Riporto un articolo tratto dal libro "Comunitaristi o Liberal?" di Marcello Veneziani, sono finalmente riuscito a trovarlo in internet e ne consiglio a tutti la lettura
Capitolo 4 Etica dell'onore, etica della generosità
Esiste un ethos comunitario ed è distinguibile in modo sostanziale da un'etica liberal? Esiste cioè un comportamento liberal e un atteggiamento specifico comunitario? Lasciamo stare le classificazioni pseudo-sociologiche che impazzano periodicamente nei media e risparmiamoci pure il loro rovescio, l'omologazione denunciata da Pasolini che uniforma stili e comportamenti: nei primi anni Settanta era importante rilevarlo, oggi rischia di essere puro manierismo. Lasciamo il regno del kitsch e vediamo piuttosto di capire se esiste, fuori dalla politica, un rifugio inespugnabile del codice «genetico» e morale di tipo comunitario, una specie di «estrema Tebaide nel proprio petto», come diceva Ernst Jünger nel Trattato del ribelle (il libro forse più amato dalla giovane destra comunitaria, anche se è il libro più individualista che egli abbia scritto). E se c'è, viceversa, una preferenza specifica dell'etica liberal che la distingue in modo sostanziale.
Se una differenza di atteggiamento caratterizza la sensibilità comunitaria, sia essa di estrazione cattolica o laico-pagana, conservatrice o radicale, populista o aristocratica, tradizionalista o nazionalista, essa risale a un nucleo impronunciabile e impronunciato da tempo: il senso dell'onore. Se c'è un nucleo ereditario e irriducibile dell'etica comunitaria, la scatola nera è là, nel senso dell'onore. Onore personale e professionale, onore familiare e nazionale, onore civile e religioso. Il senso dell'onore è il blasone dell'etica comunitaria, così come la generosità è la buona coscienza dell'etica liberal. Siamo evidentemente alla versione positiva di ambedue.
Beninteso non vale l'inverso: non banalizziamo, non immeschiniamo le categorie affermando che l'onore sia di destra, la generosità di sinistra. Diciamo che un tratto diffuso e radicato nell'etica comunitaria è il senso dell'onore, ma ci possono essere benissimo liberal che condividono lo stesso orizzonte. E così vale per la generosità. E ancora: il senso dell'onore non esclude il senso della generosità, si possono coltivare entrambi, non sono incompatibili. L'onore è il principio recondito o palese che più caratterizza in profondità l'ethos comunitario. E viceversa la generosità è il principio che più alimenta l'universo morale dei liberal. Sono i due valori prepolitici che più autorappresentano le due diverse sensibilità (e a rovescio le due diverse insensibilità). E che hanno varie conseguenze nei comportamenti correnti, fino alle ultime, degradate, rappresentazioni nel segno del cattivismo orgoglioso e del buonismo mellifluo.
Cerchiamo di formulare più rigorosamente la questione: il senso dell'onore è il correttivo ad personam del senso comunitario, così come la generosità è il correttivo sociale dell'individualismo liberal. Il senso dell'onore rappresenta quasi il contrappeso individuale alla visione corale del comunitarismo perché evoca responsabilità, meriti e comportamenti di tipo personale. Il senso della generosità rappresenta invece il contrappeso altruistico e umanitario alla visione soggettiva e individuale dello spirito liberal perché evoca impegno sociale. Il primo è la rielaborazione di un'eredità del tradizionalismo lasciata all'etica comunitaria; il secondo è la rielaborazione di un'eredità del socialismo lasciata all'etica liberal.
Il senso dell'onore è un sentimento aristocratico e si oppone all'umiliazione ma anche all'umiltà, che è una virtù cristiana. Humilis viene da humus, evoca la terra, la sua orizzontalità, e più combacia con l'ideale dell'altruismo; honor indica invece una vocazione verticale, un sollevarsi e distaccarsi dalla terra. Non inginocchiarsi ma stare in piedi. E nella tragedia, evoca il cadere in piedi o restare in piedi tra le rovine. Per esprimerci con una sintesi: l'onore è il sentimento verticale di un orizzonte comunitario; la generosità è il sentimento orizzontale di una esistenza fondata soggettivamente.
