al vertice della tensione” hanno avuto diritto a un trattamento ufficiale che non si registrava dal maccartismo. Il film di Wallace è stato proiettato privatamente in anteprima assoluta per George W. Bush, Condoleeza Rice, Donald Rumsfeld e alti papaveri del Pentagono. Addirittura, contravvenendo a un dogma sacro dello show-business cinematografico Usa, la prima assoluta de “Al vertice della tensione” è stata spostata dalla California a Washington. Il perché è presto detto e confermato dalla stessa Paramount Pictures, casa produttrice del film: la Cia ha finanziato («con un aiuto simbolico», tendono a sottolineare) la realizzazione del film stesso. Basta vedere la pellicola per capire quanto l’intervento sia stato simbolico: il realismo da eroe in guerra col Male che pervade la pellicola sembra rispondere alla necessità americana di trovare nuovi soldati da mandare in giro per il mondo con elmetto e fucile in un momento di grave crisi per la leva statunitense.
    GUERRA E PATRIA TORNANO DI MODA
    Detto fatto, combinando l’effetto 11 settembre all’operazione mediatica di brain-washing messo in atto dalla premiata ditta Cia-Hollywood tra i teenagers, le richieste di arruolamento sono lievitate. D’altronde questa luna di miele tra Hollywood e Washington non è del tutto inedita e si iscrive a pino titolo nella sindrome patriottarda lucidamente descritta da Lawrence D. Suid nel suo saggio “Guts and Glory: the making of american military image in film” (University Press of Kentucky, 2002). Basti pensare che lo storico “Nascita di una nazione” di D. W. Griffith si avvalse, per la ricostruzione delle scene di battaglia durante la guerra civile, dell’aiuto di ingegneri e addestratori di West Point. Prima dell’11 settembre, d’altronde, l’industria del film bellico-catastrofico era pressoché scomparsa o comunque duramente ridimensionata dopo “Collateral Damage” con Arnold Schwarzenegger. Addirittura un produttore capo della DreamWorks Pictures dichiarò al Los Angeles Times che i tempi di film con “Il Pacificatore”o “Deep Impact” «erano definitivamente superati, sepolti dai nuovi gusti della gente». La strage delle Torri e il fiuto degli strateghi hanno però invertito la tendenza. Il 3 ottobre del 2001 il Washington Post riportava con stupore la notizia secondo la quale “Rambo”era in assoluto il film più noleggiato nei videoclub del Paese. Un dato chiaro: “Rambo“, ovvero la storia di un eroe di guerra solitario per il quale la lotta contro il nemico (vietcong, poliziotti, terroristi o russi poco importa) non è mai finita né mai finirà. Enduring freedom, appunto, o meglio enduring war. Il messaggio è passato perfettamente nella psiche lacerata di un popolo certo di essere intoccabile e ora costretto a fare i conti con una realtà inattesa e devastante: da che parte stare? A scanso di equivoci la premiata ditta Cia-Pentagono-Hollywood ha pensato bene di giocare il carico pesante e veicolare nella maniera più brutale (e quindi più efficace verso un’audience disorientate e in cerca di risposte pret-a-porter). Anche il mondo accademico Usa, strettamente legato alla logica capitalistica del finanziamento privato e del lobbysmo, ha giocato la sua parte. Dopo l’11 settembre 2001 l’Istituto di Arti Creative dell’Università della California del Sud ha organizzato decine di incontri e seminari con lo scenografo Steven De Souza (autore tra l’altro dell’action movie “58 minuti per morire“) e con il produttore Joseph Zito (inventore di pellicole-cult del reaganismo rampante come “Delta Force” e “Invasion Usa“) nonché con David Fincher, il cui “Fight Club”- con il suo misto di luddismo spontaneista e allucinazione distruttiva anticapistalista - aveva non poco turbato i sogni a stelle e strisce. Obiettivo dei meeting - presieduti guarda caso dal generale Kenneth Bergquist - era immaginare nuovi scenari di attacco terroristico e mettere a punto una risposta adeguata.
