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    Predefinito Ernst Nolte: verso la riscoperta della nostra identità

    Parla Ernst Nolte, l¹esponente più famoso del "revisionismo" storico:


    «I sessantottini recitarono la parte dell¹accusa per cancellare il passato»

    SCIMMIOTTATO dai sommi sacerdoti del politicamente corretto, guardato con
    sospetto dagli storici acqua e sapone, dai ricilatori dell'ovvio, Ernst
    Nolte è sempre al centro delle polemiche. Ed evidentemente gli piace starci,
    o almeno questa è l'impressione del lettore dopo aver divorato «La Germania
    tra cosmopolitismo, Europa e la riscoperta della nazione», libretto
    opportunamente dato alle stampe dal Cidas di Torino (2002, 2,80 euro), che
    presenta il testo di una conferenza tenuta proprio sotto gli auspici del
    centro studi diretto da Natale Molari. Sono passati sedici anni
    dall'Historikerstreit, il dibattito tra storici tedeschi sul rapporto tra
    nazismo e bolscevismo. Da una parte c'era, appunto, Nolte, dall'altra Jurgen
    Habermas: l'esponente più in vista del revisionismo storico e l'ultimo
    mandarino della scuola di Francoforte. Fu qualcosa di più che una baruffa
    accademica, si rivelò un dibattito sul totalitarismo, sul senso
    aggrovigliato del Novecento. È caduto il muro, si sono sbriciolate le Twin
    Towers. Il mondo è cambiato, certi pregiudizi no: e un problema in
    particolare resta sul piatto. È la difficile convivenza, a 60 anni
    dall'Olocausto, tra identità tedesca e un granitico senso di colpa: questo
    «doversi sentire» carnefici di seconda generazione, che di tanto in tanto
    partorisce avvisaglie di una nuova xenofobia.
    Nolte non ci sta. Spiega che «autori come Daniel Goldhagen (che ha firmato
    "I volenterosi carnefici di Hitler", ndr) hanno provato, con un certo
    successo, a convincere i tedeschi che tutta la loro storia, e così quella
    della Cristianità, sia pervasa di antisemitismo». Sottinteso: non è vero, la
    storia d'Europa non è stata solo una faticosa gestazione del nazismo. C'è di
    più, c'è un'appartenenza di cui (forse) andare orgogliosi.
    Professor Nolte, come nasce, com'è stato instillato nella coscienza dei
    tedeschi questo senso di colpa che ancora li tormenta?
    «Diciamo che ci è stato sbattuto in faccia, quando i giornali occidentali
    cominciarono a dedicare paginoni, e servizi, e fotografie ai primi campi di
    concentramento. Tuttavia, credo che già all'epoca molti tedeschi fossero
    informati dell'esistenza dei gulag - e sapevano bene che anche i raid degli
    Alleati avevano influito sulla situazione di quei 'campi'. Non direi che
    fossero così consapevoli della propria colpa... senz'altro fu un momento
    terribile quando venimmo a sapere dei feroci massacri nei campi di
    sterminio, nell'Europa dell'Est. Tuttavia, i tedeschi erano convinti che i
    colpevoli fossero Hitler e le SS: le leggi militari proibivano
    esplicitamente il genocidio di persone innocenti, che riusciva
    inimmaginabile e repellente persino a quei civili i cui padri, e figli,
    erano morti sotto il fuoco dei bombardamenti alleati».
    Che cosa è accaduto, dopo?
    «Poi si è imposta una 'vulgata' schierata tutta in una direzione, raccolta e
    coltivata dalla generazione del cosiddetto Sessantotto. I sessantottini si
    sono appropriati della storia, e hanno recitato la parte dell'accusa, per
    liberarsi dal difficile destino dei propri padri e farsi accettare come
    membri rispettabili del blocco occidentale. E, ovviamente, come paladini del
    Terzo Mondo...».
    Habermas, rispondendo proprio alle sue tesi, sostenne che l'unico
    patriottismo che i tedeschi si possono perrmettere è un «patriottismo della
    Costituzione». Che ne pensa, di questa formula?
    «Guardi, sarebbe consigliabile che il professor Habermas visitasse, presso
    Gottingen, il monumento agli Heimkehrer, ai rimpatriati cioè - che sta lì
    per i milioni di tedeschi cittadini di Stati dell'Europa dell'Est, che dopo
    la guerra tornarono, come rifugiati, in Germania perché era la terra dei
    loro antenati. Un patriottismo della Costituzione che non tenga conto di
    costoro, che sono tedeschi per fatto d'etnia, è nient'altro che una proposta
    esangue. Tra l'altro, la Costituzione tedesca parla di "popolo tedesco" (non
    di cittadini della Repubblica federale) e quindi si potrebbe sostenere che
    un semplice patriottismo della Costituzione sia esso stesso
    incostituzionale!».
    Non crede che il problema, sotto sotto, sia il fatto che la Democrazia con
    la D maiuscola è diventata una sorta di religione, una vacca sacra, negli
    ultimi 50 anni?
    «Ci sono diverse definizioni di ciò che è una democrazia. Credo che la
    democrazia occidentale sia caratterizzata dal fatto, inedito altrove, che la
    libertà di pensiero ed espressione (anche se non di azione) è garantita
    persino ai suoi più accaniti nemici. Il che significa che una democrazia
    vera esiste soltanto dove anche gli antidemocratici possono dire la loro. Ma
    un grande pensatore israeliano, Jacob Talmon, c'insegna che c'è un altro
    tipo di democrazia, la democrazia totalitaria: ed è in quella direzione che
    vanno oggi i Paesi occidentali». L'artificioso battesimo dell'Unione Europea
    cosa rappresenta, in questo processo?
    «Se l'Unione Europea sarà una democrazia come si suol dire 'anti-fascista',
    fondata sul disprezzo e sul silenziamento degli 'antidemocratici', cioè di
    fatto una democrazia totalitaria, la libertà di pensiero finirà in polvere.
    Esattamente come accadde in Unione Sovietica. Spero che questo non avvenga
    mai. Rigettare i dogmi della democrazia 'anti-fascista' non significa certo
    esprimere una preferenza per la dittatura: il punto è che abbiamo davanti un
    lungo e periglioso sentiero, verso la riscoperta della nostra identità».