Si può dire che il senso dell'onore sia il grande assente nell'etica sociale dei nostri giorni. Anche nel frangente di Tangentopoli quel che più ha colpito non è stato tanto il deficit di onestà che è emerso tra gli inquisiti, quanto lo scarso senso dell'onore. Se è vero che l'onestà sia una virtù borghese, e l'onore una virtù aristocratica, da una classe dirigente ci sarebbe da attendersi questa ancor più che quella. Anche i casi estremi (o dubbi) di suicidio sull'onda delle inchieste giudiziarie apparvero più casi di disperazione e di fragilità caratteriale, che impulsi d'onore condotti alle estreme conseguenze. L'onore era fuori corso. Il contrario di quel che accade in Giappone, dove il sentimento comunitario è vivo quanto il senso dell'onore e i suicidi in seguito al disonore professionale assumono dimensioni vaste e preoccupanti.
Lo storico «annalista» Lucien Fevbre, nel suo saggio dedicato a Onore e patria sostenne che l'onore fosse il principale sentimento comunitario, anzi «il principio della morale comunitaria». Il suo saggio, edito di recente, ha parzialmente riabilitato nei circuiti che fabbricano la mentalità corrente e nelle culture venute dal progressismo l'espressione considerata mafioso-militar-fascista di onore.
Fevbre sostiene che l'onore sia «un sentimento fortemente collettivo» ed emulativo. E ritiene che esso si esprima soprattutto attraverso «il rifiuto»: un rifiuto del compromesso, dello scendere a patti con il volgare, con il brutto, nel nome degli interessi. Rimanda dunque a una concezione estetica e anti-utilitaristica. La critica conservatrice verso la democrazia dei partiti è sorta soprattutto sulle basi di questo rifiuto: troppi compromessi e niente decisioni, troppe mediazioni e cedimenti, mai atti di forza e di dignità. Certo, l'onore è anche una predilezione per la dignità della sconfitta. Perdere con onore; la passione per i vinti è stata, infatti, una malattia delle culture reazionarie, nostalgiche e conservatrici, e anche dell'ultimo fascismo. Ma si tratta di una malattia comune agli idealisti, sia di destra che di sinistra; assente tra i winners, i vincenti, ovvero i carrieristi, i cinici o i realisti, siano essi di destra, di sinistra e soprattutto di centro. Ma nell'idealista di destra la legittimazione di quello sconfittismo è il senso dell'onore e dunque la sua modalità è la capitolazione con stile; nell'idealista di sinistra la legittimazione dello sconfittismo è il sogno di un mondo migliore e la sua modalità è il rifugio nell'ideologia rispetto all'universo perdente dei deboli, dei poveri, dei dannati del pianeta. Due forme di rigidità, determinate rispettivamente dall'inflessibilità dell'onore o dall'impraticabilità dell'utopia. Due paradisi a cui sacrificare la vittoria in terra.
Il principio etico della generosità forza la naturale propensione all'autoconservazione e alla protezione di chi è legato a noi da vincoli familiari, sociali, comunitari e spinge alla tutela dell'estraneo, del remoto, di chi non ha legami con noi. La molla della generosità non è la somiglianza con sé, ma la dissomiglianza; qui la vocazione identitaria cede il passo alla propensione umanitaria.
A voler trovare un archetipo dei due atteggiamenti verso l'onore e verso l'altruismo, possiamo risalire con Eric Dodds e il suo grande saggio I Greci e l'irrazionale a due modelli classici di civiltà: la civiltà della vergogna e la civiltà della colpa. L'infamia peggiore nella prima era coprirsi di disonore; la dannazione peggiore nella seconda è invece non liberarsi della colpa. Ho usato non casualmente le parole infamia e dannazione: il male della civiltà della vergogna è la cattiva fama, il male della civiltà della colpa è la cattiva coscienza. L'onta o il peccato. La prima, più antica, attiene al senso dell'onore; la seconda; protocristiana, viene secolarizzata attraverso la «colpa» della società verso i suoi figli meno fortunati. Il rimedio è appunto la carità, o più laicamente la generosità.
