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    Predefinito Ecco chi ha votato NO, senza se e senza ma

    No alla guerra senza se e senza ma

    Il testo della mozione presentata da Rifondazione comunista in Parlamento e i nomi di deputati e senatori che l'hanno votata:


    Premesso che:
    l'operazione militare denominata "Enduring freedom", che, secondo le dichiarazioni dell'amministrazione Bush e in base agli accordi intercorsi a livello internazionale tra i Paesi che l'hanno sostenuto, tra cui l'Italia, avrebbe dovuto essere finalizzata alla lotta al terrorismo e allo smantellamento della rete Al Qaeda, si è invece risolta prevalentemente in una vera e propria guerra condotta contro Afghanistan, con un prezzo incalcolabile di vittime civili, guasti di ogni genere arrecati alla popolazione, grandi devastazioni ambientali;
    il regime dei taleban è stato abbattuto ma nessun reale processo di pacificazione democratica del paese è stato avviato, al punto che il nuovo governo, presieduto da Hamid Karzai, è prigioniero a Kabul e sopravvive solo grazie alla protezione della forza multinazionale Isaf, mentre il resto del paese continua ad essere devastato dagli scontri armati tra opposte fazioni, con l'aggravante che le forze militari britanniche e statunitensi orientano i conflitti interni al fine di eliminare le sacche di resistenza dei taleban e i gruppi di opposizione al nuovo regime;
    i diritti umani, invocati dagli Stati Uniti come uno dei motivi per abbattere il regime dei taleban, hanno subito gravi violazioni proprio ad opera delle forze politiche afghane sostenute dai paesi occidentali, con aspetti di responsabilità e complicità da parte delle forze britanniche e statunitensi che aspettano di essere chiariti per la loro gravità, come sta a dimostrare la tragica vicenda di Mazar-el-Sharif;
    nessuna informazione circostanziata sulle dinamiche militari in Afghanistan, sull'impatto dei bombardamenti sulla popolazione civile, sui compiti specifici svolti dalle forze militari italiane impegnate in Enduring freedom è interamente sotto il comando Usa, con la conseguenza che ogni possibilità di controllo reale è, di fatto, interdetta al nostro paese;
    la richiesta all'Italia di inviare in Afghanistan un contingente di mille alpini avviene contemporaneamente alla messa in atto da parte dell'amministrazione Bush della campagna militare contro l'Iraq sembra dettata dalla necessità di sostituire il contingente britannico destinato ad essere inviato a sostegno dell'attacco contro Baghdad;
    una scelta di questo genere significherebbe non solo un più diretto coinvolgimento delle forze armate italiane in una fase dell'operazione Enduring freedom quantomai negativa dal punto di vista dei vincoli costituzionale e del diritto internazionale ma anche una legittimità politica e un appoggio militare alla guerra contro l'Iraq:
    Impegna il governo: ad astenersi dall'inviare il contingente di alpini in Afghanistan.

    I DEPUTATI

    Fausto Bertinotti (Prc)
    Elettra Deiana (Prc)
    Titti De Simone (Prc)
    Alfonso Gianni (Prc)
    Francesco Giordano (Prc)
    Ramon Mantovani (Prc)
    Graziella Mascia (Prc)
    Giovanni Russo Spena (Prc)
    Tiziana Valpiana (Prc)
    Nichi Vendola (Prc)
    Fulvia Bandoli (Ds)
    Giovanni Bellini (Ds)
    Valter Bielli (Ds)
    Gloria Buffo (Ds)
    Valerio Calzolaio (Ds)
    Massimo Cialente (Ds)
    Eugenio Duca (Ds)
    Pietro Folena (Ds)
    Marco Fumagalli (Ds)
    Alfiero Grandi (Ds)
    Giovanna Grignaffini (Ds)
    Raffaella Mariani (Ds) <--------------Eletta nel colleggio di Lucca
    Fabio Mussi (Ds)
    Giorgio Panattoni (Ds)
    Laura Maria Pennacchi (Ds)
    Roberta Pinotti (Ds)
    Silvana Pisa (Ds)
    Alba Sasso (Ds)
    Roberto Sciacca (Ds)
    Antonio Soda (Ds)
    Lalla Trupia (Ds)
    Katia Zanotti (Ds)
    Katia Bellillo (Pdci)
    Armando Cossutta (Pdci)
    Maura Cossutta (Pdci)
    Oliviero Diliberto (Pdci)
    Nerio Nesi (Pdci)
    Gabriella Pistone (Pdci)
    Marco Rizzo (Pdci)
    Cosimo Giuseppe Sgobio (Pdci)
    Saverio Vertone (Pdci)
    Mauro Bulgarelli (Verdi)
    Pier Paolo Cento (Verdi)
    Laura Cima (Verdi)
    Alfonso Pecoraro Scanio (Verdi)
    Luana Zanella (Verdi)

