Omelie di S. Giovanni Crisostomo sulla Verginità
I. La verginità praticata dagli eretici non comporta ricompense.
1. I Giudei non riconoscono la bellezza della verginità: non c'è da meravigliarsene, giacché non hanno rispettato neppure Cristo, nato da una vergine. I Greci, invece, l'ammirano e la venerano, ma solo la Chiesa di Dio la imita con zelo. Quanto alle vergini degli eretici, io non le chiamerei vergini, soprattutto perché non sono pure: non vengono riservate ad un unico sposo, così come vuole il beato apostolo che prepara le nozze di Cristo là dove dice: "Vi ho destinati ad un unico uomo, per presentarvi a Cristo come una vergine pura". Queste parole, anche se si riferiscono a tutta la Chiesa nella sua pienezza, riguardano purtuttavia anche le vergini. Le donne che non amano un unico marito e se ne sposano un secondo, come possono essere caste?
2. Innanzitutto, in base a questo ragionamento, non sono vergini. In secondo luogo, si astengono dal matrimonio perché lo disprezzano. Avendo stabilito in linea di principio che esso è una cosa cattiva, si privano fin dal primo momento dei premi della verginità. Vuole la giustizia che coloro che non commettono azioni delittuose restino solo esenti da pene, senza per questo essere premiati, come si può vedere non solo nelle prescrizioni delle nostre leggi, ma anche in quelle delle leggi pagane. La legge dice: "Chi uccide venga mandato a morte", ma non aggiunge "chi non uccide venga onorato". "Il ladro venga punito": ma non è prescritto che chi non danneggia le cose altrui riceva un dono. Così pure, le leggi che condannano a morte l'adultero non ritengono degno di un'onorificenza colui che non rovina il matrimonio altrui. In questo hanno perfettamente ragione, giacché la lode e l'ammirazione devono andare a chi realizza il bene, non a chi non commette il male: per questi ultimi, un premio sufficiente è rappresentato dal non subire alcuna punizione.
3. Per questo anche nostro Signore ha minacciato la Geenna a chi si adira contro il proprio fratello a capriccio e senza motivo e lo chiama sciocco. Purtuttavia, non ha promesso il regno dei cieli a coloro che non si adirano senza ragione e che non muovono dei rimproveri: dicendo "Amate i vostri nemici", Egli ha preteso qualcosa di più importante e di più grande. Nell'intento di mostrare come il non adirarsi con i propri fratelli sia una cosa infima, di poco conto ed indegna di una qualsiasi ricompensa, ha detto che neanche l'amore per loro - che pure vale già molto di più dell'altro atteggiamento - è sufficiente per essere ritenuti degni di un premio. E come potrebbe esserlo, se comportandoci così non abbiamo nulla in più dei pagani? Per poter chiedere un premio, occorre fare in aggiunta un'altra cosa molto più importante. "Non ritenerti degno di una corona - dice il Signore - solo perché non ti condanno alla Geenna perché non hai rimproverato e non ti sei adirato. Io non mi limito a pretendere questa piccola misura di bontà: anche se dici che non solo non biasimi tuo fratello ma lo ami, resti ancora in basso e stai in compagnia dei pubblicani. Se invece vuoi essere perfetto e diventare degno dei cieli, non fermarti a questo ma sali più in alto, e pensa ad una cosa che oltrepassa la natura stessa: si tratta dell'amore per i nemici..
4. Una volta ammessa l'assoluta verità di queste parole, cessino gli eretici di mortificarsi senza ragione: tanto, non riceveranno alcuna ricompensa. Non è che il Signore sia ingiusto - lungi da me quest'idea! Al contrario, sono essi a comportarsi da stolti e da malvagi. Come mai? Abbiamo mostrato che nessun premio tocca a chi si limita a non compiere azioni cattive. Gli eretici evitano il matrimonio, perché lo ritengono una cosa cattiva. Come potranno dunque richiedere un premio, per essersi tenuti lontani da una cosa cattiva? Come noi non riteniamo degno di una ricompensa chi non è stato adultero, così essi dovrebbero comportarsi verso chi non si sposa. Chi in quel giorno li giudicherà dirà loro: "Io non ho riservato gli onori a chi si è limitato soltanto a non commettere azioni cattive - questo è per me troppo poco - ma conduco all’eredità dei cieli che non invecchia mai coloro che hanno percorso tutta quanta la strada della virtù". Come mai allora voi, che ritenete il matrimonio una cosa impura ed abominevole, solo perché lo evitate pretendete i premi riservati a chi compie delle buone azioni?
5. Per questo Cristo mette alla sua destra le pecore, le benedice e le conduce nel regno dei cieli: esse non si sono limitate a non rubare le cose altrui, ma hanno distribuito agli altri i loro averi. Parimenti, Egli accoglie colui al quale erano stati affidati cinque talenti non perché non ha fatto diminuire quanto gli era stato dato, ma perché l'ha accresciuto, ed ha restituito in misura doppia il danaro depositato. Quando cesserete dunque di correre a vuoto, di stancarvi senza ragione, di dare pugni a caso e di percuotere l'aria? E se si trattasse solo di un capriccio! Dopo avere tanto faticato ed avere atteso una ricompensa maggiore delle fatiche sopportate, non è un piccolo castigo vedersi messi, al momento della premiazione, tra coloro che rimangono senza premio.
II. Gli eretici vengono puniti perché praticano la verginità.
1. Ma ciò che essi devono temere non consiste solo in questo, e le loro pene non si limitano alla mancanza di ricompensa: altre molto più gravi li attendono, quali il fuoco inestinguibile, i vermi che non muoiono, la tenebra esterna, i tormenti, i gemiti. Ci occorrerebbero infinite lingue e la potenza degli angeli per ringraziare in modo degno Dio della sua sollecitudine nei nostri riguardi. Ma neanche in tali condizioni questo sarebbe possibile. E come potrebbe esserlo? Noi e gli eretici dobbiamo compiere un uguale sforzo per realizzare la verginità: anzi, può darsi che le loro fatiche siano molto più aspre delle nostre. Il frutto degli sforzi non è però lo stesso: per loro sono riservate le catene, le lacrime, i gemiti e le punizioni eterne; per noi, la condizione degli angeli, le luci risplendenti, e l'intimità con lo sposo, che è come la somma di tutti i beni.
2. Come mai allora gli stessi sforzi portano a ricompense contrarie? Ciò accade perché essi hanno scelto la verginità per violare la legge di Dio, mentre noi la pratichiamo per osservare i suoi voleri. Che Dio vuole che tutti gli uomini si astengano dal matrimonio, lo testimonia colui che fa parlare Cristo in se stesso: "Voglio - egli dice - che tutti gli uomini siano come me", vale a dire continenti. Purtuttavia il Signore, volendoci risparmiare e sapendo bene che "lo spirito è pronto, ma la carne è debole" non ha fatto della continenza un precetto obbligatorio, ma ha concesso alla nostra anima la facoltà di sceglierla. Se si trattasse di un comandamento e di una legge, chi la pratica non godrebbe di un’onorificenza, ma si sentirebbe dire "Avete fatto ciò che dovevate fare", ed i peccatori non otterrebbero il perdono, ma sarebbero soggetti alla punizione assegnata ai trasgressori. Con le parole "Chi è in grado di comprendere comprenda", il Signore non ha condannato chi non è capace di praticare la verginità, ma ha voluto mostrare l'importanza e la sublimità della lotta che deve sostenere chi ha la forza di realizzarla. Per questo anche Paolo, seguendo le tracce del maestro, dice: "Non ho con me un ordine del Signore, esprimo solo il mio parere".
III. L’orrore per il matrimonio è proprio di una satanica mancanza di umanità.
Né Marcione né Valentino né Mani si sono attenuti a tale moderazione. Non parlava in loro Cristo che aveva riguardo per le sue pecore e che offriva la propria vita per loro, ma il padre della menzogna, il distruttore degli uomini. Per questo essi mandano alla perdizione tutti i loro seguaci: in questo mondo, li caricano di fatiche sterili ed insopportabili; nell'al di là, li trascinano con sé nel fuoco preparato per loro.
IV. Gli eretici, praticando la verginità, vanno incontro ad un destino più penoso di quello dei Greci.
1. Quanto siete più sfortunati dei Greci! I Greci infatti, anche se gli orrori della geenna li attendono, riescono purtuttavia a godere in questo mondo, giacché si sposano e traggono profitto dalle ricchezze e dagli altri piaceri della vita. Per voi ci sono invece soltanto i tormenti e i dolori sia in questa che nell'altra vita: in questa vita siete voi a sopportarli volontariamente, nell'altra li dovrete sopportare pur non volendoli. I Greci non verranno né ricompensati né puniti per i loro digiuni e per la loro verginità; voi, invece, subirete l'estremo castigo per la condotta dalla quale vi aspettavate infinite lodi, e mischiati agli altri rei sentirete le parole: "Andatevene via da me nel fuoco preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché avete digiunato e siete rimasti vergini.
2. Il digiuno e la verginità non rappresentano in se stessi né un bene né un male, ma diventano l'una o l'altra cosa a seconda della disposizione di coloro che li praticano. Per i Greci tale virtù è sterile: ricevono la ricompensa che meritano, giacché non l’hanno praticata nel timore di Dio. Voi invece, che combattete Dio e calunniate le sue creature, non solo non riceverete alcuna ricompensa, ma sarete anche puniti. Per quanto riguarda la vostra dottrina, sarete messi insieme a loro perché come loro avete rinnegato il Dio esistente ed introdotto il politeismo; per quanto riguarda invece la vostra condotta di vita, essi staranno meglio di voi: mentre infatti la loro pena consiste soltanto nel non ricevere alcun bene, per voi consiste nel patire in aggiunta dei mali; e mentre essi possono godere di tutto in questa vita, voi siete privi sia dei beni presenti che dei futuri.
3. C'è forse un castigo maggiore di quello che consiste nel ricevere una punizione come ricompensa delle proprie fatiche e dei propri sudori? L'adultero, l'avido, colui che si approfitta dei beni altrui e che si prende quelli del suo prossimo hanno una consolazione, sia pure piccola: per lo meno, sono puniti a causa di quelle cose di cui hanno goduto in questa vita. Nel caso invece di colui che accetta di buon grado di sopportare la povertà per essere ricco nell’altra vita e di sostenere le fatiche della verginità per far parte dei cori degli angeli nell'al di là, e che invece, improvvisamente e contro ogni sua aspettativa, è punito per quella condotta grazie alla quale sperava di godere di un'infinità di beni, non è possibile esprimere con le parole il suo dolore, dovuto al fatto che deve soffrire in questo modo contro tutte le sue speranze. A mio parere, egli è tormentato ugualmente dal fuoco e dalla sua coscienza, giacché deve fare questa constatazione: mentre coloro che hanno faticato come lui si trovano assieme a Cristo, egli è sottoposto al castigo estremo per quella condotta che fa godere agli altri i beni ineffabili; e, pur avendo vissuto in modo austero, è costretto a soffrire più dei dissoluti e dei lussuriosi.
V. La verginità degli eretici è più impura dell'adulterio.
1. In effetti, la temperanza degli eretici è peggiore di ogni tipo di dissolutezza. Mentre l’ingiustizia di quest'ultimo si ferma agli uomini, la prima combatte Dio ed offende la sua infinita sapienza. Tali trappole i1 diavolo tende a coloro che lo venerano. Che la verginità degli eretici sia proprio un ritrovato della sua malvagità non sono io a dirlo, ma colui che non ignora i suoi pensieri.
2. Che cosa soggiunge dunque costui? "Lo spirito dice apertamente che negli ultimi momenti alcuni si allontaneranno dalla fede per seguire gli spiriti ingannatori e gl'insegnamenti dei demoni che, come ipocriti mentitori, marchiano la propria coscienza, che vietano di sposarsi e che impongono l'astinenza dei cibi creati da Dio per essere presi". Come fa dunque ad essere vergine colei che abbandona la fede, che segue l’errore, che ascolta i demoni e che onora la menzogna? Come può essere vergine colei che marchia la propria coscienza? La vergine che vuole ricevere il santo sposo deve essere pura non solo nel corpo ma anche nell'anima. Ma tale vergine come fa ad essere pura, se ha dei marchi così forti? Come può preservare la bellezza della verginità quando un pensiero empio si agita in lei, se deve scacciare dalla camera nuziale anche i pensieri temporali perché non può rimanere composta se li fa albergare in sé?
VI. Gli eretici quando praticano la verginità contaminano non solo la loro anima ma anche i loro corpi.
1. In effetti, anche se il suo corpo rimane puro, si corrompe sempre la parte migliore della sua anima, vale a dire i suoi pensieri. Che utilità c'è nel far restare in piedi il recinto, quando il tempio è andato distrutto? O quale guadagno si ricava dal fatto che la sede del trono resta pulita, quando il trono è stato sporcato? Ma neanche in tal caso il corpo resta esente dalla contaminazione. Le parole blasfeme e cattive nascono dentro l'anima, ma non vi rimangono: quando vengono fuori, tramite la bocca che le proferisce contaminano sia la lingua che l'orecchio che le riceve, e dopo essersi riversate nell'anima come dei farmaci deleteri ne corrodono la radice in modo più grave di qualsiasi verme, finendo con il distruggere assieme ad essa tutto quanto il corpo. Se dunque la verginità consiste nella santità di corpo e di spirito, e se una donna simile è empia e contaminata in entrambi questi elementi, come può essa dirsi vergine? Ma mi mostra un viso pallido, delle membra consunte, una veste semplice ed uno sguardo mite. Ma che utilità c'è in queste cose, se lo sguardo interiore è sfrontato? Quale sguardo è più sfrontato di quello che induce gli occhi esterni a considerare cattive le creature di Dio?
2. "Tutta la gloria della figlia del re viene dal di dentro". Costei ha invertito l'ordine illustrato da tale frase: all’esterno si riveste di gloria, mentre dentro ospita ogni infamia. Il brutto consiste proprio in questo: di fronte agli uomini, essa fa mostra di una grande mitezza, mentre nei riguardi di Dio suo creatore dà prova di un'enorme follia, e pur non sopportando di guardare in viso un uomo - ammettiamo pure che tra le loro vergini ce ne siano alcune di tal fatta - guarda il signore degli uomini con occhi sfrontati e fa salire in alto i suoi discorsi ingiusti. Il loro volto è giallo come il legno di bosso, e simile a quello di un cadavere. Per questo sono degne di essere molto compiante e commiserate: lo stato miserando che hanno accettato non solo è inutile, ma le rovina e ricade sulla loro testa.
