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  1. #1
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    Predefinito riflessioni sulla cina...

    Sarebbe doveroso che i compagni leggessero con attenzione tutti i documenti del 16° Congresso del Pcc svoltosi a Pechino nel mese di novembre. Accedervi è molto semplice: basta cliccare il sito del nostro giornale per richiamare quello del Quotidiano del Popolo che ha pubblicato per intero - in quattro lingue europee - il rapporto di Jang Zemin e le risoluzioni proposte al voto in quel Congresso. Sarebbe doveroso perché, prima di fantasticare sul dilemma: la Cina è socialista? è capitalista? o cos’altro sarà mai? è sempre meglio predisporsi ad un atteggiamento di prudenza, accantonare per un attimo le nostre incrollabili certezze e cercare di capire, dalla viva voce dei protagonisti, che cosa effettivamente intendono e quali misure politiche concrete propongono per "edificare una Cina socialista dalle caratteristiche cinesi". Poi, se ne potrà venir fuori più o meno convinti, oppure persistere in un atteggiamento di profondo scetticismo, o ancora decidere di ‘sospendere il giudizio’ e così via. Ma di certo accresceremmo la nostra conoscenza e qualche dogma potrebbe finanche essere scalfito.
    Per definire un’idea di socialismo - ha detto il compagno Domenico Losurdo in un seminario tenuto al recente Social Forum di Firenze - occorre, nel fare il bilancio storico di una rivoluzione che si ispira ai principi del marxismo, saperlo leggere, questo bilancio, anche come un "processo di apprendimento". Al precedente congresso dei comunisti cinesi Jang Zemin affermò che all’indomani della scomparsa di Mao Zedong, i nuovi dirigenti del Pcc sostenevano che le decisioni prese da Mao dovevano essere rigorosamente rispettate qualunque fossero, e così anche le istruzioni da lui impartite bisognava seguirle senza esitazioni, qualunque fossero. Fu Deng Xiaoping che ebbe il coraggio (e ce ne voleva davvero tanto di coraggio per contrastare le ultime scelte politiche del Grande Timoniere), di demolire l’argomento dei ‘due qualunque fossero’, e questo "nel momento in cui la Cina era ad un crocevia storico decisivo". Deng sostenne che bisognava spostare l’asse della politica cinese: l’idea che fosse la lotta di classe la contraddizione principale doveva cedere il posto all’obiettivo dello sviluppo economico come compito centrale, che l’economia di rigida pianificazione andava sostituita da un’economia socialista che introducesse anche il mercato. Per noi comunisti che osserviamo dall’esterno gli eventi del grande paese asiatico il problema sta tutto qui: la svolta operata da Deng costituisce un passo in avanti sulla via del "processo di apprendimento" (stimolato evidentemente anche dalla crisi dell’Urss sfociata poi nella sua dissoluzione), costituisce un elemento di novità storica e teorica dell’edificazione socialista in un determinato paese del mondo (processo definito stadio primario dello stadio primario), oppure è una semplice regressione verso il capitalismo, una controrivoluzione ideologica (come avvenne al 20° congresso del Pcus)? Intanto, i comunisti cinesi - a differenza dei kruscioviani che affossarono Stalin denunciandolo come un folle e sanguinario dittatore - non solo non hanno abiurato il loro passato, ma recuperano in pieno (sì, proprio così: in pieno, studiate senza paraocchi gli ultimi cinque congressi del Pcc - svoltisi dopo la morte di Mao - e ve ne renderete conto) le loro grandi tradizioni maoiste. Dobbiamo attenerci a quattro principi fondamentali - essi dicono - e cioè: 1. mantenere la via socialista; 2. mantenere la dittatura democratica popolare; 3. mantenere il partito comunista cinese; 4. mantenere il marxismo, il leninismo e il pensiero di Mao Zedong. Essi si presentano con un dato di fatto inoppugnabile che il mondo intero riconosce, chi con ammirazione, chi con crescente preoccupazione (l’imperialismo americano) alla Cina: uno sviluppo prodigioso delle sue forze produttive: "Nel 2001 - dice Jang nel suo rapporto - il Prodotto interno lordo del nostro paese ha raggiunto 9593,3 miliardi di yuan, che rappresenta un incremento del 200% rispetto al 1989 ed una crescita media annuale del 9,3%, ciò che ha fatto balzare lo Stato cinese al sesto posto nel mondo... Dovremo concentrare i nostri sforzi, nel corso dei due primi decenni di questo secolo, sulla costruzione di una grande società che abbia un livello di vita più elevato di quello attuale, e ciò a beneficio di oltre un miliardo di Cinesi" e quando ciò sarà avvenuto "il socialismo dalle caratteristiche cinesi avrà dato prova della sua immensa superiorità".