    I SENATORI

    Luigi Malabarba (Prc)
    Giorgio Malentacchi (Prc)
    Tommaso Sodano (Prc)
    Livio Togni (Prc)
    Maria Chiara Acciarini (Ds)
    Fabio Baratella (Ds)
    Giovanni Battaglia (Ds)
    Stefano Boco (Verdi)
    Massimo Bonavita (Ds)
    Massimo Brutti (Ds)
    Francesco Carella (Verdi)
    Loredana De Petris (Verdi)
    Cayetana De Zulueta (Ds)
    Michele Di Siena (Ds)
    Anna Donati (Verdi)
    Antonio Falomi (Ds)
    Angelo Flammia (Ds)
    Aleandro Longhi (Ds)
    Luigi Marino (Pdci)
    Francesco Martone (Verdi)
    Angelo Muzio (Verdi)
    Gianfranco Pagliarulo (Pdci)
    Antonio Pizzinato (Ds)
    Natale Ripamonti (Verdi)
    Sauro Turroni (Verdi)
    Massimo Villone (Ds)
    Walter Vitali (Ds)
    Giampaolo Zancan (Verdi)
    "Vogliamo distruggere tutti quei ridicoli monumenti del tipo "a coloro che hanno dato la vita per la patria" che incombono in ogni paese e, al loro posto, costruiremo dei monumenti ai disertori. I monumenti ai disertori rappresentano anche i caduti in guerra perchè ognuno di loro è morto malidicendo la guerra e invidiando la fortuna del disertore. La resistenza nasce dalla diserzione"

    Partigiano antifascista, Venezia, 1943





  2. #2
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    Predefinito Oltre la morte dell'Ulivo, la lotta per la pace

    La decisione del governo di inviare in Afghanistan un contingente militare, a partire dai prossimi mesi, è un atto politico molto grave, in sé e per le sue evidenti implicazioni. Da ieri, il nostro paese è coinvolto direttamente non solo nell'operazione "Enduring Freedom", ma in un concreto impegno bellico: ciò accade in un preciso quadro internazionale, segnato dalla "dottrina Bush" e da una nuova scelta - la guerra all'Iraq - già compiuta dall'amministrazione di Washington. E' proprio questo contesto che connota la decisione italiana di una densità politica che va ben al di là dell'episodio contingente.
    Anche il dibattito parlamentare, che ha impegnato Camera e Senato in questi ultimi due giorni, ha avuto un analogo significato generale: ci si è misurati, in realtà, con la grande contesa aperta nel mondo. E ci si è schierati dal punto di vista politico e strategico. Al di là degli esiti del voto, il dato evidente, che si è manifestato nel corso di un confronto talora appassionato, spesso convulso, comunque non ordinario, è la crisi del centrosinistra. Il titolo che Liberazione ha dedicato ieri a questo evento - "L'Ulivo muore a Kabul" - mette a fuoco questa crisi con particolare efficacia. Certo, quando parliamo di "morte politica" non intendiamo alludere né a una deflagrazione drammatica, né a una precipitazione immediata: il centrosinistra, domani e dopodomani, continuerà certo ad esistere come entità e coalizione di forze diverse. Intendiamo dire, invece, che il fallimento politico e strategico dell'alleanza - del centrosinistra come tale - è ormai consumato. E che le sue difficoltà, le sue tendenziali implosioni, le sue contraddizioni interne, sono destinate a moltiplicarsi - rebus sic stantibus, s'intende, in assenza cioè di un serio processo di ripensamento.


