Nella nostra identità c'è posto per la religiosità"
I parroci rivoluzionari del Logudoro, l'esilio in Corsica e poi, col fascismo, ecco allentarsi l’impegno per la questione sarda.
ITALO ORTU
Le «scienze umane» ci hanno chiaramente dimostrato che esistono, strutture sociali, mentali, politiche, culturali, linguistiche, etniche che costituiscono, nel loro complesso, l'identità di un popolo a cui offrono basi sicure su cui fondare le proprie decisioni.
A pieno titolo anche il fatto religioso è parte integrante, insostituibile e caratterizzante della cultura, dell'identità di un popolo, contribuendo a costituire, condizionandolo, il più intimo e profondo equilibrio spirituale ed etico dello stesso.
Ogni forma di acculturazione, esplicita o velata, violenta o meno, non può che sconvolgere equilibri consolidati di carattere culturale, psicologico e sociale elaborati e costituitisi nel corso dei secoli: l'acculturazione di carattere religioso non può che conseguire gli stessi effetti devastanti e sconvolgenti. Da qui la resistenza, il rigetto o, peggio, io ritengo, l'accettazione passiva che non penetra e vivifica, non condivisa, né sentita.
Ne consegue uno spegnersi progressivo di quel vivo senso della religiosità che faceva partecipare e vivere, forse anche ingenuamente, ma intensamente e fermamente la fede degli avi.
Chiunque abbia del popolo sardo conoscenza, anche epidermica, non può non evidenziare, inconfondibile e solare, la sua identità religiosa. Sono i momenti e i fatti della più comune vita quotidiana; il lavoro, il vivere sociale, la famiglia, la comunità, la festa, la gioia, il dolore, il canto ed il pianto a essere permeati ed espressi in forme originali di religiosità, che non è folklore, ma cultura viva, vita vissuta, scelta consapevole, convinzione profonda.
Sulla religiosità ancestrale dei sardi che menhirs e betili, Madri mediterranee e pozzi sacri ci rivelano diffusa e fervida, la Chiesa cattolica ha innestato e poi sviluppato, nel corso di tanti secoli, una fede intensa che fa vibrare, in ogni sua più intima fibra, il popolo sardo. E sono presbiteri, abati, semplici monaci e vescovi che, ancor prima della caduta dell'Impero romano d'Occidente ed in epoca posteriore, fondano cenobi e monasteri, centri dove si elaborano e da dove si diffondono idee per tutta l'Isola.
La Chiesa sarda in stretta relazione con la Chiesa africana, entrambi coesistenti nell'ambito dell'Esarcato d'Africa, conosce e fa tesoro della prestigiosa cultura elaborata da apologeti e filosofi cristiani della grandezza di un Tertulliano e di Sant'Agostino. I rapporti sono tanto intensi e continui che, nel tempo, la stessa lingua sarda, come lingua neolatina, va sviluppandosi sull'antico ceppo della parlata latina meridionale, e cioè sardo-africana. La Chiesa sarda può vantare allora prelati intellettuali, la di cui fama, per santità e dottrina, va molto oltre lo stretto ambito isolano, come avviene per Lucifero ed Eusebio; ed ancora dopo, si illumina della saggezza e del pensiero di Fulgenzio.
La vita civile, la politica, l'economia e l'arte in Sardegna conoscono, specialmente in periodo giudicale, un rapporto costante e stretto con la Chiesa. Le cancellerie giudicali si avvalgono, molto di sovente, della preziosa collaborazione di ecclesiastici: fioriscono, ovunque, veri gioielli d'arte purissima, le chiese romaniche che ospitano le assemblee popolari convocate dai giudici; ad opera dei monaci si bonificano e si dissodano le terre, si introducono colture diverse, viene arricchito il patrimonio zootecnico.
Quando, ad opera dei dominatori di turno, la lingua sarda viene emarginata dalla cultura ufficiale egemone, ritrova spazio e salvezza negli scritti di ecclesiastici poeti e prosatori, quali il Cano, l'Araolla e Carboni, Mele, Matta, Casu per non citare che alcuni dei tanti ed illustri.