  2. #2
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    Predefinito Ernst Nolte: verso la riscoperta della nostra identità

    Parla Ernst Nolte, l¹esponente più famoso del "revisionismo" storico:


    «I sessantottini recitarono la parte dell¹accusa per cancellare il passato»

    SCIMMIOTTATO dai sommi sacerdoti del politicamente corretto, guardato con
    sospetto dagli storici acqua e sapone, dai ricilatori dell'ovvio, Ernst
    Nolte è sempre al centro delle polemiche. Ed evidentemente gli piace starci,
    o almeno questa è l'impressione del lettore dopo aver divorato «La Germania
    tra cosmopolitismo, Europa e la riscoperta della nazione», libretto
    opportunamente dato alle stampe dal Cidas di Torino (2002, 2,80 euro), che
    presenta il testo di una conferenza tenuta proprio sotto gli auspici del
    centro studi diretto da Natale Molari. Sono passati sedici anni
    dall'Historikerstreit, il dibattito tra storici tedeschi sul rapporto tra
    nazismo e bolscevismo. Da una parte c'era, appunto, Nolte, dall'altra Jurgen
    Habermas: l'esponente più in vista del revisionismo storico e l'ultimo
    mandarino della scuola di Francoforte. Fu qualcosa di più che una baruffa
    accademica, si rivelò un dibattito sul totalitarismo, sul senso
    aggrovigliato del Novecento. È caduto il muro, si sono sbriciolate le Twin
    Towers. Il mondo è cambiato, certi pregiudizi no: e un problema in
    particolare resta sul piatto. È la difficile convivenza, a 60 anni
    dall'Olocausto, tra identità tedesca e un granitico senso di colpa: questo
    «doversi sentire» carnefici di seconda generazione, che di tanto in tanto
    partorisce avvisaglie di una nuova xenofobia.
    Nolte non ci sta. Spiega che «autori come Daniel Goldhagen (che ha firmato
    "I volenterosi carnefici di Hitler", ndr) hanno provato, con un certo
    successo, a convincere i tedeschi che tutta la loro storia, e così quella
    della Cristianità, sia pervasa di antisemitismo». Sottinteso: non è vero, la
    storia d'Europa non è stata solo una faticosa gestazione del nazismo. C'è di
    più, c'è un'appartenenza di cui (forse) andare orgogliosi.
    Professor Nolte, come nasce, com'è stato instillato nella coscienza dei
    tedeschi questo senso di colpa che ancora li tormenta?
    «Diciamo che ci è stato sbattuto in faccia, quando i giornali occidentali
    cominciarono a dedicare paginoni, e servizi, e fotografie ai primi campi di
    concentramento. Tuttavia, credo che già all'epoca molti tedeschi fossero
    informati dell'esistenza dei gulag - e sapevano bene che anche i raid degli
    Alleati avevano influito sulla situazione di quei 'campi'. Non direi che
    fossero così consapevoli della propria colpa... senz'altro fu un momento
    terribile quando venimmo a sapere dei feroci massacri nei campi di
    sterminio, nell'Europa dell'Est. Tuttavia, i tedeschi erano convinti che i
    colpevoli fossero Hitler e le SS: le leggi militari proibivano
