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Mercoledi 25 settembre 2002
ANALISI
Nei testi scolastici la storiografia comunista ha imposto la tesi dell'unità d'Italia fatta dai «borghesi»
Risorgimento secondo Marx
Dopo il crollo del Muro si rivaluta la visione liberale, che associa la presa di Roma alla Resistenza. E tace sul ruolo della massoneria
Di Paolo Simoncelli
Ci siamo tutti sorpresi perché, al costante richiamo all'inno nazionale, le labbra delle nuove generazioni siano rimaste serrate: ignoranti e soprattutto insensibili. Ma c'è davvero da stupirsi? Dal dopoguerra ad oggi che storia del Risorgimento è stata proposta ai giovani dalla nuova cultura italiana, dalla nuova scuola, dalla nuova manualistica? Il cambio di regime, di qualsiasi regime, comporta sempre la necessità di un nuovo sistema di verità «pronto uso» da offrire sui banchi di scuola. Non poteva restarne esente il sistema scolastico italiano post-fascista che, pur senza gli epici e drammatici cambiamenti d'indirizzo delle due Germanie post-belliche o già dell'Urss, sperimentò comunque il suo radicale mutamento d'indirizzo culturale. Mutamento che fu simboleggiato nel 1949 dall'edizione (controllata dal Pci) del primo volume delle opere di Gramsci, appunto Il Risorgimento: rivoluzione agraria mancata, predominio del blocc o moderato-conservatore, inanità della sinistra azionista, indifferenza del popolo. Il Risorgimento nazionale fu còlto e aggredito come architrave portante dello Stato e della società borghese, liberale e fascista. Andava politicamente riscritto e didatticamente diffuso. Programmata dunque a tavolino, questa diffusione scolastica marxista vide Armando Saitta, per i manuali di storia, diffondere la nuova concezione del Risorgimento (ma non va dimenticato che, già durante il fascismo, Volpe ne aveva rifiutato l'esclusivo sabaudismo e autoctonismo). La dialettica marxista portava Saitta a vedere scontro, non incontro, tra le due ali del Risorgimento, quella liberal-moderata e quella repubblicana; giudizi durissimi pesarono sul «fusionismo piemontese»; con Cavour il programma riformatore «per meglio dire liberale-conservatore» fu funzionale solo alla necessità di non lasciare spazio a m azziniani e comunisti. «La paura del comunismo (…) costituì l'elemento principale del metodo cavouriano». La libertà che strutturava riforme e indipendenza era soltanto borghese; i «plebisciti», maschere per coonestare la politica del fatto compiuto.
Per contro Mazzini e Garibaldi sono gli eroi romantici destinati dalle forze conservatrici a continua sconfitta. Pio IX poi se l'era cercata: col Sillabo aveva messo in crisi il cattolicesimo liberale, col Concilio Vaticano I e il dogma dell'infallibilità pontificia s'era alienato financo l'appoggio di potenze cattoliche come l'Austria. Quello di Saitta fu una sorta di manuale-guida per generazioni di studenti (l'impianto marxista rimase anche dopo l'abbandono dell'autore delle posizioni politiche comuniste). Non ebbe opposizione da tentativi di riproporre una visione liberale del Risorgimento come quella operata dal manuale del valdese Eugenio Dupré Theseider (che contestava lo 1;scontro» tra garibaldini e cavouriani, e la tesi dell'unità come Piemonte ingrandito). Della nuova aggressiva visione storiografica si discusse nel Convegno torinese di storia del Risorgimento del 1961, quello del «centenario». Ruggero Moscati nella sua relazione ricordò vanamente che il processo di unità nazionale non fu una lotta intestina tra «i cattivi» (i vincitori) e «i buoni» (i vinti) ma che entrambi avevano un nemico comune e comuni erano gli intenti; che i plebisciti non furono frodi; che il «centralismo» non «strozzava» l'autonomia… e insomma che reagendo ad un eccesso si era caduti nell'eccesso opposto, parlando dunque di «neo conformismo storiografico». Claudio Pavone replicò accusando Moscati dello stesso politicismo, solo di segno contrario, e di pedagogismo. Ernesto Ragionieri ricordò che la storiografia sull'Italia un ita, nata nel dopoguerra secondo tendenze ideologiche, rispondeva ormai a «tendenze di partito». E fu buon osservatore. Al progressivo venir meno «del Saitta» (anche perché politicamente vieppiù distante dall'area comunista) subentrarono i due manuali destinati a monopolizzare il mercato scolastico di storia: del comunista Villari e del cattolico De Rosa. Il testo di Rosario Villari prestava maggiore attenzione dei precedenti agli aspetti di storia economico-sociale, e dava più spazio allo schieramento politico alla sinistra di Mazzini, in particolare a Pisacane e a Ferrari (di cui veniva riportato l'eloquente passo: «La libertà, la sovranità, l'indipendenza non sono che menzogne là dove il ricco schiaccia il povero»). Il compimento del processo unitario fu dovuto «alle energie ed all'iniziativa popolare» dei garibaldini che compirono gesta «leggendarie» (non così quelle delle truppe sard o-piemontesi che combatterono le due guerre d'indipendenza).