VII. Bisogna giudicare la verginità non dalle vesti, ma dall'anima.
1. La veste è modesta. La verginità non risiede però nelle vesti né nel colore della pelle, ma nell’anima e nel corpo. Se il filosofo non si giudica né dai capelli né dal bastone né dalla bisaccia ma dal suo modo di fare e dall'anima, e se il soldato non si valuta in base al mantello o alla cintura, ma in base alla forza ed al coraggio, non sarebbe assurdo attribuire ad una giovane la virtù della verginità - una cosa così mirabile, che trascende ogni qualità umana - servendosi di criteri così semplici e secondari come i capelli sudici, il volto dimesso e la veste lugubre, senza mettere a nudo la sua anima ed esaminare quindi per bene la sua disposizione?
2. Questo non è consentito da colui che ha stabilito le regole di tale gara. Egli ci ordina di giudicare coloro che vi s'impegnano non dalle loro vesti, ma dalle loro convinzioni e dalla loro anima. "Chi compete - dice - è temperante in tutto", vale a dire in tutto ciò che pregiudica la salute dell'anima, ed aggiunge: "Nessuno può essere incoronato, se non gareggia secondo le regole". Quali sono dunque le regole di questa gara? Ascolta di nuovo le sue parole, o piuttosto Cristo stesso, l'istitutore della gara: "Affinché la vergine sia pura nel corpo e nello spirito", " prezioso è il matrimonio, ed il letto nuziale è incontaminato".
VIII. E' dannoso per la vergine mostrarsi altera nei confronti delle persone sposate.
1. La vergine potrebbe rispondermi: "Che cosa m'importa di queste cose, una volta che ho detto addio al matrimonio?". Ma è proprio la convinzione di non avere niente a che fare con la dottrina del matrimonio a perderti, o misera. Disprezzando senza misura quest'istituzione, rechi offesa alla sapienza di Dio e calunni tutta la creazione. Se infatti il matrimonio è una cosa impura, tutti gli esseri viventi che vengono generati tramite esso sono impuri, ed impure siete anche voi, per non parlare della natura umana. Come può dunque una donna impura essere vergine? Avete escogitato un secondo, o piuttosto un terzo modo di contaminare e di sporcare: quando rifuggite dal matrimonio come da una cosa impura, proprio perché ne rifuggite diventate le donne più impure e rendete la verginità più abominevole della fornicazione.
2. Con chi vi metteremo allora? Assieme agli Ebrei? Ma essi non lo consentirebbero, perché onorano il matrimonio ed ammirano l'opera creatrice di Dio. Oppure insieme a noi? Ma non volete ascoltare Cristo, quando dice per bocca di Paolo: "Il matrimonio è onorato da tutti, ed il letto nuziale è incontaminato". Vi resta un posto vicino ai Greci. Anche questi però vi respingeranno come empi. Dice infatti Platone: "Chi ha formato quest’universo è buono". Nessuna invidia tocca una cosa buona in nessun caso. Tu invece consideri Dio cattivo, ed autore di opere cattive. Ma non temere: il tuo insegnamento è condiviso dal diavolo e dai suoi angeli; ma no, neanche essi sono d'accordo: non credere che la pensino così solo perché t’inducono a nutrire dei pensieri così stolti. Che si rendono conto della bontà di Dio, puoi sentire dalle loro grida: ora dicono "Sappiamo chi sei, il santo di Dio", ora invece "Gli uomini che annunziano la strada della salvezza sono i servi del Dio altissimo".
3. Continuerete dunque a parlare di verginità e a vantarvene? Non andrete piuttosto a rinchiudervi ed a piangere sulla vostra stoltezza, servendosi della quale il diavolo vi ha legate come prigioniere per gettarvi nel fuoco della Geenna? Non ti sei sposata? Ma non per questo sei vergine. Io chiamo vergine colei che pur essendo padrona di sposarsi non ha scelto il matrimonio. Se invece tu dici che il matrimonio è una cosa proibita, la tua azione non dipende più da una scelta ma dalla costrizione della legge. Per questo noi ammiriamo i Persiani che non commettono l'incesto, ma non i Romani. Questi ultimi lo considerano una cosa assolutamente abominevole, mentre nel caso dei primi l'impunità di cui gode chi osa praticarlo attira le lodi su coloro che si astengono da tali accoppiamenti.
4. Secondo lo stesso criterio va esaminato il matrimonio. Poiché esso è consentito tra noi, abbiamo tutte le ragioni per ammirare chi non si sposa. Voi invece, respingendolo ad un livello inferiore, non potete reclamare le lodi dovute all'astinenza: l'astenersi dalle cose proibite non si addice ad un’anima nobile e generosa. La virtù perfetta non consiste nel non commettere azioni che, se vengono commesse, ci fanno sembrare a tutti cattivi, ma nel distinguersi in pratiche che non mettono in cattiva luce coloro che non le abbracciano e che non solo allontanano da una reputazione cattiva, ma fanno entrare nella schiera dei buoni coloro che le scelgono e le seguono.
5. Come nessuno sarebbe disposto a lodare la verginità degli eunuchi per il fatto che non si sposano, così nessuno loda voi. Ciò che per loro è dettato dalla necessità naturale, diventa in voi un pregiudizio della vostra coscienza perversa. E come la mutilazione corporea priva gli eunuchi della gloria derivante dall'astinenza, così, nel vostro caso, anche se il fisico resta integro, il diavolo distrugge ogni retto pensiero, vi mette nella condizione di non sposarvi, vi sforza con delle fatiche e vi priva di ogni onore. Tu vieti il matrimonio? Per questo dalla tua rinunzia non ti verranno premi, ma solo supplizi e castighi.
IX. Esortare alla verginità non significa vietare il matrimonio.
1. "E tu - mi si dice - non proibisci il matrimonio?". Non sia mai! Mi auguro di non essere mai pazzo come te. "E come mai allora - si continua a dirmi - esorti le persone a non sposarsi?". Io lo faccio perché sono convinto che la verginità è molto più pregevole del matrimonio, ma non per questo considero il matrimonio una cosa cattiva: anzi, lo lodo molto. Per coloro che intendono farne un buon uso, esso è il porto della continenza, giacché impedisce alla natura d'inferocirsi. Presentando l'accoppiamento legittimo come una diga e ricevendo così i flutti del desiderio, introduce in noi una grande calma e ci custodisce. Ci sono però alcuni che non hanno bisogno di questa protezione: invece di ricorrere ad essa, placano le follie della natura con i digiuni, con le veglie, con il dormire per terra e con altri duri esercizi. Pur non vietando il matrimonio, io esorto questi ultimi a non sposarsi.
2. C'è una grande differenza tra una cosa e l'altra, tra la costrizione e la libera scelta. Chi consiglia lascia l'ascoltatore padrone della scelta tra le cose sulle quali consiglia, chi invece pone dei divieti priva l'altro di questa facoltà. Inoltre, quando esorto, io non considero cattivo il matrimonio, né accuso chi non mi ubbidisce. Tu invece, calunniandolo e dichiarandolo cattivo, usurpi la funzione del legislatore senza essere un consigliere, e non puoi non odiare chi non ti ascolta. Io non mi comporto così: ammiro chi si iscrive a tale gara, ma non condanno coloro che rimangono fuori della competizione.
3. L'accusa sarebbe giusta se si propendesse per qualcosa che è cattiva per comune ammissione. Chi però ha un bene minore e non può raggiungere il maggiore, anche se resta privo delle lodi e dell’ammirazione che quest'ultimo comporta, non merita di essere condannato. Come posso dunque vietare il matrimonio, se non condanno chi si sposa? Io vieto la fornicazione e l'adulterio, non il matrimonio. Punisco coloro che osano praticare le prime due cose e li bandisco dal corpo della chiesa, ma continuo a lodare coloro che contraggono il matrimonio, se sono continenti. Ci sono così due vantaggi: da una parte, non si calunnia l’opera creatrice di Dio, dall'altra non solo non si distrugge la dignità della verginità, ma la si rende ancora più venerabile.
X. Chi denigra il matrimonio reca un torto alla verginità.
1. Chi denigra il matrimonio reca anche un torto alla verginità; chi invece lo loda, eleva e fa risplendere ancora di più la natura straordinaria dello stato verginale. Ciò che sembra bello solo in rapporto a ciò che è brutto non può essere molto bello; quella che è invece la migliore delle cose considerate buone, è la cosa più bella in senso assoluto: è sotto questa luce che vogliamo mostrare la verginità. Come coloro che denigrano il matrimonio nuocciono anche alle lodi della verginità, così chi lo tiene lontano dalle critiche fa le lodi non tanto di esso quanto della verginità. Anche nel caso dei corpi, noi chiamiamo belli non quelli che sono migliori dei corpi mutilati, ma quelli che sono migliori dei corpi ben fatti e privi di difetti.
2. Il matrimonio è una bella cosa? Allora la verginità è una cosa straordinaria perché è superiore ad una cosa che è già bella; e le è superiore nella misura in cui il pilota è superiore ai marinai, o i1 generale è superiore ai soldati. Ma come, nel caso della nave, se si eliminano i rematori si fa affondare l'imbarcazione, e come in guerra se si allontanano i soldati si consegna il generale prigioniero al nemico, così anche nel caso che stiamo trattando, se si priva il matrimonio del suo rango elevato si tradisce la gloria della verginità e la si fa cadere al livello più basso.
3. La verginità è bella? Son d'accordo anch'io. E' superiore al matrimonio? Ammetto anche questo. Se vuoi, per dare un'idea della misura della sua superiorità, posso citare come esempi la superiorità del cielo sulla terra, o quella degli angeli sugli uomini; se poi dovessi esprimermi in modo più ardito, direi che si tratta di una superiorità ancora maggiore. E' vero infatti che gli angeli non sposano né vengono sposati: ma essi non sono strettamente uniti alla carne ed al sangue, non soggiornano sulla terra, non devono sopportare una moltitudine di desideri, non hanno bisogno di cibi e bevande, non possono essere blanditi da un dolce canto né impressionati da una visione stupenda o da altre simili cose; come si può osservare la purezza del cielo nel pieno pomeriggio, quando non è offuscata da nessuna nuvola, così le loro nature non possono non rimanere trasparenti e luminose quando nessun desiderio le ottenebra.
XI. La verginità trasforma in angeli gli uomini che l'abbracciano veramente.
1. Il genere umano, per natura inferiore agli angeli beati, fa violenza alle proprie facoltà e cerca con il suo impegno di uguagliarli per quanto è possibile. Come può avvenire questo? Gli angeli non sposano né vengono sposati: ma neanche la vergine lo fa; gli angeli rimangono ininterrottamente vicini a Dio e lo servono: ma così si comporta anche la vergine. Anche Paolo vuole che le vergini restino lontane da ogni preoccupazione, perché possano essere assidue senza distrarsi. E se, a differenza degli angeli, non possono salire al cielo perché sono trascinate in basso dalla carne, purtuttavia anche in questo mondo godono di una grande consolazione: se rimangono sante nel corpo e nello spirito, possono ricevere il padrone dei cieli in persona.
2. Comprendi la dignità della verginità, e come essa renda la vita di coloro che vivono sulla terra simile a quella di coloro che stanno in cielo? Essa impedisce a chi ha un corpo di restare inferiore alle potenze incorporee, e porta gli uomini ad emulare gli angeli. Ma nulla di tutto ciò riguarda voi eretici, che danneggiate un simile stato, che calunniate il Signore e che lo chiamate cattivo. Vi attende il castigo riservato al servo cattivo; alle vergini della chiesa si presenteranno invece molti e grandi beni, superiori agli occhi, alle orecchie ed ai pensieri umani. Lasciamo quindi gli eretici - ne abbiamo già parlato abbastanza - e rivolgiamoci d'ora in poi ai figli della chiesa.
XII. Paolo, quando disse: "Agli altri sono io a parlare non il Signore", non diede un consiglio umano.
1. Da dove è bene far cominciare il nostro discorso? Dalle parole stesse che il Signore pronunziò per bocca del beato Paolo. Paolo infatti, quando dice "Agli sposati non sono io a parlare, ma il Signore" non intende dire che le sue parole sono una cosa, e quelle del Signore un'altra. Colui che fa parlare Cristo in sé, che non si preoccupa neppure di vivere in modo che Cristo possa vivere in lui, che pospone all'amore per lui i regni, la vita, gli angeli, le potenze, ogni altra creatura ed in una parola ogni cosa, come potrebbe di buon grado - specie quando dà dei precetti - dire o pensare qualcosa che non piace al Signore?
2. Che cosa significano le sue parole "Io" e "Non io"? Cristo ci ha dato le leggi e gl'insegnamenti in parte direttamente, in parte tramite gli apostoli. Che egli non stabilì tutto direttamente, lo puoi sentire dalle sue stesse parole: "Avrei molte cose da dirvi, ma non potete ancora sopportarne il peso". Il precetto "La donna non si separi dall'uomo" Egli l'aveva dato già prima, quando si trovava ancora su questa terra rivestito di carne. Per questo Paolo dice: "Agli sposati non sono io a parlare, ma il Signore". Agl'infedeli invece Egli non parlò direttamente, ma diede delle prescrizioni, ispirando a tal fine l'anima di Paolo e facendogli dire: "Chi ha una moglie non credente che desidera abitare con lui, non la ripudi; e la moglie che ha un marito non credente che desidera abitare con lei non lo ripudi".
3. Per questa ragione, quando disse "Non è il Signore a parlare, ma sono io", non volle affermare che le sue parole erano umane - e come avrebbero potuto esserlo? - ma che il Signore ha dato questo comandamento non quando si trovava assieme agli apostoli, ma adesso, tramite lui. Come dunque le parole "Il Signore, non io" non indicano una contrapposizione nei confronti dei comandamenti di Cristo, cosí le parole "Io, non il Signore", non sono state pronunziate da chi vuol dire qualcosa di personale e di diverso da ciò che piace a Dio, rna da chi vuol far vedere soltanto che il comandamento viene dato ora per suo tramite.
4. Parlando della vedova, Paolo dice "A mio parere, è piú beata se resta cosí". E perché nessuno, sentendo le parole "A mio parere", pensasse che il suo fosse un pensiero umano, eliminò ogni sospetto aggiungendo: "Penso di avere anch'io lo spirito di Dio". Come dunque noi non possiamo dire che le sue siano affermazioni umane, solo perché colui che parla in nome dello spirito dice "A mio parere", cosí anche nel nostro caso, quando dice "Sono io a parlare, non il Signore", non bisogna credere che la frase sia di Paolo. Egli faceva parlare Cristo in sé e non avrebbe osato fissare tale insegnamento in una sua affermazione, se non ci avesse portato questa legge da lassú.