Si ritiene, e si afferma spesso, che la Chiesa sarda abbia spesso abbandonato ai lupi famelici venuti, in tempi diversi, dal mare, il proprio gregge e compiuto nefanda opera di intermediazione con il colonizzatore. Tali affermazioni meritano un esame più attento e, quanto meno, è sempre opportuno non generalizzare. Perché è vero anche che, in tempi non troppo lontani, il clero minore, certamente indigeno, più vicino agli interessi del popolo sardo, della parte più povera e dolorante del gregge cristiano, sul finire del settecento, fu a fianco delle masse contadine e dei pastori contro i baroni, contro la prepotenza e lo sfruttamento feudale, contro i piemontesi.
I parroci del logudoro, insieme alla emergente borghesia illuminata locale, guidarono la sollevazione antifeudale ed antipiemontese delle plebi rurali dando vita alla grande ed esaltante rivoluzione nazionalitaria e sociale del popolo sardo che ebbe, come suo maggior leader, Giovanni Maria Angioy. Prete Muroni, il sacerdote Sanna Corda e molti altri ancora, per questo loro gesto per questo loro gesto generoso dovettero affrontare il sacrificio supremo lasciando la loro testa sul patibolo o morire combattendo.
Don Michele Obino, sacerdote e docente universitario, e tanti altri dovettero abbandonare l'isola, esuli in Corsica ed in Francia per il loro sconfinato desiderio di libertà per la propria terra e la propria gente.
Ha ragione Gigi Sanna allorché afferma (Il Solco, n.2) che la Chiesa in Sardegna allentò il suo impegno nei confronti della «questione sarda», se addirittura non passò sull'altra sponda, nel periodo che intercorre tra gli anni trenta ed i nostri ultimi decenni. Forse il trionfalismo e l'equivoco del 1929 portarono lo smarrimento in molte coscienze, e l'oblìo dell'impegno e della trincea che fu della Chiesa, in Sardegna, per molti secoli. Ma sono queste, questioni che vanno anche viste, direi soprattutto considerate ed interpretate, nel contesto ed in prospettiva storica.
Con la lettera enciclica “Pacem in terris” di Giovanni XXIII, (dell’11 aprile 1963, tempi nuovi si annunziano e si auspicano. La suprema autorità della Chiesa Cattolica richiama i potenti, gli imperialisti, le potenze egemoni al rispetto, ad atti di giustizia nei confronti delle minoranze etniche. Rivendica per i popoli subalterni il diritto alla libertà, allo sviluppo «con misure efficaci a favore della loro lingua, della loro cultura, del loro costume, delle loro risorse ed iniziative economiche».
Il Concilio Vaticano II, nello spirito di questa enciclica, in due sue Costituzioni (“Sacrosanctum Concilium” e “Gadium et Spes”) nel mentre consente nella liturgia l'uso della lingua nazionale “che può riuscire di grande utilità per il popolo”, richiama i pubblici poteri ad assicurare alle, minoranze etniche condizioni e sussidi atti a promuovere la loro vita culturale e riconosce giusta la loro preoccupazione di voler salvaguardare i propri diritti. .
Sono affermazioni e disposizioni che richiamano il mondo cattolico ad una maggiore attenzione ed aggiornata lettura dei problemi relativi alle minoranze etniche. Ed ecco che la lotta delle nazionalità oppresse per la conquista di adeguati spazi di libertà e di autogoverno ritrova sempre più presente l'assenso, il sostegno delle Chiese locali e del relativo clero: In Irlanda, tra il popolo basco, nella Catalogna come nel Friuli.
La Chiesa sarda non è, a sua volta, totalmente insensibile e sorda ai problemi della libertà della nazione sarda. Le sue grandi e nobili tradizioni riemergono, anche se lentamente e senza troppi clamori, da un passato lontano e recente. La lingua sarda, con maggiore frequenza, riecheggia sonante sotto le volte dei templi con canti, preghiere, prediche, cerimonie e riti religiosi che si riallacciano alle più belle e genuine tradizioni, alla cultura del nostro popolo.
Tra il clero sono ormai tanti coloro che, a tutti i livelli della gerarchia ecclesiastica, hanno ripreso un rapporto diretto e verace con la vita, la cultura del popolo. Di recente un vescovo sardo ha esortato gli intellettuali, che ne abbiano la capacità, al lavoro di traduzione in sardo delle Sacre Scritture augurandosi, in tempi brevi, la celebrazione della Messa in lingua sarda. Una più larga e decisa presenza e partecipazione dei clero sardo al movimento brucerebbe i tempi, riguadagnando alla nazione sarda tanto del troppo tempo perduto.
“il Solco”, luglio? 1984.