Inevitabile il riemergere della tensione tra le due anime del Risorgimento con impliciti giudizi sulla non democraticità del nuovo Stato e della stessa maggioranza parlamentare. Parla quindi di «liberazione» di Roma e del Non expedit come invito «ai cattolici italiani a porsi in questo modo contro lo Stato». Ben lontano dal radicalismo di Villari, il testo del De Rosa non lesinava elogi al liberalismo concreto del Cavour; e vedeva sicurezza nella soluzione monarchico-moderata, di contro al salto nel buio di quella repubblicano-popolare. Eppure la «centralizzazione» dello Stato unitario sacrificò «le possibilità di uno sviluppo più libero della società civile», e dunque la Destra storica ebbe «un forte senso dello Stato, ma un debole senso della società civile». Di area social ista, Franco Gaeta e Pasquale Villani offrirono un manuale che dato il riferimento ideologico, sorprende per equilibrio e «risorgimentismo»: l'impossibilità di soluzioni giacobine porta alla sinergia tra Mazzini e Cavour e dunque alla soluzione unitaria monarchica come logica e accettabile, relegando nell'ipotetico tutto il resto, con appello metodologicamente corretto a non contestuare al tempo dell'accadimento dei fatti, esigenze di riforma dello Stato che sarebbero emerse solo in seguito e che non furono avvertite unanimemente. Voci tuttavia minoritarie, disperse in una profluvie di manuali (meno ponderosi e rigorosi dei precedenti e fors'anche per questo più appetibili dal mercato scolastico) che in tema di Risorgimento fecero sentire toni di maggior radicalismo.
Come quelli già presenti nel testo di Augusto Camera e Renato Fabietti in cui il liberalismo riformista di Cavour ancora appare mosso dal timore di possibili rivoluzioni sociali, e l a II guerra d'indipendenza scatta a seguito di «una serie di provocazioni» franco-piemontesi! Come se a essere aggredita fosse insomma l'Austria. A Teano del resto «non si trattò di un'apoteosi, come vorrebbe una certa tradizione, perché Vittorio Emanuele si presentò come il restauratore dell'ordine turbato dai rivoluzionari». Ancora una volta, insomma, «vincitori» (i cattivi) e «vinti» (i buoni) appaiono in lotta fra di loro, non contro austriaci e borbonici. Non da meno il manuale del Desideri in cui le riforme di Cavour appaiono al servizio della «grande proprietà terriera» nonché del «capitalismo mercantile e speculatore»: Cavour è lì pronto a confiscare ogni vittoria garibaldina e dar corso a plebisciti dove «non mancarono brogli e soprattutto intimidazioni». Solo allo scemare delle grandi febbri ideologiche, in concomitanza con la crisi del comunismo internazionale, si poteva disporre del manuale di storia contemporanea del Sabbatucci (Vidotto e Giardina per le età precedenti), col quale giungeva in porto, ancorché fuori tempo massimo, quel recupero scolastico dei valori risorgimentali corrosi altrimenti da una sostanziale egemonia interpretativa marxista che non accettava il contraddittorio: l'esaltazione o anche solo l'accettazione del Risorgimento liberale svelava il conservatorismo e il fascismo in doppiopetto. Conclusione: rancore e avversione, nei più «organici», per il raggiungimento dell'Unità nazionale (e relativi simboli: bandiera e inno); sostanziale disaffezione e indifferenza nella maggior parte; bordate di accuse gravi non esenti da minacce per quei pochi ancora attenti e attratti dal Risorgimento italiano. E silenzio, come da tradizione, sull'azione della massoneria. Eppure così come il fascismo s'era considerato il movimento politic o che aveva portato a compimento il Risorgimento, ora il Risorgimento è considerato nella retorica ufficiale della Repubblica il movimento da associare alla resistenza. Insomma, tutti a cantar l'inno nella speranza che il confuso e disorganico coro distolga dai ricordi di scuola.





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