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    Predefinito Antenati e nipoti dello "Zio Tom"

    Ecco un piacevole articolo tratto da “Le Vie del Mondo”, rivista geografica d’altri tempi (non credo sia continuata), quando la mentalità ufficiale era ancora anni luce dal buonismo “politically correct” venuto a prevalere negli ultimi decenni del secolo scorso, cresciuto nel sovversivismo di Berkeley e dell’ambiente dei campus americani, e da li sparsosi all’esterno come un’infezione assieme all’integrazione dei suoi laureati nella società e nei media. Per la verità l’ambiente era già più che pronto a rendere ufficiali i dogmi dell’antirazzismo radicale, avendo una serie di personaggi (appartenenti ad un’etnia ben precisa) con in mano le redini economiche e mediatiche, prima dissodato per bene il terreno, poi piazzato in tutti i punti visibili gli exempla per le nuove generazioni. Fornendo, insomma, il supporto materiale per questo processo, fungendo da lievito per la fermentazione sovversiva definitiva delle società bianche.

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    Predefinito Antenati e nipoti dello "Zio Tom"

    Ecco un piacevole articolo tratto da “Le Vie del Mondo”, rivista geografica d’altri tempi (non credo sia continuata), quando la mentalità ufficiale era ancora anni luce dal buonismo “politically correct” venuto a prevalere negli ultimi decenni del secolo scorso, cresciuto nel sovversivismo di Berkeley e dell’ambiente dei campus americani, e da li sparsosi all’esterno come un’infezione assieme all’integrazione dei suoi laureati nella società e nei media. Per la verità l’ambiente era già più che pronto a rendere ufficiali i dogmi dell’antirazzismo radicale, avendo una serie di personaggi (appartenenti ad un’etnia ben precisa) con in mano le redini economiche e mediatiche, prima dissodato per bene il terreno, poi piazzato in tutti i punti visibili gli exempla per le nuove generazioni. Fornendo, insomma, il supporto materiale per questo processo, fungendo da lievito per la fermentazione sovversiva definitiva delle società bianche.

  3. #3
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    ANTENATI E NIPOTI DELLO “ZIO TOM”

    Le Vie del Mondo – Rivista mensile della Consociazione Turistica Italiana, anno X, numero 12, dicembre 1942-XXI.

    Si parla molto, da qualche tempo, del negro americano, ma pochi sanno come e perché, essendo negro, quindi tutt’altro che aborigeno, si chiami americano e per di più statunitense; o perché, dopo essere stato per tanto tempo messo al margine delle attività politiche e militari del paese, oggi stia divenendo elemento – almeno considerato come massa – quasi di primo piano.

    La prima importazione.

    Certo, quella nave da guerra olandese che nel 1619 portò per la prima volta a Jamestown e vendette agli Inglesi di John Rolfe, in Virginia, un carico di venti “negars”, non sapeva di introdurre nella vita e nella storia degli Stati Uniti d’A. uno dei più grossi problemi della loro esistenza economica e politica, che poi rischiò di far crollare addirittura la loro compagine statale.
    Si sa che questo elemento demografico d’importazione – accresciutosi in modo cospicuo, e poi moltiplicatosi in situ con una fecondità addirittura conigliesca – derivava dalla costa occidentale dell’Africa, cioè dalla Guinea, e specialmente da quella che oggi è la Liberia; ma da quale hinterland di quella zona precisamente scaturisse, non consta. Né, in fondo, si sa molto di più nemmeno de’ suoi vari stadi di acclimatazione morale, che ne hanno fatto, nel corso di poche diecine d’anni, normale elemento cittadino ed elettorale della Repubblica a strisce e stelle. Ci dobbiamo pressoché contentare, in proposito, di riassumere questi stadi con la nota frase di Topsy, nella Capanna dello zio Tom: “Just growed” (cresciuti così) senza una ragione, proprio come un legume.

    Beata vita “coloniale”.

