Tornano "obbligatori" i crcifissi nei luoghi pubblici? Riflessioni sulla proposta della ministra Moratti
Se la croce diventa un simbolo violento


Nichi Vendola

Una specie di calvario marino, con un golgota in forma di scogliera e una battigia trasformata in sudario collettivo. Cos'è il nostro mondo intravisto dalla costa di Porto Empedocle in una notte ordinaria del terzo millennio? Quei poveri cristi strattonati dagli elementi e risucchiati dalle onde, dal panico, dal buio. Clandestini di vita e di morte, appesi alla spuma o alla pietra, sospesi al legno e al vento. Un segmento di cronaca nera che pure ha il ritmo di una tragedia classica, con il suo bilancio di sommersi e salvati. I sopravvissuti, curati ristorati confortati, saranno poi riaffogati da un foglio di via e da un ordine perentorio di rimpatrio: le migrazioni dei poveri, al tempo dei Bossi e dei Fini, sono come un perfido gioco dell'oca che ti riporta sempre alla casella di partenza, un non luogo dove alita e s'affanna una non vita. Poveri poveri! La notizia è già consumata, il mare restituirà a singhiozzo i cadaveri sfigurati e le agenzie di stampa batteranno si e no un rigo stentato per ciascuna restituzione; ma nessun corrispondente o inviato o reporter ci farà conoscere il volto o il nome o la storia di nessuno di quei sommersi che venivano dalla Liberia: già, dov'è, cos'è la Liberia? Signora Letizia Moratti ci regalerebbe, please, un'ora in più di geografia? E di storia e di filosofia, oppure un'ora di umanità guadagnata nella scoperta di chi non conosciamo, di chi è straniero, di chi ha cultura e costumi a noi ignoti: insomma un'ora d'aria ce la regala? Senza quel crocifisso, please, appeso al muro delle nostre istituzioni pubbliche e delle aule scolastiche: appendiamo piuttosto le foto di questi uccisi dal mare del moderno razzismo liberista, travolti dai marosi della globalizzazione, umiliati, Signora Ministro, dal suo crocifisso blasfemo e violento. Perché questi morti sono l'icona non retorica del Cristo in croce, perché loro sono gli ultimi a cui annunciare la buona novella piuttosto che le leggi xenofobe, perché di essi è il regno dei cieli che si è pure capovolto in quell'abisso mediterraneo. Voi che annunciate l'evangelio di Borghezio e di Gasparri volete una croce come segno di prepotenza, come una qualunque croce celtica, come una distinzione e un primato di civiltà: ma a quello che fu messo in croce per davvero gli avreste preso le impronte digitali, lo avreste espulso perché fu clandestino per antonomasia, lo avreste processato come un no global perché educò alla disobbedienza. Anche la croce viene da voi reclutata come un soldato, una divisa, una uniforme, uno status-symbol: lì, su quella altura alle porte di Gerusalemme, trionfò nella morte di Gesù il potere dei segni, voi vi saziate dei segni del potere. La vostra politica, uomini e donne del centro-destra, reca offesa a troppi uomini e donne che considerate esuberi ed escrescenze: ma lì, tra quei rifiuti e residui di umanità, il nazareno cercò il volto di Dio. E disse che, da quel momento, le pietre di scarto sarebbero divenute pietre angolari. Voi che servite la mafia di Arcore e le bombe di Bush, abbiate il pudore di non offendere quel povero cristo sulla sua povera croce.

Un tempo, ed era un cattivo tempo, vigeva la "religione di Stato": il cattolicesimo come un supplemento sublime di codice civile e penale. Per un cristiano dovrebbe in realtà trattarsi di una formula paradossale, di un vero e proprio ossimoro: una mortificazione statual-nazionale delle ambizioni universalistiche della missione della Chiesa. Nonché uno schiaffo all'idea fondante della modernità: e cioè l'emancipazione della politica dal comando teologico (o, per meglio dire, teocratico) e il primato della laicità dello Stato. Oggi il ritorno ad una specie camuffata di "religione di Stato" avviene sotto le sembianze della cosiddetta "identità nazionale": così parlò la Moratti. Insomma il crocifisso è più o meno come l'inno di Mameli o come il Colosseo, un pezzo dell'immaginario e della memoria comunitaria, ed in più questo simbolo italiano ha un indubitabile radicamento planetario. Quindi non si lamenti il cittadino italiano di religione ebraica o il musulmano o l'ateo: quella croce è un pezzo del paesaggio. Lo contempli e taccia. Questo ritorno di fiamma di spirito confessionale avviene nel pieno dispiegarsi dell'ideologia dello smantellamento della scuola pubblica (cioè di tutti e di tutte), e mentre il governo è impegnato a "crocifiggere" i mondi sofferenti del lavoro dipendente e della marginalità sociale. Segnala, nella sua rozza confezione pubblicitaria, una regressione all'idea pre-liberale della "dittatura della maggioranza": quella che non prevede, se non come impaccio o minaccia da reprimere, le voci delle minoranze, i diritti di chi esprime - per cultura, per fede, per costume - condotte differenti.

Tanto per non giocare, verrebbe da rammentare che anche il processo a Gesù (come è stato scritto da un autorevole giurista) fu un esempio ante litteram di "democrazia plebiscitaria"! Il pluralismo, il rispetto delle diversità, la conoscenza senza pregiudizi delle altre culture: sono tutte cose passate di moda, la nozione di società si è ridotta al recinto del mercato, il "pensiero unico" dell'Occidente prevede ed esalta la guerra di civiltà e la difesa identitaria (inclusa l'ampolla di acqua del Po), e dunque il crocifisso è una specie di arredo bellico. Ora le esternazioni della Ministra Moratti, forse presa in contropiede dalle parole del Presidente Ciampi che richiama la centralità della scuola pubblica, sono una ritorsione ridicola e un calcolo cattivo di chi, sul mero terreno degli scambi diplomatici e di potere, tenta di accreditarsi essendo ogni giorno vieppiù screditata. La Signora ci fa ridere per non piangere: non ha i soldi per le sue sperimentazioni sulla "cavia" scolastica, ha contro tutti a partire dagli studenti e dagli insegnanti, ed in più è presuntuosa e bigotta. Vorrebbe trasformare le scuole italiane in sepolcri imbiancati e in aziende private: in entrambi i casi, che sono lo stesso caso, lasci perdere il crocifisso. Perché non si può essere servitori di due padroni: così è scritto…


Liberazione 20 settembre 2002
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