    LA VECCHIA LEZIONE DI STRANAMORE
    Si trasformano gli studenti in strateghi bellici, si abituano le loro menti all’unica prospettiva possibile - quella della paura unidirezionale e del senso di totale insicurezza - per rendere vana qualsiasi prospettiva di pensiero “altro”, di critica. Proprio un decano come Lawrence H. Suid raccontò come Washington si approcciava sistematicamente a Hollywood in periodo di guerra. Negli anni ’60, quando le uscite di film come “Dottor Stranamore” di Kubrick, “Sette giorni in maggio” di Frankenheimer o “Point Limite zéro” di Sidney Lumet cominciarono ad abbattere il mito di professionalità e invincibilità bellica dando un’immagine critica e ironica di Washington e del Pentagono, il generale Curtis LeMay intervenì direttamente con il produttore della Universal, Sy Bartlett, affinché lanciasse la produzione di un film eroico sull’aviazione, “The red telephone”, con Rock Hudson. La novità, oggi, è rappresentata dalla sinergia tra Cia, Pentagono e Hollywood nell’elaborazione stessa delle strategie di comunicazione in funzione di certi film hollywoodiani. I tempi del “favore” sono passati: non basta più un film patriottico, troppo è stato lo choc dell’11 settembre. Le menti degli spettatori (e quindi dei consumatori, degli elettori, dei potenziali soldati) vanno rieducate a fondo, veicolando il consenso fin dalla fase d’incubazione del messaggio: una volta andavi a vedere il film ed usci patriota, ora entri al cinema già patriota, già con il mood giusto e la giusta idea.
    NULLA RESTERA’ LASCIATO AL CASO
    Tutto è calcolato, tutto è scientifico. Il generale John Ashcroft ha atteso il lunedì successivo alla decima settimana di tutto esaurito al cinema della pellicola “Al vertice della tensione” per annunciare l’arresto - avvenuto mesi prima - del presunto terrorista-chicano di Al Qaeda, José Padilla, guarda caso incriminato per aver progettato un attacco pressoché identico a quello raccontato nel film di Phil Alden Robinson. Coincidenze. Di più, Ashcroft ha dato l’annuncio mentre si trovava a Mosca, quasi a voler rafforzare il messaggio di cooperazione antiterroristica Usa-Russia ma anche per lanciare un segnale a Putin (visto che si parla della scomparsa di tre scienziati nucleari russi). Per sapere quali saranno le prossime “guerre preventive”, tra cui l’Iraq, converrà quindi tenere d’occhio le prossime uscite cinematografiche più che gli annunci del Pentagono o i discorsi di Bush. Nulla di nuovo, ma certamente di inquietante e di tremendamente studiato rispetto al passato. D’altronde, la prima battaglia è quella che si vince sul teleschermo. Magari già a partire dall’annunciato intervento in Iraq.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  5. #5
    Totila
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    Ho sempre sospettato che per conoscere il futuro non ci vuole una sfera di cristallo...Ma basta vedere i film che trattano di guerra o di fantapolitica che vengono prodotti da Holywood.
    Sono messaggli subliminali che vengono spediti agli spettatori per prepararli ad avvenimenti tragici che si stanno preparando.
    Il dramma delle Due Torri era stato già trattato in un film (aereo dirottato dall'esterno che deve precipitare su una centrale nucleare...Mi pare si chiami "incubo ad alta quota"...)
    Un altro film interessante è quello interpretato da Sean Connery che interpreta lo scienzato pazzo che controlla il tempo (metereologico)...Progetto H.A.R.R.P? Le ultime inondazioni in Europa sono forse dovute...

    Chissà...

  6. #6
    Totila
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    Ho sempre sospettato che per conoscere il futuro non ci vuole una sfera di cristallo...Ma basta vedere i film che trattano di guerra o di fantapolitica che vengono prodotti da Holywood.