5. Qualcuno avrebbe potuto dirgli: "Io che ho la fede e che sono puro non sopporto di stare assieme ad una donna che non possiede nessuna fede e che è impura. Tu stesso hai detto prima che sei un, e non il Signore, a dire queste cose. Quale sicurezza e certezza posso avere?". Ma Paolo gli avrebbe risposto: "Non temere. Ho detto che faccio parlare Cristo in me e che credo di possedere lo spirito di Dio proprio perché non ti venisse il sospetto che le mie parole fossero umane. Se esse lo fossero, non avrei mai dato ai miei pensieri tanta autorità. I calcoli degli uomini sono vili, i loro pensieri ingannevoli. Anche la chiesa universale mostra la forza di questa legge custodendola severamente: non la custodirebbe cosí, se non fosse fermamente convinta che queste parole rappresentano un comandamento di Cristo".
6. Che cosa dice dunque Paolo, ricevendo l'eco delle parole di Cristo? "Per quanto riguarda ciò su cui mi avete scritto, è bene per un uomo non toccare una donna". A tal proposito ci si potrebbe rallegrare con Corinzi, che pur non avendo ricevuto alcun consiglio dal maestro sulla verginità, lo prevengono interrogandolo e facendo mostra cosí dei progressi compiuti sotto l'azione della grazia. Nel Vecchio Testamento non sussistevano dubbi sul matrimonio: non solo tutto il popolo, ma anche i Leviti, i sacerdoti e lo stesso gran sacerdote gli attribuivano una grande importanza.
XIII. Perché i Corinzi scrissero a Paolo sulla verginità, e perché egli prima di allora non aveva rivolto loro alcuna esortazione.
1. Come mai dunque i Corinzi giunsero a rivolger questa domanda? Data la loro perspicacia, sapevano bene di avere bisogno di un piú alto grado di virtú, giacché erano stati ritenuti degni di un dono piú grande. Vale anche la pena di chiedersi come mai Paolo non avesse mai rivolto loro quest'esortazione: se avessero sentito qualcosa in proposito, essi non gli avrebbero scritto di nuovo facendogli domande su questo argomento. Anche in questo caso ci si può rendere conto della profondità della sapienza di Paolo. Non rivolse senza motivo né a caso un’esortazione su di un tema cosí importante, ma aspettò che in loro nascessero prima il desiderio ed il pensiero di quest’ideale: se si fosse trovato di fronte ad anime già preparate alla verginità, avrebbe potuto gettare con piú efficacia i suoi semi, giacché la disposizione d'animo degli ascoltatori nei riguardi dell'argomento avrebbe facilitato di molto l’accoglimento dei suoi consigli. D’altra parte, l'apostolo volle anche far notare l'importanza e la grande solennità dell'impresa.
2. In caso contrario, non avrebbe aspettato la loro buona disposizione d'animo, ma avrebbe subito spiegato i termini del problema, presentandolo, se non come un’ingiunzione o un comandamento, per lo meno come un'esortazione o un consiglio. Non avendo osato fare neppure questo, ci ha fatto vedere che la verginità richiede molto sudore e grandi lotte. Anche in questo caso si comportò cosí perché volle imitare nostro Signole. Anche nostro Signore parlò infatti della verginità soltanto quando i suoi discepoli gli fecero domande in proposito.
3. Quando essi dissero: "Se questa è la condizione dell'uomo quando si trova in compagnia della donna, conviene non sposarsi", rispose: "Vi sono degli eunuchi che si sono resi tali per il regno dei cieli". Quando la virtù da realizzare è molto alta e per questo non può essere rinchiusa nella costrizione di un comandamento, bisogna attendere la buona disposizione di coloro che intendono realizzarla, infondendo in loro la volontà necessaria in un altro modo e senza destare sospetti: cosí fece appunto Cristo. Non li portò a desiderare la verginità parlando di essa: discorrendo solo sul matrimonio, mostrando il peso di questo stato e limitando il suo discorso a quest'argomento, con la sua accortezza fece in modo che essi, pur non avendo sentito parlare della verginità, dicessero di propria iniziativa: "E' meglio non sposarsi".
4. Per questa ragione Paolo, l'imitatore di Cristo, disse "Riguardo a ciò su cui mi avete scritto", quasi volesse scusarsi con loro parlando cosí, e dire "Io non osavo condurvi ad un cosí alto ideale, data la difficoltà dell'impresa, ma poiché voi mi avete scritto di vostra iniziativa, ho trovato il coraggio di darvi questo consiglio: è una buona cosa per l'uomo non toccare una donna". Come mai, pur avendo i Corinzi scritto su molti argomenti, egli non aveva mai aggiunto quest'esortazione? Solo per il motivo che ho spiegato adesso: per evitare che qualcuno accogliesse male il suo consiglio, ricordò la lettera da loro inviata. Ma neanche allora, pur avendo avuto tale spunto, rivolse un’esortazione veemente: usò invece un tono dimesso, imitando anche in questo Cristo. Il Salvatore infatti, concluso il discorso sulla verginità, aggiunse: "Chi è in grado d’intendere, intenda". E l'apostolo cosa disse? "Riguardo a ciò su cui mi avete scritto, è una buona cosa per l'uomo non toccare una donna".
XIV. Obiezione di coloro che rifiutano la verginità e sua confutazione.
1. Ma qualcumo potrebbe forse obiettare: "Se è bene non toccare la donna, a che scopo il matrimonio si è introdotto nella vita? Quale altro uso potremo fare della donna, se non ci può essere utile né per il matrimonio né per la procreazione? Che cosa potrà impedire la distruzione del genere umano, se ogni giorno la morte si pascola di esso e lo falcia, mentre tale ragionamento vieta di far sorgere altri al posto di quelli caduti? Se tutti volessimo realizzare questo bell'ideale e non toccassimo la donna, tutto andrebbe distrutto: le città, le case, i campi, le arti, gli animali, le piante. Come infatti quando cade il generale l'esercito perde necessariamente il suo ordine, cosí una volta eliminato con l'astinenza dal matrimonio l'uomo, il re della terra, nessun'altra cosa potrà conservare la sua sicurezza ed il suo ordine, e questo bel consiglio riempirà la terra d'infiniti mali".
2. Se queste parole fossero pronunziate soltanto dai nostri nemici e dagl'infedeli, non me ne curerei molto. Poiché però parlano cosí anche molti presunti membri della chiesa, che per debolezza di volontà non riescono a sobbarcarsi alle fatiche richieste dalla verginità e che cercano di nascondere la propria pigrizia denigrando questa pratica e mostrandone l'inutilità, in modo da dare l'impressione di essere rimasti indietro non per trascuratezza ma per un retto modo di ragionare, lasciamo pure da parte i nemici - "l'uomo psichico non comprende infatti le cose dello spirito, che per lui sono sciocchezze" - ed insegniamo due cose a coloro che fingono di stare dalla nostra parte: da un lato, la pratica della verginità non è superflua, ma al contrario di grande utilità e necessaria; dall'altro, l'accusa rivolta contro di essa non può restare impunita, ma attira sui detrattori dei pericoli pari ai premi ed alle lodi che toccano a chi riesce a realizzare lo stato verginale.
3. Dopo che tutto l'universo fu creato e tutto fu approntato per il nostro riposo ed il nostro uso, Dio formò l'uomo, per il quale aveva creato il mondo. L'uomo, una volta formato, rimase nel paradiso: del matrrmonio non si faceva parola. Aveva bisogno di un aiuto; l'aiuto gli venne, e neanche allora il matrimonio sembrava necessario. Non s'intravedeva neppure: essi vivevano ignorandolo, soggiornando nel paradiso come in cielo e rallegrandosi della familiarità con Dio. Il desiderio di unione, il concepimento, i dolori del parto, le generazioni e qualsiasi tipo di corruzione erano banditi dalla loro anima. Simili ad un corso d'acqua trasparente che sgorga da una fonte pura, se ne stavano in quel luogo adorni della verginità.
4. Allora tutta la terra era priva di uomini: c'era proprio quello che ora temono certe persone, che si preoccupano del mondo abitato, che si danno gran pensiero delle cose altrui ma che non sopportano neppure il ricordo delle proprie, che temono la scomparsa di tutto il genere umano ma che trascurano la propria anima come se fosse una cosa estranea; eppure, per quanto riguarda quest'ultima, dovranno rendere conto esattamente anche delle mancanze piú piccole, mentre non dovranno fornire neanche la piú piccola spiegazione sulla nascita degli uornini.
5. Non c'erano allora né città, né arti, né case, di cui voi tanto vi preoccupate: tutto questo non esisteva, e purtuttavia nulla ostacolava o impediva quella vita beata, tanto rnigliore della presente. Ma dopo avere disobbedito a Dio ed essere divenuti terra e cenere, persero insieme a quell’esistenza beata anche la bellezza della verginità, che li abbandonò per ritirarsi con Dio. Finché rimasero insensibili al diavolo e riverirono il loro padrone, anche la verginità rimase ad adornarli piú di quanto i diademi o le vesti d'oro facciano con i re. Ma quando, divenuti prigionieri del diavolo, dovettero deporre questa veste regale e l'ornamento celeste, attirando su di sé la corruzione propria della morte, la maledizione, i dolori e le fatiche della vita, allora assieme a tutti questi mali sopraggiunse anche il matrimonio, un abito mortale e degno di uno schiavo.
6. "Chi infatti si sposa - dice l'apostolo - si preoccupa delle cose del mondo". Vedi qual è l'origine del matrimonio? Perché sembrò necessario? Esso deriva dalla disobbedienza, dalla maledizione, dalla morte. Dove c'è la morte, lì c'è anche il matrimonio: se la morte non c'è, neanche il matrimonio sopravviene. La verginità, invece, non fa parte di questa catena, ma è sempre utile, sempre bella e sempre beata, ed esiste sia prima che dopo la morte, sia prima del matrimonio che dopo di esso. Quale matrimonio, dimmi, ha fatto nascere Adamo? Quali dolori hanno generato Eva? Non puoi risponderrmi. Perché allora, senz'alcun motivo, temi tanto che, cessando il matrimonio, scompaia anche il genere umano? Un'infinità di angeli serve Dio, migliaia e migliaia di arcangeli gli sono vicini, e nessuno di loro è nato dalla generazione, dal parto, dai dolori e dal concepimento. Non avrebbe dunque potuto Dio, a maggior ragione, creare gli uomini prescindendo dal matrimorno? Cosí creò i primi progenitori, dai quali discendono tutti gli uomini.
XV. Non è il matrimonio ad accrescere il genere umano.
1. La nostra razza è conservata non dalla forza del matrimonio, ma dalla parola del Signore, che disse all'inizio: "Crescete, moltiplicatevi e riempite la terra". Che cosa infatti, dimmi, ha spinto Abramo alla procreazione? Non è forse vero che, dopo avere usufruito per tanti anni del matrimonio, pronunziò infine questa frase: "O Signore, che cosa mi dirai? Dovrò morire senza figli?" Come allora Dio fece di corpi consunti il principio e la radice di tante miriadi di persone, cosí anche all'inizio, se Adamo e la sua compagna avessero obbedito al suo ordine e saputo dominare il piacere acceso dall'albero proibito, non gli sarebbe mancato il modo di accrescere la razza umana. In effetti, né il matrimonio è in grado di moltiplicare uomini esistenti se Dio non lo vuole, né la verginità di diminuirne il numero, se Egli vuole che siano molti. Egli cosí dispose - dice la Scrittura - per colpa nostra e della nostra disobbedienza.
2. Perché infatti il matrimonio non comparve prima della trasgressione? Perché nel paradiso non vi furono congiungimenti? Perché i dolori del parto non esistevano prima della maledizione? Perché allora tutto questo era superfluo, mentre divenne poi necessario a causa della nostra debolezza; mi riferisco sia a ciò di cui ho parlato, sia a tutto il resto: alle città, alle arti, alla necessità d'indossare gli abiti, e a tutti gli altri innumerevoli bisogni. E' stata la morte ad introdurre tutto questo, trascinandoselo con sé. Non devi quindi onorare piú della verginità ciò che ti fu concesso a causa della tua debolezza, e non devi neppure mettere le due cose sullo stesso piano: procedendo secondo questo ragionamento, giungerai a dire che è meglio avere due mogli piuttosto che contentarsi di una sola, giacché anche questo fu consentito dalla legge di Mosè; allo stesso modo, preferirai le ricchezze alla povertà volontaria, il lusso alla vita temperante, e la vendetta alla nobile sopportazione delle offese.
XVI. II matrimonio è una concessione.
1. "Ma tu denigri tutto questo", mi si obietta. Io non denigro affatto: Dio l’ha concesso, ed a suo tempo si è rivelato utile. Quello che però dico, è che si tratta di ben poca cosa, di una virtú propria piú dei bambini che degli uomini. Per questo Cristo, nell’intento di renderci perfetti, ci ha comandato di spogliarci di esso come se fosse un vestito per bambini che non può ricoprire un uomo perfetto né essere un ornamento adatto "all'età della pienezza di Cristo", e d'indossare altri abiti piú convenienti e piú perfetti dei primi, senza contraddirsi nelle sue prescrizioni ma rimanendo in perfetto accordo con se stesso.
2. Infatti, anche se questi comandamenti sono piú severi di quelli antichi, lo scopo del legislatore resta identico. Di che cosa si tratta? Si tratta di eliminare il vizio della nostra anima e di ricondurla alla virtú perfetta. Se si fosse preoccupato non di dare comandamenti piú severi dei precedenti, ma di lasciare le cose sempre nello stesso stato e di non elevarle mai al di sopra della loro mediocrità, allora veramente sarebbe stato in contraddizione con se stesso. Se all'inizio, quando il genere umano era piú infantile, avesse prescritto questa rigida norma di vita, noi non avremmo ricevuto un comandamento proporzionato alle nostre possibilità, e tutta la nostra salvezza sarebbe stata compromessa da tale mancanza di proporzioni. Allo stesso modo, se dopo tanto tempo ed il tirocinio fatto sotto la legge ci avesse fatto rimanere sulla terra mentre il momento ci chiamava a questa celeste filosofia, non avremmo tratto nessum giovamento apprezzabile dalla sua concessione, giacché non avremmo realizzato quello stato perfetto al quale la concessione mirava.
XVII. Della condiscendenza divina.
1. Ora questo caso è simile a quello dei piccoli uccelli. La madre, dopo averli nutriti, li spinge fuori dal nido. Se però vede che sono ancora deboli, che cadono e che hanno ancora bisogno di rimanere dentro il nido, li lascia lì ancora per vari giorni non perché vi rimangano per sempre, ma perché possano volare con tutta sicurezza una volta che le loro ali si sono ben fissate e che essi sono divenuti abbastanza forti. Cosí anche nostro Signore fin dall’inizio ci ha trascinati verso il cielo e ci ha indicato la strada che conduce ad esso; non ignorava, ma sapeva bene che non eravamo capaci di volare, e voleva mostrarci che la caduta si verificava non per suo volere, ma per la nostra debolezza. Dopo avercelo mostrato, ci lasciò crescere per molto tempo in questo mondo e nel matrimonio, come in un nido.