    Questa crisi di fondo, certo, era annunciata. Malgrado, infatti, le intenzioni di restyling, più volte dichiarate, e malgrado la crescita di una pressione molto forte della "società civile", di una spinta di massa nel senso di un'opposizione più radicale, malgrado, infine, le attese quasi messianiche di un salvatore, l'Ulivo non ha ancora affrontato la crisi dell'impianto politico sulla base del quale, in questi anni, si è mosso e ha conquistato il governo. Questo impianto si fondava su un'ipotesi analitica e su una proposta, conseguente, di governo: per un verso, la globalizzazione capitalistica veniva considerata utilizzabile, se così si può dire, "a fin di bene", poteva cioè, se correttamente governata, dare frutti positivi; per l'altro verso, le politiche neoliberiste potevano essere assunte e condizionate "dall'interno", in modo da temperarne gli effetti distruttivi - la guerra, prima di ogni altra cosa. Così, il centrosinistra ha governato, in Italia e in Europa. Ma sono proprio questi assunti ad essere saltati in aria - e sbalzare i cavalieri dalla sella del cavallo. La globalizzazione ha mostrato tutta la sua natura regressiva: ecco un dato che emerge quasi ad ogni istante nel mondo, dal precipizio dell'Argentina al vertice di Johannesburg. Il "condizionamento" del neoliberismo si è rivelato impraticabile: la guerra ha assunto una forma infinita e ha abbattuto tutti i processi di pace, dal Medio Oriente - che resta una tragedia sempre più colma di sangue e di morte - al Messico e alla Bolivia. La guerra preventiva al Sud del mondo, addirittura, viene sistematizzata in una dottrina che costituisce una novità di fondo: i momenti più acuti delle guerre imperialistiche della seconda metà del '900 sono paragonabili all'attuale monopolio della violenza, da parte dei sovrani dell'Impero.


    In questo nuovo quadro, all'interno del centrosinistra maturano due tipi di risposte di segno tutt'affatto diverso. La prima configura un processo di ricollocazione neomoderata e centrista, che insegue la globalizzazione e la guerra, dovunque esse vadano. Le scelte di Tony Blair sono, in proposito, le più esemplari: per il leader britannico l'unica politica praticabile è proprio questa corsa al "realismo" della seconda fase del centrosinistra.

    La seconda risposta è di segno opposto: lavora al recupero delle risorse - in ternini di posizione politica, e di sostegno di massa - che la coalizione ha dilapidato nella sua fase di governo. In Europa, la rappresenta oggi il cancelliere tedesco Schroeder: schierandosi contro la guerra all'Iraq e riproponendo dopo l'alluvione nuove scelte di politica economica e ambientale, la Spd ha tentato di uscire dalla sua crisi da sinistra. Confortata, come sappiamo, da un successo elettorale, pur faticato e faticoso.

    Ma - ecco il dibattito parlamentare appena conclusosi - queste due risposte coesistono all'interno dell'Ulivo. La missione dei mille alpini diventa la cartina di tornasole attraverso cui questa divaricazione diventa manifesta. E in entrambi i mondi popolari - cattolici e sinistra - scompagina i fronti tradizionali e ripropone una nuova riflessione sui fondamenti, da ricostruire, della politica. Un travaglio che ci riguarda e ci interessa: ha a che fare con la nostra ricerca e con quella della sinistra di alternativa. Su di esso, il centrosinistra non ha nulla da dire, o da proporre.