    Sono messaggli subliminali che vengono spediti agli spettatori per prepararli ad avvenimenti tragici che si stanno preparando.
    Il dramma delle Due Torri era stato già trattato in un film (aereo dirottato dall'esterno che deve precipitare su una centrale nucleare...Mi pare si chiami "incubo ad alta quota"...)
    Un altro film interessante è quello interpretato da Sean Connery che interpreta lo scienzato pazzo che controlla il tempo (metereologico)...Progetto H.A.R.R.P? Le ultime inondazioni in Europa sono forse dovute...

    Chissà...

  7. #7
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    Antrace: soldi & misteri del bioterrorismo
    UOMINI DI STATO PROPRIETARI DELLA DITTA CHE PRODUCE
    L’ANTIBIOTICO PER COMBATTERE LA “PAURA INVISIBILE”

    di Mauro Bottarelli

    «Con ogni probabilità l’antrace spedita proveniva da un laboratorio americano». Poche parole, una frase semplice ma dall’impatto devastante. Il 17 dicembre 2001 la Casa Bianca ha ammesso, attraverso una dichiarazione che lascia pochi margini al dubbio, che le lettere al carbonchio che per settimane hanno terrorizzato gli Stati Uniti mietendo cinque vittime e provocando tredici infettati, avrebbero contenuto spore prodotte in laboratori americani. Di più, non semplici aziende private ma legate direttamente alla Cia. Un terremoto. Ma, soprattutto, l’indiretta conferma dello scoop compiuto tre giorni prima dal quotidiano Washington Post che, in un informatissimo reportage, gettava in faccia all’opinione pubblica a stelle e strisce la seguente tesi: le spore di antrace trovate nelle lettere che hanno seminato il panico in America e quelle sperimentate nei laboratori governativi sono molto, troppo simili. Da parte loro, i vertici dell’esercito hanno subito minimizzato la possibilità di un legame così come la Cia ha escluso che le spore di antrace della recente offensiva bioterroristica nazionale possano essere uscite da laboratori al proprio servizio. Ma torniamo per un attimo allo scoop. Attraverso una capillare operazione di monitoraggio il quotidiano statunitense era tornato su quella che gli esperti hanno definito la perfetta corrispondenza fra il profilo genetico del carbonchio usato nelle lettere contaminate inviate al Senato e a mezzi d’informazione e quello studiato nei laboratori di Fort Detrick, nel Maryland, il principale centro di ricerca biologica delle forze armate. Un portavoce dell’esercito ha subito ricordato che i ceppi usati a Fort Detrick e nei laboratori del governo provenivano originariamente da laboratori del dicastero dell’Agricoltura e che in seguito campioni di batteri e spore sono stati dati ad altri cinque laboratori statunitensi. L’Fbi, che propende per la pista di una trama bioterroristica nazionale, ha cominciato a spulciare (facendo arenare pochi giorni dopo tutti gli sforzi profusi) tra i diversi programmi di bioricerca svolti da strutture ed enti pubblici, compresa una società che lavora proprio per la Cia.
    CHI CI VUOLE GUADAGNARE
    E dalla stessa Central Intelligence Agency, un portavoce ha confermato che l’agenzia ha un suo programma di ricerca sul carbonchio ma ha escluso un legame con la trama delle lettere.