2. Ma quando, dopo un lungo intervallo di tempo, ci crebbero le ali della virtú, ritornò, e con delicatezza e piano piano ci portò fuori da questa dimora insegnandoci a volare piú in alto Chi è ancora pigro e dorme in un sonno profondo, ama trattenersi nel nido, rimanendo inchiodato alle cose del mondo. Chi invece è veramente nobile ed ama la luce, abbandona il nido con grande disinvoltura, vola verso l'alto e tocca il cielo, lasciando tutte le cose terrene: il matrimonio, le ricchezze, i pensieri e tutto ciò che è solito trascinarci sulla terra.
3. Non dobbiarno dunque scambiare il permesso del matrimonio, concesso all'inizio, per un obbligo che c’impedisce di rinunziare ad esso. Il Signore vuole che vi rinunciamo: ascolta le sue parole "Chi è in grado d'intendere, intenda". Non meravigliarti del fatto che non abbia prescritto questo fin dall'inizio. Neanche il medico, infatti, prescrive ai malati tutte le cure insieme e nello stesso momento: quando sono in preda alla febbre, proibisce loro i cibi solidi, mentre quando non ci sono piú né la febbre né la debolezza fisica da essa prodotta, sopprime i cibi sgradevoli e li riporta alla dieta consueta. Come gli elementi dei corpi, scontrandosi tra loro e rimanendo in eccesso o in difetto, provocano una malattia, cosí anche nel caso dell’anima la mancanza di misura nelle passioni distrugge la sua salute. Bisogna avere una prescrizione per queste passioni soprattutto nel momento piú adatto: senza questi due fattori, la legge da sola non basta a correggere il disordine che si forma nell'anima. Cosí pure, neanche le medicine possono eliminare la piaga: quello che le medicine fanno per le ferite, lo fanno le leggi per i peccati.
4. Tu non importuni il medico quando, intervenendo sulle stesse ferite, taglia, o brucia, o spesso non fa nessuna di queste due cose, anche se di sovente non riesce nel suo intento; quando invece si tratta di Dio che non sbaglia mai e che regola tutto in modo degno della sua sapienza tu, pur essendo uomo, pretendi d'immischiarti, gli chiedi ragione dei suoi comandamenti, e non ti sottometti alla sua infinita sapienza? Non è questo il segno di un’estrema stoltezza? Dio disse: "Crescete e moltiplicatevi". Allora il momento richiedeva questo, giacché la natura umana era come impazzita, non poteva sopportare lo stimolo delle passioni e non poteva rifugiarsi in un alto porto trovandosi in mezzo a quella tempesta.
5. Che cosa avrebbe dovuto comandare Dio? Di vivere nella continenza e nella verginità? Ma quest’ordine avrebbe prodotto una caduta ancora più grave ed avrebbe reso più violenta la fiamma. Se ai bambini che hanno bisogno soltanto del latte si togliesse questo nutrimento e li si costringesse a prendere il cibo degli adulti, nulla potrebbe impedire la loro rapida morte: tanto grande è il male dell’inopportunità. Per questo la verginità non fu concessa all’inizio. Per meglio dire, ci apparve all’inizio prima ancora del matrimonio, ma quest'ultimo sopraggiunse successivamente e fu ritenuto necessario per le ragioni prima spiegate; se Adamo avesse continuato ad obbedire, non ne avrebbe avuto bisogno. E come - mi si obietta - avrebbero potuto nascere tante moltitudini di uomini? Ed io, giacché questa paura continua ad agitarti tanto, ti chiedo di nuovo: "Com'è nato Adamo, com'è nata Eva, se non c'era il mezzo del matrimonio?". "E che? - mi si chiederebbe -. Tutti gli nomini avrebbero dovuto nascere così?". Se fossero nati così o in un altro modo, non sono in grado di dirlo. Ciò che ora c'importa di stabilire, è che Dio non aveva bisogno del matrimonio per moltiplicare gli uomini sulla terra.
XVIII. Non la verginità, ma il peccato riduce il genere umano.
Che non la verginità, ma il peccato e gli accoppiamenti fuori luogo sono la causa dell'estinzione del genere umano, lo mostra l'annientamento degli uomini, delle bestie ed in una parola di tutti gli esseri che respiravano sulla terra verificatosi ai tempi di Noè. Se i figli di Dio avessero allora resistito a quell’innaturale desiderio ed onorato la verginità, se non avessero gettato degli sguardi peccaminosi sulle figlie degli uomini, tale calamità non li avrebbe colpiti. Non si creda che io intenda addossare sul matrimonio la colpa della loro rovina; non sto dicendo questo: dico che la rovina e la distruzione della nostra razza dipendono non dalla verginità, ma dal peccato.
XIX. Anticamente il matrimonio aveva due ragioni, ora ne ha una sola.
1. Certo, il matrimonio fu concesso per la procreazione; ma ancora di più fu concesso per spegnere il fuoco della nostra natura. Lo testimonia Paolo, là dove dice "per evitare la fornicazione, ciascuno abbia la propria moglie": della procreazione non fa parola. Inoltre, egli non invita la coppia a restare unita perché procrei molti figli; per quale ragione allora raccomanda questo? "Perché Satana non vi tenti": sono le sue parole. Più avanti, non dice "si sposino se desiderano i figli" ma "si sposino, se non riescono a rimanere continenti". All’inizio, come ho detto, il matrimonio aveva queste due funzioni; successivamente invece, dopo che la terra, il mare e tutte le regioni abitabili furono popolate, rimase solo un motivo per contrarlo, l’eliminazione della sfrenatezza e della scostumatezza.
2. In effetti, coloro che anche adesso si rotolano in queste passioni, che desiderano vivere come i porci e corrompersi nei lupanari, vengono non poco aiutati dal matrimonio, che li allontana dall’impurità e dalla schiavitù e li conserva nella santità e nel decoro. Ma fino a quando dovrò continuare a combattere contro ombre? Anche voi che parlate così conoscete quanto me l’eccellenza della verginità: tutte le cose da voi dette non sono che delle scuse e dei pretesti che mirano a velare l'incontinenza.
XX. Anche ammettendo che coloro che disprezzano la verginità non corrano alcun pericolo, nondimeno tale denigrazione non è esente da rischi.
Ma anche se non si corresse alcun pericolo parlando così, bisognerebbe ora porre fine alle calunnie. Chi infatti assume un atteggiamento ostile di fronte alle cose belle, pronunziando un giudizio così depravato ed ingiusto, oltre a danneggiare se stesso dà anche di fronte a tutti una non piccola prova della propria malvagità. Dovreste quindi tenere a posto la lingua, se non per altre ragioni, per lo meno per evitare di attirarvi una reputazione così cattiva: dovete ricordare che, mentre chi ammira coloro che si distinguono nelle gare più impegnative può trovare presso tutti comprensione se non riesce a raggiungere gli stessi risultati, chi invece non solo non riesce, ma denigra le imprese degne di molte corone, è giustamente odiato da tutti come un acerrimo nemico della virtù e come più miserabile degli stolti; questi ultimi infatti non sanno cosa fanno, né sopportano volontariamente la propria sorte. Perciò, anche se oltraggiano i potenti, non solo non vengono puniti, ma sono oggetto di commiserazione da parte di coloro che hanno offeso. Ma se qualcuno osasse fare consapevolmente ciò che essi fanno senza volerlo, sarebbe giustamente condannato con giudizio unanime come nemico della nostra natura.
XXI. Coloro che disprezzano la verginità corrono un grave pericolo.
1. Come ho detto, anche se tale accusa non facesse correre dei pericoli, bisognerebbe abbandonarla: ne ho spiegato le ragioni. In realtà però il fatto comporta un grave pericolo: sarà punito non solo "chi siede parlando male del proprio fratello e sollevando scandali contro il figlio di sua madre", ma anche chi cerca di calunniare le cose che sembrano belle a Dio. Ascolta le parole di un altro profeta, là dove parla di quest'argomento: "Guai a chi chiama buono il cattivo ed il cattivo buono, a chi trasforma la tenebra in luce e la luce in tenebra, il dolce nell'amaro e l'amaro nel dolce". E che cosa c’è di più dolce, di più bello e di più risplendente della verginità? Essa emette degli splendori più luminosi dei raggi del sole, e mentre ci allontana da tutte le cose materiali, ci mette in condizione di guardare fissi, con occhi puri, a sole della giustizia. Queste grida lanciava Isaia contro coloro che ospitavano in sé tali idee distorte.
2. Ascolta che cosa dice un altro profeta su coloro che pronunziano contro altri queste parole pestifere; egli comincia con la stessa esclamazione: "Guai a chi versa al vicino una sporca bevanda". La parola "guai" non è un semplice modo di dire, ma una minaccia che ci annunzia una punizione indicibile, che non conosce perdono; nelle Scritture, tale avverbio è usato a proposito di coloro che non possono sfuggire alla punizione imminente.
3. E un altro profeta, accusando gli Ebrei, disse da parte sua: "Avete dato da bere il vino ai santi". Se chi fa bere il vino ai Nazirei dovrà sopportare una punizione così grande, chi versa una bevanda sudicia nelle anime dei semplici di quale punizione non sarà degno? Se chi elimina una piccola parte dell'ascesi prevista dalla legge subisce un castigo inesorabile, chi dileggia tutta quanta la santità, quale condanna subirà? "Se - dice il Signore - qualcuno scandalizzerà uno di questi piccoli, sarà meglio per lui attaccarsi al collo una macina da mulino e gettarsi in mare". Che cosa potranno dire allora coloro che con queste parole scandalizzano non solo un piccolo, ma molte persone? Se chi chiama sciocco il proprio fratello sarà condotto direttamente al fuoco della Geenna, chi calunnia questo modo di vita uguale a quello degli angeli quanta ira non attirerà sul suo capo?
4. Una volta Miriam parlò contro Mosè non con il tono che voi usate contro la verginità, ma in modo molto meno grave ed in termini più moderati. Non schernì l'uomo, né derise la virtù di quel beato, che anzi ammirava molto: si limitò a dire che anche lei godeva dei suoi stessi privilegi. Purtuttavia, attirò su di sé l'ira divina a tal punto, che neanche le molte preghiere del presunto offeso valsero ad ottenere qualcosa per lei: anzi, il suo castigo andò molto al di là di quello che Mosè stesso aveva pensato.
XXII. La morte dei fanciulli al tempo di Eliseo fu utile.
1. Ma perché parlare di Miriam? Alcuni fanciulli che giocavano vicino a Betlemme, solo per aver detto ad Eliseo "Sali, calvo", provocarono a tal punto Dio, che questi fece piombare su di loro degli orsi proprio mentre parlavano; erano quarantadue, e tutti furono dilaniati fino all’ultimo da quelle bestie. Né la giovane età, né il numero, né il fatto che scherzassero valse a proteggere quei bambini: ed era giusto. Se coloro che si sobbarcano a così grandi fatiche dovessero essere dileggiati dai bambini e dagli uomini, quale persona più debole accetterebbe mai di sopportare fatiche che attirano le risa e gli scherni? Quale uomo ordinario cercherà più d’imitare la virtù, vedendo che è così ridicola?
2. Ora la virtù è universalmente ammirata non solo da coloro che la praticano, ma anche da coloro che, in seguito a delle cadute, se ne allontanano; eppure, molti esitano ed indietreggiano di fronte a queste fatiche: chi sarebbe allora più disposto ad abbracciarla subito, se vedesse che non solo non è ammirata, ma è calunniata da tutti gli uomini? Le persone molto forti, che si sono già trasferite in cielo, non hanno bisogno della consolazione della gente ordinaria, perché a consolarle basta la lode di Dio. Chi invece è più debole e solo da poco si fa guidare m tale pratica, riceve un non piccolo aiuto anche dalla spinta prodotta dall'opinione del volgo: solo m seguito, quando sarà completamente educato, potrà mettersi piano piano in condizione di non aver più bisogno di tale aiuto.
3. Questi eventi si verificano non solo per costoro, ma anche per la salvezza degli schernitori, i quali procederebbero oltre nella loro malvagità, se vedessero impuniti i loro misfatti precedenti. Ma mentre parlavo, mi sono tornati in mente certi episodi della storia di Elia. La sorte che gli orsi fecero subire a quei fanciulli a causa di Eliseo, toccò anche, a causa del suo maestro, a cinquantadue uomini ed ai loro capi, quando il fuoco si accese in cielo. Allorché essi, con un fare molto ironico, vennero a chiamare il giusto invitandolo a scendere tra loro, in sua vece scese un fuoco, che li divorò tutti cosi come fecero quelle bestie.
4. Voi tutti, o nemici della verginità, riflettete dunque su questo e mettete sulla vostra bocca una porta ed una sbarra, per non dover dire il giorno del giudizio, vedendo rifulgere in quel luogo le persone vergini: "Questi sono coloro che deridevamo ed a cui lanciavamo oltraggi; e noi stolti ritenevamo pazza la loro vita, ed ignominiosa la loro morte. Come possono essere stati annoverati tra i figli di Dio ed avere la sorte dei santi? Ci siamo dunque allontanati dalla strada della verità, e la luce della giustizia non ha brillato per noi". Ma a che cosa gioveranno queste parole, se il pentimento non sarà più efficace in quel frangente?
XXIII. Come mai coloro che commettono gli stessi peccati non vengono puniti allo stesso modo.
Ma forse qualcuno di voi chiederà: "Nessuno dunque dopo quei tempi insultò i santi?" Molti, ed in molti punti della terra, l’hanno fatto. "Come mai allora non sono stati puniti allo stesso modo?". Sappiamo che molti di loro lo sono stati. Se poi alcuni sono sfuggiti al castigo, non sfuggiranno ad esso per sempre. Secondo il beato Paolo "i peccati di alcuni sono evidenti e portano al giudizio, mentre per altri si rivelano successivamente". Come i legislatori mettono per iscritto le pene dei trasgressori, così anche nostro Signore Gesù Cristo, quando punisce uno o due peccatori e scrive per così dire i loro castighi su di una colonna di bronzo, si serve della loro sorte per parlare a tutti; Egli dice che coloro che osano commettere gli stessi peccati di chi è stato punito, anche se per il momento non vengono puniti, in futuro subiranno un castigo più severo.