Un facile luogo comune liquida l'etica dell'onore come un'etica della forma e dunque dell'apparenza, a differenza dell'etica della generosità che invece sarebbe un'etica della sostanza. Essere contro apparire. In realtà lo stile non è il contrario della morale; anzi l'etica, sin nella sua radice etimologica (che rimanda appunto a ethos), segna il punto di convergenza tra il costume e la morale. Così come l'estetica non è la negazione dell'essere, semmai lo è la retorica, come insegnava Carlo Michelstaedter: e vi può essere una retorica dell'onore come una retorica della generosità. Infatti anche la cattiva coscienza a volte si ciba di menzogne per fingersi buona. La questione è antica: predicatori e moralisti (anche Bossuet e Montesquieu) hanno sancito uno spartiacque tra l'onore e la virtù come tra l'apparire e l'essere. C'è in realtà un uso bigotto, farisaico o ipocrita della virtù che la riduce – come notava Pareto – a virtuismo, ovvero a pura osservanza formale, rituale, apparente. Così l'onore: può esprimere teatrante vacuità ma anche nobiltà d'animo e fiera lealtà. Nel suo senso più pieno, l'onore è una virtù che costa e che mobilita l'essere fino in fondo, perché esige fedeltà e disponibilità al sacrificio.
Ma l'onore uccide, la generosità no, si potrebbe ancora dire. In realtà l'idea di rimuovere con la forza un disonore può essere rovinosa almeno quanto l'idea di rimuovere con la forza un egoismo; nel nome dell'una o dell'altra si sono compiuti nella storia non pochi delitti. Perché l'amore per la giustizia che anima entrambe le pulsioni può produrre frutti nobili ma anche avvelenati. Diciamo allora meglio che il senso dell'onore e il senso della generosità sono nobili sentimenti quando ispirano le azioni di chi aderisce a quei principi; diventano strumenti di oppressione quando sono imposti agli altri, fino a costringere una società all'onore o alla generosità. Finché ricadono su coloro che vi si riconoscono, generano solitamente elevazione morale e civile; se sono pretesi e imposti a terzi, generano solitamente violenza. La soglia di liceità è nel passaggio dall'educazione (all'onore, alla generosità) al plagio, fino all'imposizione.
Ricorrente è anche l'altra obiezione al senso dell'onore come superbo e sovrumano titanismo, come forma prometeica di narcisismo. Esito possibile almeno quanto il suo contrario: l'accettazione serena del destino, fino a sfiorare il fatalismo; la convinzione che non sia possibile sottrarsi all'obbligo d'onore (noblesse oblige) e che non si possano cambiare le regole oggettive e tramandate sulla base della propria soggettività. In fondo la linea di confine che passa tra i due esiti opposti dell'onore è proprio nel suo grado di aderenza a un'etica comunitaria. Il Superuomo la trascende perché si ritiene sovrano e comunque superiore rispetto alla communitas, fino a ridisegnare le norme ad usum delphini; il comunitario, invece, le osserva fino al sacrificio di sé perché riconosce nella communitas il suo destino e il suo senso. La soglia comunitaria separa l'onore dal titanismo.
Si tratta di archetipi ma non di archeologia. Sbaglia chi crede che l'onore sia una virtù degli antichi, qualcosa tra il mitico e il medievale, finito con la cavalleria e tenuto in vita solo nei circuiti chiusi del militarismo. In realtà l'onore cambia nei parametri e nei riti, si laicizza e magari si interiorizza, ma resiste. L'uomo comunitario è decisamente più sensibile al «desiderio di riconoscimento», al senso del decoro. E per questo più tiene al rispetto dei costumi e delle convenzioni sociali. In positivo questo si traduce in un principio: salvare la dignità. In negativo si traduce in un'ipocrisia: salvare le apparenze. Via di mezzo ipocrita-dignitosa: salvare la faccia. L'onore è una forma d'orgoglio; a volte è l'orgoglio come forma.