    E' possibile uscire da questa difficoltà? E come, e con quali strumenti? Noi abbiamo parlato, a lungo, dell'Ulivo come prigione e come gabbia: i fatti reali, ci pare, stanno dando ragione a questa lettura. Ma, di fronte a tutti noi, c'è oggi una sfida più urgente e importante di tutte le astrattezze politiche: la costruzione di un nuovo movimento per la pace. Potrebbe essere questo il terreno sul quale cominciare a sperimentare il positivo superamento della crisi politica e strategica dell'alleanza di centrosinistra. Noi avanziamo questa proposta a tutti. A tutte le forze - comunque ieri si siano collocate, comprese quelle da noi più lontane, come alcune prestigiose figure istituzionali - che colgono la terribile novità di una politica segnata - anzi cancellata - dalla guerra infinita di Bush.


    Fausto Bertinotti
    "Vogliamo distruggere tutti quei ridicoli monumenti del tipo "a coloro che hanno dato la vita per la patria" che incombono in ogni paese e, al loro posto, costruiremo dei monumenti ai disertori. I monumenti ai disertori rappresentano anche i caduti in guerra perchè ognuno di loro è morto malidicendo la guerra e invidiando la fortuna del disertore. La resistenza nasce dalla diserzione"

    Partigiano antifascista, Venezia, 1943





  3. #3
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    Predefinito Intervista a Fulvia Bandoli, tra i Ds che hanno votato con il Prc

    «Un cambiamento c'è. Kabul fa riflettere la sinistra»
    Fulvio Fania

    Nell'occhio del ciclone che ieri si è abbattuto sull'Ulivo e sui Ds, Fulvia Bandoli si è sentita meno «meno sola». Non è la prima volta che l'esponente della sinistra Ds vota contro spedizioni di guerra, lo aveva fatto anche l'anno scorso e va orgogliosa di non aver mai tradito le proprie convinzioni. Stavolta però, a votare per la mozione di Rifondazione e per quelle dei Verdi e del Pdci contro l'invio degli alpini, è stata una folta e autorevole compagnia di deputati e senatori del suo partito.

    Che cosa sta succedendo?

    Si è aperta una fase nuova di discussione in Europa e nella stessa società americana. Era difficile che questo quadro mutato non coinvolgesse la sinistra. Il fatto importante è che tutto il gruppo Ds abbia votato no alla spedizione di altri mille soldati nell'operazione "Enduring Freedom".


    Ma la mozione Ds non è così netta.

    Nella mozione del gruppo Ds resta un elemento di ambiguità. Il voto sull'invio dei militari è stato negativo ma nel testo la contrarietà potrebbe essere più esplicita. Per questo mi sono astenuta su di esso, volendo comunque recepire il cambio di posizione del mio partito. Ho poi votato le altre mozioni che esprimevano un no più preciso.


    Il gruppo Ds acconsentirebbe all'invio di soldati all'interno della missione Isaf.

    Il mio partito è sempre stato favorevole a partecipare ad azioni in ambito Onu e l'ha riconfermato in questa occasione. Io avevo espresso perplessità anche su questo punto e la differenza rimane.


    Hanno votato per la mozione Prc parlamentari che l'anno scorso non la pensavano così. Che cosa ha influito di più, la guerra preventiva di Bush o un ripensamento sull'Afghanistan?

    Intanto ribadisco che non si tratta soltanto della cosiddetta minoranza Ds. La contrarietà all'intervento in Iraq e i giudizi di oggi sull'invio degli alpini sono maturate anche nel direttivo del partito. Hanno influito sia il bilancio dell'Afghanistan, deludente per la lotta al terrorismo, sia il crescente unilateralismo degli Usa che, a mio avviso, va fortemente bilanciato attraverso le posizioni di altri paesi e, se fosse possibile. dell'Europa. Se non altro per obbligare ad un confronto la Casa Bianca che invece pensa di non dover rendere conto a nessuno.


    Si intravede la possibilità di un diverso rapporto a sinistra?

    Per la prima volta Ds, Prc, Verdi, Pcdi hanno votato contro l'invio del contingente militare. Ognuno l'ha fatto con diverse sfumature, però uno schieramento così vasto non capitava da tempo. Mi auguro di ritrovarlo anche nei passaggi successivi perché la vicenda Iraq sarà sempre più complicata.