    La vita coloniale americana del Sud-est era larga e signorile fra il Sei e il Settecento, ben diversa da quella puritana del Nord-est e da quella dura e avventurosa dell’Ovest; sicché in un primo tempo gli schiavi dei latifondi non si dovettero trovare troppo male, o almeno troppo peggio di quanto si trovavano, allo stato semi-selvaggio, in Africa. In condizioni climatiche favorevoli, con una certa dose di distrazioni infantili, di guida benevola, di cibo gratuito e abbondante per la natura stessa del terreno, dovevano trovarsi, anzi, assai bene: specie, poi, quando alle mammies o balie asciutte negre si cominciò ad affidare la custodia dei figli dei padroni, dei quali i pickaninnies (i bamboci negri) erano, se non sempre i fratelli di latte, i primi compagni di giuoco, e, fatti più grandi gli uni e gli altri, di caccia e di viaggio. Pur differenziandosi poi definitivamente in padroni e in servi, restava tuttavia fra loro un vincolo naturale e familiare, che proseguiva di generazione in generazione, talora usque ad quartam ed oltre.
    Il negro americano è naturalmente religioso e naturalmente goloso: la vita coloniale gli permetteva i canti e le cerimonie che lo estasiavano. La grassa cucina del Sud, che conservava le larghe abitudini della vita inglese in quell’epoca, con aggiunta di tutte le leccornie locali – dal terrapin alle anitre selvatiche, dal tacchino al cocomero giallo e rosso, e dal rye whisky alla crema dolce – diventò, per merito dei negri, anche più ricca e saporosa. I prosciutti della Virginia e il granoturco saltato a fuoco vivo, i porcellini di latte con la crostina rosolata e scricchiolante, i pollastreli con frittelle e salsa bianca, e via dicendo, sono squisitezze, se pure già degenerate, famose anche oggi per coloro che se ne intendono.
    Le negre formose parevano fiori tropicali, nel paesaggio, vestite com’erano di colori vistosi, e occupate in faccende diverse presso le residenze e i parchi padronali. Fu un periodo di beata esistenza tanto per i bianchi che per i negri, nelle regioni del Sud.

    La decadenza.

    Tramontata l’epoca veramente signorile, è cominciata quella commerciale, anche i negri risentirono non solo delle mutate condizioni economiche, ma altrettanto e più del mutato genere di vita, delle avvisaglie della lotta di classe, dell’impianto del mondo industriale. Gli schiavi e i cani lucidi e ben tenuti cominciarono a diventare ispidi e naturalmente rissosi e malcontenti. Al posto del vero signore che si occupava di loro paternamente – sia pure con sbalzi di umore, compensati poi da vantaggi vari – ebbero superiori amministrativi esosi e brutali; il circolo vizioso – fattore cattivo ed esigente a negro riottoso e negligente, e viceversa – una volta formato, si attorce a spirale sempre più stretta, senza via d’uscita. Non è il caso né il luogo qui di andare a fondo nella cronistoria delle crisi agricole e cotoniere, dell’industrializzazione del Sud, della concorrenza del Nord, degli antagonismi sociali e politici che, verso la metà del secolo scorso, sconvolsero in un modo il Sud, in un altro modo il Nord della Confederazione, ancora non ben saldata nelle sue parti. Basti ricordare che la guerra scoppiò, divampò con odio e violenza, e lasciò negli Stati del Sud uno strascico di rancore fra le due parti, un senso di torti subiti e di mancato risarcimento, per non dire di vendetta incompiuta. Chi ha letto – tanto per citare un testo facilmente accessibile anche in italiano – il libro della Mitchell “Via col Vento” potrà farsene un’idea, per quanto approssimativa. Negli Stati Uniti la bibliografia del genere è ricchissima, significante, realmente piena d’interesse umano e storico allo stesso tempo.

    La “Capanna dello zio Tom”.

    Oggi come oggi, si sa, la Capanna dello Zio Tom non si legge quasi più, almeno come libro di amena lettura. Ma ai suoi tempi ebbe un effetto straordinariamente profondo, non solo negli Stati Uniti, ma anche, e quasi di più, in Europa: commosse il mondo in via sentimentale e letteraria più della stessa guerra civile e dell’assassinio del presidente Lincoln (che, in fondo, dipesero, l’uno e l’altra, dalla medesima questione dei negri); e segnò come una tappa storica nel problema dellos schiavismo, da un punto di vista universale. E sì che non prendeva di petto quello che forse è oggi il settore più delicato e più vistoso del “problema negro” negli S.U. d’A., la miscegenation , cioè mescolanza delle razze, eufemisticamente chiamata nelle Antille e nelle altre Indie occidentali (dove, peraltro, presenta caratteri meno gravi) la questione della goccia di latte nella tazza di caffè. La quale, qualche volta, si riduce ad essere solo una goccia di caffè in una tazza di latte, ma non per questo riesce più accetta od accettabile, o si respinge con minor ripugnanza.

