Un nigeriano rifiuta la legge italiana: meglio il mio Paese
CONEGLIANO (Coneyàn) - In Africa una donna non può portare in tribunale il proprio marito. Nemmeno se lui la picchia ripetutamente a sangue. Questa la grottesca difesa di un immigrato nigeriano che in tal modo si è ribellato alla legge del Paese che lo ospita e gli dà lavoro. Lo si potrebbe chiamare conflitto tra culture ma, passando ai fatti, di fronte a casi come questo non si può non invitare chi comporta da padrone a casa nostra ad andarsene o rispettare la legge italiana. L’episodio è accaduto in un’aula del Tribunale di Conegliano dove Bartholomew Okorie, addetto metalmeccanico, citato in giudizio dalla moglie costantemente soggetta alle sue angherie, ha fatto appello agli usi e costumi africani secondo i quali, a quanto ha sostenuto, una donna non si permetterebbe mai di portare il marito in tribunale. Ma la trentenne operaia nigeriana, E.O., invece lo ha fatto, e dopo anni di violenze, ha denunciato per lesioni personali il proprio consorte con il quale vive a Santa Lucia di Piave. Il 22 dicembre dello scorso anno, all’uscita di un ambulatorio medico in cui la signora era andata a farsi visitare i postumi delle percosse ricevute la notte precedente, fra i due era scoppiato l’ennesimo diverbio. «Voleva guidare la macchina nonostante non avesse la patente - ha poi confessato in lacrime E.O. ai carabinieri di Susegana - e io ho cercato di impedirglierlo. Allora ha cominciato a riempirmi di calci e pugni in ogni parte del corpo. Mi ha sempre picchiata, fin da quando ci siamo sposati». L’avvocato difensore della donna si è così rivolto al giudice di pace Renato Borsotti davanti al quale ha spiegato che sebbene la donna avesse più volte denunciato l’uomo, questi non aveva cambiato la sua abitudine di menar le mani. «Nonostante la remissione delle querele, la situazione non è cambiata» ha affermato il legale porgendo al magistrato il certificato del Pronto Soccorso con indicati tre giorni di prognosi riservata. Mentre il giudice Borsotti annunciava il rinvio dell’udienza al prossimo 21 febbraio, si è presentato in aula Okorie, vestito in tradizionale tunica di broccato e con in testa il tipico copricapo del suo Paese. «Cosa? - ha intimato al magistrato - Ancora processo? Guarda che quella è mia moglie!». «Lo so», ha risposto educatamente Borsotti in evidente imbarazzo. «Allora - ha continuato l’imputato con voce alterata - saremo anche in Italia, ma in Africa non succede così: la donna non può citare in giudizio il marito in Tribunale». In attesa di vedere come si comporterà la legge italiana, agli atti resta questo increscioso episodio che mostra come, a volte, gli immigrati da noi accolti e tutelati, si rifiutino di integrarsi nella nostra società, non senza presunzione circa l’ipotetica superiorità della loro cultura di origine.