UN ANNO DOPO / LA TESTIMONIANZA DELLA SPIA CHE
CONOSCEVA IL PIANO MA NON FU ASCOLTATA
11 settembre, qualcuno sapeva già tutto
di Mauro Bottarelli
«CONSENTIRE UN ATTACCO, BLOCCARE TUTTI GLI ALTRI»
Il documento scoperto da un agente inviato a Mosca
Alla vigilia del primo anniversario degli attacchi terroristici dell’11 settembre contro New York e Washington, pubblichiamo in anteprima un capitolo del nuovo libro di Mauro Bottarelli, “11 settembre - Dietro le torri, dentro le torri” (128 pagine, 10 euro), edito dalla SEB (Società Editrice Barbarossa) e disponibile a partire proprio dall’11 settembre prossimo. Il libro ripercorre le tappe principali di un anno tormentato mettendo in evidenza i molti lati oscuri che ancora avvolgono il più grave attentato della storia. Particolare attenzione viene prestata alle conseguenze economiche e geopolitiche innescate dall’intervento militare in Afghanistan, ai possibili scenari di un attacco all’Iraq e all’operazione mediatica di veicolazione del consenso messa in atto in nome della lotta al terrorismo internazionale. Per informazione e prenotazioni: SEB - tel. 02/66400383 - fax. 02/66400423.
L’onda emotiva che ha travolto il mondo lo scorso 11 settembre ha cominciato ormai ad attenuarsi, stemperata dalla crisi economica e dalle mille domande emerse al riguardo nell’arco di un anno. Restano il ricordo, l’orrore per i morti, l’inquietudine per l’accaduto, il senso di precarietà ma la risacca mediatica sta ormai coprendo con i suoi placidi segnali di normalizzazione tutte le zone d’ombra del “più grande attentato della storia”. Questo non significa che il passato sia passato. Anzi. Proprio ora, con la fase tre di Enduring Freedom che scalda non senza difficoltà i propri motori, cominciano a emergere anche Oltreoceano dubbi e sospetti sul giorno del giudizio per l’impero americano.
L’UOMO CHE SAPEVA E VOLEVA PARLARE
Vengono a galla, oltre a particolari tutt’altro che secondari sulle disfunzioni dell’intelligence e dell’apparato militare Usa, anche storie sotterranee come quelle di Delmart “Mike” Vreeland, ufficiale della marina americana che scoprì con due anni di anticipo il piano per l’attacco al Wtc e venne trattato come un pazzo visionario salvo finire sotto processo in Canada per una storia di carte di credito. Sembra incredibile l’intera vicenda di quest’uomo, degna di Le Carrè e delle migliori spy-stories. Peccato che sia vera, dall’inizio alla fine. Ma cominciamo proprio dal fondo, ovvero dalla prima vittoria ottenuta dai legali di Vreeland nel processo a suo carico in corso a Toronto. «Vostro onore, mi permette di chiamare il Pentagono?». La Corte riunita non credeva alle proprie orecchie quando il 10 gennaio scorso l’avvocato Paul Slansky è riuscito a dimostrare che il suo cliente, Delmart Vreeland appunto, non è un pazzo come sostengono i governo di Stati Uniti e Canada. Attraverso l’impianto “viva voce” tutti i presenti ascoltarono ciò che diceva, da Washington, l’ignaro ed efficientissimo centralinista del Dipartimento della Difesa: «Il tenente Vreeland è identificato dalla sigla 0-3, questo è il suo numero diretto, questo il numero della sua stanza». Gelo sui banchi dell’accusa, gelo su quello della corte: l’uomo chiamato alla sbarra non è affatto un volgare mitomane chiamato a rispondere di truffe con carte di credito clonate. Non è vero, dunque, come hanno tentato di dimostrare gli alti comandi militari, che l’uomo sia stato congedato per scarso rendimento nel 1986. Delmart Vreeland è tuttora un ufficiale della marina americana presso l’ONI (Office of Naval Intelligence), da anni impegnato in missioni di spionaggio e, soprattutto, pedina di un gioco molto pericoloso e non ancora confessabile. Il tenente “Mike” è in carcere dal dicembre 2000 e adesso teme per la sua vita: se il Canada dovesse cedere alle pressioni statunitensi ed estradarlo negli Usa in