    “Colore” moderno.

    Oggi, negli Stati Uniti d’America i negri sono saliti a dieci milioni di individui, secondo la statistica ufficiale, e anche quindici, secondo altre fonti; pubblicano riviste e giornali in quasi tutte le zone della Confederazione; rappresentano una forza elettorale collettiva delle più considerevoli; hanno avuto un esponente di valore, Booker Washington (a proposito diq uesto cognome, si può notare che molti negri portano i più grandi nomi della storia statunitense, perché i loro progenitori assumevano, come e più che i domestici di grandi famiglie anche altrove, il casato del padrone); un altro più raffinato, perché di mezzo sangue francese, il Du Bois; hanno medici e studiosi, ecclesiastici e uomini d’affari, talora assai distinti e in certi casi e a parità di altre condizioni, salvo la pelle, superiori anche ai congeneri esemplari bianchi. Ma tant’è: un senso profondo di separazione, per non dire di repulsione, esiste come substrato fra le maggioranze delle due razze: beninteso, molto più marcatamente quella dalla parte del bianco. A questa forma di punto negativo si sovrappone e contrasta in parte un punto positivo, creato dal’inclinazione – che si potrebbe dire storica: padrone a schiava – dell’uomo bianco verso la donna negra, alla quale si deve la grande maggioranza dei casi di sangue misto. L’aspetto contrario – attrazione del negro verso la donna bianca – fa parte dei casi considerati, diciamo così, patologici, se non criminali; ed è quello che dà maggiore occasione a reazioni e repressioni violente da parte di elementi bianchi su individui e collettività negre. In sottordine a questo antagonismo, latente anche nelle forme morbose dell’attrazione, c’è poi una lotta di classe, di origine e di manifestazione ben più recente: il negro, diventato elemento di concorrenza operaia, è chiamato a “rompere uno sciopero” in zona industriale bianca. Ma questo è sempre – al contrario dell’altro – fenomeno provocato, più che istintivo; che cresce col crescere dei problemi generali della industrializzazione, salvo a trasformarsi, come ora accenna a fare, in esigenza negra per la parità di trattamento col bianco.

    Mondo pittoresco.

    Nella standardizzata vita americana è certo che questi negri mettono una nota di colore, poco attraente dal punto di vista artistico o folcloristico del Nord industriale, ma ancora abbastanza amena e pittoresca nel Sud, dove il loro accento cantilenante, la loro passione pei colori vistosi, i loro naturali doni musicali (voce melodiosa, disposizione al canto corale, espressioni umoristiche o sentimentali) e via dicendo, rappresentano quasi un riposante diversivo alla cruda uniformità del mondo americano. Nulla di più ameno che un bamboccio nero e lucido, con le sue manine morbide e la pelle che dà, a toccarla, un senso come di velluto vivo, e il suo modo di muoversi e di esprimersi, grottesco e patetico ad un tempo. Niente di più pittoresco ed espressivo, in quel mondo, che la risata bianca nel muso nero di una abbondante mammy, che lava nel torrente i suoi panni multicolori o siede, rammendandoli, all’ombra di qualche pergola fiorita o di un albero grondante di liane. Un irresistibile senso comico si sprigiona per noi da uno di quei cortei festivi in cui le negre sfoggiano scollature di raso bianco, di broccato giallo, di damasco viola, e le “permanenti” fatte a rovescio, cioè, per avere una testa liscia e lucida come quella di un pellerossa o di una giapponese d’altri tempi. Queste negre, sensibilissime per quanto riguarda l’argomento kink, cioè l’increspatura, darebbero, infatti, qualunque cosa per potersi combinare un codino lungo e unito come quello dei Cinesi d’una volta. Per pettinarsi adoperano “spicciatori” (per dirlo alla romanesca) di ferro a denti forti e radi, come se dovessero cardare lana o crine riottoso. Se ne trovano in tutti gli emporii del Sud, e guai alla cliente o alla commessa bianca che arrischiasse in proposito una allusione, o magari soltanto un sorriso!
    Del resto i negri, se non aizzati e se trattati con quella dignitosa benevolenza, che era una volta alla base delle relazioni coi padroni bianchi e che è rimasta viva nella memoria della razza, sono sempre, almeno nel Sud, pronti e servizievoli, come grossi cani disposti a scodinzolare a un segno di riconoscimento; molto più ringhiosi e scontrosi, invece, nel Nord. Notevole, come abbiamo detto, la loro sensibilità musicale (ritmo, più che parole, e direi quasi radiosensibilità subcosciente, più che cognizione effettiva). Vien fatto di pensare alle trombe che sgretolarono le mura di Gerico, quando si vedono agitarsi e crollare, sotto il magnetismo travolgente dello spiritual, le compostezze della forma quotidiana e normale dei negri, altrimenti più saggi e raccolti. Una volta scatenati, poi non si sa quel che può avvenire: cioè, noi non sappiamo, e l’Americano bianco poco si è curato finora di sapere; ma una cosa è certa: ed è che il bolscevismo ci conta.