Il senso dell'onore è qualcosa di più del senso della reputazione e qualcosa di meno pretenzioso della gloria. Non aspira all'eterno ma si affida alla buona fama e alla memoria, che salva il salvabile dall'oblio del tempo.
Sbaglia però chi crede che l'onore si risolva nell'amor proprio e che in questo attaccamento all'onore si riveli solo presuntuoso egoismo. L'onore è un sentimento comunitario, perché presuppone la considerazione degli altri e tiene in considerazione il giudizio altrui. È un sentimento che nasce aristocratico ma si alimenta nell'integrazione sociale. Scrive Peter Berger che «l'onore è un concetto decisamente collettivistico» (ma è più corretto definirlo comunitario) perché nasce dal «rispetto verso l'essere umano in relazione al suo ambiente sociale» e a una tradizione pubblicamente condivisa. Certo, l'onore può accompagnarsi alla presunzione egocentrica. Ma genera anche una più piena accettazione del principio di responsabilità personale. L'uomo d'onore è entrambe le cose: si sente più responsabilizzato, negli oneri e negli onori. Preferisce rispondere personalmente e non collettivamente; il suo senso comunitario è il contrario del collettivismo che deresponsabilizza gli individui nel nome di una solidarietà di gruppo. All'ethos comunitario è estraneo il behaviorismo e ogni teoria che riconduca la responsabilità personale alla società, al clima, alla circumstancia orteghiana.
Se il pozzo nero della generosità è la disattenzione ai meriti e alle responsabilità, l'appiattimento sociale e infine la protezione di chi sbaglia rispetto a chi ne è stato vittima, anche il senso dell'onore porta la sua zavorra: le parate, la retorica, l'esibizionismo (e il suo rovescio, le inibizioni), i fanatismi, la maggiore propensione ai conflitti e ai duelli per questioni d'onore. O, nella piccola vita quotidiana, l'eccessivo peso dato ai pregiudizi del paese, ai pettegolezzi, agli idola tribus e agli idola fori. Per l'uomo d'onore il paese è piccolo e la gente mormora, anche se il villaggio è globale. Ma guardiamo pure il rovescio: perfino il pettegolezzo può essere una forma di controllo sociale e di interesse alla vita degli altri. Non è un gran progresso il disinteresse per gli altri, il superomismo di chi non si cura del giudizio altrui. Anche quello è un vizio d'orgoglio e una forma di egotismo. Se vogliamo, l'onore, dietro la maschera del signoreggiare, è una forma di soggezione verso gli altri.