    Per il centro-sinistra però è un colpo durissimo.

    Sarebbe banale negarlo. Dipende dal fatto che questa coalizione non discute mai delle posizioni politico-programmatiche e troppo spesso invece delle cabine di regia. Quanto è accaduto potrebbe tuttavia risultare utile per sviluppare un confronto. E noi siamo obbligati al confronto, andando anche oltre i confini dell'Ulivo, coinvolgendo Rifondazione, i movimenti della società civile e i gruppi impegnati socialmente. Ritengo sterile e assurdo il ragionamento secondo cui la sinistra sarebbe stata catturata dal pacifismo "estremista" di Emergency. Significa non vedere il tema centrale: oggi sulla guerra si interrogano i più grandi intellettuali del mondo e tutti i partiti della sinistra in Europa: non si può ridurre tutto ad punto di vista "italiota".


    Anche per i Ds è una frattura.

    Più che di una frattura parlerei di un travaglio. Il voto dimostra che il 98% dei Ds ha votato contro l'invio del contingente. Tuttavia, mentre la mia posizione è definita da tempo, molti parlamentari sono arrivati a questo voto attraverso un travaglio molto serio, che probabilmente non è terminato. Qualcuno forse non era neppure del tutto d'accordo. Non si dimentichi che appena otto mesi fa quello stesso gruppo parlamentare aveva votato a favore dell'intervento in Afghanistan. Un cambiamento indubbiamente c'è stato. Per chi come me parlava sempre da posizioni di assoluta minoranza, per non dire di solitudine, è un risultato importante.


    Questo cambiamento resisterebbe anche se i Ds fossero al governo?

    E' difficile dirlo. Voglio sperare di sì, che non si continui a pensare che a legittimarci al governo siano soltanto certe posizioni in politica estera. La Germania, ad esempio, ha eletto un cancelliere che si è pronunciato chiaramente contro la guerra. Deve crescere l'autonomia dell'Italia e dell'Europa.


    Rutelli ha parlato come segretario della Margherita. Che fine fa l'Ulivo?

    Ho colto anch'io questa accentuazione. D'altra parte, un problema di leadership nel centro-sinistra non è aperto da adesso. Un candidato premier che perde le elezioni è già in discussione. Per quanto riguarda l'Ulivo, da domani adopererei parole nuove: dobbiamo costruire una più forte coalizione di tutte le opposizioni; decidere insieme, anche con altri, come chiamarla e, cosa più importante, dovremo darle un programma condiviso; dopodiché riusciremo a individuare anche i leader.
    "Vogliamo distruggere tutti quei ridicoli monumenti del tipo "a coloro che hanno dato la vita per la patria" che incombono in ogni paese e, al loro posto, costruiremo dei monumenti ai disertori. I monumenti ai disertori rappresentano anche i caduti in guerra perchè ognuno di loro è morto malidicendo la guerra e invidiando la fortuna del disertore. La resistenza nasce dalla diserzione"

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    Predefinito Bello!!!

    Fuori le falcemartelli estremiste dall'Ulivo... magari la prossima volta li voto... hehe... poi, 5 anni di opposizione per la CdL con tutte le tensioni che il non governare porta... poi si scaricano anche le frange fascioleghiste e tutte le forze moderate danno vita ad altri 40 anni di governo serio che aumenta la prosperità del Paese (Italia 1945: una rovina; Italia 1985: la sesta potenza industriale dell'Occidente)

  5. #5
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    Predefinito

    Ribadisco, come già in altri 3d, che il NO era giusto come no all' intervento preventivo in Iraq e ad ogni avallo italiano del medesimo; mentre è UN GRAVE ERRORE se inteso come no aprioristico a tutte le missioni militari, alla NATO, alla lotta anche con mezzi militari contro Al Qaida e i paesi che danno ospitalità e mezzi alla medesima.
    Pertanto, pur nella diversità di voto, vedo più vicino a noi il SI della Margherita che non il NO di Rifondazione.

 

 

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