    Il pericolo che incombe.

    Il punto di attualità della situazione afro-americana in questo momento è dato dalla dilagante intensità della bolscevizzazione degli Stati Uniti. Ed in questa – assai più che in ipotetiche modificazioni di atteggiamento razziale da parte dell’uomo della strada statunitense – va cercata la chiave e la ragione del rialzo, di cui tanto si parla, dei valori negri nel mondo nord-americano.
    Sono ormai molti anni che lo Zio Tom è scomparso dal mondo a strisce e stelle e che si agitano i suoi pronipoti stile novecento. E sono ormai molti anni che ribolle nei bassifondi delle colonie negre degli Stati Uniti – soprattutto nel Nord, e in modo particolare in quella Chicago, che, sotto le forme più umanitarie (vedi Jane Addams e la Hull House), ha sempre coltivato il bacillo democratoide e socialista prima, anarchico poi, e in ultimo bolscevico, sotto la protezione, s’intende, del presidente Roosevelt e dei suoi emissari – un fermento malsano di ateismo e di irriverenza, di superbia satanica e di eccitazione sanguinaria, tipico delle agitazioni bolsceviche.
    Se questo lievito è arrivato a dare quel che ha dato nel mondo europeo e perfino in Spagna e nel messico, non si arriva forse nemmeno a immaginare quel che potrebbe produrre la sua sistematica iniezione nell’elemento negro-americano, con tutto il suo substrato di eccitabilità, di lussuria, di concupiscenza, diciamo pure di bestialità e di barbarie. Una volta intaccata la religiosità, la spiritualità, la musicalità della parte migliore dello spirito del negro, si trova l’istinto più abbietto. La animalità di colore, una volta sfrenata, è certo più intensa di quella del bianco anche nelle tendenze criminali; e il turpiloquio del negro bolscevizzato contro cose e persone della religione non ha forse esempio nemmeno nella stalinizzazione, che conosciamo della stessa Russia.
    Ecco il pericolo: scatenando anche solo una percentuale – la peggiore – di quei dieci, dodici o quindici milioni di negri, anche senza contare sull’inevitabile contagio della rivolta in gente così impressionabile e così deficiente in freni inibitori, si può sempre ottenere una cifra considerevole e un’incognita spaventosa per la compagine del mondo americano.
    A questo scopo, ben chiaramente individuato nelle sue losche previsioni, il bolscevismo favorisce a tutt’uomo la parificazione e l’esaltazione del negro in confronto e a danno dell’elemento bianco. Quel tanto di infantile che è rimasto nella natura stessa del negro americano, nonostante il duro regime industriale, si inebria di successi, di vanità, di onoranze; quel tanto di bestiale che è nel substrato più profondo della razza, una volta portato a galla, facilmente impazza e trabocca. A farlo traboccare ed esplodere nel senso voluto dal bolscevismo basterà una favilla.
    Il primo dei Roosevelt – il gran Teodoro, che, però, con tutte le sue idiosincrasie, era una persona per bene – fu, è vero, il primo a stringere la mano a Brooker Washington, che varcò, ospite, la soglia della Casa Bianca, dove nessun negro era mai stato altro che servo; ma egli vedeva l’elevazione dei negri come una esigenza prima di tutto religiosa e morale; e volere in buona fede educarli, e non blandirne e aizzarne gli istinti più bassi. Precisamente il contrario di quanto ha fatto il suo troppo indegno successore.
    Questo ultimo Roosevelt gioca ad aizzare il mostro. E se e quando lui o altri volesse frenarlo, sarebbe forse troppo tardi. Ma è anche probabile, che le cose volgano altrimenti, per fortuna del mondo, nonché del negro, e degli stessi U.S.A.