    I comunisti critici potrebbero dire che non è tutto oro quello che riluce, ma a smorzare eventuali entusiasmi indotti da questa crescita ‘incredibile’ è lo stesso Jang: "Non dobbiamo perdere di vista il fatto che il nostro paese si trova e si troverà ancora per molto tempo in una fase inferiore del socialismo. Così, lo stato di benessere che abbiamo raggiunto si situa ancora ad un livello basso, ciò che denota le lacune dovute a grandi ineguaglianze dello sviluppo: la contraddizione fra i bisogni culturali e materiali crescenti del popolo e il ritardo della produzione sociale costituisce sempre la principale contraddizione della nostra società…Il dualismo città-campagna resta immutato…le popolazioni povere sono ancora numerose…La spinta demografica rimane tuttora forte… Dobbiamo far fronte, continuamente, alle pressioni cui siamo soggetti a causa della superiorità dei paesi sviluppati nei settori della scienza, economia, tecnologia…". Al precedente congresso Jang Zemin affermò che la lotta contro la corruzione "è una battaglia politica molto seria, vitale per l’esistenza stessa del Partito e dello Stato… Il modo più facile per catturare una fortezza consiste nel farlo dall’interno, per cui dobbiamo assolutamente evitare di distruggerci con le nostre stesse mani". Quanto al fatto ‘scandaloso’ che i comunisti cinesi aprono le porte del loro partito agli imprenditori, rinviamo alle considerazioni svolte dal compagno Amata nel numero scorso di questo giornale. Invece, uno degli elementi di assoluta novità già da tempo introdotto da Deng Xiaoping nello stile di vita interno di un partito comunista risiede nel fatto che bisogna porre l’accento sulla direzione collegiale e non sul carisma del capo. Già Lenin disse, nel ‘Che fare?’: "La storia della socialdemocrazia internazionale pullula di piani proposti da questo o da quel capo politico, piani che ora attestano la chiaroveggenza e la giustezza delle opinioni politiche e organizzative, ora svelano la cecità e gli errori dei loro autori". La nostra storia conferma quanto possa essere dannosa l’inamovibilità dei massimi dirigenti e a quali drammi di portata storica può andare incontro un partito (e soprattutto uno Stato socialista) all’indomani della scomparsa del leader supremo. Oggi in Cina (ed ecco un altro elemento del "processo di apprendimento" derivato da un bilancio storico) il segretario generale del Partito, che concentra in sé immensi poteri, deve farsi da parte quando raggiunge determinati limiti d’età: il cambio di direzione di un Partito e di uno Stato non deve più produrre scosse devastanti. Se, come oggi è accaduto per Jang Zemin, Stalin si fosse fatto da parte per tempo, difficilmente Krusciov avrebbe potuto manovrare per estromettere Molotov, Malenkov ecc. Oggi Jang Zemin si è dimesso dalle supreme cariche di partito, domani accadrà, senza traumi, anche per Hu Jintao. Ora che vi è in Cina piena consapevolezza teorica dell’importanza del governo delle leggi il partito comunista è proteso alla costruzione di uno "Stato socialista di diritto" nel quale Stato bisogna "procedere all’osservanza della legge", nel quale Stato la democrazia socialista deve essere "progressivamente istituzionalizzata e codificata, in modo che queste istituzioni e queste leggi non mutino ad ogni mutamento della leadership o delle opinioni o del punto di vista dei leaders" (Jang Zemin al 15° Congresso). Il compagno Losurdo, che è un serio studioso di Gramsci, dice che quest’ultimo non solo ha dato degli originali contributi alla "demessianizzazione" del progetto comunista, ma ha anche messo in discussione il mito dell’estinzione dello Stato. Ebbene, ciò che sta accadendo sotto i nostri occhi in Cina, su scala gigantesca, è la "laicizzazione" di un processo che si richiama al comunismo, senza messianesimi e senza produrre mai più (si spera mai più!) irraggiungibili (e dunque insostituibili) figure carismatiche.

    Chi scrive quest’articolo può essere accusato - nella migliore delle ipotesi - di farsi eccessive illusioni sulla Cina. E non c’è dubbio che è disdicevole, per chi crede di essere marxista, soggiacere alle illusioni. Ma scontiamo la nostra finitezza di esseri umani, e se, come diceva Marx parafrasando un grande commediografo latino, nulla di ciò che è umano dovrebbe esserci estraneo, ammettiamo tranquillamente che, nel seguire le vicende della Repubblica popolare cinese, da compagni, possa manifestarsi, in qualcuno di noi, una componente sentimentale, partecipativa, se non addirittura affettiva. Che male c’è? Meglio sperare che le cose vadano per il verso giusto anziché riversare sulla Cina, iettatoriamente, la propria impotenza e il proprio virulento rancore di comunisti critici (non deriverà, questo rancore, questo ridicolo atteggiamento ‘fiscale’, questo puntare il dito accusatore, dal fatto che a tutt’oggi, di fronte alla Storia, i comunisti occidentali si presentano con un ben magro bilancio?).

