Trenta anni fa Wael Zuaiter veniva assassinato dai servizi segreti israeliani
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Giancarlo Lannutti
«La voce sincera non è quella che incoraggia aggressioni e spargimenti di sangue. Gli ebrei di Palestina sono in Medio Oriente ed è inumano incoraggiarli a diventare militaristi e guerrieri contro popoli con i quali dovranno convivere. Il mondo è una unità e nessuno viene dal di fuori dell'universo, perciò il popolo palestinese è di questo mondo ed è agli ebrei di Palestina di accettare di vivere con esso in uno Stato democratico. Ciò farebbe risparmiare molto sangue e significherebbe giustizia». Queste parole sono state scritte molto tempo fa, ben prima che venissero firmati gli accordi di Oslo e si parlasse di convivenza pacifica in terra di Palestina, di due Stati per due popoli, l'uno accanto all'altro. Queste parole, scritte nel 1972 e che assumono dunque un valore quasi profetico, costituiscono il testamento politico di Wael Adel Zuaiter, intellettuale palestinese, primo rappresentante di Al Fatah in Italia, assassinato il 16 ottobre di trent'anni fa a Roma da una squadra di sicari dei servizi segreti israeliani. La sua uccisione fu il primo anello di una tragica catena di delitti, in Italia e in Europa, ordinati personalmente dall'allora primo ministro di Israele Golda Meir, ai danni di molti altri intellettuali ed esponenti politici dell'Olp; una vera e propria campagna di terrorismo di Stato che prese ufficialmente le mosse dalla strage del settembre 1972 alle Olimpiadi di Monaco.
Ma Wael Zuaiter non era un terrorista, non aveva niente a che fare con "Settembre nero" e con Monaco; era, al contrario, un intellettuale impegnato con il cuore, con il cervello e con la penna a far conoscere la causa del suo popolo, e in questo senso aveva svolto in Italia un lavoro ineguagliabile, guadagnandosi la stima e il sostegno di uomini di cultura, artisti, politici e di tanta gente semplice; ed era un uomo mite, che non aveva mai toccato un'arma e che - come testimoniano le sue parole - credeva nella pace e nella possibilità della convivenza fra i due popoli che abitano la Palestina.
Originario di Nablus, culla della identità nazionale e del patriottismo palestinesi, era venuto in Italia all'età di 28 anni nel 1962 dopo aver vissuto e studiato prima in Iraq e Kuwait e poi, per pochi mesi, in Germania; coltivava assiduamente la letteratura e la musica, si era iscritto ad un corso di italiano e per vivere aveva accettato un impiego all'ambasciata di Libia. La svolta nella sua vita venne con la guerra del 1967 e l'invasione di tutta la Palestina (o di quello che ne restava) da parte dell'esercito israeliano. Tagliato fuori dalla sua terra, dalla sua Nablus, corse a Beirut e ad Amman e si mise a disposizione della resistenza. «Ma - scrisse Pietro Petrucci ricostruendo la sua vicenda umana - non riusciva a vedersi nei panni di un guerrigliero né in quelli di un rivoluzionario classico», per cui ben presto «arrivò alla conclusione che il suo ruolo era quello di combattere l'ignoranza e i pregiudizi degli italiani nei confronti dei palestinesi». Tornò così nel nostro Paese a lavorare per Al Fatah con le armi a lui congeniali, quelle dell'intelletto e della cultura; e non poteva immaginare che proprio questa scelta avrebbe segnato la sua condanna a morte. Per chi, come il governo di Israele, voleva - e vuole ancora - negare l'identità stessa del popolo palestinese (fu proprio Golda Meir a dire in tono sprezzante: «E chi sono questi palestinesi? Un popolo palestinese non è mai esistito») l'intelligenza e la mitezza di Wael Zuaiter erano più pericolose delle armi di dieci terroristi.
Una testimonianza corale della straordinaria figura e dell'opera insostituibile di Wael è costituita dal libro: Per un palestinese - dediche a più voci a Wael Zwaiter pubblicato a cura di Janet Venn-Brown nel 1979, che adesso la casa editrice Prospettiva Edizioni ha voluto rieditare (Roma settembre 2002, pp. 253, euro 15,00) appunto per ricordare il trentesimo anniversario del suo martirio e che verrà presentato prossimamente in una pubblica manifestazione. E' un volume agile ma di grande respiro, toccante per la umanità che traspare da ogni riga e dal quale sono tratti sia il già citato "testamento politico" di Wael (un articolo scritto pochi giorni prima della sua morte ed uscito postumo) sia la nota biografica di Pietro Petrucci. Nelle sue pagine parlano di Wael, fra gli altri, uomini di cultura e artisti come Rafael Alberti, Alberto Moravia, Ennio Calabria, Jean Genet, Elio Petri, Ugo Pirro, Luigi Pestalozza, Bruno Cagli. E' davvero una testimonianza corale, che mette in luce gli straordinari risultati ottenuti in poco tempo da Wael, in particolare costruendo praticamente da zero il primo Comitato di solidarietà con il popolo palestinese e curando una edizione in italiano del giornale "Al Fatah", con l'aiuto e la collaborazione di un gruppo di amici (incluso chi scrive). Apre la nuova edizione una bella introduzione di Raniero La Valle che aggiorna ad oggi, se così possiamo dire, il messaggio e la eredità di Wael Zuaiter; una introduzione che analizza le cause della odierna tragica fase della vicenda palestinese per concludere sulla necessità di «tornare alla politica, alla mediazione, al negoziato, alla inclusione degli esclusi, alla pace presidiata dal diritto», di riprendere cioè «la via che Wael Zuaiter, nella sua mitezza e intelligenza, avrebbe amato». La via, aggiungiamo, su cui sarebbe ancora oggi impegnato, in prima persona, se in quella grigia sera del 16 ottobre 1972, nel portone della sua casa di Piazza Annibaliano, non fosse stato fermato per sempre dai colpi di pistola dei suoi assassini.
Liberazione 16 ottobre 2002
http://www.liberazione.it


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