David E. Stannard,
Olocausto americano. La conquista del Nuovo Mondo,
Bollati Boringhieri, 2001.
(Recensione tratta da 'Margini' n. 38)
L’inizio del testo di Stannard è perentorio: “lo sterminio degli indiani delle Americhe è stato di gran lunga il più grave genocidio nella storia del mondo” (p. 11). Il più grave perché la popolazione delle Americhe contava, prima di Colombo, almeno 75-100 milioni di persone, di cui 8-12 milioni stanziate in Nord America (p. 423). E il calo demografico subito da queste popolazioni superò il 95% (p. 423). Una distruzione né involontaria né inevitabile, sottolinea Stannard (p. 14), ma scientemente perseguita con ogni mezzo (malattie, schiavitù, supersfruttamento da lavoro, sevizie, massacri indiscriminati, ecc.). E distruzione che non accenna a finire neppure oggi “perché il genocidio, nelle Americhe così come in altri luoghi del mondo dove i popoli indigeni sono sopravvissuti, non è mai cessato veramente” (p. 15). Ancora: Stannard analizza con cura la sostanziale differenza tra i conquistadores spagnoli e gli immigrati anglosassoni: mentre per i primi il genocidio delle popolazioni amerindie era un mezzo per raggiungere un fine economico (impossessarsi innanzitutto di oro e argento), per i secondi “lo sterminio era l’obiettivo principale, e lo era precisamente perché aveva un significato economico” (p. 353), ossia la conquista della terra dei nativi (p. 375). E a tal proposito, Stannard demolisce pure uno dei luoghi comuni più duri a morire: quello in base al quale il Nord America era un luogo di terre vergini, selvagge e disabitate (p. 36). In realtà, sin dal 1500 a. C. nel Nord America fiorirono culture stanziali, sedentarie, come quelle Adena e Hopewell, seguite poi dalle culture delle popolazioni delle grandi pianure, anch’esse stanziali e divenute nomadi solo sotto la spinta dei colonizzatori europei (p. 44). Senza contare le culture Mogollon e Anasazi (anch’esse stanziali) e poi quelle dei Calusa, delle nazioni indiane del New England (pequot, mohegan, moicani, narragansett, wampanoag, massachusett, ecc.), della Lega irochese, ecc. Questi, scrive Stannard “sono solo alcuni esempi della grande moltitudine di popoli riuniti in comunità stabili che comunemente ed erroneamente sono stati considerati esigui gruppi di nomadi erranti che abitavano la ‘terra vergine’ del Nord America prima che fosse scoperta dai bianchi” (pp. 63-64).
Un ultimo punto che davvero vale la pena di sottolineare: le dichiarazioni (trasudanti odio e disprezzo), relative ai pellerossa, dei vari Washington, Monroe, Adams, Jackson, Jefferson, Theodore Roosevelt, ecc. (pp. 199-237; 381-390), riportate da Stannard. Una prova, quanto mai eloquente e feroce, del crimine originario su cui si fondano gli Stati Uniti d’America.
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