    Un parlamentare europeo di Rifondazione, che ha recentemente visitato il grande paese orientale, Vinci, comincia a fare delle ammissioni sul possibile carattere socialista della Cina. E il fatto che egli sia un ex dirigente di Avanguardia Operaia dovrebbe far riflettere quei compagni ancora affezionati all’equazione Deng-Krusciov. Nell’osservare da vicino la realtà della Cina, Vinci si rende conto che i vecchi schemi interpretativi non sono più sufficienti. La Cina, egli dice, falsifica (intendendo dire contraddice) questi schemi. Prima ammissione: "Si parla molto in Occidente della espansione in Cina della presenza di joint-ventures tra stato e imprese multinazionali, e vi si usa un tale dato come argomento a supporto della tesi di una restaurazione capitalistica. E però ho pure ben visto, in Cina, l’anno scorso, joint-ventures importanti che, una volta scaduto il contratto tra lo stato e l’impresa multinazionale che le aveva costituite, erano passate in toto alla proprietà dello stato". Seconda ammissione: "Mi pare indubbio che la Cina stia avanzando assai velocemente, e stia saltando, inoltre, interi stadi dello sviluppo industriale, cioè stia passando direttamente alle sue forme più avanzate e più propulsive; è infine indubbio che in tutto questo il potere statale abbia l’appoggio della virtuale totalità della popolazione". Terza ammissione: "E’ vero che le zone a più intenso sviluppo economico si stanno allargando a parti crescenti del territorio cinese, che una parte prevalente della popolazione beneficia, tanto o poco, dello sviluppo, e che lo stato fa uno sforzo enorme, e assolutamente in controtendenza rispetto a quanto accade in tutto il resto del mondo…" . Quarta ammissione, la più importante di tutte: la Cina, egli dice "è oggi potenzialmente l’unico contrappeso alla tendenza degli Stati Uniti a costituirsi in impero planetario…".

    Ma queste considerazioni positive, che Vinci onestamente ha dovuto fare, gliele fa pagare, alla Cina, a caro prezzo. Ascoltiamolo: "Questo gruppo dirigente (parla evidentemente del Comitato centrale del Pcc) palesemente del tutto autoreferenziale, persegue obiettivi di sviluppo...che confliggono con le aspettative di una parte rilevante degli operai…" ecc. Intanto, prima diceva dell’appoggio della virtuale totalità della popolazione al potere statale (come se nelle istituzioni dello Stato i comunisti non ci fossero), ora invece si contraddice. E poi…come si fa ad affermare che il gruppo dirigente di un partito di cinquantanove milioni di iscritti è palesemente (perché palesemente?) del tutto (perché del tutto?) autoreferenziale? Forse sarà andato in giro per le vie di Pechino e avrà chiesto al primo cinese scelto a caso: scusi lei è a conoscenza che esiste nel suo paese un partito comunista? E il cinese deve avergli risposto: no, non ne ho mai sentito parlare.

    Nell’interrogarsi sul come mai la Cina possa essere "attualmente attraversata da una pluralità di propensioni per quanto attiene alla sua natura generale di classe", Vinci si dà la seguente risposta: "intanto, perché tutto questo economicamente funziona assai bene, in secondo luogo perché risponde positivamente all’intenzione del gruppo dirigente ristretto del partito di conservazione del proprio potere, in terzo luogo perché corrisponde a tutta la tradizione ideologica della Cina, profondamente sedimentata in gran parte della sua popolazione, da un lato organicista e dall’altro orientata, da Confucio in avanti, alla delega totale del potere ad una casta intellettuale altamente selezionata". Quindi, oltre ad essere autoreferenziale, il gruppo dirigente è anche una casta intellettuale che non vuole mollare il potere (ciò che evidentemente a Vinci non fa piacere, preferirebbe forse che lo cedessero ad uno Eltsin cinese?). Ma la cosa abbastanza pesante è l’apprezzamento che questo messo occidentale dà del popolo cinese, esercito infinito di formichine gialle predisposte, un po’ per ideologia organicista (boh?), un po’ per tradizioni confuciane, a chinare la schiena ‘dando delega’ ad ogni tipo di dinastia imperiale e ad ogni casta intellettuale altamente selezionata. Un qualsiasi comunista cinese che leggesse queste sintesi vinciane potrebbe controbattergli: ma scusa, parli proprio tu che vieni da un paese in cui i comunisti, dopo la via italiana al socialismo che non ha portato da nessuna parte e il cosiddetto eurocomunismo (sotto protezione dell’ombrello Nato), hanno infine deciso di sciogliersi per la vergogna di dirsi ancora comunisti? Può darsi - potrebbe continuare il comunista cinese - che il nostro popolo sia ancora ‘orientato’ da Confucio, e voi, da quale ideologia siete ‘orientati’, voi che avete espresso una schifezza di governo che oltraggia e dileggia la vostra Costituzione e le vostre tradizioni di repubblica nata dalla Resistenza?

