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Tratto da Panorama del 20.09.2002

Jeremy Rifkin non ha dubbi: l'obiettivo di Bush è il greggio di Saddam. Ma la posta in gioco è molto più alta. Le riserve mondiali si stanno esaurendo e l'Occidente è di fronte a una scelta epocale.


Vent'anni, nella storia dell'umanità, non sono niente. E allora dovremmo preoccuparci, perché tra un paio di decenni arriveremo a un punto di svolta epocale: il picco della produzione petrolifera, il momento in cui avremo consumato metà delle riserve mondiali di idrocarburi. E gli equilibri strategici del pianeta dovranno essere ridisegnati.
Lo sostiene in un lucido saggio appena pubblicato in Italia (Economia all'idrogeno, Mondadori) uno dei massimi esperti di economia e politica internazionale: Jeremy Rifkin, presidente della Foundation on economic trends di Washington e professore alla Wharton school of finance and commerce, che in questa intervista analizza i riflessi dell'incombente rivoluzione energetica sulle crisi che si addensano sul mondo di oggi. A cominciare da quella irachena.

Professor Rifkin, in Europa è diffusa l'impressione che la campagna della Casa Bianca contro l'Iraq abbia più a che fare con il petrolio che con la presunta pericolosità militare di Saddam o con la lotta al terrorismo. È così?
La possibilità che Baghdad disponga di armi di distruzione di massa preoccupa tutti. Ma nel mondo vi sono altri paesi che accumulano queste armi. Ciò di cui non si parla quasi mai, e che invece sottende tutta la crisi in atto, è che Baghdad possiede le seconde riserve mondiali di petrolio dopo l'Arabia Saudita. Se gli Usa riusciranno a «liberare» queste riserve, si troveranno, anche se per un breve periodo, in una posizione strategica di straordinario potere in Medio Oriente.
L'ironia è che nel 1990 l'Iraq invase il Kuwait per i suoi giacimenti petroliferi e il padre di Bush mobilitò il mondo per fermare l'invasione; ora suo figlio si prepara a invadere l'Iraq per impadronirsi del suo petrolio! Ma non penso che il mondo lo fermerà.
Quali conseguenze può avere sugli equilibri internazionali una guerra contro l'Iraq?
La questione è più vasta. Il petrolio è al centro delle tre grandi crisi che stiamo vivendo. La prima è la crisi nel Medio Oriente. Con una guerra i prezzi del greggio possono andare alle stelle, gli islamisti potrebbero lanciare lo slogan «petrolio per l'Islam» chiedendo ai sauditi di imporre un embargo, i pozzi potrebbero andare a fuoco come avvenne nel 1991 in Kuwait.
Ora il barile è attestato sui 30 dollari. Cosa accadrebbe se salisse a 40, 50 o 60 dollari? L'economia globale oggi è così fragile che un consistente aumento dei prezzi petroliferi può avere effetti negativi sull'economia planetaria a lunghissimo termine.
Le altre due crisi connesse al petrolio sono altrettanto gravi.

Il riscaldamento dell'atmosfera è persino più preoccupante sul lungo periodo: abbiamo bruciato enormi quantitativi di combustibili fossili per finanziare il nostro sviluppo e ora paghiamo il conto. Gli scienziati avevano avvertito che l'accumulo di biossido di carbonio e l'effetto serra avrebbero provocato radicali mutamenti climatici.
Negli Usa, però, veniva considerato un problema astratto. Fino a quando, nei mesi scorsi, l'America è stata sconvolta da siccità e spaventosi incendi. In Europa ci sono state grandi inondazioni. Nel Sud-Est asiatico una nube marrone copre metà del continente e ha causato migliaia di vittime per problemi respiratori, oltre a un declino del 10 per cento della produzione agricola.
Enormi iceberg si staccano dalle banchise polari e si sciolgono negli oceani, il cui livello si sta innalzando. Tutto questo è oggi sotto i nostri occhi e la gente comincia a rendersi conto che abbiamo alterato la biochimica del pianeta, creando una crisi senza precedenti, la più grave che il genere umano dovrà affrontare. E a costi elevatissimi per l'industria.
La terza crisi connessa al petrolio è il solco tra il Nord e il Sud del mondo. Concordo con la richiesta del movimento antiglobalizzazione di azzerare il debito del Terzo mondo. Ma non basta, perché il debito si riformerà in brevissimo tempo. Per 30 anni, da quando nel 1973 il prezzo del greggio salì da 3 a 12 dollari, i paesi in via di sviluppo hanno chiesto prestiti al Fondo monetario e alla Banca mondiale per comprare petrolio e modernizzare le loro economie.
Oggi 83 centesimi di ogni dollaro che questi paesi ricevono in prestito serve a ripagare gli interessi pregressi sui debiti. E l'immigrazione illegale in Europa e negli Usa sta diventando un flusso inarrestabile: non si può fermare questa che è la più grande migrazione della storia umana perché non si può impedire che i disoccupati dei paesi indebitati si riversino dove ci sono opportunità di lavoro.
Quale può essere la via d'uscita?
Gli esperti americani del Geological survey e del dipartimento dell'Energia situavano attorno al 2040 il picco dei consumi petroliferi, il momento cioè in cui la metà delle riserve mondiali saranno state consumate. È il momento a partire dal quale il prezzo del petrolio comincerà inesorabilmente a salire, a prescindere da qualsiasi fattore esterno.