C'è un'ampia letteratura dell'onore. Non solo la letteratura militare alla Laterguy (l'autore di Né onore né gloria) o quella cavalleresca, i galatei e i codici d'onore o ancora le saghe mitologiche, dal Cid Campeador fino alla fantasy di Tolkien. Ma anche nell'alta letteratura del nostro secolo (dal prussiano von Salomon dei Proscritti allo Jünger di Tempeste d'acciaio) e nella saggistica: da Spengler che elogia la sentinella di Pompei, caduta perché fedele alla consegna d'onore, all'Evola di Gli uomini e le rovine; dal Mishima di Sole e Acciaio al Diario di Drieu La Rochelle, entrambi suicidi per onore, come Henri de Montherlant. Il più recente apologeta dell'onore, molto amato nella destra giovanile, è Jean Cau, venuto dalla sinistra radicale. Dal suo splendido saggio Il Cavaliere, la morte e il diavolo alle Scuderie dell'Occidente, fino all'ultimo I popoli, la decadenza, gli dei. I suoi scritti, in forma di aforismi, compongono una specie di breviario dell'onore nel mondo contemporaneo. C'è un odore nietzscheano in tutto questo, ma c'è anche un culto estetico, si diceva, che si accoppia spesso con l'onore: il bel gesto, la forma, il vivere (e morire) in bellezza. Molti degli autori citati (e potremmo richiamarne altri, come D.H. Lawrence e G. D'Annunzio) coltivarono il senso dell'onore in stretta relazione al senso estetico. E questo descrive un altro tratto diffuso nella sensibilità prepolitica dell'uomo d'onore. Anche nelle forme più estreme o, al contrario, nelle sue espressioni più «borghesi», l'uomo d'onore lascia spesso che la sua etica sconfini nell'estetica. Eppure c'è una passione per l'onore che è il contrario dell'appariscente e aggressivo onore da parata. Ne fu testimone una donna, e già la cosa un po' sconcerta alcuni schemi tradizionali abituati a circoscrivere l'onore femminile alla verginità e alla fedeltà coniugale. Quella donna era Simone Weil, operaia in fabbrica e combattente in Spagna, che scrisse dense pagine sull'onore nel suo libro già citato, L'Enracinement (tradotto con il titolo più vago La prima radice). È il suo libro più tradizionalista, se è lecito usare queste categorie fuori dalla loro abituale sede. L'onore, dice la Weil, "è un bisogno vitale dell'anima umana».
Rousseau resta il retrogusto ideologico, pedagogico e morale più ricorrente per l'etica della generosità. Zola e Tolstoj sul piano letterario. A voler delineare i suoi riferimenti di confine, si può dire che l'etica altruistica sia un fiume compreso tra due sponde: l'amore cristiano per il prossimo, nel luogo in cui la carità si separa dalla testimonianza di fede per farsi filantropia, e la ragione illuminista in favore dell'umanità, nel luogo in cui la teoria si separa dall'elitarismo per farsi universalità. All'interno di quel fiume confluiscono le sorgenti del socialismo e del positivismo umanitario, da Comte fino a Russell. Man mano che discende verso la foce dei nostri giorni, i riferimenti dell'etica altruistica passano marxianamente da coloro che hanno interpretato il mondo a coloro che hanno provato a cambiarlo: qui scorre la mitologia contemporanea con le ibridazioni di Che Guevara, Luther King e madre Teresa di Calcutta. I care, io mi prendo cura, è la sintesi dell'etica altruistica. Se vogliamo, la generosità attinge a un archetipo di tipo materno e femminile, laddove l'etica dell'onore attinge a un archetipo di tipo paterno e virile. Di entrambi è possibile una versione romantica che può segnare anche la loro confusio perché il romanticismo è coincidentia oppositorum.
Sotto il nome di «onore civile» erano riconosciuti nella legislazione di alcuni paesi quelli che oggi si definiscono diritti civili. Era preferibile la prima definizione, perché include al suo interno non solo i diritti civili ma anche i doveri civili, intrecciando la propria dignità con quella altrui. Nell'etica dell'onore la correlazione tra diritti e doveri è molto più stretta. Viceversa nell'etica della generosità è più diretto il riferimento ai diritti umani. Si può quindi dire che l'etica comunitaria trascenda i diritti di cittadinanza componendoli con i doveri, mentre l'etica liberal trascenda i diritti di cittadinanza componendoli con quelli «umani».
Se l'etica liberal è portata a giustificare l'aborto, e a mostrare maggiore indulgenza per l'uso della droga, l'etica comunitaria arriva a giustificare il ricorso alla pena capitale. Per due ragioni fondamentali: la prima è che l'etica comunitaria è fondata sul principio della responsabilità personale, ove ognuno risponde di ciò che fa, fino in fondo. Trattandosi di un'etica dell'onore, la difesa della vita non può trascendere l'offesa alla vita; la ragione umanitaria non può cancellare l'umanità ferita nella sua elementare dignità. Perciò davanti a crimini particolarmente efferati, reiterati, volontari e accertati, l'etica comunitaria può ipotizzare la pena capitale.