XXIV. Coloro che peccano e non sono puniti non devono rassicurarsi, ma piuttosto temere.
1. Di conseguenza, se non soffriamo alcun male pur avendo peccato oltre misura, non dobbiamo rassicurarci, ma piuttosto temere. Se infatti qui non siamo giudicati da Dio, lì saremo condannati assieme al mondo. Anche in questo caso, le parole non sono mie, ma di Cristo che parla in Paolo. Parlando a coloro che prendono i sacramenti senza esserne degni, egli dice: "Per questo tra voi ce ne sono molti che sono deboli e malati, mentre un buon numero dorme. Se ci giudicassimo, non saremmo giudicati; ora invece, se siamo giudicati, veniamo educati dal Signore per non essere condannati assieme al mondo". Vi sono alcuni che hanno bisogno soltanto di una condanna su questa terra, quando nei loro peccati non oltrepassano una certa misura e quando, dopo essere stati puniti, non corrono più verso di essi, imitando il cane che si volge verso ciò che ha vomitato; vi sono poi altri che per l'enormità delle loro colpe sono puniti sia qui che lì; altri, infine, saranno puniti solo lì per avere commesso le colpe più gravi, non essendo stati ritenuti degni di essere sferzati assieme agli uomini. "Non saranno sferzati assieme agli uomini" - è detto -, in quanto sono destinati ad essere puniti con i demoni. "Andate via da me - dice il Signore - verso la tenebra eterna, preparata per il diavolo ed i suoi seguaci".
2. Molti sono riusciti ad ottenere il sacerdozio pagando, senza essere rimproverati da nessuno e senza ascoltare le parole che Simone udì a suo tempo da Pietro. Non per questo però sfuggono al castigo: ne subiranno uno molto peggiore di quello che avrebbero dovuto subire qui, giacché neanche l'esempio è valso a renderli più saggi. Molti hanno osato fare quello che fece Core; non hanno subito la sua sorte, ma soffriranno in seguito una pena più grave. Molti che hanno imitato l'empietà del Faraone non sono annegati come lui, ma sono attesi dall'oceano della Geenna. Neanche coloro che chiamano sciocchi i propri fratelli sono stati puniti, ma il castigo è riservato per loro nell'al di là.
3. Non pensate dunque che le minacce di Dio siano solo parole. Egli ha dato esecuzione ad alcune di esse come nel caso di Saffira, di suo marito, di Carmi, di Aaron e di molti altri, perché chi non crede alle sue parole, convinto dall'evidenza dei fatti, in futuro non s'illuda più di sfuggire alla punizione ed impari che la bontà di Dio consiste non nel non punire affatto chi persevera nei suoi peccati, ma nel concedere una proroga ai peccatori.
4. Si potrebbe parlare anche più a lungo, per dare un’idea di tutto il fuoco che si preparano coloro che disprezzano la bellezza della verginità. Ma queste parole sono sufficienti ai saggi, mentre neanche un discorso più lungo del presente potrebbe allontanare gl’incorreggibili ed i pazzi dalla loro mania. Chiudiamo quindi questa parte, e rivolgiamo il nostro discorso ai saggi, ritornando al beato Paolo. "Riguardo a ciò su cui mi avete scritto - dice - è bene per l'uomo non toccare la donna". Si vergognino ora entrambe le categorie di persone, sia quelli che denigrano il matrimonio, sia quelli che lo esaltano oltre il dovuto. Ad entrambi il beato Paolo chiude la bocca sia con queste parole che con quelle che seguono.
XXV. Il matrimonio è necessario ai deboli.
Il matrimonio è una bella cosa, perché conserva l’uomo nella temperanza e gl’impedisce di rotolare nella fornicazione e di morirvi. Non va quindi calunniato. E' in effetti di grande utilità, giacché non consente alle membra di Cristo di diventare membra di una prostituta, e vieta che il sacro tempio venga profanato ed insozzato. E’ bello perché sostiene e rimette in piedi chi sta per cadere. Ma di quale utilità può essere per colui che sta già in piedi e che non ha bisogno del suo aiuto? In tal caso, esso non è né utile né necessario, ma è solo d’impedimento alla virtù, non solo perché le frappone molti ostacoli, ma anche perché la priva della maggior parte degli elogi.
XXVI. Chi si sposa pur essendo in grado di restare vergine, reca un gravissimo torto a se stesso.
Chi ricopre di armi un uomo che può combattere nudo e vincere, non solo non gli giova, ma gli fa il più grande torto, privandolo dell'ammirazione e delle più grandi corone: impedisce alla sua forza di rivelarsi in modo completo, e fa perdere al suo trofeo molta fama. Nel caso del matrimonio, il danno è ancora più grave: si priva l'uomo non solo della grande considerazione della gente ordinaria, ma anche dei premi riservati alla vergine. Per questo vien detto: "E' bene per l'uomo non toccare donna". Perché allora permetti di toccarla? "A causa della fornicazione, ciascuno abbia la propria moglie". "Esito - dice l'apostolo - a condurti fino all'altezza della verginità, nel timore che tu possa precipitare nel baratro della fornicazione. Le tue ali non sono ancora abbastanza leggere, perché io possa sollevarti fino a quella vetta". Eppure, essi hanno deciso di cimentarsi e si sono slanciati verso la bellezza della verginità. Perché allora hai paura e tremi, o beato Paolo? "Perché - risponderebbe forse - mostrano tanta voglia in quanto ignorano di che cosa si tratta; io invece, avendo esperienza e conoscendo già questa battaglia, esito a consigliarla agli altri".
XXVII. La verginità è un gran bene e dispensa grandi beni.
1. Conosco le difficoltà di quest’impresa, l’asprezza di questo combattimento, la pesantezza di questa guerra. Bisogna avere un'anima combattiva, violenta, disperatamente decisa nella sua lotta contro i desideri, giacché si deve camminare sui carboni senza bruciarsi e sulle spade senza farsi colpire. La forza del desiderio è infatti pari a quella del fuoco e del ferro; e l'anima, se non impara a non voltarsi verso questi dolori, ben presto perisce. Ci occorrono un pensiero di diamante, un occhio che non si addormenta mai, molta pazienza, delle mura robuste, [dei muri esterni] e delle sbarre, delle guardie vigili e prodi, e prima di ogni altra cosa, l’intervento superiore: "Se il Signore non custodisce la città, invano vegliano i suoi custodi".
2. Come potremo dunque far giungere a noi quest'aiuto? L'otterremo solo dopo che avremo dato tutto il nostro contributo: mi riferisco ai pensieri sani, alla forte intensità dei digiuni e delle veglie, alla scrupolosa osservanza della legge, al rispetto dei comandamenti, e soprattutto alla sfiducia in noi stessi. Anche se riusciamo a realizzare grandi cose, dobbiamo infatti dire sempre: "Se non è il Signore a costruire la casa, invano hanno lavorato i suoi costruttori. "Noi non lottiamo contro il sangue e la carne, ma contro le dominazioni, contro le potestà, contro i capi delle tenebre di questo mondo, contro gli spiriti maligni che si trovano negli spazi celesti". Restando armati di giorno e di notte, dobbiamo tener desti i nostri pensieri e mettere paura ai desideri impudenti. Basta che i pensieri si rilassino un po', che compare il diavolo con in mano il fuoco, che scaglia per incendiare il tempio di Dio. Dobbiamo dunque essere fortificati da ogni parte. La nostra è una battaglia contro le necessità naturali; cerchiamo d'imitare il modo di vita degli angeli e di correre assieme alle potenze incorporee. Noi, terra e cenere, facciamo di tutto per renderci uguali agli esseri che vivono in cielo: la corruzione vuole gareggiare con l’incorruttibilità.
3. Dimmi: qualcuno oserà ancora paragonare il piacere del matrimonio a tale stato? Come non sarebbe oltremodo sciocco? Paolo, sapendo bene tutto questo, disse: "Ognuno abbia la propria moglie". Per questo si mostrava ritroso, per questo non osava parlare loro subito della verginità, ma si soffermava a discorrere sul matrimonio, nell’intento di distaccarli da esso a poco a poco; le poche parole che diceva sulla continenza le mescolava ai suoi lunghi discorsi sul matrimonio, in modo che l'udito non fosse colpito dalla severità dell’esortazione. Chi infatti intreccia in tutto il suo discorso argomenti troppo severi si rende molesto all'ascoltatore, e costringe spesso alla ribellione l'anima che non sopporta il peso di ciò che vien detto. Chi invece lo varia, e vi mescola più argomenti piacevoli che argomenti spiacevoli, evita di renderlo pesante, e facendo riposare l'ascoltatore riesce meglio a persuaderlo e ad attirarlo, come fece appunto Paolo.
4. Subito dopo aver detto "E' bene per l'uomo non toccare la donna", passò al matrimonio con le parole: "Ognuno abbia la propria moglie". Benedisse la verginità e la mise da parte limitandosi a dire: "E' bene per l'uomo non toccare la donna". Per quanto riguarda invece il matrimonio, dà dei consigli e degli ordini e ne spiega il motivo: "A causa della fornicazione"; sembra così voler giustificare il permesso che dà di sposarsi. In verità egli, parlando del matrimonio, fa nascostamente l'elogio della continenza: non lo svela apertamente, ma lo lascia alla coscienza degli ascoltatori. Chi infatti si rende conto che Paolo l'esorta al matrimonio non perché lo consideri il sommo della virtù ma perché gli rimprovera una sensualità troppo forte, che non può essere scacciata senza di esso, pieno di rossore e di vergogna cerca di abbracciare subito la verginità e di allontanare da sé tale reputazione.
XXVIII. Ciò che viene detto sul matrimonio è un'esortazione alla verginità.
1. Perché Paolo dice quindi "Il marito dia alla moglie l’affetto dovuto, e similmente si comporti la moglie con il marito"? Per spiegare queste parole e renderle più chiare, aggiunge: "La moglie non è padrona del proprio corpo, ma solo il marito lo è; similmente, il marito non è padrone del proprio corpo, ma solo la moglie lo è". Queste parole sembrano dette in favore del matrimonio. In realtà però Paolo riveste un amo con l'esca consueta, e lo getta nelle orecchie dei suoi discepoli nell'intento di distoglierli dal matrimonio parlando di esso. Chi infatti sente che dopo il matrimonio non sarà più padrone di sé ma dipenderà dalla volontà della moglie, cerca di liberarsi subito da questa schiavitù così amara, o piuttosto non vuole neanche cominciare a sottomettersi a questo giogo, perché una volta che vi si è sottomesso deve restare schiavo finché lo vuole la moglie.
2. Che io non faccio delle semplici congetture sul pensiero di Paolo lo si può capire facilmente, se si pensa ai discepoli del Signore: costoro non ritennero il matrimonio una cosa pesante e molesta finché non si avvidero che il Signore voleva rinserrarli nello stesso obbligo in cui Paolo avrebbe poi rinchiuso i Corinzi. Le frasi "Chi ripudia la propria moglie quando non ricorre il motivo della fornicazione la spinge all'adulterio" e "il marito non è padrone del proprio corpo" esprimono lo stesso pensiero, anche se con parole diverse.
3. Se si esaminano più attentamente le parole di Paolo, si vede che esse accrescono la tirannide del matrimonio e ne rendono più pesante la schiavitù. Se infatti il Signore non consente al marito di scacciare la propria moglie dalla sua casa, Paolo lo priva perfino della facoltà di disporre del proprio corpo, dando tutto il potere alla moglie e mettendolo al di sotto di un servo comprato. Quest’ultimo può spesso ottenere la completa libertà se, divenuto ricco, riesce a pagare il prezzo al padrone. Il marito invece, anche se ha la moglie più terribile, si vede costretto a fare buon viso alla sua schiavitù, non potendo trovare il modo di liberarsi da tale dominio o di sfuggirne.
XXIX. Le parole "Non negatevi l'uno all’altro" sono un'esortazione alla verginità.
1. Paolo, dopo aver detto "La moglie non è padrona del proprio corpo", aggiunge: "Non negatevi l'uno all'altro se non quando siete d'accordo, nel momento più opportuno, in modo che possiate attendere alla preghiera ed al digiuno; dopo di che, ritornate a stare insieme". Penso ora che molti di coloro che hanno abbracciato la verginità arrossiscano e si vergognino della grande indulgenza di Paolo. Ma non abbiate timore, e non siate sciocchi. Queste parole sembrano essere state dette da chi vuole compiacere gli sposati, ma chi le esamina attentamente si accorge che sono animate dallo stesso pensiero delle frasi precedenti. Se infatti le si ascoltassero staccandole dalla questione che precede, sembrerebbero degne più di una pronuba che di un apostolo, ma una volta spiegato il significato di tutto il contesto, si vedrebbe che anche quest'esortazione è conforme alla dignità dell'apostolo.
Perché Paolo si dilunga su questo discorso? Una volta indicato il suo pensiero in modo più dignitoso con le parole precedenti, non avrebbe potuto contentarsi di limitare ad esse la sua esortazione? Che cosa dice in più la frase "Non negatevi l’uno all'altro se non quando siete d'accordo, nel momento più opportuno" delle altre "Il marito dia alla moglie l’affetto dovuto" e "il marito non è padrone del proprio corpo"? Certo, non dice nulla di più; ma qui l’apostolo, usando più parole, ha reso più chiaro ciò che prima aveva detto più brevemente ed in modo più oscuro.
2. Agendo così, egli ha voluto imitare Samuele, il santo di Dio. Come questi spiegò al popolo con la maggiore esattezza possibile le leggi di chi regna non perché accettasse un re ma perché lo rifiutasse (il suo discorso sembrava un insegnamento, ma in realtà mirava a distogliere il popolo da un desiderio inopportuno), così anche Paolo dibatte con maggiore continuità e chiarezza la questione della tirannia del matrimonio nell'intento di distogliere da esso gli ascoltatori con le sue parole. Dopo aver detto "la moglie non è padrona del proprio corpo", aggiunge "Non negatevi l'uno all'altro se non quando siete d'accordo, in modo che possiate attendere al digiuno ed alle preghiere". Vedi come conduce alla pratica della continenza le persone sposate, senza destare sospetti e senza rendersi molesto? All’inizio si limitò a lodare la continenza, dicendo: "E' bene per l'uomo non toccare la donna". Ora, invece, aggiunge un'esortazione: "Non negatevi l'uno all'altro, se non quando siete d'accordo". Tale discorso è più gentile, e rivela il pensiero del maestro, che non accampa pretese con veemenza, soprattutto quando il mettere in pratica i suoi consigli richiede una grande bontà. Egli non cerca di consolare l'ascoltatore soltanto così: trattato con poche parole l'aspetto più austero, prima ancora che l'ascoltatore si addolori, passa all'aspetto più piacevole e vi si sofferma più a lungo.
XXX. Come mai Paolo, pur ritenendo il matrimonio una cosa pregevole, raccomanda a chi digiuna di astenersi dai rapporti coniugali.
1. Vale la pena di esaminare come mai, "se il matrimonio è una cosa pregevole e se il letto coniugale è esente da contaminazione", Paolo non consente il rapporto coniugale nel periodo del digiuno e della preghiera. Sarebbe del tutto assurdo che mentre gli Ebrei - nei quali tutti i bisogni corporei sono profondamente impressi, e che hanno il permesso di avere due mogli, di ripudiarle e di sposarne altre al loro posto - si preoccupano della continenza fino al punto di astenersi dal rapporto legittimo non per un giorno o due soltanto ma per più giorni quando devono ascoltare la parola di Dio, noi invece - che godiamo di una grazia così grande, che abbiamo ricevuto lo spirito, che siamo morti e siamo stati sepolti assieme a Cristo, che siamo stati ritenuti degni di essere figli adottivi di Dio, che siamo stati elevati ad una dignità così grande e che abbiamo goduto di tanti e così grandi beni - non dobbiamo avere neppure la stessa preoccupazione di quei piccoli.