    Ma ritorniamo a Vinci: "Un dato che sottolineo è come la Cina abbia cominciato, con l’incidente nei cieli di Hainan, a rendersi conto di essere nel mirino degli Stati Uniti di Bush". Ma guarda….la Cina sta cominciando a rendersi conto di che cos’è l’imperialismo americano! Il 30 dicembre del 1948, alla vigilia della Liberazione, Mao Zedong dichiarò: "(le truppe di Shang Kai shek) appoggiandosi all’imperialismo americano hanno sprofondato i nostri 475 milioni di compatrioti in una vasta guerra civile di una crudeltà inaudita e massacrato milioni e milioni di uomini e di donne, di bambini e di anziani, con tutto ciò che l’imperialismo americano ha potuto fornire loro di armi di sterminio come bombardieri, aerei da caccia, cannoni, carri armati, bazooka, fucili automatici, bombe al napalm, proiettili chimici. Da parte sua, appoggiandosi su questi banditi, l’imperialismo americano si è arrogato i diritti di sovranità della Cina sul suo territorio, sulle sue acque, sul suo spazio aereo, i diritti di navigazione interna, privilegi commerciali, privilegi negli affari interni ed esteri della Cina, ed anche il privilegio di percuotere la gente fino a farla morire, di schiacciarla sotto le auto, di violentare le donne, e tutto ciò impunemente" (Mao Zedong, Scritti militari). Il popolo cinese, caro Vinci, sa bene che cos’è l’imperialismo americano, non ha bisogno di ‘rendersene conto’ in occasione di questo o quell’incidente provocato dagli Usa. In Cina, finché ci sarà il partito comunista al potere, non sarà consentito al revisionismo storico di stendere un velo pietoso sui crimini commessi contro il popolo e, a differenza che in Italia, non verrà mai fuori un Violante cinese che parlerà dei "ragazzi di Ciang Kai shek".

    E’ ipotizzabile che la redazione dell’Ernesto si sia trovata di fronte al dilemma: pubblichiamo o no l’articolo di Vinci? Le sue ammissioni compensano le velenose riserve? Infine, hanno deciso di pubblicarlo. Anche perché, forse, l’articolo in questione termina con un grandioso riconoscimento: "La Cina è bene che esista, anche se sarebbe meglio che fosse diversa da quello che è". E anche ora non possiamo non immaginare il sospiro di sollievo di milleduecento milioni di cinesi: grazie, Vinci, cercheremo di essere come tu ci vuoi.

    Ma il dilemma resta, in tutta la sua corposità: "Occorre finalmente prendere atto…di come il socialismo sia in primo luogo il dominio reale…dei lavoratori sull’economia, quindi come il passaggio della proprietà economica allo stato post-rivoluzionario non ne sia che una precondizione, non la forma compiuta; e di come, se a questo passaggio di proprietà non si accompagna questo dominio dei lavoratori ma quello di un ceto politico separato (ci risiamo), allora si abbia ipso facto un modo di produzione che non è né capitalista, in quanto non affida l’accumulazione al mercato, né socialista, in quanto de facto e sui modo ripropone rapporti di alienazione -di sfruttamento- dei lavoratori". Qui ci viene in mente un personaggio, citato da Voltaire, il quale, sollecitato ad esprimere la sua opinione sentenziò: "c’è chi crede che il cardinal Mazzarino sia morto, altri crede che sia vivo, e io non credo né l’una cosa, né l’altra". E forse è meglio così. Lasciamo le cose in sospeso, fra il de facto e il sui modo. Basta che non si dica: Mazzarino è morto.

    Amedeo Curatoli

    http://www.pasti.org/curatol8.htm

  2. #2
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    Predefinito il furbo Castro........

    «Quel che la Cina sta facendo
    rappresenta una speranza»

    Messaggio di Fidel Castro per il 50º della fondazione della Repubblica Popolare Cinese
    Il messaggio di Fidel Castro per il 50º anniversario della RPC (1/10/99) è tratto da «Tricontinental», n. 145/2000. La rivista cubana lo ha ripreso a sua volta da "Saludos a la Albada del Siglo", pubblicazione ufficiale del Consiglio di Stato della RPC, ed. World Affairs Press, dicembre 1999. Il messaggio riprende in sintesi i temi trattati con maggiore ampiezza da Fidel Castro nel discorso pronunciato il 29/9/99 e pubblicato integralmente con il tiolo "La WTO, la Cina e il terzo Mondo" nella collana "Per la Critica dell'ideologia borghese" diretta da Domenico Losurdo, fascicolo n. 4.

    La fondazione della Repubblica Popolare Cinese 50 anni fa è stata senza dubbio uno dei fatti più rilevanti del secolo. Quando, in quel glorioso primo ottobre 1949, il popolo cinese si levò come un sol uomo sulla piazza Tian Anmen alla voce di Mao Zedong, iniziò per la prima volta nella sua storia millenaria a camminare da padrone del proprio destino e si scrollò di dosso per sempre la condizione di popolo tormentato e sfruttato.

    Il fatto che un paese delle dimensioni di un continente e con l’impronta culturale della Cina abbia proclamato per volontà delle masse, espressa in un’eroica e vittoriosa guerra di liberazione, la costituzione di un regime genuinamente popolare, ha comportato anche un cambiamento radicale nei rapporti di forza su scala mondiale, una sconfitta enorme per l’imperialismo, il colonialismo e tutti i reazionari del pianeta e insieme uno stimolo eccezionale per tutti i popoli del mondo nella loro lotta per la liberazione, l’indipendenza e il progresso.