    In questo programma, ha sottolineato, non si fa uso di polveri per agevolare la dispersione delle spore, come nel caso delle lettere indirizzate a esponenti del Senato: dalle scorte, inoltre, non risultano mancanze. Fin qui l’ufficialità. Ora, le verità nascoste. Cia ed Fbi hanno tre piste precise: a) quella di una vendetta contro i giornalisti da parte di un collaboratore impazzito; b) indirizzare mediaticamente attraverso il panico da antrace il prossimo colpo contro l’Iraq di Saddam Hussein. 3) far guadagnare ingenti somme alle imprese specializzate nella lotta all’antrace. Le prime due sono credibili ma peccano forse di ingenuità. La terza, più difficile da provare, presenta inquietanti lati nascosti e qualche imbarazzante coincidenza. Andiamo con ordine. La Bayer - produttrice dell’antibiotico Cipro - è un’azienda tedesca. Perché mai, quindi, la Cia dovrebbe favorirla? Non c’è motivo, almeno apparente. Certo l’azienda ha guadagnato un bel po’ di soldi grazie a questa emergenza, gli stessi forse che aveva perduto con un’altra emergenza: quella del Lipobay, il farmaco anti-colesterolo ritirato dal mercato perché possibile responsabile di una serie di decessi tra i pazienti che lo assumevano. Ma questa è solo una coincidenza: e poi cosa c’entra l’America con tutto questo? Nulla. C’è però da sapere che in America esiste una sola azienda autorizzata a produrre il vaccino antiantrace: la Bioport Corporation, con sede a Lansing, Michigan e legata da un contratto di esclusiva con il Pentagono. Nel dicembre 1997 la difesa Usa decise di vaccinare contro l’antrace oltre due milioni di militari. Pochi giorni dopo la Bioport acquistò il Michigan Biologic Products Institute - una società statale - che fino ad allora aveva prodotto un vaccino di dubbia efficacia. La Bioport, in meno di un mese, si aggiudicò una commessa da 29 milioni di dollari, prima tranche dei 322 di un programma decennale. L’ex analista della Cia, Patrick Eddinghton, confessò all’emittente Abc che «quel vaccino non è mai stato testato, ma soprattutto nessuno ha mai fornito dati in grado di confermare la minaccia».
    MILITARI STERILI
    La Food and Drugs Administration (Fda) inviò alcuni ispettori presso la Bioport, visto che i primi militari vaccinati avevano evidenziato problemi di impotenza e sterilità. La società andò quindi in crisi di liquidità all’inizio del 2001 ma ottenne a tempo di record dal Pentagono l’aumento del prezzo per dose da 4 a oltre 10 dollari. Per miracolo, poi, l’emergenza creata dalle lettere all’antrace riuscì a vincere le perplessità della Fda: il vaccino cominciò a uscire copioso dai magazzini della Bioport. Niente male come retroscena. Ma il meglio deve ancora venire: chi sono i proprietari della Bioport? In parte è la Intervac, in parte il Carlyle Group. Della prima fanno parte l’ex ammiraglio William Crowe, ex capo di Stato maggiore ai tempi della guerra del Golfo, e come amministratore delegato, Fuad El-Hibri, cittadino tedesco-libanese che ha ottenuto anche la cittadinanza americana giusto in tempo per firmare i contratti con il Dipartimento di Stato. Molto più potente appare il Carlyle, banca d’affari diretta dall’ex segretario di Stato James Baker III, presieduta da Rank Carlucci (ex consigliere per la sicurezza nazionale con Reagan) e pubblicamente rappresentata nel mondo dall’ex presidente George Herbert W. Bush, il papà dell’attuale inquilino della Casa Bianca. Il fior fior dei governanti repubblicani, insomma, guida una portaerei finanziaria specializzata - guarda caso - in contratti aerospaziali e militari con la Difesa. Ma chi è il terzo “azionista rilevante” della Bioport? Una società