2. Se qualcuno poi insistesse a ricercare il motivo per cui Mosè proibì agli Ebrei questi rapporti, direi che, anche se il matrimonio è una cosa pregevole, può soltanto giungere a non contaminare chi ne fa uso; mettere in mostra i santi, rientra però non nelle sue possibilità, ma in quelle della verginità. Mosè e Paolo non sono stati i soli a dare tali precetti: ascolta le parole di Ioel: "Santificate il digiuno, annunziate la guarigione, radunate l'assemblea, fate venire gli anziani". Ma cerchi forse il passo in cui ha ordinato di tenersi lontani dalle mogli? "Lo sposo esca dal suo letto e la sposa esca dalla sua camera nuziale". Quest’ordine va al di là di quello di Mosè. Se lo sposo e la sposa, in cui il desiderio è al culmine, in cui la giovinezza è piena di vigore, in cui il desiderio è indomabile, non devono avere rapporti nel periodo del digiuno e della preghiera, non devono comportarsi così a maggior ragione gli altri, che non sono sottoposti ad una costrizione così grave? Chi vuol pregare e digiunare nel modo giusto deve eliminare ogni desiderio terreno, ogni pensiero ed ogni motivo di dispersione, e presentarsi a Dio dopo essersi ben raccolto in sé sotto ogni rispetto. Il digiuno è bello perché recide le preoccupazioni dell’anima, perché allontana la pigrizia che circonda la mente, perché fa sì che il pensiero si raccolga tutto in se stesso. Alludendo a tutto questo, Paolo vieta il rapporto e fa uso di parole ben appropriate. Non dice infatti "Perché non veniate contaminati", ma "perché possiate attendere al digiuno ed alla preghiera", come se il rapporto con la propria moglie fosse causa non d'impurità, ma di una perdita di tempo.
XXXI. Paolo era obbligato a vietare i rapporti a coloro che intendevano attendere alla preghiera.
Se anche ora, nonostante la grande sicurezza di cui godiamo, il diavolo cerca di ostacolarci nel momento della preghiera, ammesso che trovi un’arsura dissoluta e rammollita dalla passione per una donna, che cosa non è capace di fare, quando svia in un senso o nell’altro gli occhi del pensiero? Per non metterci in condizione di subire questa sorte e di offendere Dio con una preghiera così inutile proprio quando cerchiamo di rendercelo propizio, egli ci ordina di astenerci dai rapporti.
XXXII. Quando preghiamo con negligenza non solo non ci propiziamo Dio, ma l’irritiamo.
1. Se coloro che avvicinano i re - ma perché parlare dei re? basta pensare ai più bassi magistrati; se gli schiavi che avvicinano i padroni o perché hanno subito un torto da altri, o perché hanno bisogno di un favore, o perché cercano di mitigare l'ira che si è levata contro di loro, incontrano questi potenti solo dopo avere concentrato su di loro tutti i loro sguardi ed i loro pensieri, ed alla minima negligenza non solo non ottengono ciò di cui hanno bisogno, ma ricevono in aggiunta una punizione e vengono cacciati via; se coloro che cercano di fermare l'ira degli uomini stanno così attenti, quali pene non dobbiamo soffrire noi miseri, quando ci accostiamo con tanta negligenza a Dio, il padrone universale, e ci rendiamo meritevoli di una collera tanto più grande? Né il servo né il suddito irritano tanto il padrone o il re quanto noi irritiamo Dio ogni giorno.
2. Alludendo a questo, Cristo chiama "cento denari" i peccati verso il prossimo e "diecimila talenti" i peccati verso Dio. Poiché dunque ci accostiamo alla preghiera per spegnere la sua ira e per riconciliarci con colui che combattiamo ogni giorno, a ragione l’apostolo cerca di tenerci lontani dal piacere, come se dicesse: "O miei diletti, è dell'anima che si parla; corriamo i più gravi pericoli: dobbiamo tremare, avere paura e mostrarci contriti; ci accostiamo ad un padrone terribile, che abbiamo molto offeso e che ha da muoverci gravi accuse per gravi mancanze. Non è il momento delle carezze e dei piaceri, ma delle lacrime, degli amari lamenti, delle prostrazioni, delle confessioni scrupolose, delle suppliche ferventi, delle preghiere assidue. Sarà già una buona cosa se potremo mitigare la sua ira accostandoci a lui con tanto riguardo, non perché nostro Signore sia insensibile o crudele - al contrario, è assai mite e pieno di amore per gli uomini - ma perché l’enormità dei nostri peccati non permette neanche a chi è così buono, ben disposto e misericordioso di perdonarci tanto presto. Per questo egli dice: "In modo che possiate attendere al digiuno ed alla preghiera". Che cosa c'è di più amaro di questa schiavitù? "Vuoi - ci chiede - progredire verso la virtù, volare verso il cielo, togliere la sporcizia dalla tua anima insistendo senza interruzione nei digiuni e nelle preghiere? ". Ma se la moglie non vuole acconsentire a questo tuo progetto, devi rimanere schiavo della sua sensualità. Per questo all’inizio l'apostolo disse: "E' bene per l'uomo non toccare la donna"; e per questo i discepoli dissero al Signore: "Se questa è la condizione dell'uomo quando sta con la moglie, non conviene sposarsi". Pronunciarono tali parole, perché pensarono agl’inconvenienti che necessariamente si verificano nell'uno o nell'altro caso, e perché furono messi in imbarazzo da tali riflessioni.
XXXIII. Quando si parla due volte dello stesso argomento si imita Cristo.
Anche Paolo tratta continuamente lo stesso tema per indurre i Corinzi a fare questa riflessione. "Ognuno abbia la propria moglie, il marito dia alla moglie l’affetto dovuto, la moglie non è padrona del proprio corpo, non negatevi l'uno all’altro, tornate a stare insieme". Questi beati ascoltatori non rimasero colpiti dalle sue prime parole; solo dopo averle sentite una seconda volta, si resero conto dell'obbligo contenuto in quel comandamento. Anche Cristo, quando si sedette sul monte, parlò di questo e tornò a parlarne dopo avere toccato molti altri argomenti; in tal modo, poté condurre i suoi ascoltatori all'amore per la continenza. Le stesse cose ripetute continuamente hanno maggiore efficacia. Il discepolo quindi, imitando anche in questo il maestro, parla continuamente delle stesse cose, e non dà il permesso di sposarsi senza dire altro, ma ne spiega il motivo: "a causa della fornicazione, delle tentazioni sataniche e dell'incontinenza"; così, senza destare sospetti, mentre parla del matrimonio tesse l'elogio della verginità.
XXXIV. La verginità è ammirevole, e degna di molte corone.
1. Se Paolo ha paura di separare per molto tempo coloro che vivono nel matrimonio, nel timore che il diavolo trovi il modo d'introdursi, di quante corone non sono degne le donne che non hanno bisogno di questa consolazione neanche all’inizio, e che rimangono invitte fino alla fine? Eppure il diavolo non ricorre ad uguali mezzi contro queste due categorie di persone. A mio avviso, egli non molesta le persone sposate, sapendo bene che hanno a portata di mano un rifugio: se si accorgono di essere oggetto di un attacco più forte, quest'ultime possono subito rifugiarsi nel porto, giacché il beato Paolo non permette loro di spingersi troppo lontano nella navigazione, ma le esorta a tornare indietro se sono stanche, invitandole a stare di nuovo insieme. La vergine è invece costretta a restare sempre in alto mare, e a navigare su di un oceano senza porti; anche se si leva una tempesta più violenta, non può fare ondeggiare la sua nave e concedersi un riposo.
2. I pirati non attaccano i naviganti quando si trovano vicini ad una città, ad una rada o ad un porto: sarebbe un rischio vano. Se invece riescono ad intercettare la nave in alto mare, incoraggiati nella loro audacia dalla mancanza di aiuto, tutto muovono e sconvolgono, e non desistono, finché non fanno affondare i naviganti o non subiscono essi stessi questa sorte. Allo stesso modo il terribile tentatore suscita contro la vergine una grande tempesta, un violento uragano ed enormi, irresistibili ondate, tutto sconvolgendo, in modo da sommergere la nave con la sua violenza ed impetuosità. Ha sentito dire infatti che la vergine non può "tornare a stare insieme" ma è obbligata a lottare e a combattere sempre contro gli spiriti del male, finché non approda nel porto veramente tranquillo.
3. Paolo chiude la vergine fuori delle mura come se fosse un soldato valoroso, e non permette che le si aprano le porte, anche se il nemico si accanisce molto contro di lei, anche se diventa più violento perché l’avversario non può godere di nessuna tregua. Non solo il diavolo, ma anche il pungolo del desiderio molesta maggiormente i non sposati. E questo è chiaro a tutti. Noi non diveniamo facilmente preda del desiderio di quelle cose di cui possiamo godere, giacché la sicurezza consente all’anima di starsene tranquilla. Ce lo testimonia un proverbio, popolare ma pur sempre vero: ciò di cui si dispone - esso dice - non suscita violenti desideri. Se però ci viene vietato l'uso di ciò di cui eravamo padroni da tempo, si produce l’effetto contrario, e ciò che prima disprezzavamo, quando sfugge al nostro potere risveglia un desiderio più violento.
4. Questa è la prima ragione per cui gli sposati godono di una più grande serenità; la seconda è dovuta al fatto che la fiamma, anche se cerca di alzarsi, è subito soffocata dall’unione che sopravviene. La vergine invece, non sapendo come spegnere il fuoco, lo vede allungarsi ed alzarsi, e non riuscendo ad estinguerlo si preoccupa unicamente di combatterlo per non lasciarsi bruciare. C'è forse qualcosa di più paradossale del fatto che essa sopporti dentro di sé tutto il peso del fuoco e non si bruci? O del fatto che covi la fiamma nelle parti più riposte della sua anima e che conservi il pensiero intatto? Nessuno le permette di liberarsi di questi carboni gettandoli fuori, e lei si vede costretta a sopportare nella sua anima ciò che l'autore dei proverbi considera impossibile se riferito ai colpi. Che cosa dice costui? "Potrà qualcuno camminare sui carboni ardenti senza bruciarsi i piedi?". Ma guarda: la vergine vi cammina, e sopporta il tormento. "Qualcuno metterà il fuoco nel seno, e non si brucerà le vesti"?. La vergine ha un fuoco rabbioso e rimbombante non nelle vesti ma dentro di sé, eppure sopporta la fiamma e la ripara.
5. Dimmi, qualcuno oserà ancora paragonare il matrimonio alla verginità? Oserà ancora guardarlo in faccia? Non lo permette il beato Paolo, che ha posto una grande distanza tra le due cose. "La donna vergine - dice - si preoccupa delle cose del Signore, quella sposata delle cose del mondo". Ascolta come rimprovera le persone sposate, dopo averle ricongiunte ed avere concesso loro questo favore: "Tornate a stare insieme - dice loro - perché Satana non vi tenti". Allo scopo di dimostrare che tutto non dipende tanto dalla tentazione quanto dalla nostra debolezza, egli adduce il motivo principale con le parole: "A causa della vostra intemperanza".
6. Chi non arrossirebbe, sentendo queste parole? chi non cercherebbe di sfuggire alla taccia d’intemperanza? Quest'esortazione non riguarda tutti, ma quelli che cadono troppo in basso. "Se sei così schiavo dei piaceri - dice Paolo -, se sei così molle da disperderti sempre nell’accoppiamento e da desiderarlo, sta' pure con tua moglie". Dando questo permesso egli non approva né loda, ma deride e condanna. Se non avesse voluto colpire veramente l'anima delle persone libidinose, non avrebbe usato la parola "intemperanza", che è così espressiva e così pregna di rimprovero. Perché non ha detto "A causa della vostra debolezza"? Perché con quest'ultima frase avrebbe mostrato piuttosto di perdonare, mentre usando parola "intemperanza" ha voluto far rilevare l'enormità del loro rilassamento. E' dunque proprio dell'intemperanza il non potersi tenere lontani dalla fornicazione, se non si sta sempre attaccati alla moglie e non si gode dell'unione coniugale.
7. Che cosa potrebbero dire ora coloro che ritengono superflua la verginità? Mentre quest’ultima merita lodi tanto più grandi quanto maggiore è il suo impegno, il matrimonio invece, proprio quando lo si usa a sazietà, viene a perdere ogni merito. "Quello che io dico - afferma Paolo - è una concessione, non un ordine". Dove c'è la concessione, non c'è posto per la lode. Ma anche quando parla delle vergini, egli dice: "Non ho un ordine del Signore, ma esprimo un parere". Ha forse voluto respingere la verginità? Niente affatto. Nel caso della vergine esprime un parere, nell’altro caso invece fa una concessione. In nessuno dei due casi dà un ordine, ma non per lo stesso motivo: nel caso del matrimonio, onde evitare che qualcuno che voglia liberarsi dell'intemperanza riceva un divieto perché vincolato dall’obbligo di un comandamento; nel caso delle vergini, per evitare che qualcuno, non riuscendo ad elevarsi fino alla verginità, venga condannato come trasgressore di un precetto. "Non comando di restare vergini - egli dice - perché temo la difficoltà dell'impresa. Non comando di avere continui rapporti con la moglie, perché non voglio legittimare l'intemperanza. Ho detto "state insieme" perché voglio impedirvi di precipitare, non perché voglio ostacolare il desiderio di salire in alto".
8. Paolo non vuole dunque in primo luogo che si abbiano sempre rapporti con la moglie: è stata l’intemperanza dei pigri a prescrivere questo. Se vuoi sapere qual è il desiderio di Paolo, ascolta: "Voglio - egli dice - che tutti siano come me", vale a dire continenti. Se vuoi che tutti siano continenti, vuoi che nessuno si sposi. "Non per questo però vieto il matrimonio a chi lo desidera né accuso, ma faccio voti e desidero che tutti siano come me; d'altra parte, permetto il matrimonio a causa della fornicazione. Per questo all’inizio dissi: "è bene per l’uomo non toccare la donna".