    La lotta del popolo cinese per raggiungere la propria liberazione rappresenta una delle maggiori imprese della storia.

    Dobbiamo ricordare le sofferenze del popolo cinese, gli enormi sacrifici di questo paese dopo il trionfo della rivoluzione e dell’indipendenza. Il paese - così come Cuba - non fu veramente indipendente se non dal giorno del trionfo della rivoluzione. Poi, per molto tempo, i cinesi sono stati sottoposti a blocco economico e isolati quasi completamente. Quante vicissitudini hanno dovuto attraversare dopo la guerra e per quanto tempo! Ma l’imperialismo ha subito una sconfitta dopo l’altra.

    Dopo più di 25 anni di conflitti, guerre, blocco, la Cina è riuscita a recuperare diritti importantissimi come il suo seggio al Consiglio di Sicurezza e un crescente prestigio in tutto il mondo. A un certo punto agli Occidentali non rimase altra scelta che riconoscere tutti i diritti della Cina e quando i blocchi cessarono e vennero applicate politiche azzeccate di sviluppo il paese progredì a un ritmo straordinario.

    Una crescita media sostenuta del 9,8% per 21 anni consecutivi non ha precedenti nella storia di nessuna società umana.

    Nell’arco di appena mezzo secolo la Cina popolare ha dimostrato nei fatti che, nonostante gli innumerevoli e complessi problemi interni e ostacoli esterni, la via socialista indipendente si è dimostrata in grado di trasformare alla radice, a beneficio delle masse, e di modernizzare da cima a fondo la fisionomia di questo vasto paese e della sua società, che è la più popolosa del mondo.

    Quattro anni fa ho avuto la gradita opportunità di soddisfare il mio vecchio desiderio di conoscere questo paese ed entrare in contatto col suo popolo. Ebbi allora la conferma della mia convinzione che tra tutte le molte e abbondanti risorse della Cina la più importante è il popolo cinese stesso, con la sua abilità, intelligenza, spirito di lavoro e disciplina; un popolo istruito, laborioso, tenace. Un popolo con queste caratteristiche è in grado di raggiungere gli obiettivi che si pone.

    Nel corso di quella visita ho potuto apprezzare, insieme alla incommensurabile ricchezza storica e culturale del paese, molte delle meravigliose conquiste realizzate dal popolo cinese sul terreno dello sviluppo economico e sociale. Ho visto cose veramente impressionanti e ho constatato che quel che è stato fatto rappresenta un’impresa enorme. Mi sono reso conto che risolvere i problemi che stanno di fronte alla Cina è un compito gigantesco, ma che il popolo cinese, ispirato dall’eredità lasciata da Deng Xiaoping e sotto la ferma direzione rappresentata dal caro compagno Jiang Zemin è un gigante che si è levato in piedi e sta lottando.

    Siamo assolutamente convinti che soltanto il socialismo può risolvere i problemi del mondo. Soltanto il socialismo poteva dar da mangiare a 1250 milioni di cinesi e dargli in pratica una casa, un televisore e molti altri beni domestici e soprattutto le risorse essenziali per la vita di ogni famiglia cinese. Questo paese alimenta il 22% circa della popolazione mondiale con il 7% delle terre agricole.

    Un paese che sotto il dominio dei signori feudali e del capitalismo, alleati sempre delle potenze coloniali dominanti, ha sofferto terribili carestie, oggi, con una popolazione triplicata, ha sradicato per sempre la fame. I cinesi sono stati capaci di produrre il 40 percento delle uova che vengono prodotte nel mondo, 490 milioni di tonellate di cereali e molte altre conquiste simili.

    Tutto ciò è frutto del socialismo, di una dottrina che è sorta per trasformare il mondo, la dottrina marxista, il socialismo scientifico, la rivoluzione degli umili, fatta dagli umili per gli umili, che ha reso possibile anche la nostra impresa incredibilmente eroica di resistere a quarant’amni di blocco e quasi dieci anni di periodo speciale.

    E’ molto bello sentire dalla bocca degli stessi cinesi che questi risultati sono stati possibili a partire da un’ideologia e da una scienza politica, a partire dal marxismo-leninismo, a cui si aggiunsero gli importanti apporti teorici di Mao Zedong alla lotta politica e rivoluzionaria e, in seguito, i contributi teorici e pratici di Deng Xiaoping.

    Si unisca a questo una caratteristica che non può essere ignorata: la laboriosità del popolo cinese. Questo spirito laborioso è un fattore importante che ha contribuito anch’esso a questi progressi del popolo cinese, con una teoria e tramite una rivoluzione autentica e autoctona che, insieme alle profonde trasformazioni sociali, ha conquistato l’indipendenza di questa grande nazione. Una rivoluzione esemplare quando la si analizzi dalle sue radici, da quando negli anni venti si organizzò il primo nucleo del Partito Comunista Cinese, con una storia ricchissima in cui emerge tra gli avvenimenti più significativi la Lunga Marcia, impresa militare che anch’essa non ha paralleli nella storia.

