Da "il Nuovo"
Nella sentenza per gli esecutori del delitto del 22 marzo scorso i giudici di Palermo sottolineano le molte zone d’ombra: non solo mafia, ma probabili interessi convergenti.
di Calogero Russo
PALERMO - Omicidio Carlo Alberto Dalla Chiesa. Venti anni dopo. Oltre la mafia, “altre inconfessabili ragioni” e molte “zone d’ombra”. Lo hanno affermato, scrivendolo nero su bianco, i giudici della seconda sezione della Corte d’assise di Palermo, presieduta da Giuseppe Nobile, (a latere Roberto Murgia), nelle motivazioni della sentenza, emessa il 22 marzo scorso, che ha condannato all’ergastolo due degli esecutori materiali della strage: i mafiosi Vincenzo Galatolo e Nino Madonia. E inflitto una pena di 14 anni di carcere a Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci, i due collaboratori di giustizia che hanno raccontato le fasi dell’agguato, cui avevano preso parte. “Si può, senz'altro, convenire — hanno scritto i giudici — con chi sostiene che persistano ampie zone d'ombra, concernenti sia le modalità con le quali il generale è stato mandato in Sicilia a fronteggiare il fenomeno mafioso sia la coesistenza di specifici interessi, all’interno delle stesse istituzioni, all'eliminazione del pericolo costituito dalla determinazione e dalla capacità del generale”.
Le fasi dell’eccidio. Furono proprio due “picciotti” di mafia oggi pentiti, Calogero Ganci e Francesco Paolo Anzelmo, a raccontare le fasi dell’eccidio del 3 settembre 1982 in via Isidoro Carini a Palermo, dove Cosa nostra uccise il prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa, la moglie, Emanuela Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo. Il commando, raccontarono, era a bordo di un'auto e di due motociclette, seguirono l'A 112 del generale appena fuori dalla prefettura di Palermo, poi cominciarono a sparare in via Isidoro Carini nel punto dove la strada si restringe. Prima partirono le raffiche contro la moglie di Dalla Chiesa che stava guidando, poi uccisero il generale e infine il poliziotto di scorta che si trovava a bordo dell’Alfetta. Più di dieci anni fa i mandanti del massacro sono stati tutti condannati al maxi processo alla mafia iniziato nell’86 e conclusosi il 17 dicembre del 1987. Il carcere a vita con sentenza definitiva è stato comminato ai massimi vertici della Cupola fra cui Totò Riina, Bernardo Provenzano, Pippo Calò, e Michele Greco. Condannato, in primo grado, ma poi assolto in appello Nitto Santapaola, capo della mafia catanese.




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