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    Predefinito «Il radicalismo è una realtà»

    INTERVISTA A MAGDI ALLAM, AUTORE DI “BIN LADEN IN ITALIA”
    di Mauro Bottarelli

    «Non bisogna generalizzare ma nemmeno nascondere il fatto che in Italia sono presenti dei mujahidin, combattenti dell’Islam, e che alcune moschee sono usate come centri di reclutamento». Magdi Allam, giornalista di Repubblica e autore del libro “Bin Laden in Italia - Viaggio nell’Islam radicale”, non ha dubbi né ripensamenti riguardo l’enorme lavoro d’inchiesta compiuto in questi mesi all’interno del mondo del radicalismo islamico. Ha parlato con i protagonisti e le vittime di questa corrente dell’Islam, ha voluto raccogliere testimonianze e fatti. Ha, soprattutto, avuto il coraggio di denunciare una realtà sulla quale per troppo tempo si erano chiusi gli occhi.
    Allam, non le pare strano il silenzio mediatico che ha accompagnato l’uscita del suo libro? Nessuno spazio per denunce gravissime come le sue e intere pagine, per settimane, dedicate al libro della Fallaci, privo di fatti e proposte e limitato all’insulto e alla generalizzazione?
    «Io farei innanzitutto una distinzione tra quello della Fallaci e il mio libro per spiegare le differenti reazioni. La Fallaci considera i musulmani in modo indistinto, sommario e granitico nella loro globalità. E’ ovvio che abbia scatenato reazioni accese. Sono valutazioni che concernono 1 miliardo e 250 milioni di persone al mondo. Il mio libro, invece, parla di una realtà tutta italiana e di un solo frammento dell’Islam in Italia, il radicalismo, senza voler coinvolgere l’intera comunità musulmana di questo Paese. Indubbiamente i risultati della mia inchiesta sono di tale rilevanza da suscitare interesse e preoccupazione: diciamo che è un primo passo che merita approfondimento, molto ha giocato anche il fattore temporale».
    Da egiziano e da profondo conoscitore dell’Islam, quale reazione hanno suscitato in lei i risultati della sua inchiesta?
    «Indubbiamente sono rimasto molto sorpreso, pur occupandomi da anni di radicalismo. Sorpreso soprattutto nel constatare la presenza sul territorio italiano di centinaia di mujahidin, guerrieri dell’Islam, sia addestrati nei campi di Al Qaida sia reduci da vere e proprie guerra come in Bosnia e Kosovo. Sono persone che credono profondamente nel fatto che il jihad, la guerra santa, sia il 6° precetto della fede musulmana, un dovere. Questo mi ha sorpreso, anche perché delinea una realtà molto chiara all’interno dell’enorme universo islamico dove esistono molte aree tra le quali anche quella laica. Una presenza, quest’ultima, fondamentale visto che - ad esempio - ci porta a scoprire che solo il 5% dei musulmani residenti in Italia frequenta abitualmente la moschea, il 13% il venerdì e il 25-30 per cento nelle grandi festività. Per questo è sbagliato generalizzare».
    E poi, cos’altro l’ha stupita?