molti potrebbero avere interesse a tappare la bocca alla spia che sapeva troppo. I suoi guai iniziarono quando, nell’autunno di due anni fa, venne inviato in missione sotto copertura a Mosca con due compiti: investigare su un traffico internazionale di droga e acquisire documenti russi e cinesi che provassero l’intenzione dei due Paesi di contrastare il progetto per lo scudo stellare che l’amministrazione Clinton stentava a far decollare per problemi di equilibri diplomatici. Tra i suoi interlocutori in terra di Russia c’è un sedicente “analista di sistemi informatici”, il 35enne Marc Bastien, dipendente dell’ambasciata canadese e agente del Csis, il servizio segreto di Ottawa. Il tenente Vreeland entrò così in possesso di una carta che forse non avrebbe dovuto mai vedere: i servizi moscoviti, l’Fsb, segnalarono in un’informativa riservatissima l’organizzazione di attentati devastanti su una serie di obiettivi nordamericani che comprendevano il World Trade Center, il Pentagono, la Casa Bianca, le Sears Towers di Chicago, il Parlamento canadese, sedi di banche a Toronto, Ottawa e Montreal oltre a centrali idroelettriche. L’informazione, raccolta anche attraverso fonti dell’Fsb operanti in Cecenia, lasciava intendere chiaramente che Osama Bin Laden e la sua organizzazione ne sarebbero stati soltanto gli esecutori materiali, il terminale ultimo agli ordini di qualcuno più in alto. Una spectre non meglio precisata che, stando ai rapporti russi, farebbe capo a imperi politico-finanziari. Il messaggio finale contenuto nell’informativa “unclassified” scoperta da “Mike” era tanto chiaro quanto agghiacciante: «Consentire solo un attacco. Impedire gli altri». A quel punto il bravo tenente Vreeland tentò di avvertire i suoi superiori e di segnalare quanto scoperto al Csis e alle Guardie a cavallo delle sede diplomatica canadese. Anche la “gola profonda” Bastien capisce che per lui le cose si mettono male nella capitale russa, divenuta ormai un covo di spie, un crocevia di intelligence internazionali a caccia di qualcosa di inconfessabile. «Non mi fido di nessuno, qui a Mosca», confidò il 6 dicembre 2000, ovvero sei giorni prima di essere trovato morto nel suo appartamento moscovita “per cause naturali”, come dichiararono i medici.
LA FUGA DA MOSCA E I GUAI IN CANADA
Ma sei mesi dopo, i risultati dell’autopsia sulla salma rientrata in patria dimostrarono che Bastien era stato avvelenato. Qualcuno, forse una donna, aveva versato nel suo drink massicce dosi di antidepressivo. Nel frattempo il tenente di marina Vreeland lasciò la Russia e venne arrestato non appena il suo aereo toccò la pista di Toronto. Sul suo capo pendeva un mandato di cattura internazionale emesso dallo Stato del Michigan: l’accusa era di aver falsificato e utilizzato carte di credito a suo nome. Spinto dal senso del dovere e dalla percezione del pericolo incombente, Vreeland tentò in ogni modo di far filtrare la soffiata sugli imminenti attentati anche dal carcere. Silenzio. Gli 007 statunitensi e canadesi continuarono a ripetere che si trattava delle bugie di un ciarlatano, di un truffatore incallito. Così, l’11 o il 12 agosto 2001 (l’unica incertezza è sulla data esatta) l’ufficiale scrisse tutto ciò che sapeva e lo chiuse in una busta, consegnandola alla direzione del penitenziario. La lettera venne riaperta il 14 settembre 2001, quando l’ecatombe newyorchese era già realtà: scattarono immediatamente gli allarmi in Nord America a protezione degli altri bersagli segnalati da Vreeland “il pazzo”. Che ora attende in carcere il suo destino di truffatore con carte di credito clonate e di spia che sapeva troppo. Una storia incredibile, almeno quanto le dichiarazioni rilasciate da Vreeland in un’intervista esclusiva al sito di news-on-line americano, “From the wilderness”. Eccone le parti più interessanti riportate nella versione inglese della testata.