    A.A. Bernardy

    [NB. Corredano l’articolo una ventina di fotografie con lunghe didascalie, che rendono molto bene il tipo umano in questione]

  4. #4
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    ANTENATI E NIPOTI DELLO “ZIO TOM”

    Le Vie del Mondo – Rivista mensile della Consociazione Turistica Italiana, anno X, numero 12, dicembre 1942-XXI.

    Si parla molto, da qualche tempo, del negro americano, ma pochi sanno come e perché, essendo negro, quindi tutt’altro che aborigeno, si chiami americano e per di più statunitense; o perché, dopo essere stato per tanto tempo messo al margine delle attività politiche e militari del paese, oggi stia divenendo elemento – almeno considerato come massa – quasi di primo piano.

    La prima importazione.

    Certo, quella nave da guerra olandese che nel 1619 portò per la prima volta a Jamestown e vendette agli Inglesi di John Rolfe, in Virginia, un carico di venti “negars”, non sapeva di introdurre nella vita e nella storia degli Stati Uniti d’A. uno dei più grossi problemi della loro esistenza economica e politica, che poi rischiò di far crollare addirittura la loro compagine statale.
    Si sa che questo elemento demografico d’importazione – accresciutosi in modo cospicuo, e poi moltiplicatosi in situ con una fecondità addirittura conigliesca – derivava dalla costa occidentale dell’Africa, cioè dalla Guinea, e specialmente da quella che oggi è la Liberia; ma da quale hinterland di quella zona precisamente scaturisse, non consta. Né, in fondo, si sa molto di più nemmeno de’ suoi vari stadi di acclimatazione morale, che ne hanno fatto, nel corso di poche diecine d’anni, normale elemento cittadino ed elettorale della Repubblica a strisce e stelle. Ci dobbiamo pressoché contentare, in proposito, di riassumere questi stadi con la nota frase di Topsy, nella Capanna dello zio Tom: “Just growed” (cresciuti così) senza una ragione, proprio come un legume.

    Beata vita “coloniale”.

    La vita coloniale americana del Sud-est era larga e signorile fra il Sei e il Settecento, ben diversa da quella puritana del Nord-est e da quella dura e avventurosa dell’Ovest; sicché in un primo tempo gli schiavi dei latifondi non si dovettero trovare troppo male, o almeno troppo peggio di quanto si trovavano, allo stato semi-selvaggio, in Africa. In condizioni climatiche favorevoli, con una certa dose di distrazioni infantili, di guida benevola, di cibo gratuito e abbondante per la natura stessa del terreno, dovevano trovarsi, anzi, assai bene: specie, poi, quando alle mammies o balie asciutte negre si cominciò ad affidare la custodia dei figli dei padroni, dei quali i pickaninnies (i bamboci negri) erano, se non sempre i fratelli di latte, i primi compagni di giuoco, e, fatti più grandi gli uni e gli altri, di caccia e di viaggio. Pur differenziandosi poi definitivamente in padroni e in servi, restava tuttavia fra loro un vincolo naturale e familiare, che proseguiva di generazione in generazione, talora usque ad quartam ed oltre.
    Il negro americano è naturalmente religioso e naturalmente goloso: la vita coloniale gli permetteva i canti e le cerimonie che lo estasiavano. La grassa cucina del Sud, che conservava le larghe abitudini della vita inglese in quell’epoca, con aggiunta di tutte le leccornie locali – dal terrapin alle anitre selvatiche, dal tacchino al cocomero giallo e rosso, e dal rye whisky alla crema dolce – diventò, per merito dei negri, anche più ricca e saporosa. I prosciutti della Virginia e il granoturco saltato a fuoco vivo, i porcellini di latte con la crostina rosolata e scricchiolante, i pollastreli con frittelle e salsa bianca, e via dicendo, sono squisitezze, se pure già degenerate, famose anche oggi per coloro che se ne intendono.
    Le negre formose parevano fiori tropicali, nel paesaggio, vestite com’erano di colori vistosi, e occupate in faccende diverse presso le residenze e i parchi padronali. Fu un periodo di beata esistenza tanto per i bianchi che per i negri, nelle regioni del Sud.