XXXV. Era necessario che Paolo s'indicasse come esempio di continenza.
1. Perché mai Paolo parla qui di sé dicendo "voglio che tutti gli uomini siano come me"? Non certo per esaltarsi: egli era colui che, pur essendosi distinto tra gli apostoli nella fatica della predicazione, si riteneva indegno perfino di essere chiamato apostolo. Dopo avere detto infatti "Sono il più piccolo degli apostoli", nel timore di avere pronunziato una parola che oltrepassava i suoi meriti, si riprese subito aggiungendo: "Non sono degno di essere chiamato apostolo". Come mai allora qui si aggiunge come esempio alla sua esortazione? Non l'ha fatto senza motivo o a caso, ma perché sapeva bene che i discepoli si lasciano condurre all'imitazione delle cose belle soprattutto quando ricevono l'esempio dai maestri. Come colui che è saggio solo nelle parole e non nelle opere non è di grande aiuto all'ascoltatore, così colui che è in grado di mostrare di avere messo in pratica i consigli che dà riesce a trascinare meglio l’uditorio. Inoltre, Paolo si mostra libero dall'invidia e dall'orgoglio: vuole che i suoi discepoli siamo partecipi di questo privilegio, non cerca di avere nulla in più di loro e desidera che essi l'eguaglino in tutto.
2. Devo ricordare anche il terzo motivo. Di che cosa si tratta? La cosa sembrava difficile, e non alla portata dei più. Nell'intento di mostrare che era invece molto facile, egli cita come esempio colui che l'aveva realizzata, perché i discepoli non credessero che costasse molta fatica e perché, guardando la loro guida, potessero anch'essi incamminarsi fiduciosi per la stessa strada. Così si comporta anche in un'altra occasione. Parlando ai Galati, e cercando di dissipare la paura che avevano della legge, e che li faceva ricadere nelle vecchie usanze e li costringeva ad osservare molti di quei precetti, che cosa dice? "Diventate come me, perché anch'io sono come voi". Ciò che vuol dire è questo: "Non potete affermare che io, convertitomi ora dal paganesimo senza conoscere la paura prodotta dalla trasgressione della legge, vi voglio insegnare impunemente tutte queste cose. Anch'io sono stato una volta asservito a questa schiavitù come voi: mi sottomettevo alle prescrizioni della legge, ne osservavo i precetti, ma una volta illuminato dalla grazia ho trasferito tutto me stesso a quest'ultima, abbandonando la prima. Questo non rappresenta più una trasgressione "se ci sottomettiamo ad un altro uomo": di conseguenza, nessuno di voi può dire che io agisco in un modo ed esorto in un altro, né che, badando alla mia sicurezza, vi caccio in un pericolo. Se la cosa fosse stata pericolosa, non avrei tradito me stesso trascurando la mia salvezza". Come in quest'altro caso dissipò la loro paura citandosi come esempio, così anche nel nostro, mettendosi in mezzo, intende eliminare la loro angoscia.
XXXVI. L'apostolo chiama "grazia" la verginità perché vuole essere umile.
1. "Ma ciascuno — dice Paolo — ha la propria grazia, chi in un modo, chi in un altro. Osserva come i tratti caratteristici dell'umiltà dell'apostolo non svaniscano mai, ma risplendano sempre in modo distinto. Egli chiama grazia di Dio la propria azione virtuosa, ed attribuisce al Signore tutto il frutto delle sue grandi fatiche. Ma perché ci si dovrebbe meravigliare se si comporta così a proposito della continenza, quando assume lo stesso atteggiamento nei riguardi della predicazione, per la quale sopportò infinite fatiche, tormenti continui, sofferenze indicibili, ed andò incontro a quotidiani pericoli di morte? Che cosa dice in proposito? "Mi sono affaticato più di tutti loro: non io però, ma la grazia di Dio che è in me". Non attribuisce una parte del merito a sé ed un'altra a Dio, ma fa risalire tutto a Dio. E' proprio di un buon servo credere che nulla gli appartenga e che tutto sia del padrone [e ritenere che nulla sia suo ma tutto del Signore].
2. Paolo si comporta così anche altrove. Dopo avere detto "Riceviamo dei favori differenti, secondo la grazia che ci è stata concessa ", un poco più avanti annovera tra questi favori le cariche, le opere di misericordia e le elargizioni. A tutti è chiaro che queste cose sono azioni virtuose, e non favori. Ho voluto ricordarlo, perché quando gli senti dire "Ognuno ha la propria grazia" tu non ti scoraggi e non dica a te stesso: "La cosa non richiede il mio impegno, se Paolo l’ha chiamata grazia". Egli parla così per umiltà, non perché voglia annoverare la temperanza tra le grazie. Non era infatti sua intenzione contraddire in tal modo se stesso e Cristo; Cristo aveva detto: "Ci sono degli eunuchi che si sono resi eunuchi per il regno dei cieli", ed aveva aggiunto: "Chi è in grado d'intendere, intenda"; ed egli stesso aveva condannato le donne che dopo avere scelto la vedovanza non avevano voluto tener fede a questo proposito. Se si tratta di una grazia, perché le minacci dicendo "Vengono giudicate, perché hanno rinnegato la fede primitiva"? Cristo non ha mai punito coloro che non avevano la grazia, ma ha condannato sempre coloro che non davano prova di una vita retta: le cose che soprattutto cercava, erano la perfetta condotta di vita e le azioni irreprensibili. La distribuzione delle grazie non dipende dalla scelta di chi le riceve, ma dal giudizio di chi le offre. Per questo Cristo non loda mai gli autori dei miracoli, e toglie ai discepoli che se ne vantano questa soddisfazione, dicendo: "Non rallegratevi perché i demoni vi ubbidiscono". Coloro che vengono sempre considerati beati sono gli umili, i miti, i puri di cuore, i pacifici, coloro che hanno tutte queste qualità ed altre simili.
3. Lo stesso Paolo, enumerando i propri atti virtuosi, ricorda tra essi anche la continenza. Dopo aver detto "Nella grande perseveranza, nei tormenti, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle oppressioni, nei colpi, nelle prigionie, nelle sofferenze, nei tumulti, nelle veglie, nei digiuni. aggiunge: "nella purezza": non l'avrebbe fatto, se si fosse trattato di una grazia. Egli deride coloro che non la possiedono, chiamandoli intemperanti Perché colui che non dà in sposa la propria figlia vergine si comporta meglio? Perché la vedova che resta tale è più felice? Come ho detto prima, le beatitudini ed i castighi dipendono non dai miracoli, ma dalle opere. Perché mai Paolo dovrebbe insistere ancora sulle stesse raccomandazioni se la cosa non ci riguardasse ed oltre all'intervento di Dio non fosse necessario il nostro impegno? Dopo aver detto "Voglio che tutti gli uomini siano come me", vale a dire continenti, aggiunge: "Dico ai celibi ed alle vedove che è meglio restare come me". Di nuovo, e per lo stesso motivo, si cita come esempio: a suo parere, i suoi ascoltatori, avendo un esempio così vicino e diretto, avrebbero affrontato con più impegno le fatiche della verginità. Non meravigliarti se, dopo aver detto prima "Voglio che tutti siano come me", e dopo avere aggiunto qui "E' bene per loro restare come me", non ne spiega affatto il motivo. Non fa questo per vanagloria, ma perché pensa che sia sufficiente la sua convinzione personale, con la quale realizzò questa virtù.
XXXVII. Nelle seconde nozze accadono molte cose spiacevoli.
1. Chi vuole ascoltare anche dei ragionamenti, esamini in primo luogo l'opinione comune, e poi ciò che si verifica in tali frangenti. Anche se i legislatori non puniscono le seconde nozze ma le consentono e le autorizzano, molte persone, sia in privato che in pubblico, ne parlano spesso male, dileggiandole, biasimandole e rifiutandole. Tutti respingono coloro che le contraggono come se fossero, per così dire, degli spergiuri; nessuno se la sente di farseli amici, o di stringere accordi con loro, o di concedere loro la benché minima fiducia. Le persone infatti, quando vedono che costoro scacciano dalla loro mente con tanta disinvoltura il ricordo di una familiarità, di un amore, di un’intimità, di una vita comune, sono vittime di una sorta di paralisi; non possono avvicinarli con animo del tutto sincero, perché li considerano volubili ed instabili, e li allontanano non solo per questi motivi, ma anche per le cose spiacevoli che si verificano.
2. Dimmi: che cosa c'è di più spiacevole del fatto che ai molti gemiti, ai lamenti, alle lacrime, ai capelli in disordine, alle vesti nere, subentrino improvvisamente gli applausi, le camere nuziali, e delle agitazioni opposte alle precedenti, come se degli attori recitassero sulla scena e diventassero ora l'uno, ora l'altro personaggio? Sulla scena, si può vedere lo stesso attore nelle vesti ora di un re, ora del più povero degli uomini; nel nostro caso, colui che prima si rotolava vicino alla tomba, diventa improvvisamente sposo; colui che si strappava i capelli, porta di nuovo sullo stesso capo la corona; colui che era abbattuto e cupo, che spesso pronunziava piangendo molti elogi della sposa defunta di fronte a coloro che cercavano di consolarlo, che diceva che la vita gli era divenuta impossibile, che s'irritava contro chi cercava di distoglierlo dai suoi lamenti, spesso, proprio nel mezzo del suo lutto, si abbellisce e si adorna di nuovo, sorride alle stesse persone con gli stessi occhi con cui prima piangeva, si mostra affabile ed accoglie tutti con la stessa bocca con cui prima pronunciava degli scongiuri contro tutto.
3. Ma la cosa più pietosa è la guerra condotta contro i figli, provocata dalla leonessa che abita assieme alle figlie: tale veste assume sempre la matrigna. Da lei si originano i disordini ed i litigi quotidiani, e l'animosità strana ed insolita contro la defunta che non le dà alcun fastidio. I vivi colpiscono con l'invidia e ne sono colpiti, ma con i morti anche i nemici si rappacificano. Ciò non avviene però in questo caso: la polvere e la cenere sono oggetto d’invidia, la sepolta è bersaglio di un odio indicibile, colei che è divenuta terra riceve biasimi, motteggi ed accuse; un'inimicizia implacabile si accende contro colei che non ha fatto alcun male. Che cosa c'è di peggiore o di piú crudele di questa follia? La nuova sposa, che non ha ricevuto alcun torto dalla defunta — ma perché usare quest'espressione? La nuova sposa, che trae profitto dalle sue fatiche e che gode dei suoi beni, non cessa di combattere contro la sua ombra; ogni giorno colpisce con infiniti motteggi colei che spesso non ha neppure visto, si vendica di colei che non è piú, facendo del male ai suoi figli, e spesso, quando non riesce nel suo intento, aizza il marito contro di loro. Eppure, gli uomini trovano tutto questo facile e sopportabile, pur di non essere costretti a sottomettersi alla tirannia della concupiscenza.
4. La vergine, al contrario, non prova le vertigini di fronte a questo combattimento, e non fugge lo scontro che sembra cosí insostenibile ai piú, ma, grazie alla sua nobiltà d'animo, rimane ferma ed accetta la battaglia voluta dalla natura. Come la si può ammirare secondo i suoi meriti? Mentre infatti gli altri per non bruciare hanno bisogno di nuove nozze, lei, che non si è sposata neanche una volta, resta sempre santa ed incolume. Per questo motivo, ed ancora di piú perché pensava ai premi riservati nei cieli alla vedovanza, colui che fa parlare Cristo in sé disse: "E' bene per loro se rimangono come me". Non hai avuto la forza di salire fino alla cima piú alta? Raggiungi almeno quella che si trova subito dopo di essa: la vergine ti sia superiore solo in questo, nel non essersi lasciata vincere dal desiderio neanche una volta; nel tuo caso, invece, la concupiscenza, dopo averti vinto in un primo tempo, non è riuscita a tenerti sempre in suo potere. Tu hai vinto dopo una sconfitta, lei gode di una vittoria che non conosce sconfitte: solo all'inizio ti supera, mentre alla fine ti è pari.
XXXVIII. Perchè Paolo consola tanto le persone sposate, mentre non concede tregua alle fatiche della vergine.
1. Come mai dunque Paolo consola le persone sposate fino al punto da non farle separare se una delle due non vuole, e da non prolungare il distacco avvenuto di comune accordo? Inoltre, se vogliono, concede un secondo matrimonio, perché non brucino. Verso le persone vergini, invece, non si mostra affatto cosí indulgente: mentre, dopo un breve intervallo, lascia di nuovo libere le persone sposate, alla vergine che non ha un attimo di respiro e che combatte continuamente, ingiunge di stare sempre al suo posto e di farsi bersagliare dai desideri, senza concederle neanche una piccola pausa. Perché mai non ha detto anche a proposito di lei: "Se non è continente, si sposi"? Perché neanche all'atleta si potrebbe dire, dopo che ha gettato via la veste, che si è unto, che è entrato nell'arena e che si è cosparso di polvere: "Ritirati e fuggi via dall'avversario"; al contrario, non può non verificarsi una di queste due eventualità: l'atleta se ne andrà o con la corona della vittoria, o pieno di vergogna, dopo essere caduto. Nel ginnasio e nella palestra, quando si esercita con altri che conosce bene, quando affronta gli amici come se fossero avversari, l'atleta è padrone d'impegnarsi o no; quando è invece iscritto alla gara, quando la folla si raduna nel teatro, quando l'arbitro è presente, quando gli spettatori sono seduti e l'avversario gli si trova di fronte, la legge della gara non gli lascia scelta.
2. Anche per la vergine, prima che decida se sposarsi o no, il matrimonio non presenta alcun pericolo. Ma dopo che ha preso la decisione e si è iscritta, allora fa il suo ingresso nello stadio. Quando il teatro è affollato, quando gli angeli la guardano dall'alto, quando Cristo fa da arbitro, quando il diavolo s'infuria, digrigna i denti, è stretto nella lotta ed è afferrato alla vita, chi oserebbe farsi avanti e dirle: "Fuggi via dal nemico, rinunzia alle tue fatiche, lascia la presa, non abbattere l'avversario, non fargli lo sgambetto, e lasciagli la vittoria"?
3. Ma perché parlare delle vergim? Neanche alle vedove qualcuno oserebbe fare tale discorso, ma pronuncerebbe al loro indirizzo queste terribili parole: "Se mettono da parte Cristo e vogliono sposarsi, saranno giudicate, perché sono venute meno al primo impegno". Eppure, Paolo stesso dice: "Dico ai non sposati ed alle vedove che è megho se rimangono come me; se però non riescono ad essere continenti, si sposino". E ancora: "Se suo marito muore, è libera di sposare chi vuole, purché lo faccia nel Signore".
