Da "Gente veneta"
> L'Islam e noi
"Musulmani non metteteci in crisi!"
Paure e debolezze sottese alla recente polemica sui crocefissi?
Da Pietro Chiaranz, studioso dell'Università di ca' Foscari, riceviamo e volentieri pubblichiamo:
In questi ultimi decenni nel mondo europeo occidentale stanno avvenendo radicali e molteplici cambiamenti. Anche i meno accorti, oramai, li stanno notando. Uno di questi è il fenomeno della plurietnicità. Se ci si reca nelle città turistiche, in un'ora in cui i ristoranti sono oramai chiusi, si nota che le vie sono popolate di forti presenze plurietniche: africani, pakistani, arabi, cinesi, romeni, ucraini, indiani... Ci troviamo senza dubbio davanti ad un mondo sempre più vario e composito!
In questo quadro in rapido mutamento è scontato che possano avvenire incontri e scontri tra persone di culture e civiltà diverse. Sarebbe strano se non fosse così. Osservando tali fenomeni dovrebbe essere chiaro che una società multiculturale non si realizzerà mai completamente dal momento che chiede una costante disponibilità che non tutti sono in grado di dare. L'incidenza di attriti e incomprensioni è, dunque, direttamente proporzionale all' indisponibilità ad essere permeati e forgiati, almeno in una certa misura, dalla cultura dell'altro. Nei casi più difficili e complessi avvengono delle prevaricazioni di una parte su un'altra.
La recente polemica sollevata da alcuni musulmani sull'opportunità di conservare i crocefissi nei luoghi pubblici entra in quest'ultimo esempio. Essa indica delle mentalità e degli atteggiamenti di fondo propri alle credenze mussulmane che, in questo caso, sono stati scatenati in forma piuttosto aspra sollevando diffuse polemiche. Indica, altresì, che si possono sviluppare autentici malesseri quando popoli troppo distanti per storia e sensibilità religiosa sono costretti a vivere su uno stesso territorio.
Analizzerò questo caso non con l'intenzione di risolverlo ma soffermandomi sulla reazione ad esso conseguita. Non escludo che l'aspra dichiarazione contro la presenza dei crocefissi può essere scioccante ma ritengo molto più interessante osservare le argomentazioni della "parte lesa".
Prima di tutto, ritengo che ci troviamo davanti ad una questione religiosa più che davanti ad un fatto culturale in senso lato. La difesa a favore della presenza dei crocefissi ha usato espressioni talora imbarazzate, talora più decise ma non ha sempre fatto emergere analisi brillanti. È proprio ciò che la può rendere poco convincente.
Tra le molte reazioni prendo, a titolo di puro esempio e senza averne verso l'autore, quella di Ferdinando Camon apparsa in un articolo su "Il piccolo di Trieste", venerdì 20 settembre 2002: "Musulmani intolleranti? Se ne vadano". Cercherò di mostrare come alcune sue affermazioni siano, in realtà, quelle di ognuno di noi quando decidiamo aprioristicamente di chiuderci davanti ad ogni provocazione che ci giunge dal mondo esterno.
Camon registra l'arroganza de l' "Unione musulmani d'Italia" i quali "hanno chiesto (anzi ordinato) di togliere i crocefissi da tutti i luoghi pubblici dove sono esposti". Questo "perché [il crocefisso] è una macabra raffigurazione d'un cadavere in miniatura". Il lettore che legge questa parte dell'articolo non può che stupire davanti a tale affermazione mussulmana che Camon non contestualizza e spiega, come sarebbe stato opportuno fare. Personalmente, pur essendo cristiano, non riesco a capire perché bisognerebbe stimolare nei cristiani la meraviglia per una tale affermazione. Comprendo ancor meno qualcuno che dicesse d'essersi scandalizzato. La spiegazione è semplice. A tutt'oggi, nei cosiddetti paesi di missione, quando gli indigeni non cristiani visitano per la prima volta una chiesa cattolica o protestante rimangono normalmente stupefatti davanti all' immagine o alla statua di un crocefisso. È lo stupore di chi non è abituato a determinati segni del Cristianesimo, stupore simile a quello di un bimbo che scopre, per la prima volta, qualcosa di molto strano e nuovo. È naturale che "lo strano" possa anche creare un netto rifiuto. In fondo, è anche per tale motivo che la croce, già ai tempi di san Paolo, era uno "scandalo per i giudei e una stoltezza per i pagani" (1 Cor 1, 23). Il cristiano comprende la misura dello scandalo e della stoltezza patita dagli altri ma, a differenza di questi, è abilitato ad "intuire", dietro a tale segno paradossale, il pulsare di un'altra vita. Ecco perché la croce gli diviene motivo personale di vanto (Gal 6, 14). Non possono avere quest' atteggiamento coloro che, non essendo nel Cristianesimo, non possono viverlo. Ecco perché lo scandalo dei musulmani non dovrebbe suscitare scandalo o meraviglia tra i cristiani ma, biblicamente parlando, un vero e proprio vanto. Il fatto che non sia così indica solo in quale drammatica misura molte popolazioni "cristiane" si siano de facto allontanate dalle fonti e dalla vita cristiana.