    La decadenza.

    Tramontata l’epoca veramente signorile, è cominciata quella commerciale, anche i negri risentirono non solo delle mutate condizioni economiche, ma altrettanto e più del mutato genere di vita, delle avvisaglie della lotta di classe, dell’impianto del mondo industriale. Gli schiavi e i cani lucidi e ben tenuti cominciarono a diventare ispidi e naturalmente rissosi e malcontenti. Al posto del vero signore che si occupava di loro paternamente – sia pure con sbalzi di umore, compensati poi da vantaggi vari – ebbero superiori amministrativi esosi e brutali; il circolo vizioso – fattore cattivo ed esigente a negro riottoso e negligente, e viceversa – una volta formato, si attorce a spirale sempre più stretta, senza via d’uscita. Non è il caso né il luogo qui di andare a fondo nella cronistoria delle crisi agricole e cotoniere, dell’industrializzazione del Sud, della concorrenza del Nord, degli antagonismi sociali e politici che, verso la metà del secolo scorso, sconvolsero in un modo il Sud, in un altro modo il Nord della Confederazione, ancora non ben saldata nelle sue parti. Basti ricordare che la guerra scoppiò, divampò con odio e violenza, e lasciò negli Stati del Sud uno strascico di rancore fra le due parti, un senso di torti subiti e di mancato risarcimento, per non dire di vendetta incompiuta. Chi ha letto – tanto per citare un testo facilmente accessibile anche in italiano – il libro della Mitchell “Via col Vento” potrà farsene un’idea, per quanto approssimativa. Negli Stati Uniti la bibliografia del genere è ricchissima, significante, realmente piena d’interesse umano e storico allo stesso tempo.

    La “Capanna dello zio Tom”.

    Oggi come oggi, si sa, la Capanna dello Zio Tom non si legge quasi più, almeno come libro di amena lettura. Ma ai suoi tempi ebbe un effetto straordinariamente profondo, non solo negli Stati Uniti, ma anche, e quasi di più, in Europa: commosse il mondo in via sentimentale e letteraria più della stessa guerra civile e dell’assassinio del presidente Lincoln (che, in fondo, dipesero, l’uno e l’altra, dalla medesima questione dei negri); e segnò come una tappa storica nel problema dellos schiavismo, da un punto di vista universale. E sì che non prendeva di petto quello che forse è oggi il settore più delicato e più vistoso del “problema negro” negli S.U. d’A., la miscegenation , cioè mescolanza delle razze, eufemisticamente chiamata nelle Antille e nelle altre Indie occidentali (dove, peraltro, presenta caratteri meno gravi) la questione della goccia di latte nella tazza di caffè. La quale, qualche volta, si riduce ad essere solo una goccia di caffè in una tazza di latte, ma non per questo riesce più accetta od accettabile, o si respinge con minor ripugnanza.

    “Colore” moderno.