Ma ora alcuni dei migliori geologi del mondo che hanno sviluppato nuovi modelli di analisi e di previsione sostengono che il picco sarà raggiunto prima: i pessimisti indicano il 2010, gli ottimisti il 2020 o 2030. Non so chi abbia ragione ma la differenza è di soli 20 anni.
Siamo alla vigilia del tramonto di un grande ma breve periodo della nostra storia, quello dell'energia prodotta da combustibili fossili, iniziata con il carbone in Inghilterra e conclusasi con il petrolio del Medio Oriente. Tutto ciò deve costringerci a riflettere, a cominciare una discussione seria su come costruire un'infrastruttura e una strategia per uscire dall'era dei combustibili fossili ed entrare in quella dell'idrogeno, l'unica fonte di energia rinnovabile che si può immagazzinare.
Altrimenti, le attuali infrastrutture energetiche finiranno per collassare.
Negli ultimi anni l'Occidente ha però diversificato le proprie fonti energetiche aumentando le importazioni dalla Russia, dal Caspio e da altre zone del pianeta. È ancora così importante il greggio del Medio Oriente?
Quando nel 1973 fu imposto l'embargo, ci precipitammo a cercare fonti alternative. Le abbiamo trovate, ma sono limitate. Il Mare del Nord ha raggiunto il picco quest'anno. Il Caspio lo raggiungerà nel 2010. L'Europa importa grossi quantitativi dalla Russia e Bush ha siglato con Vladimir Putin un accordo energetico che sarà ratificato il 1° ottobre.

Ma le riserve russe si stanno esaurendo. Mosca non possiede i megagiacimenti del Medio Oriente e sta creando una falsa sensazione di sicurezza inondando il mercato di greggio a basso costo. Non illudiamoci: il sottosuolo del pianeta è già stato scandagliato ed è improbabile che si scoprano nuovi giacimenti importanti a costi di estrazione accessibili.
Di fatto, le ultime grandi riserve di petrolio e di gas sono in Medio Oriente, la regione più instabile del mondo. E il controllo delle ultime grandi riserve sarà decisivo nei prossimi anni, quando il picco della produzione coinciderà con il periodo di massima espansione demografica ed economica di paesi come l'India e la Cina, che avranno un fabbisogno energetico molto superiore al nostro.
Nel suo libro lei scrive che il denaro speso dagli Usa per proteggere i propri interessi economici in Medio Oriente è superiore ai vantaggi petroliferi ottenuti. Ma allora vale la pena scatenare un'altra guerra del Golfo?
In termini monetari noi spendiamo più denaro per proteggere militarmente le risorse petrolifere del Golfo di quanto è il valore del petrolio importato da quella regione. E la situazione è destinata a peggiorare quando i grandi consumatori di petrolio, Cina e India incluse, si renderanno conto che le ultime fonti di greggio sono concentrate in Medio Oriente. Dobbiamo aspettarci un aumento delle tensioni nell'area, delle attività militari, dei rischi di guerre.

Ma la posta in gioco è più alta. È in atto un cambiamento fondamentale nei rapporti tra Europa e Usa. L'Europa sta lentamente cominciando a ridurre la propria dipendenza dagli idrocarburi e dai combustibili fossili e a muoversi verso le energie rinnovabili. Si è posta l'obiettivo di produrre con energia rinnovabile il 22 per cento dell'elettricità e il 12 per cento del fabbisogno energetico totale entro 8 anni ed è andata a Johannesburg proponendo di raggiungere a livello mondiale l'obiettivo del 15 per cento del fabbisogno prodotto con energie rinnovabili, soprattutto con l'idrogeno. Ma gli Usa si sono opposti.
Mentre l'Europa ha individuato la giusta direzione, gli Usa restano aggrappati al vecchio regime energetico. Avverto qualcosa di disperato in questa ossessione per il petrolio e in questo senso credo che il «nuovo mondo» sia oggi l'Europa.
L'Ue può fare un salto qualitativo di portata storica. Dovrebbe mobilitare le compagnie petrolifere come Bp e Dutch Shell (che si stanno muovendo in questa prospettiva, al contrario dell'americana Exxon Mobil), la società civile, la finanza, i governi e dire: progettiamo uno schema in cui operare per uscire dalla schiavitù degli idrocarburi e dei combustibili fossili, con l'obiettivo di diventare la prima superpotenza mondiale all'idrogeno del XXI secolo. Ci vorranno molti anni, si dovranno superare difficoltà tecniche e politiche, ma è la sola strada possibile. E l'Europa ha cominciato a percorrerla.