    «Il secondo elemento che emerge dalla mia inchiesta è l’affermazione di una corrente di pensiero radicale in Italia che ha trasformato alcune moschee in centri di arruolamento per mujahidin offrendo loro agevolazioni come la contraffazione di documenti o la facilitazione per l’ottenimento del visto pakistano per raggiungere l’Afghanistan via Turchia. Queste persone, questi mujahidin, tornano poi in Italia con altri documenti. Questo mi ha colpito: il fatto che possano divergere le valutazioni sul numero di mujahidin presenti in Italia ma che sia assolutamente incontrovertibile il fatto che siano qui tra noi».
    Quanto da lei denunciato apre un contenzioso culturale ma anche uno di ordine pubblico. Cosa pensa al riguardo?
    «Premesso che quella del radicalismo islamico è una realtà minoritaria nell’universo Islam in Italia, bisogna dire con fermezza che questa nuoce e contrasta soprattutto con gli altri musulmani. La conflittualità maggiore, infatti, è con i moderati e i laici, non tanto con gli occidentali. Molti di loro vogliono fare il jiahd non per colpire l’Italia ma per cambiare i regimi che reggono i loro Paesi al fine di stabilirvi un potere islamico, una teocrazia vera. Il problema esiste ma non bisogna generalizzare. Detto questo, da parte delle autorità e dei servizi segreti, delle Procure e dei nuclei antiterrorismo italiani, emerge una grande lacuna che ora si tenta di colmare un po’ alla volta. Diciamo chiaramente che per anni c’è stata una certa libertà nel lasciar fare, ovvero “voi non fate attentati in Italia e noi chiudiamo gli occhi sui documenti falsi e sul denaro raccolto per comprare armi e fare guerre fuori dall’Italia”. Questa politica era molto diffusa negli anni Settanta-Ottanta nei confronti del terrorismo palestinese, laico e di ispirazione nazionalista. Viceversa con le organizzazioni radicali islamiche le cose sono cambiate. Da quando Osama Bin Laden si è affermato come imprenditore del terrore mondiale è diventato sempre più difficile mantenere questo accordo sotto banco. Ora in Italia è in atto uno scontro aperto con i gruppi radicali dell’islamismo».
    Secondo lei la lotta al radicalismo a che punto è? E’ una battaglia che si può vincere?
    «L’Italia, purtroppo, non è equipaggiata a fronteggiare questa minaccia. Ad esempio mancano traduttori e conoscitori dei vari dialetti arabi. La vicenda di San Petronio a Bologna è esemplificativa: le persone arrestate parlavano in uno dei tre dialetti berberi mentre la traduzione fu fatta fare a un esperto arabista che capì fischi per fiaschi. Inoltre c’è un problema che riguarda la capacità di penetrazione di questi gruppi: bisogna apprendere culture e religione per mettere in condizione gli agenti di mimetizzarsi e infiltrarsi negli ambienti del radicalismo. La strada è in salita anche se esistono già alcuni segnali di miglioramento».
    Quali, ad esempio?
    «Il 2002 ha fatto registrare a Milano e Napoli le prime condanne per terrorismo islamico. A Napoli sta per aprirsi un processo contro il gruppo algerino Tafkir ual Hijra per l’omicidio di due connazionali colpiti da una fatwa per apostasia. Sono i primi segnali, ma sono importanti».
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  2. #2
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    Predefinito