Tuttavia le dichiarazioni de l' "Unione musulmani", riportate da Ferdinando Camon, dichiarazioni che creano reazioni decisamente interessanti, non terminano qui. I musulmani esprimono "schifo, disgusto e ripugnanza per il simbolo più riassuntivo della storia e della civiltà dell'Europa dell' Occidente". Non esaminiamo tale affermazione ma osserviamo la maniera con la quale si risponde. Camon controbatte: "Qui si tratta [...] di salvaguardare a noi la libertà di quello che siamo". Ma è qui che inizia il vero problema: cosa siamo? Non sollecito la solita scontata risposta dove, paragonandoci ai "peggiori", ci sentiamo degli illuminati. Voglio semplicemente che si noti e si prenda pacificamente atto che il nostro modo di essere, anche se si fregia e difende i segni cristiani, non è più cristiano da molto tempo. Basterebbe osservare come, nel passato, in nome della fede il nostro mondo non è stato meno brutale di altri; come, nel presente, la vita degli italiani sia spessissimo distante dai criteri evangelici; come la stessa legislazione statuale sia animata da un forte relativismo morale... Non sono per il ritorno di un ancien regime poiché credo che il Cristianesimo, pur essendo nel mondo, non è mai stato del mondo. Segnalo solo una clamorosa contraddizione che sarebbe ora finisse o fosse almeno ridimensionata. Tuttavia, riprendendo la frase di Camon, dobbiamo salvaguardare "la libertà di quello che siamo". Nel contesto di quanto sopra accennato cosa può significare tale frase? Mi sembra che possa legittimamente esser così intesa: "dobbiamo preservare la nostra libertà fondata su ideologie non cristiane che, qualche volta ipocritamente o per vano ricordo culturale, rivestiamo con segni e simboli cristiani, cose per noi in realtà passate, morte e sepolte". Ma durerà ancora molto questo gioco delle illusioni? Non si parla già da tempo di un'Europa da ricristianizzare? In questo deflagrato quadro il crocefisso da segno e simbolo venerato diviene l'icona postmoderna di qualcosa di tutt'altro che cristiano. E qui, purtroppo, l'iperbolica frase mussulmana da blasfema assume una valenza paradossalmente profetica: "[Il crocefisso] diviene simbolo riassuntivo d'una storia disgustosa e ripugnante". Infatti, nella prospettiva d'uno sguardo lontano dal Cristianesimo, si può benissimo fare quest' obiezione: "Chi mi può assicurare che, almeno una volta, alcuni cristiani di diverso ordine e grado non abbiano coperto con il crocefisso le loro storie disgustose e ripugnanti?" Si è costretti a rispondere che, purtroppo, non si è trattato d'una sola volta ed è questa la ragione per cui il crocefisso risulta ai "lontani" più un segno criticabile che un segno positivo...
Per questo motivo non credo proprio a quanto continua a dire Camon: "In un tribunale il crocefisso è un tremendo ammonimento ai giudici". Chi ha studiato la nostra recente e passata storia italiana sa come il crocefisso, appeso nelle aule dei tribunali, più che segno d'ammonimento sia stato spesso il muto e negletto testimone di vere e proprie ingiustizie!