La seconda ragione concerne i parametri di riferimento di una società, che secondo l'etica comunitaria sono di due tipi: la tradizione, con i suoi usi e costumi radicati, o la maggioranza dei cittadini, con il loro libero voto. Se dunque la tradizione e la maggioranza di un paese concordano sulla necessità della pena capitale, non ci può essere altra autorità che decida al loro posto. Altrimenti – se si escludono l'esperienza e la dottrina consolidata, il comune sentire e la sovranità popolare – chi stabilisce e in nome di che i confini del giusto e dell'ingiusto? La pena di morte è sostenuta da millenni di tradizioni e da grandi democrazie, dal catechismo di san Pio V e dai Padri della Chiesa, compresi i santi e sapienti Agostino e Tommaso, e da pensatori che hanno contato molto nella storia dei diritti umani, come Kant e Montesquieu. Lo stesso Beccaria riconosceva la possibilità della pena di morte in due casi che non erano i più efferati ma i più destabilizzanti per il potere; e preferiva l'ergastolo alla pena capitale non per ragioni umanitarie ma perché riteneva che fosse una pena peggiore lasciar marcire in ceppi per tutta la vita. Figure illuminate come Filangieri e Romagnosi sostennero l'uso della pena capitale. Il primo politico moderno contrario alla pena di morte fu Robespierre, che poi usò la ghigliottina con la disinvoltura che sappiamo. E uno dei primi atti compiuti dalla rivoluzione bolscevica quando conquistò il potere fu l'abolizione della pena di morte dall'ordinamento giuridico sovietico. Poi, per pie intenzioni, scappò qualche milione di vittime. Per l'etica comunitaria il problema è delimitare al massimo il ricorso teorico e pratico alla pena capitale, fino a farne una sanzione simbolo; ma senza cancellarla. Il politico non può eludere il tragico e la sua realtà. E l'etica comunitaria dell'onore ne è consapevole.
L'etica della generosità non può essere confusa con l'etica del dono, anche se può avere con essa punti di convergenza. La cultura del dono non attinge alle sorgenti dell'altruismo ma all'esigenza di sottrarre sfere e risorse dell'esistenza personale e sociale all'utilitarismo e all'insignificanza delle relazioni funzionali. L'etica del dono attinge a una cultura comunitaria e ai suoi simboli e riti di propiziazione e di significazione del mondo. Donare è ingraziarsi gli dei, esprimere magnificenza e sovrabbondanza, onorare un legame comunitario, esprimere una concezione di vita come esuberanza, dono, bellezza, spreco di risorse oltre la dimensione utilitaristica.
Oggi dell'onore sono rimaste scarse tracce visibili. Del classico cursus honorum con cui si definiva la politica è rimasta solo la grottesca eredità di un aggettivo tramutato in sostantivo: l'onorevole. Una forma di pomposo ossequio fuori posto e fuori tempo. Nel linguaggio corrente dell'onore sono rimasti in giro due sgradevoli succedanei: l'onorario, eufemismo sussiegoso per un compenso che si preferisce chiamare in modo ipocrita; e le onoranze, che evocano le spese funerarie. È rimasta in giro la laurea honoris causa ma per il severo uomo d'onore sarebbe meglio istituire il suo rovescio, il ritiro della laurea «dishonoris causa», ovvero la revocabilità della laurea nei casi di titolo disonorato. C'era fino a qualche tempo fa anche il delitto d'onore ma ora non c'è più (l'onore, naturalmente, non il delitto; niente è perduto fuorché l'onore). Anche il duello d'onore è stato recentemente depenalizzato perché obsoleto. Si compiono crimini anche per ragioni più futili e il delitto d'onore si preferisce incasellarlo nei delitti per vendetta o per disperazione. Quel lascito d'onore di cui ancora si parla nelle società meridionali era anche topograficamente, anatomicamente, scadente, perché si fermava a mezzo busto. Si esauriva infatti nella verginità e nell'onor virile (un'altra sottospecie d'onore rifiorita tra gallismo, machismo e celodurismo). Il suo rovescio, il disonore, erano due propaggini cervine sulla testa, non del reo ma della vittima (i parametri volgari della civiltà della vergogna sono diversi da quelli della civiltà della colpa).