«SAPEVO TUTTO 8 MESI PRIMA»
FTW: «Quando venne a conoscenza per la prima volta dei dettagli dell’attacco che sarebbe avvenuto l’11 settembre?».
MV: «Nella prima settimana di dicembre del 2000».
FTW: «Cosa ha saputo dei dettagli?».
MV: «Un documento era scritto in inglese da un agente statunitense che si era procurato la copia di una lettera che era stata mandata a Vladimir Putin da K. Hussein, figlio di Saddam Hussein. Questo è ciò che indica la traduzione dell’incartamento. Gli iracheni sapevano che stavo arrivando fin dal giugno 2000. Non ricevetti i miei ordini fino ad agosto. La lettera diceva che ci si sarebbe occupati di Bastien e di Vreeland “nel modo appropriato”. Le lettera affermava specificamente a pagina due: “Il nostro ufficiale americano lo garantisce”».
FTW: «Dopo aver appreso i dettagli degli attacchi in arrivo sul WTC e sul Pentagono, quanto ha aspettato prima di tentare di notificare l’informazione alle autorità canadesi e statunitensi?».
MV: «Il 6 dicembre del 2000 dissi in faccia alle autorità canadesi che avevo immediata necessità di contattare le forze armate canadesi. Lo misi per iscritto. Lei (l’ufficiale canadese, ndr) si stava prendendo gioco di me, quindi misi per iscritto che ero una spia russa e un esperto di sistemi d’arma e che volevo parlare con loro oggi. Dissi che ero russo perché immaginai che questo avrebbe destato la loro attenzione. Il nome che avevano di me era Mikhail Cristianov, in quanto avevo un documento di identità che usava questo nome».
FTW: «Quale fu la loro reazione?».
MV: «I canadesi diventarono lividi, se ne andarono e non li rividi mai più».
FTW: «La reazione canadese e statunitense l’ha portata a raggiungere qualche conclusione? Se si, quale?».
MV: «Pensai che avevo a che fare con degli idioti, che non avevano la minima idea di quanto stava per accadere. Mi è venuto in mente che c’erano certi ufficiali che volevano che l’attacco avvenisse. Nessuno ha mai avuto alcuna intenzione di costruire il sistema di cui mi stavo occupando, perché avrebbe inciso sul bilancio della Difesa. Una cosa avvenuta dopo l’11 settembre è che i finanziamenti al Pentagono sono aumentati vertiginosamente».
FTW: «Il suo avvertimento scritto conteneva l’affermazione: “Lasciate che ne accade uno, fermate gli altri”. Tale affermazione implica che gli Stati Uniti o qualche agenzia di intelligence hanno ottenuto completa penetrazione delle cellule terroristiche?».
MV: «Senza dubbio. Talvolta certi governi progettano, creano reti come Al Qaeda, che era realmente al potere in Afghanistan. Tali entità provocano specifici problemi su indicazione del governo che le ha create».
FTW: «E’ possibile che le cellule terroristiche fossero “dirette” senza sapere da chi?».
MV: «Assolutamente sì».
FTW: «Cosa che pensa che succederà ancora nella guerra al terrorismo?».
MV: «Alla fine, qualcuno dovrà raccontare la verità. Una volta che queste persone verranno giudicate in base alla legge, non ci sarà più falso terrorismo sparso per il mondo».