    Oggi, negli Stati Uniti d’America i negri sono saliti a dieci milioni di individui, secondo la statistica ufficiale, e anche quindici, secondo altre fonti; pubblicano riviste e giornali in quasi tutte le zone della Confederazione; rappresentano una forza elettorale collettiva delle più considerevoli; hanno avuto un esponente di valore, Booker Washington (a proposito diq uesto cognome, si può notare che molti negri portano i più grandi nomi della storia statunitense, perché i loro progenitori assumevano, come e più che i domestici di grandi famiglie anche altrove, il casato del padrone); un altro più raffinato, perché di mezzo sangue francese, il Du Bois; hanno medici e studiosi, ecclesiastici e uomini d’affari, talora assai distinti e in certi casi e a parità di altre condizioni, salvo la pelle, superiori anche ai congeneri esemplari bianchi. Ma tant’è: un senso profondo di separazione, per non dire di repulsione, esiste come substrato fra le maggioranze delle due razze: beninteso, molto più marcatamente quella dalla parte del bianco. A questa forma di punto negativo si sovrappone e contrasta in parte un punto positivo, creato dal’inclinazione – che si potrebbe dire storica: padrone a schiava – dell’uomo bianco verso la donna negra, alla quale si deve la grande maggioranza dei casi di sangue misto. L’aspetto contrario – attrazione del negro verso la donna bianca – fa parte dei casi considerati, diciamo così, patologici, se non criminali; ed è quello che dà maggiore occasione a reazioni e repressioni violente da parte di elementi bianchi su individui e collettività negre. In sottordine a questo antagonismo, latente anche nelle forme morbose dell’attrazione, c’è poi una lotta di classe, di origine e di manifestazione ben più recente: il negro, diventato elemento di concorrenza operaia, è chiamato a “rompere uno sciopero” in zona industriale bianca. Ma questo è sempre – al contrario dell’altro – fenomeno provocato, più che istintivo; che cresce col crescere dei problemi generali della industrializzazione, salvo a trasformarsi, come ora accenna a fare, in esigenza negra per la parità di trattamento col bianco.

    Mondo pittoresco.

    Nella standardizzata vita americana è certo che questi negri mettono una nota di colore, poco attraente dal punto di vista artistico o folcloristico del Nord industriale, ma ancora abbastanza amena e pittoresca nel Sud, dove il loro accento cantilenante, la loro passione pei colori vistosi, i loro naturali doni musicali (voce melodiosa, disposizione al canto corale, espressioni umoristiche o sentimentali) e via dicendo, rappresentano quasi un riposante diversivo alla cruda uniformità del mondo americano. Nulla di più ameno che un bamboccio nero e lucido, con le sue manine morbide e la pelle che dà, a toccarla, un senso come di velluto vivo, e il suo modo di muoversi e di esprimersi, grottesco e patetico ad un tempo. Niente di più pittoresco ed espressivo, in quel mondo, che la risata bianca nel muso nero di una abbondante mammy, che lava nel torrente i suoi panni multicolori o siede, rammendandoli, all’ombra di qualche pergola fiorita o di un albero grondante di liane. Un irresistibile senso comico si sprigiona per noi da uno di quei cortei festivi in cui le negre sfoggiano scollature di raso bianco, di broccato giallo, di damasco viola, e le “permanenti” fatte a rovescio, cioè, per avere una testa liscia e lucida come quella di un pellerossa o di una giapponese d’altri tempi. Queste negre, sensibilissime per quanto riguarda l’argomento kink, cioè l’increspatura, darebbero, infatti, qualunque cosa per potersi combinare un codino lungo e unito come quello dei Cinesi d’una volta. Per pettinarsi adoperano “spicciatori” (per dirlo alla romanesca) di ferro a denti forti e radi, come se dovessero cardare lana o crine riottoso. Se ne trovano in tutti gli emporii del Sud, e guai alla cliente o alla commessa bianca che arrischiasse in proposito una allusione, o magari soltanto un sorriso!
    Del resto i negri, se non aizzati e se trattati con quella dignitosa benevolenza, che era una volta alla base delle relazioni coi padroni bianchi e che è rimasta viva nella memoria della razza, sono sempre, almeno nel Sud, pronti e servizievoli, come grossi cani disposti a scodinzolare a un segno di riconoscimento; molto più ringhiosi e scontrosi, invece, nel Nord. Notevole, come abbiamo detto, la loro sensibilità musicale (ritmo, più che parole, e direi quasi radiosensibilità subcosciente, più che cognizione effettiva). Vien fatto di pensare alle trombe che sgretolarono le mura di Gerico, quando si vedono agitarsi e crollare, sotto il magnetismo travolgente dello spiritual, le compostezze della forma quotidiana e normale dei negri, altrimenti più saggi e raccolti. Una volta scatenati, poi non si sa quel che può avvenire: cioè, noi non sappiamo, e l’Americano bianco poco si è curato finora di sapere; ma una cosa è certa: ed è che il bolscevismo ci conta.