    esplicitamente il genocidio di persone innocenti, che riusciva
    inimmaginabile e repellente persino a quei civili i cui padri, e figli,
    erano morti sotto il fuoco dei bombardamenti alleati».
    Che cosa è accaduto, dopo?
    «Poi si è imposta una 'vulgata' schierata tutta in una direzione, raccolta e
    coltivata dalla generazione del cosiddetto Sessantotto. I sessantottini si
    sono appropriati della storia, e hanno recitato la parte dell'accusa, per
    liberarsi dal difficile destino dei propri padri e farsi accettare come
    membri rispettabili del blocco occidentale. E, ovviamente, come paladini del
    Terzo Mondo...».
    Habermas, rispondendo proprio alle sue tesi, sostenne che l'unico
    patriottismo che i tedeschi si possono perrmettere è un «patriottismo della
    Costituzione». Che ne pensa, di questa formula?
    «Guardi, sarebbe consigliabile che il professor Habermas visitasse, presso
    Gottingen, il monumento agli Heimkehrer, ai rimpatriati cioè - che sta lì
    per i milioni di tedeschi cittadini di Stati dell'Europa dell'Est, che dopo
    la guerra tornarono, come rifugiati, in Germania perché era la terra dei
    loro antenati. Un patriottismo della Costituzione che non tenga conto di
    costoro, che sono tedeschi per fatto d'etnia, è nient'altro che una proposta
    esangue. Tra l'altro, la Costituzione tedesca parla di "popolo tedesco" (non
    di cittadini della Repubblica federale) e quindi si potrebbe sostenere che
    un semplice patriottismo della Costituzione sia esso stesso
    incostituzionale!».
    Non crede che il problema, sotto sotto, sia il fatto che la Democrazia con
    la D maiuscola è diventata una sorta di religione, una vacca sacra, negli
    ultimi 50 anni?
    «Ci sono diverse definizioni di ciò che è una democrazia. Credo che la
    democrazia occidentale sia caratterizzata dal fatto, inedito altrove, che la
    libertà di pensiero ed espressione (anche se non di azione) è garantita
    persino ai suoi più accaniti nemici. Il che significa che una democrazia
    vera esiste soltanto dove anche gli antidemocratici possono dire la loro. Ma
    un grande pensatore israeliano, Jacob Talmon, c'insegna che c'è un altro
    tipo di democrazia, la democrazia totalitaria: ed è in quella direzione che
    vanno oggi i Paesi occidentali». L'artificioso battesimo dell'Unione Europea
    cosa rappresenta, in questo processo?
    «Se l'Unione Europea sarà una democrazia come si suol dire 'anti-fascista',
    fondata sul disprezzo e sul silenziamento degli 'antidemocratici', cioè di
    fatto una democrazia totalitaria, la libertà di pensiero finirà in polvere.
    Esattamente come accadde in Unione Sovietica. Spero che questo non avvenga
    mai. Rigettare i dogmi della democrazia 'anti-fascista' non significa certo
    esprimere una preferenza per la dittatura: il punto è che abbiamo davanti un
    lungo e periglioso sentiero, verso la riscoperta della nostra identità».

 

 

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