talmente importante da dover restare ignora per “ragioni di sicurezza“. Ignota a tutti, quindi, ma non ad alcuni media americani che pensano di averla intercettata: si tratterebbe del Bin Laden Group (la finanziaria di famiglia del nemico pubblico numero uno), tramite la National Commerce Bank of Saudi. Tutto torna. Anche il licenziamento, avvenuto l’altro giorno, dello scienziato della Louisiana State University, Steven Hatfill, definito dall’Fbi una «persona di interesse», per non dire sospetta, nell’indagine sul caso antrace. L’Università ha precisato in una dichiarazione di «non volere, con questa azione, dare alcun giudizio sulla colpevolezza o sull’innocenza del professor Hatfill per quanto riguarda l’indagine dell’Fbi». Peccato che l’effetto sia stato decisamente opposto: per tutti, in America, l’untore ora ha un nome. Che, probabilmente, non coincidente con quello del vero “postino”all’antrace: ma poco importa, i misteri restano ancora tutti sul tappeto e nessuno sembra aver troppa voglia di scuoterlo.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    Antrace: soldi & misteri del bioterrorismo
    UOMINI DI STATO PROPRIETARI DELLA DITTA CHE PRODUCE
    L’ANTIBIOTICO PER COMBATTERE LA “PAURA INVISIBILE”

    di Mauro Bottarelli

    «Con ogni probabilità l’antrace spedita proveniva da un laboratorio americano». Poche parole, una frase semplice ma dall’impatto devastante. Il 17 dicembre 2001 la Casa Bianca ha ammesso, attraverso una dichiarazione che lascia pochi margini al dubbio, che le lettere al carbonchio che per settimane hanno terrorizzato gli Stati Uniti mietendo cinque vittime e provocando tredici infettati, avrebbero contenuto spore prodotte in laboratori americani. Di più, non semplici aziende private ma legate direttamente alla Cia. Un terremoto. Ma, soprattutto, l’indiretta conferma dello scoop compiuto tre giorni prima dal quotidiano Washington Post che, in un informatissimo reportage, gettava in faccia all’opinione pubblica a stelle e strisce la seguente tesi: le spore di antrace trovate nelle lettere che hanno seminato il panico in America e quelle sperimentate nei laboratori governativi sono molto, troppo simili. Da parte loro, i vertici dell’esercito hanno subito minimizzato la possibilità di un legame così come la Cia ha escluso che le spore di antrace della recente offensiva bioterroristica nazionale possano essere uscite da laboratori al proprio servizio. Ma torniamo per un attimo allo scoop. Attraverso una capillare operazione di monitoraggio il quotidiano statunitense era tornato su quella che gli esperti hanno definito la perfetta corrispondenza fra il profilo genetico del carbonchio usato nelle lettere contaminate inviate al Senato e a mezzi d’informazione e quello studiato nei laboratori di Fort Detrick, nel Maryland, il principale centro di ricerca biologica delle forze armate. Un portavoce dell’esercito ha subito ricordato che i ceppi usati a Fort Detrick e nei laboratori del governo provenivano originariamente da laboratori del dicastero dell’Agricoltura e che in seguito campioni di batteri e spore sono stati dati ad altri cinque laboratori statunitensi. L’Fbi, che propende per la pista di una trama bioterroristica nazionale, ha cominciato a spulciare (facendo arenare pochi giorni dopo tutti gli sforzi profusi) tra i diversi programmi di bioricerca svolti da strutture ed enti pubblici, compresa una società che lavora proprio per la Cia.
    CHI CI VUOLE GUADAGNARE
    E dalla stessa Central Intelligence Agency, un portavoce ha confermato che l’agenzia ha un suo programma di ricerca sul carbonchio ma ha escluso un legame con la trama delle lettere.