XXXIX. A quali vedove ed a quali vergini Paolo permette di sposarsi.
1. Come mai danque Paolo condanna colei che lascia libera, e giudica illegittimo il matrimonio che dice "essere nel Signore"? Non temere: non si tratta dello stesso matrimonio, ma di due matrimoni diversi. Come, quando dice "Se la vergine si sposa, non pecca", intende parlare non di colei che ha rinunziato al matrimonio (è evidente a tutti che costei commette un peccato, ed un peccato intollerabile), ma di colei che, non ancora sposata, non ha preso ancora nessuma decisione in merito, ma resta indecisa tra le due soluzioni, cosí, per quanto riguarda la vedova, nel secondo caso intende parlare di quella che, non avendo piú il marito, non è ancora legata alla decisione presa liberamente e che è ancora libera di scegliere l'una o l'altra soluzione, mentre nel primo caso si riferisce a quella che non è piú padrona di stare con un altro sposo, e che si è impegnata nelle lotte della continenza.
2. La vedova, se non ha ancora accettato di rimanere tale, può infatti, pur essendo vedova, non essere ammessa alla digmtà di questo stato. Per questo Paolo dice: "Venga ammessa alla dignità di vedova colei che ha non meno di sessant'anni e che è stata la moglie di un unico marito. Alla semplice vedova consente, se vuole, di risposarsi, mentre condanna aspramente la vedova che, dopo avere promesso a Dio di rimanere tale, poi si risposa calpestando il patto stretto con Dio. Non parla a quest'ultima, ma alla prima quando dice: "Se non sono continenti, si sposino; è meglio sposarsi che bruciare". Non vedi che il matrimonio non è mai ammirato di per sé, ma solo in rapporto alla fornicazione, alle tentazioni ed all'incontinenza? In precedenza aveva impiegato questi termini; ora invece, dopo averli fatti segno di violenti rimproveri, usa per la stessa cosa parole piú benevole, chiamandola incendio e fuoco.
3. Neanche qui però è riuscito a passare oltre senza rimproverare l'ascoltatore. Non ha detto infatti "Se subiscono violenze da parte dei desideri, se vengono sconvolti, se non possono". Non ha usato nessuna di queste espressioni, che si addicono a chi soffre ed è degno di perdono. Che cosa ha detto invece? "Se non sono continenti", frase che si riferisce a coloro che per pigrizia non vogliono impegnarsi: in tal modo, egli fa vedere che costoro, pur potendo riuscire, non riescono perché non vogliono faticare. Ciò nonostante, non li punisce né li condanna alla pena, ma si imita a non lodarli ed a mostrarsi severo solo con rimproveri verbali; non ricorda la procreazione, il motivo piú bello e piú nobile del matrimonio, ma solo il fuoco, l'imtemperanza, la fornicazione e le tentazioni sataniche, consentendo le nozze solo per evitare quei mali.
4. "E che importanza ha questo? — mi si potrebbe obiettare —. Finché il matrimonio tiene lontana la punizione, sopporteremo di buon grado ogni condanna ed ogni offesa: basta che ci sia consentito di godere dei piaceri e di soddisfare sempre i nostri desideri". E che cosa succederebbe, o caro, se, non potendo piú godere dei piaceri, ci attirassimo solo il biasimo? "Come? — mi si direbbe — non si può godere, dopo che Paolo ha detto "Se non sono continenti, si sposino"?".
5. Ascolta però anche le parole che vengono dopo di queste. Hai sentito che è meglio sposarsi che bruciare; hai accolto di buon grado il piacere, hai lodato la concessione, hai ammirato la condiscendenza dell'apostolo; ma non fermarti a questo: accetta anche quello che viene dopo, giacché l'una e l'altra prescrizione provengono dalla stessa persona. Che cosa dice dunque dopo? "Agli sposati prescrivo — non io, ma il Signore — che la moglie non si separi dal marito; se si separa, la moglie non si risposi, o si riconcili con il marito; ed il marito non ripudi la propria moglie.
XL. Aspra ed inevitabile è la schiavitú del matrimonio.
1. Che cosa succede quando il marito è affabile, mentre la moglie è cattiva, incline al biasimo, ciarliera, prodiga — malattia quest'ultima che è comume a tutte le donne — e piena di molti vizi? Come farà il poveretto a sopportare questo tormento quotidiano, quest'orgoglio e quest'impudenza? E che cosa succede, se al contrario la moglie è modesta e mite, mentre il marito è insolente, portato al disprezzo, irascibile e gonfio di orgoglio per le sue ricchezze e la sua potenza, e tratta la consorte — che pure è libera — come una schiava, senza amarla piú delle ancelle? Come farà la sposa a sopportare tale costrizione e violenza? E che cosa succede, se il marito non fa che allontanarla, e continua a comportarsi cosí per tutta la vita? "Sopporta — dice l'apostolo — tutta questa schiavitú: sarai libera solo quando morirà; finché vivi, delle due l'una: o dovrai impegnarti molto per educarlo e renderlo migliore, oppure, se questo è impossibile, dovrai sopportare nobilmente questa guerra implacabile e questa battaglia senza tregua".
2. Prima aveva detto: "Non separatevi se non di comune accordo". Qui, ingiunge alla sposa che si è separata di restare d'ora in poi continente anche contro la sua volontà. Dice infatti: "Non si risposi, oppure si riconcili con il marito". Vedi com'è presa tra due fuochi? O deve sopportare la violenza del desiderio, o, se non vuole farlo, adulare chi l'offende e consegnarsi a lui perché faccia di lei ciò che vuole: egli può infierire con le percosse, sommergerla di rimproveri, consegnarla al disprezzo dei servi o fare altre simili cose.
3. Molti mezzi sanno escogitare i mariti, quando vogliono punire le loro mogli. Se la sposa non sopporta tutto questo, deve praticare una continenza sterile: dico sterile perché le manca il presupposto adatto, in quanto è prodotta non dal desiderio di santità, ma dall'ira verso il marito "Non si risposi — dice l'apostolo — o si riconcili con il marito". "Che cosa accade, se non vuole piú riconciliarsi?" ci si potrebbe chiedere. Hai un'altra soluzione ed un'altra via di uscita. Quale? Attendi la sua morte.
4. Come infatti la vergine non può mai sposarsi perché il suo sposo vive sempre ed è immortale, cosí alla donna sposata è consentito di risposarsi solo quando muore il marito. Se infatti, mentre vive, potesse passare da lui ad un altro uomo, e poi da quest'ultimo ad un altro ancora, a che cosa servirebbe piú il matrimonio? In tal caso, gli uomini si prenderebbero gli uni le mogli degli altri senza piú distinzioni, e tutti si unirebbero con tutte le donne. E come non si deteriorerebbero i nostri rapporti con coloro che coabitano con noi, se ora l'uno, ora l'altro, ora altri ancora, convivessero con la stessa donna? Giustamente il Signore ha chiamato tale condotta adulterio.
XLI. Perché Dio consentì ai Giudei il ripudio.
1. Come ha potuto dunque Dio permettere questo ai Giudei? E' chiaro che l’ha fatto a causa della durezza dei loro cuori, perché non riempissero le loro case del sangue dei congiunti. Dimmi, cos'è meglio, scacciare la sposa odiata o trucidarla in casa? Avrebbero fatto questo, se non avessero avuto il permesso di scacciarla. Per questo è detto: "Se la odi, ripudiala". Quando invece parla con le persone piú miti e con quelle alle quali non permette neppure di adirarsi, che cosa dice l'apostolo? "Se si separa, non si risposi". Vedi la costrizione, la schiavitú inevitabile, il legame che stringe entrambi? Un vero e proprio legame è infatti il matrimonio, non solo a causa del gran numero di preoccupazioni e di angustie quotidiame, ma anche perché costringe i coniugi a sottostare l'uno all'altro, in un modo piú severo di quello usato con i servi.
2. E' detto: "Il marito abbia autorità sulla moglie". Ma quale guadagno ricava da tale signoria? Dio infatti, rendendolo a sua volta schiavo di colei che gli è sottoposta, ha escogitato un nuovo e strano scambio di schiavitú. Come i servi che hanno cercato di fuggire, quando vengono legati dai padroni sia uno per uno che l'uno all'altro e fissati da entrambe le parti ai ceppi con una breve catena, non possono camminare liberamente perché l'uno è costretto a seguire l'altro; cosí anche le anime delle persone sposate, pur avendo dei pensieri propri, subiscono la costrizione dovuta al legame che le stringe l'una all'altra: si tratta di una costrizione piú pesante di qualsiasi catena, perché le soffoca, le priva entrambe di ogni libertà, non dà mai il comando a nessuna delle due, ed insegna ad entrambe la facoltà di decidere. Dove sono coloro che sono pronti a sopportare tutte le condanne pur di essere consolati dal piacere?
3. In effetti, quando le liti e gli odi reciproci portano via molto tempo, una non piccola parte del piacere viene spesso annullata. La schiavitú dovuta al fatto che l'uno è costretto a sopportare suo malgrado la cattiveria dell'altro, basta a gettare un’ombra su ogni godimento. Per questo quel beato apostolo cercò in un primo tempo di frenare con le esortazioni l'impulso del desiderio, ricordando la fornicazione, l'intemperanza ed il fuoco. Accortosi però che queste parole di rimprovero non avevano molta presa sui piú, per distoglierli ricorse ad un argomento molto piú forte, quello che aveva fatto dire ai discepoli "Non conviene sposarsi": si tratta del fatto che nessuna delle persone sposate è piú padrona di sé. Egli non l'introduce sotto forma di esortazione, ma dà ad esso la costrizione del precetto e del comandamento. Mentre dipende da noi lo sposarsi o no, non dipende piú da noi sopportare la schiavitú non volontariamente, ma nostro malgrado.
4. E perché mai? Perché quando all'inizio la scegliemmo, non l'ignoravamo, ma conoscevamo bene le sue prescrizioni e le sue leggi, e ci sottomettemmo spontaneamente al suo giogo. Dopo avere parlato di coloro che coabitano con mogli non credenti, avere passato in rassegna minutamente tutte le leggi del matrimonio, avere fatto un discorso su servi ed avere consolato questi ultimi in misura sufficiente, esortandoli a non degradare con lo stato di schiavitú la loro nobiltà spirituale, Paolo passa quindi a parlare della verginità: già da tempo teneva dentro di sé queste parole e desiderava spargerle come semi, ma solo ora le fa venire alla luce; neanche durante il discorso sul matrimonio era però riuscito a tacere del tutto.
5. Nella sua esortazione al matrimonio ne aveva infatti parlato, sia pure in modo breve e frammentario: esercitate le orecchie e disposte bene le menti degli ascoltatori con quest'ottimo metodo, preparò per le sue parole il migliore ingresso. Dopo avere rivolto un'esortazione ai servi — "siete stati comprati ad un certo prezzo, non diventate schiavi degli uomini" -, dopo avere ricordato i benefici del Signore; dopo avere cosí innalzato ed elevato al cielo i pensieri di tutti, pronunziò il discorso sulla verginità dicendo: "Per quanto riguarda le vergini, non ho un ordine del Signore, ma esprimo un parere, giacché se sono credente, lo devo alla sua misericordia". Eppure, pur non avendo degli ordini, quando parlavi dei credenti sposati alle non credenti legiferavi con grande autorità e prescrivevi: "Agli altri parlo io, non il Signore: un fratello che ha una moglie non credente, se costei desidera vivere con lui, non la scacci".
6. Perché allora non ti esprimi allo stesso modo a proposito delle vergini? Perché su quest’argomento Cristo ha chiaramente manifestato il suo volere, vietando che la cosa assumesse la costrizione propria di un ordine. La frase "chi è in grado d'intendere, intenda" lascia l'ascoltatore libero di scegliere. Parlando della continenza, l'apostolo dice: "Voglio che tutti gli uomini siano come me", vale a dire continenti. E ancora: "Dico ai non sposati ed alle vedove: è una buona cosa se rimangono come me". Parlando invece della verginità, non si cita mai come esempio, ma si esprime con molta riservatezza e circospezione, perché egli stesso non era riuscito a realizzare questa virtú: "Non ho un'ordine, dice.
7. Egli dà il suo consiglio solo dopo avere lasciata libera la scelta ed essersi conquistato il favore dell'ascoltatore. Poiché infatti la parola "verginità", non appena proferita, fa subito pensare ad un gran numero di fatiche, non dà subito inizio alla sua esortazione, ma predispone prima il discepolo, lasciandolo libero di vedere o no nelle sue parole un ordine e rendendo la sua anima docile e malleabile: solo dopo aver fatto questo si spiega meglio. Hai sentito parlare di verginità, parola che comporta fatiche e sudori. Non temere: non hai a che fare con un ordine, né con la costrizione di un comandamento; la verginità concede in cambio i propri beni a coloro che l'abbracciano spontaneamente, di loro libera scelta, mettendo sul loro capo una corona splendida e fiorente, mentre non punisce né forza contro il suo volere chi la rifiuta e non la vuole avvicinare.
8. L'apostolo ha saputo eliminare dal suo discorso ogni aspetto sgradevole e renderlo piacevole non solo cosí, ma anche dicendo che non era lui, ma Cristo, a concedere questo favore. Non ha detto infatti: per quanto riguarda le vergini non comando, ma "non ho un comando". E' come se avesse detto: se avessi rivolto quest’esortazione mosso dai miei pensieri umani, non avrei meritato alcuna fiducia; ma poiché essa corrisponde ai voleri di Dio, il pegno della fiducia è sicuro. Sono privo della facoltà di dare un simile ordine, ma se volete ascoltare uno che come voi è schiavo di Cristo, ricordatevi che "esprimo un parere, come un uomo che deve alla misericordia del Signore la sua fede in lui".
9. E' giusto ammirare, in questo contesto, la grande abilità ed intelligenza del beato apostolo: preso tra due esigenze contrarie, raccomandare la sua persona in modo che il suo consiglio trovasse una buona accoglienza e non vantarsi troppo giacché non aveva saputo raggiungere questa virtú, riuscí subito in entrambi gl’intenti. Dicendo "Come un uomo che deve alla misericordia del Signore", raccomanda in un certo senso se stesso; d'altra parte, non mettendosi troppo in luce nel momento in cui agisce cosí, si umilia e si abbassa.
XLII. Dell'umiltà di Paolo.
1. Egli non ha detto infatti: esprimo un parere perché mi è stato affidato il messaggio evangelico, perché sono stato ritenuto degno di essere il predicatore dei popoli, perché sono stato incaricato di dirigervi, perché sono il vostro maestro e la vostra guida. Che cosa dice invece? "Perché devo alla misericordia del Signore la mia fede in lui": in tal modo, adduce un motivo meno importante. L'essere semplicemente un fedele è infatti meno importante dell'essere il maestro dei fedeli. Ma anche ad un altro modo di umiliarsi egli ha pensato. A quale? Non ha detto: perché sono divenuto un fedele di Cristo, ma perché "devo alla misericordia del Signore la mia fede". Non ritenere doni di Dio solo l'apostolato, la predicazione e l'insegnamento: anche la mia fede in lui viene dalla sua misericordia. Sono stato ritenuto degno della fede non perché ne fossi degno, ma solo perché sono stato commiserato; e la misericordia è frutto della grazia, non del merito.




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