Anche l'onore politico-militare, eclissato con la morte della patria l'8 settembre del 1943, secondo una lettura che va da Satta a De Felice e Galli della Loggia, e poi vissuto come fantasma a Salò, fu assimilato al fascismo. Molti nemici molto onore, il nostro onore si chiama fedeltà: due famose enunciazioni d'epoca fascista. Quello saloino fu l'ultimo uso politico del concetto di onore, almeno in Italia; ma è come se fosse avvertito il suo congedo, perché fu declinato con un senso tragico, funesto. Successivamente solo piccoli gruppi esoterici, militanti o clandestini, continuarono a farne uso.
Poi l'espressione restò in appannaggio pressoché esclusivo della mafia, detta appunto «Onorata società". Fu il primo appalto immateriale donato dallo spirito pubblico a Cosa nostra. Ma strada facendo anche la mafia ha perduto il suo residuo codice, si è secolarizzata e insieme imbarbarita. Uccide anche donne e bambini, non rispetta più gli avversari d'onore. E traffica con quelli che un tempo definiva disonorevolmente quaquaraquà o infami. Adesso l'onore nel linguaggio pubblico resta a malapena nel gergo sportivo. E anche lì allude a una sconfitta, l'onore delle armi, perdere a testa alta, il gol della bandiera...
Al posto dell'onore c'è oggi il suo parente vanesio e narcisista, il look, la piacioneria civettuola. E infatti oggi, più che salvare l'onore, si chiede di tutelare l'immagine. L'onore ridotto ad uso esterno. Eppure sono valori positivi per una società il senso della dignità, il pudore, la difesa del buon nome e della coerenza, la fedeltà, il rispetto degli impegni assunti («ho dato la mia parola d'onore»), la possibilità di guardare in viso le persone, i propri figli, la propria faccia in uno specchio, senza alibi di sorta né rossori in volto. È una forma di rispetto per la vita propria e altrui.
Benché prepolitico, l'onore nasce insieme alla politica, è il primo sentimento pubblico. E rischia di morir privato, ridotto a una disonorevole clandestinità. Viceversa, la generosità è un sentimento impolitico; la politica evoca il confine (limes, le mura della polis) e il conflitto (la dialettica, il polemos). La generosità invece abbatte i confini e nega i conflitti (salvo riprodurli con chi è considerato nemico oggettivo del suo ethos altruistico). La politica evoca le alterità, tra noi e loro, tra governati e governanti, tra inclusi ed esclusi. La generosità nasce a partire dalla loro abolizione e dal superamento stesso dei confini del diritto e del dovere. D'altronde, anche H.Arendt ricordava che «l'altruismo non può essere una virtù politica».
Una nuova cultura comunitaria dovrebbe rielaborare un maturo e civile senso dell'onore. Liberato dalla buccia dei tempi, delle epoche passate e dalle sue forme più superstiziose o rituali, il senso dell'onore indica il rispetto di sé, l'amor proprio, o come oggi si preferisce dire l'autostima, e insieme la considerazione del giudizio altrui, della sensibilità degli altri, e infine un vivo senso del decoro e dello stile. Valori etici ed estetici, psicologici e sociali da non buttar via. Si tratta di smilitarizzare l'etica dell'onore, nel passaggio dal conservatorismo al comunitarismo; così come l'etica delle generosità, nel passaggio dal socialismo allo spirito liberal, va depurata dell'odio di classe che ne costituiva il lato d'ombra. Si tratta di diminuire il rischio che due sentimenti scadano in risentimenti.





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