Tuttavia la confessione mussulmana riguardante il crocefisso, "macabra raffigurazione d'un cadavere in miniatura", dovrebbe farci pensare anche ad un altro aspetto. La ripugnanza mussulmana non potrebbe nascere pure dal fatto che l'arte religiosa occidentale non riesce più a trasmettere un trasfigurante senso della vita al di là della morte fisica? Non si può affermare diversamente quando si osservano molti crocefissi, brutti, neri, con espressioni disperate, che esalano quel mortifero pessimismo che ammorba l'arte religiosa contemporanea. Queste realizzazioni, non meno di certe opere religiose architettoniche, trasmettono nell'animo la stessa tristezza e lo stesso turbamento che potrebbe regnare nel cuore del loro artefice come, al contrario, le opere di un Beato Angelico trasmettono luce, gioia e calore. È ovvio che qui non è in gioco una questione culturale ma una questione di fede nel senso profondo del termine.
Davanti a ciò che senso hanno le intenzioni di "salvaguardare la libertà di essere quello che siamo?". Dobbiamo, in altre parole, continuare a mantenere una fede assolutamente
convenzionale in un Cristo del quale riconosciamo, quando va bene, solo il profilo umano poiché ci sfugge totalmente quello divino? Stando così le cose, è logico che lo scandalo altrui davanti al crocefisso divenga il nostro stesso scandalo, invece di trasformarsi in vanto e fierezza!
Queste osservazioni sono le uniche che si possono fare dal momento che, parlando del crocefisso, tocchiamo un argomento primariamente ed essenzialmente religioso e, solo molto secondariamente, culturale.
Perciò articolare un discorso attribuendo al crocefisso un significato differente da quello legato alla salvezza cristiana, come spesso si è fatto nel corso di questa polemica, mi sembra un semplice abuso.
Da quanto sopra esposto si rivela che l' atteggiamento fortemente reattivo davanti alle provocazioni de l' "Unione musulmani d'Italia" è segno d'una evidente difficoltà a controbatterle. È anche fin troppo facile voler allontanare chi, con la sua critica magari arguta, feroce e inopportuna - non lo nego! -, mette a nudo una probabile debolezza e impreparazione da parte nostra.
Quale dovrebbe essere, allora, l'atteggiamento da assumere davanti a musulmani polemici verso il Cristianesimo e i suoi segni? Rispondo sinteticamente con due punti.
1) Un atteggiamento di dignitosa fermezza. Lo rinveniamo in san Giovanni Damasceno (652-749 circa) il quale scrisse tra i musulmani un'opera il cui titolo è particolarmente significativo: La centesima eresia: l'Islam. A questo atteggiamento il santo non associava la chiusura perché cercava di dare una vera risposta alle provocazioni che gli venivano rivolte.
2) Un atteggiamento di profonda umiltà perché la storia degli uomini può passare attraverso infinite strade, anche attraverso vie "lontane" per giungere a Dio. Questa lezione la riceviamo osservando la storia di Charles de Foucault (1858-1916) il quale tornò alla fede in Cristo non per merito dei suoi connazionali francesi ma in modo paradossale: osservando la semplice religiosità degli arabi del deserto. All'inizio del suo percorso di fede Charles scrisse: "L'islam a produit en moi un profond bouleversement... La vue de cette foi, de ces âmes […], m'a fait entrevoir quelque chose de plus grand et de plus vrai que les occupations mondaines!"
In questo caso, che può parere "strano" solo a chi si muove in prospettive molto anguste, la vita di altri, di "lontani", ha interrogato profondamente Charles e lo ha spinto a tornare al Cristianesimo del quale aveva perso il senso. Probabilmente ciò non sarebbe avvenuto se egli avesse avuto la paura e la chiusura che contraddistinguono molti uomini della nostra epoca.
In conclusione a questo mio intervento, invito il lettore ad assumere alcuni utili e costruttivi atteggiamenti: la fermezza su solidi fondamenti, l'umiltà di fronte a tutti, una chiara identità e una pronta capacità al dialogo.
Senza ciò si giocherà la possibilità di una pacifica convivenza nell'Europa di domani.
25 settembre 2002




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