    A Cuba si segue con grande interesse l’esperienza che si sviluppa attualmente in Cina, alla quale noi cubani auguriamo continui successi a vantaggio non solo del popolo cinese, ma delle sorti del mondo sottosviluppato e del futuro dell’umanità. Il successo della Cina in effetti è di estrema rilevanza per il mondo intero e particolarmente per il Terzo Mondo, perchè nella situazione che il mondo sta attraversando il ruolo dela Cina riveste un significato speciale per dimostrare la superiorità del socialismo sul capitalismo.

    Alla soglia di un nuovo millennio l’umanità si scontra con i problemi enormi posti da un ordine mondiale unipolare e da un processo di globalizzazione caratterizzato dalla crescita della disuguaglianza e dell’emarginazione su scala internazionale.

    Le possibilità che la globalizzazione - processo oggettivamente irreversibile in virtù dello sviluppo tecnologico - potrebbe comportare per l’immensa maggioranza della popolazione mondiale che vive nel mondo sottosviluppato sono frustrate dal segno neoliberale che si pretende di imporre alle relazioni economiche internazionali, col culto del libero mercato senza regolamentazione, col predominio di assurdi modelli consumisti, la brutale concentrazione della ricchezza e l’esercizio dell’egoismo come norma di condotta tra le nazioni e al loro interno.

    In campo politico, l’azione incontrollata di una potenza egemone che aspira a imporre la sua volontà a tutta la comunità internazionale e propugna la revisione o l’abbandono dei principi di sovranità, libera determinazione ed eguaglianza tra gli Stati e degli altri principi del diritto internazionale consacrati nell’arco del secolo trascorso, ha posto l’umanità di fronte a pericoli mai previsti finora. Nessun paese, soprattutto piccolo o povero, che voglia esercitare la volontà sovrana di seguire il percorso che il suo popolo voglia liberamente decidere può sentirsi sicuro oggi nel mondo unipolare di questa fine millennio.

    Per tutte le nazioni del mondo la presenza sulla scena mondale di una Cina stabile, potente e sviluppata riveste il maassimo interesse, perchè con la sua sola esistenza rappresenta già un forte baluardo di fronte alle correnti egemoniche che fanno capo al dominio unipolare che gli Stati Uniti pretendono di esercitare sul pianeta.

    Quando trionfò la Rivoluzione Cubana, la rappresentanza della Cina al Consiglio di Sicurezza e alle Nazioni Unite era usurpata da Taiwan. A ulteriore riprova delle loro imposizioni, gli imperialisti ignorarono del tutto il fatto che il paese più popoloso del mondo, la civiltà più antica del mondo tra i paesi moderni, non era rappresentata nell’Assemblea Generale nè nel Consiglio di Sicurezza, come era suo diritto secondo le convenzioni costitutive delle Nazioni Unite. Molti paesi, specialmente del Terzo Mondo e tra questi Cuba, dovettero lottare molto duramente, anno dopo anno. Come oggi lottiamo contro il blocco economico di Cuba, lottavamo allora perchè fosse riconosciuto il seggio della Repubblica Popolare Cinese alle Nazioni Unite e nel Consiglio di Sicurezza tra i cinque membri permanenti. Oggi questo Terzo Mondo che ha tanto appoggiato la Cina ha un amico tra i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza.

    La Repubblica Popolare Cinese ha prestato uno straordinario servizio al mondo intero nei mesi recenti durante la crisi economica che incominciò nel Sudest dell’Asia e portò anche la seconda potenza mondiale in campo economico, cioè il Giappone, a una crisi profondissima che poi si estese alla Russia e stava colpendo seriamente i valori delle azioni delle borse degli Stati Uniti e minacciava direttamente di spazzar via l’economia dell’America Latina. La Cina ha dovuto compiere un enorme sacrifcio economico, senza il quale niente avrebbe potuto arrestare la crisi. La Cina sopportò la crisi del Sudest asiatico, non solo, ma non svalutò lo yuan, rendendo un servizio straordinario a tutto il mondo e, nonostante ciò, ebbe una crescita del 7,8%. La Cina avrebbe potuto svalutare per mantenere il ritmo di incremento delle esportazioni e con queste il suo elevato tasso di crescita ininterrotto. Il mondo intero tremava, e non solo il Terzo Mondo, ma anche il mondo industrializzato tremava di fronte alla prospettiva che la Cina svalutasse lo yuan, come era suo pieno diritto. La Cina non svalutò, eppure non si è ancora manifestata granchè la riconoscenza che la Cina merita per questo servizio reso al mondo a scapito della propria economia. La Cina ha agito con grande senso di responsabilità.

    Nonostante ciò si sta cercando di ostacolare l’ingresso della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio e stiamo tutti portando avanti una battaglia per questo obiettivo. L’Europa e gli Stati Uniti si arrogano il diritto di decidere se possa entrare o meno. Si ripete in certa misura la battaglia condotta per le Nazioni Unite. Al Terzo Mondo interessa che la Cina faccia parte della Organizzazione Mondiale per il Commercio, organismo regolatore del commercio, creato certo - come altri già esistenti, come il FMI e le istituzioni di questo tipo che hanno imposto il famoso neoliberismo - come strumento di dominio.

