L´INTENZIONE di «bloccare le tariffe», espressa dal presidente del Consiglio nel suo discorso di Rimini, suscita due perplessità molto profonde. La prima deriva dalla sproporzione tra causa ed effetto. Il blocco delle tariffe sarebbe infatti determinato dall'accelerazione dell'inflazione ma questa, in realtà, sta procedendo a ritmi che si possono definire normali, dal momento che da quasi cinquanta mesi l'aumento dei prezzi al consumo viaggia tra il 2 e il 3 per cento, appena superiore al tasso considerato «fisiologico» in un sistema economico in crescita. Può darsi che i dati ufficiali sottostimino leggermente il fenomeno ma si può trattare, al massimo di pochi decimali e nessuno - e meno che mai il capo dell'esecutivo - dovrebbe dar credito a stime più o meno farneticanti di rilevatori improvvisati. In secondo luogo, il blocco delle tariffe provocherebbe profonde disfunzioni alla finanza pubblica. Poiché un analogo blocco non si applicherebbe ai loro costi, le aziende con tariffe bloccate, infatti, vedrebbero peggiorare nettamente i propri conti. Da questo peggioramento deriverebbero evidenti, e sensibili, ricadute negative sui conti dello Stato e degli enti locali (principalmente perché proprietari di imprese di trasporto pubblico). A parità di condizioni, il deficit pubblico che ci si sforza di ridurre, verrebbe così ad aumentare abbastanza sensibilmente. Il blocco delle tariffe porrebbe fine alla lunga e faticosa marcia verso la redditività e l'efficienza di imprese pubbliche come le Ferrovie e le Poste e significherebbe anche la fine dei progetti per la loro privatizzazione; così come sarebbe bloccata l'ulteriore vendita di quote di imprese pubbliche già presenti in Borsa, come l'Enel. Chi mai acquisterebbe azioni di una società i cui introiti, e, per conseguenza, i cui profitti dipendessero direttamente dalla volontà politica? Tale blocco sarebbe, infine, irrealizzabile allo stato attuale della normativa che stabilisce puntigliosamente i criteri per la fissazione e la revisione delle tariffe stesse. Richiederebbe quindi profonde modifiche legislative, che verosimilmente verrebbero inserite nella prossima legge finanziaria e che modificherebbero la situazione in senso dirigista, ossia contrario alla filosofia politica del centrodestra. Si arriverebbe all'assurdo che le liberalizzazioni e privatizzazioni avviate dal centrosinistra verrebbero affossate da un governo di centrodestra che non perde occasione per ribadire la sua volontà di ampliare l'area del mercato. L'insieme di queste incongruenze, le quali sicuramente non sfuggono al presidente del Consiglio, suggerisce una diversa lettura del discorso di Rimini: più che l'enunciazione di una politica, può trattarsi di una battuta tessa a spiazzare, in vista delle polemiche d'autunno, opposizione e mondo sindacale; un colpo di fucile nel caldo estivo, insomma, non il rumore di un esercito che si mette in marcia. Questo almeno si deve augurare chiunque abbia a cuore la stabilità di fondo dell'economia italiana.
mario.deaglio@unito.it (La Stampa - 25/8/02 - economia - pag 4)
ma il presidente della commissione finanze, che dice?




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