    Il pericolo che incombe.

    Il punto di attualità della situazione afro-americana in questo momento è dato dalla dilagante intensità della bolscevizzazione degli Stati Uniti. Ed in questa – assai più che in ipotetiche modificazioni di atteggiamento razziale da parte dell’uomo della strada statunitense – va cercata la chiave e la ragione del rialzo, di cui tanto si parla, dei valori negri nel mondo nord-americano.
    Sono ormai molti anni che lo Zio Tom è scomparso dal mondo a strisce e stelle e che si agitano i suoi pronipoti stile novecento. E sono ormai molti anni che ribolle nei bassifondi delle colonie negre degli Stati Uniti – soprattutto nel Nord, e in modo particolare in quella Chicago, che, sotto le forme più umanitarie (vedi Jane Addams e la Hull House), ha sempre coltivato il bacillo democratoide e socialista prima, anarchico poi, e in ultimo bolscevico, sotto la protezione, s’intende, del presidente Roosevelt e dei suoi emissari – un fermento malsano di ateismo e di irriverenza, di superbia satanica e di eccitazione sanguinaria, tipico delle agitazioni bolsceviche.
    Se questo lievito è arrivato a dare quel che ha dato nel mondo europeo e perfino in Spagna e nel messico, non si arriva forse nemmeno a immaginare quel che potrebbe produrre la sua sistematica iniezione nell’elemento negro-americano, con tutto il suo substrato di eccitabilità, di lussuria, di concupiscenza, diciamo pure di bestialità e di barbarie. Una volta intaccata la religiosità, la spiritualità, la musicalità della parte migliore dello spirito del negro, si trova l’istinto più abbietto. La animalità di colore, una volta sfrenata, è certo più intensa di quella del bianco anche nelle tendenze criminali; e il turpiloquio del negro bolscevizzato contro cose e persone della religione non ha forse esempio nemmeno nella stalinizzazione, che conosciamo della stessa Russia.
    Ecco il pericolo: scatenando anche solo una percentuale – la peggiore – di quei dieci, dodici o quindici milioni di negri, anche senza contare sull’inevitabile contagio della rivolta in gente così impressionabile e così deficiente in freni inibitori, si può sempre ottenere una cifra considerevole e un’incognita spaventosa per la compagine del mondo americano.
    A questo scopo, ben chiaramente individuato nelle sue losche previsioni, il bolscevismo favorisce a tutt’uomo la parificazione e l’esaltazione del negro in confronto e a danno dell’elemento bianco. Quel tanto di infantile che è rimasto nella natura stessa del negro americano, nonostante il duro regime industriale, si inebria di successi, di vanità, di onoranze; quel tanto di bestiale che è nel substrato più profondo della razza, una volta portato a galla, facilmente impazza e trabocca. A farlo traboccare ed esplodere nel senso voluto dal bolscevismo basterà una favilla.
    Il primo dei Roosevelt – il gran Teodoro, che, però, con tutte le sue idiosincrasie, era una persona per bene – fu, è vero, il primo a stringere la mano a Brooker Washington, che varcò, ospite, la soglia della Casa Bianca, dove nessun negro era mai stato altro che servo; ma egli vedeva l’elevazione dei negri come una esigenza prima di tutto religiosa e morale; e volere in buona fede educarli, e non blandirne e aizzarne gli istinti più bassi. Precisamente il contrario di quanto ha fatto il suo troppo indegno successore.
    Questo ultimo Roosevelt gioca ad aizzare il mostro. E se e quando lui o altri volesse frenarlo, sarebbe forse troppo tardi. Ma è anche probabile, che le cose volgano altrimenti, per fortuna del mondo, nonché del negro, e degli stessi U.S.A.

    A.A. Bernardy

    [NB. Corredano l’articolo una ventina di fotografie con lunghe didascalie, che rendono molto bene il tipo umano in questione]

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