    Con l’azione unitaria dei paesi del Terzo Mondo e la presenza della Cina nell’OMC, questo organismo potrebbe essere trasformato in uno strumento di giustizia e di resistenza all’egemonismo degli Stati Uniti, all’ordine economico attuale che ci è stato imposto insieme all’ordine politico, che ci è stato a sua volta imposto, e per il quale è tanto importante una riforma delle Nazioni Unite. Noi paesi del Terzo Mondo siamo la maggioranza nella OMC e anche nelle Nazioni unite. L’Assemblea Generale riuscì a un certo punto a imporre il riconoscimento dei diritti della Cina, della vera Cina, dell’unica Cina esistente, nel Consiglio di Sicurezza. Per questo noi rivendichiamo più potere per l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Questa istituzione deve cambiare.

    Ricordiamoci tutti i concetti di sovranità limitata, le minacce globali, il diritto di intervento che è stato messo in atto con la Jugoslavia, a cui bisogna aggiungere il nuovo concetto strategico della NATO approvato nel contesto di quella guerra genocida, per cui la NATO si attribuisce il diritto di intervenire quando le convenga in qualsiasi paese.

    Tutti questi problemi sono legati al tentativo di ignorare le Nazioni Unite, un’organizzazione mondiale sorta dopo la seconda guerra mondiale che, pur non corrispondendo più alla situazione attuale del mondo in cui ci sono quasi 200 Stati indipendenti, è l’unica che abbiamo. E’ indispensabile ristrutturare le Nazioni Unite, democratizzarle. Per me è molto chiara l’importanza dei legami tra il Terzo Mondo e la Cina e la necessità di avere per questa indifferibile ristrutturazione l’appoggio della Cina, membro permanente con diritto di veto.

    Dopo l'ultima esperienza di questa guerra genocida accompagnata per giunta dalla proclamazione di nuove dottrine di tipo strategico-militare e dalla difesa entusiasta di teorie politiche che tendono a cancellare la Carte delle Nazioni Unite e a stabilire il diritto dei potenti di intervenire in qualsiasi parte del mondo, il mondo si sente minacciato e lo sappiamo bene.

    Si pretende di eliminare i diritti dei popoli che fanno parte delle Nazioni Unite e i principi che hanno costituito una garanzia, relativa, ma pur sempre una garanzia in una certa misura della loro sovranità e indipendenza.

    Bisogna sferrare una dura lotta nelle Nazioni Unite. Abbiamo molti motivi per cui lottare e molti interessi comuni tra alcuni paesi che sono membri del Consiglio di Sicurezza, come la Cina, e il resto del mondo.

    Il mondo sta prendendo coscienza di questi problemi e lo si vede chiaramente. Vi sono oggi forze sufficienti per resistere e per avanzare, tanto più con l'aiuto delle leggi della storia e della realtà di un sistema capitalista e di un ordine economico mondiale che sono insostenibili e stanno crollando. Dobbiamo contribuire a questo crollo. Dobbiamo diffondere nel mondo la coscienza di queste realtà, perchè i popoli resistano con più fermezza a questo ordine e contribuiscano alla sua progressiva scomparsa. Bisogna sollevare lo spirito di lotta dei popoli e la loro volontà di resistere; bisogna renderli consapevoli che devono prepararsi per una nuova concezione del mondo, un nuovo ordine economico mondiale finalmente giusto, che sarà il risultato della lotta dei popoli.

    I popoli devono lottare per proteggere non soltanto la propria economia e i propri diritti, ma per difendere la propria stessa sopravvivenza. L'ambiente viene annientato, distrutto. Il cambiamento climatico è in atto, ormai nessuno lo nega. Chi colpirà in primo luogo? Colpirà paesi più poveri, quelli del Terzo Mondo.

    Ho sentito il bisogno di fare queste riflessioni perchè mi sembrano questioni molto importanti, che devono essere tenute in considerazione nell'occasione del cinquantesimo anniversario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese.

    Questa grande nazione che celebra oggi i primi cinquant'anni della sua completa indipendenza è unica e indivisibile. La sovranità della Cina su Taiwan è un diritto indiscutibile della nazione cinese. Non si può assolutamente negare che si tratta di un problema interno della Cina nel quale nessuno ha il diritto di interferire. Ed è questo che i cinesi esigono: il rispetto della integrità del paese, il riconoscimento universale di questo diritto.

    A partire dal principio di un paese e due sistemi, i cinesi hanno dimostrato di avere tutta la pazienza necessaria sul problema di Hong Kong, finchè è arrivato il giorno in cui l'Occidente e il mondo non hanno potuto far altro che riconoscere il diritto della Repubblica Popolare Cinese a reintegrare questo pezzo del suo territorio strappato con ignominiose guerre coloniali. In questo stesso anno, ancora una volta in forma pacifica, i cinesi recupereranno Macao, altro lembo del loro territorio nelle mani di un paese europeo. Abbiamo tutti da imparare dalla pazienza dimostrata dai cinesi e in parte noi lo abbiamo fatto e se anche non avessimo imparato da loro avremmo dovuto apprendere per conto nostro perchè il dovere di ogni rivoluzionario è anche quello di agire con la necessaria saggezza.