    In questo programma, ha sottolineato, non si fa uso di polveri per agevolare la dispersione delle spore, come nel caso delle lettere indirizzate a esponenti del Senato: dalle scorte, inoltre, non risultano mancanze. Fin qui l’ufficialità. Ora, le verità nascoste. Cia ed Fbi hanno tre piste precise: a) quella di una vendetta contro i giornalisti da parte di un collaboratore impazzito; b) indirizzare mediaticamente attraverso il panico da antrace il prossimo colpo contro l’Iraq di Saddam Hussein. 3) far guadagnare ingenti somme alle imprese specializzate nella lotta all’antrace. Le prime due sono credibili ma peccano forse di ingenuità. La terza, più difficile da provare, presenta inquietanti lati nascosti e qualche imbarazzante coincidenza. Andiamo con ordine. La Bayer - produttrice dell’antibiotico Cipro - è un’azienda tedesca. Perché mai, quindi, la Cia dovrebbe favorirla? Non c’è motivo, almeno apparente. Certo l’azienda ha guadagnato un bel po’ di soldi grazie a questa emergenza, gli stessi forse che aveva perduto con un’altra emergenza: quella del Lipobay, il farmaco anti-colesterolo ritirato dal mercato perché possibile responsabile di una serie di decessi tra i pazienti che lo assumevano. Ma questa è solo una coincidenza: e poi cosa c’entra l’America con tutto questo? Nulla. C’è però da sapere che in America esiste una sola azienda autorizzata a produrre il vaccino antiantrace: la Bioport Corporation, con sede a Lansing, Michigan e legata da un contratto di esclusiva con il Pentagono. Nel dicembre 1997 la difesa Usa decise di vaccinare contro l’antrace oltre due milioni di militari. Pochi giorni dopo la Bioport acquistò il Michigan Biologic Products Institute - una società statale - che fino ad allora aveva prodotto un vaccino di dubbia efficacia. La Bioport, in meno di un mese, si aggiudicò una commessa da 29 milioni di dollari, prima tranche dei 322 di un programma decennale. L’ex analista della Cia, Patrick Eddinghton, confessò all’emittente Abc che «quel vaccino non è mai stato testato, ma soprattutto nessuno ha mai fornito dati in grado di confermare la minaccia».
    MILITARI STERILI
    La Food and Drugs Administration (Fda) inviò alcuni ispettori presso la Bioport, visto che i primi militari vaccinati avevano evidenziato problemi di impotenza e sterilità. La società andò quindi in crisi di liquidità all’inizio del 2001 ma ottenne a tempo di record dal Pentagono l’aumento del prezzo per dose da 4 a oltre 10 dollari. Per miracolo, poi, l’emergenza creata dalle lettere all’antrace riuscì a vincere le perplessità della Fda: il vaccino cominciò a uscire copioso dai magazzini della Bioport. Niente male come retroscena. Ma il meglio deve ancora venire: chi sono i proprietari della Bioport? In parte è la Intervac, in parte il Carlyle Group. Della prima fanno parte l’ex ammiraglio William Crowe, ex capo di Stato maggiore ai tempi della guerra del Golfo, e come amministratore delegato, Fuad El-Hibri, cittadino tedesco-libanese che ha ottenuto anche la cittadinanza americana giusto in tempo per firmare i contratti con il Dipartimento di Stato. Molto più potente appare il Carlyle, banca d’affari diretta dall’ex segretario di Stato James Baker III, presieduta da Rank Carlucci (ex consigliere per la sicurezza nazionale con Reagan) e pubblicamente rappresentata nel mondo dall’ex presidente George Herbert W. Bush, il papà dell’attuale inquilino della Casa Bianca. Il fior fior dei governanti repubblicani, insomma, guida una portaerei finanziaria specializzata - guarda caso - in contratti aerospaziali e militari con la Difesa. Ma chi è il terzo “azionista rilevante” della Bioport? Una società talmente importante da dover restare ignora per “ragioni di sicurezza“. Ignota a tutti, quindi, ma non ad alcuni media americani che pensano di averla intercettata: si tratterebbe del Bin Laden Group (la finanziaria di famiglia del nemico pubblico numero uno), tramite la National Commerce Bank of Saudi. Tutto torna. Anche il licenziamento, avvenuto l’altro giorno, dello scienziato della Louisiana State University, Steven Hatfill, definito dall’Fbi una «persona di interesse», per non dire sospetta, nell’indagine sul caso antrace. L’Università ha precisato in una dichiarazione di «non volere, con questa azione, dare alcun giudizio sulla colpevolezza o sull’innocenza del professor Hatfill per quanto riguarda l’indagine dell’Fbi». Peccato che l’effetto sia stato decisamente opposto: per tutti, in America, l’untore ora ha un nome. Che, probabilmente, non coincidente con quello del vero “postino”all’antrace: ma poco importa, i misteri restano ancora tutti sul tappeto e nessuno sembra aver troppa voglia di scuoterlo.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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