L’operazione in Afghanistan
NIENTE TRACCE DI BIN LADEN
A quasi un anno dai devastanti attacchi contro New York e Washington, il mondo sembra riprecipitare nel limbo dell’insicurezza, quasi le immagini di quelle torri sbriciolate dall’impatto e dal fuoco riemergessero dal baule dei ricordi dopo un inconsapevole quanto tranquillizzante cristallizzazione. Il senso di vuoto che ha permeato le ore di quel martedì di settembre ha innescato una reazione emotiva capace di riprodursi all’infinito - e su larga scala - coinvolgendo tutti i settori della vita sociale: gli affetti, il lavoro, il tempo libero, i rapporti interpersonali, la religiosità. Il nuovo millennio si è aperto con un evento dalla straordinaria portata simbolica: dopo la proclamata fine della storia (Fukuyama), dopo lo “sciopero degli eventi” (Boudrillard), la Storia si è rimessa in moto nel modo più terribile, fissando nella nostra mente l’immagine del crollo delle torri gemelle di New York. La storia è ripartita da dove aveva preso avvio, da una tragedia, da una guerra. E’ finita la belle époque della società aperta: siamo passati dall’equilibrio del terrore, che ha caratterizzato la guerra fredda, al terrore tout-court. E’ riemersa l’idea della guerra come scontro di civiltà (Huntington) e il terrorismo suicida ha richiamato l’immagine della furia nichilista, che risponde a una logica distruttiva e autodistruttiva il cui scopo non è “non avere scopi”, come ha osservato qualcuno, ma mettere a nudo l’ineluttabilità del terrore, la caducità quotidiana della sicurezza, dimostrare nel modo più drammtico e cruente che “nessuno è al sicuro, nessuno è innocente”. Oggi, quindi, ci ritroviamo a piangere 3mila morti e a chiederci quale sia stato il senso dell’accaduto e, soprattutto, cosa ci aspetti domani: i venti di guerra che soffiano sull’Iraq, l’intrusiva e invisibile presenza della minaccia terroristica, l’incapacità di razionalizzare gli eventi sono altrettanti debiti formativi che riemergono dalle ceneri di quel’anno 0 della nostra vita sociale. Paradossale ed esplicativo, appare in questo contesto, l’appello lanciato ieri dal comando delle unità d’élite statunitense dispiegate in Afghanistan alla ricerca di Osama Bin Laden. Ovvero, basta con l’estenuante e inutile caccia al capo di Al Qaeda.
Già, perché dopo quasi dieci mesi di estenuante caccia al “principe del terrore” tra le montagne afghane, l'esercito statunitense sembra ormai sfinito da una ricerca che non pare in grado di dare risultati utili. Bin Laden, l’uomo la cui cattura aveva giustificato l’intera operazione militare, sembra essersi definitivamente eclissato. Il fantasma è tornato da dove era venuto: il Nulla. Per questi militari, sempre più simili a quei giapponesi delle isole del Pacifico per i quali la seconda guerra mondiale non è mai finita, Bin Laden è quasi sicuramente morto. Certo, spiegano, «non possiamo esibire alcuna prova», ma dopo mesi di ricerche tra le montagne, nelle grotte, e fra le lande meno ospitali del mondo, le divise grigioverdi statunitensi dicono basta. L’ordine però, deve arrivare da Bush in persona, che si troverebbe nella difficile situazione di dover confessare al mondo che la guerra in Afghanistan è stata un fallimento. Il principale responsabile dell’attacco alle Torri, infatti, resta un fantasma. Forse anche per questo una consistente parte dell’amministrazione Bush (con il vice Dick Cheney in testa) vuole scatenare immediatamente una nuova guerra e fornire un nuovo “nemico”, all’immaginario collettivo americano. E, per farlo, niente di meglio che rispolverare una figura che ha già albergato negli incubi degli americani: Saddam Hussein. E’ questo il paradosso dell’11 settembre, a un anno dall’apocalisse: ancora oggi tutto è fermo e inciso nell’istante dello schianto fatale.
Questo perché tra pacifismo assoluto e incondizionata condivisione della guerra, a qualunque prezzo, c’è una terza via, che sulla base di una valutazione etica si assume la responsabilità di distinguere, discriminare, e la fatica di negoziare limiti e misure, entro cui le regole debbano valere assolutamente, secondo l’insegnamento kantiano. Ma nessuno - o molto pochi - lo hanno ancora capito.




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