    Noi cubani siamo assolutamente certi che il popolo cinese che esplora con coraggio ed audacia vie nuove saprà raggiungere gli obiettivi che si è posto perchè marcia verso il futuro con decisione e con una prospettiva chiara. I successi della Cina somo la prova del valore e dello spirito laborioso del popolo cinese e dimostrano la validità e la giustezza delle idee che in modo intelligente vengono messe in pratica nel paese per costruire un socialismo con caratteristiche cinesi.

    Per questo l'Occidente ha paura della Cina e per questo il popolo cubano prova grande simpatia per la Cina.

    Noi cubani apprezziamo inoltre la comprensione e la cooperazione manifestataci dalla Cina nel difficile momento che Cuba sta vivendo imbrigliata in una lotta titanica per superare i problemi posti al suo sviluppo dalla recrudescenza politica del blocco economico da parte della più grande potenza della storia, che si è sommata alla necessità di cambiamento radicale dei rapporti economici con l'estero a causa della perdita improvvisa, soltanto dieci anni fa, della maggior parte dei mercati e delle fonti di finanziamento. In questi anni difficili, quando abbiamo perso improvvisamente i nostri mercati, abbiamo avuto il mercato cinese; quando avevamo difficoltà estrema a procurarci determinati beni, una parte di questi beni li abbiamo ottenuti dalla Repubblica Popolare Cinese. In questi ultimi anni mentre si sviluppavano gli scambi e i rapporti economici con Cuba, si sono sviluppati anche i rapporti politici.

    L'amicizia dei cubani per la Cina e per il suo popolo combattivo ha radici storiche profonde. I cinesi hanno dato un contributo significativo alla società cubana a partire da quando, più di 150 anni fa, arrivarono alle nostre coste i primi coloni e braccianti trasportati dalla loro patria lontana dai colonialisti spagnoli per sfruttare spietatamente il loro sudore. L'integrazione di questi immigrati laboriosi e pieni di abnegazione nella nostra società e la condivisione delle aspirazioni dei cubani fu così rapida che già nella nostra prima guerra per l'indipendenza nazionale nel 1868 e nel 1878 circa 6.000 cinesi combatterono nelle file dell'esercito di liberazione insieme ai creoli e agli schiavi di origine africana. La loro rilevante partecipazione alle tre guere di indipendenza di Cuba è alla base delle parole di un illustre patriota cubano che figurano oggi incise nel marmo sul monumento eretto a L'Avana in memoria dei combattenti cinesi per l'indipendenza: "Non ci fu un disertore, non un traditore tra i cinesi di Cuba".

    Da allora e fino ad oggi l'apporto cinese al sangue, ai costumi, alla cultura popolare e alle lotte del popolo cubano non ha mai cessato di aver un ruolo di primo piano nella società cubana.

    Ricordo con soddisfazione che Cuba è stato il primo paese dell'America latina a riconoscere la Repubblica Popolare Cinese e stabilire relazioni con essa nel 1960.

    Tra la Cina e Cuba esiste una piena coincidenza di obettivi. Siamo due paesi socialisti impegnati a perfezionare i rispettvi sistemi mediante l'applicazione di misure basate sulle caratteristiche e le specificità di ciascuno.

    Per tutti coloro che, come noi, credono nel socialismo, quello che la Cina sta facendo rappresenta una speranza. Non è azzardato affermare che il futuro del socialismo nei prossimi decenni dipenderà in larga misura da quello che la Cina saprà realizzare.

    Il cinquantesimo anniversario della creazione della Repubblica Popolare Cinese è l'occasione migliore per esprimere il mio affetto per il popolo di questo paese fratello e per augurargli di continuare ad avanzare con successo come ha fatto finora e che la Cina, oltre a raggiungere la prosperità collettiva di tutti i suoi cittadini per la quale sta lottando, possa dare un enorme contributo alla pace mondiale, allo sviluppo e alla soluzione dei problemi del mondo.

    Provo grandissima ammirazione per il popolo cinese, la sua storia e la sua ricca cultura millenaria, le sue eccezionali qualità, il suo amore per l'indipendenza e la libertà, le sue battaglie eroiche contro gli interventi e il colonialismo, la sua lotta di liberazione più che secolare, l'impresa che sta attualmente realizzando, i grandi successi economici che sta ottenendo, la stabilità che ha raggiunto. Mi rendo conto con gioia che la Cina, col suo potenziale umano, le sue ricchezze naturali, il suo impetuoso sviluppo, il suo capitale scientifico e tecnico, la saggezza e lo spirito laborioso dei suoi figli sarà il gigante del secolo XXI.

    http://www.pasti.org/fidelcin.htm

  3. #3
    Socialcapitalista
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    e già, voi direte, ma che è la cina

 

 

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