    Le confessioni dell’imam di Carmagnola, AbdulQadir
    «QUI IN ITALIA CI SONO UOMINI
    PRONTI A QUALSIASI EVENTO»

    di Mauro Bottarelli

    Un pugno in faccia, di quelli che ti stendono a terra e prima che col dolore ti invadono il corpo e la mente con il senso di impotenza. Il libro di Magdi Allam, apprezzato giornalista italo-egiziano di Repubblica e grande conoscitore del mondo islamico, è proprio questo: un pugno in faccia. “Bin Laden in Italia - Viaggio nell’Islam radicale” catapulta il lettore in un mondo di terrore e violenza che tutti noi pensavano distante anni luce, incastonato tra i massicci afghani o racchiuso nei palazzi del fanatismo siriano. Così non è: questo terrore è in mezzo a noi, vive tra noi e si sviluppa attraverso la nostra democrazia. Sono loro, gli imam, ad ammetterlo: il jihad, la guerra santa, è un obbligo, una finalità imprescindibile per ogni buon musulmano. Così a La Mecca, così a Milano e Torino. Così a Carmagnola, città nella quale opera l’imam AbdulQadir. Magdi Allam ha lungamente discusso com AbdulQadir, scoprendo particolari a dir poco inquietanti di quella che è la reale portata del fenomeno del radicalismo in Italia. Ecco alcuni stralci delle domande e delle risposte fornite dall’imam. «Quando tieni i sermoni in moschea, inviti i fedeli ad arruolarsi per andare a fare il jihad in Afghanistan?». «Se noi non lo facessimo non manterremmo l’impegno preso con Dio. Il jihad è un obbligo per ogni musulmano, quando un territorio musulmano viene attaccato. E’ un dovere soggettivo, fard kifaya, per ogni predicatore musulmano incitare i fedeli ad arruolarsi per andare a fare il jihad. Nel caso specifico dell’Afghanistan, trattandosi di un territorio attaccato la cui popolazione musulmana non è in grado di difendersi da sola, il jihad è un dovere oggettivo, fard ayn, a cui nessun fedele può sottrarsi». AbdulQadir affonda poi la stilettata al cuore della sicurezza italiana: «Prima dell’11 settembre se un fratello veniva da me alla moschea di Torino e mi diceva “Fratello AbdulQadir, io voglio andare a fare il jiahd, tu sai come devo fare?”, io gli dicevo: “Vai al sito tale e ti dicono cosa devi fare per andare”. Ad esempio c’erano siti come www.azzam.com oppure www.azzam.net e tanti altri che davano indicazione su cosa fare per andare in Afghanistan». La strada per andare a fare il volontario? Facilissima. «Ci si presentava al consolato pakistano e si diceva di essere membri del Tabligh o degli uomini d’affari e ti davano il visto. I servizi segreti pakistani sapevano ma chiudevano gli occhi, anche perché prendevano la rashwa, dei soldi per farsi corrompere. Si arrivava a Karachi, a Islamabad, a Lahore. Ad attendere c’erano i fratelli che li portavano in Afghanistan: lì si trovano i campi di addestramento militare. Facevano il loro dovere fisico e mentale e tornavano in Italia». Ecco il punto fondamentale: tornavano in Italia. Tra noi, nelle nostre città, ci sono uomini addestrati alla guerriglia da Al Qaida che vivono tranquilli e indisturbati. Due? Tre? Forse una decina? No, molti di più. Ecco la risposta: «L’hanno fatto a centinaia. Le autorità italiane non si devono ingannare: in questi ultimi cinque anni minimo 1500 o 2000 persone sono andate dall’Italia in Afghanistan. Però nonn ci andavano con la loro identità normale... l’80% non andava con i propri documenti. Questa è la realtà». Duemila miliziani, potenzialmente addestrati a compiere attentati e azioni di guerriglia, sono sul suolo italiano, camminano sui nostri marciapiedi, entrano nei bar e nei negozi e sui mezzi pubblici. Ma ancora più agghiacciante appare la nota a margine posta da Allam: «Il giorno dopo AbdulQadir mi ha chiamato per fare una rettifica, precisando che 2000 persone sono in Italia provenienti dall’Afghanistan ma che i Paesi di partenza erano i propri: Marocco, Algeria, Tunisia, Egitto, ecc...». Il dato che ci interessa non cambia, anzi si aggrava: 2000 potenziali mujahidin sono in Italia e per di più sono giunti dopo essere partiti dai loro Paesi d’origine verso l’Afghanistan. Perché dopo l’addestramento sono venuti qui? Cosa stanno organizzando? E’ forse il nostro Paese una sorta di colonia, una quinta colonna dell’integralismo? Dopo aver confermato che i campi di addestramento erano quelli di Osama, «che Dio lo conservi», l’imam di Carmagnola scende nello specifico: «Hanno ricevuto addestramento militare. Ci sono diverse forme di addestramento, corporale, dei gruppi d’assalto, maneggiare gli esplosivi, queste cose qua... Vedi dei giovani che possono, per esempio, insegnare loro come distruggere una grande città come Londra in ventiquattr’ore, essendo minimo tre o quattro persone. In realtà sono gente che poi può essere pericolosa, perché ha imparato delle cose pericolose». Questa la realtà dei fatti. Una realtà che, nella declinazione di ortodossia religiosa che gli imam danno del jihad, ha dato vita non a dei terroristi ma a dei mujahidin, a dei guerrieri della fede. L’Italia, stando alle dichiarazioni di AbdulQadir, non corre però rischi per la presenza di queste persone. «Queste persone sono dei professionisti, fratello. Se volevano dare fastidio, fare qualcosa, l’avrebbero già fatto! E sì, perché nessuno ci può fermare!... Nel fiqh (l’elaborazione della legge islamica), se noi viviamo qui, abbiamo un contratto che dobbiamo rispettare. Noi viviamo qui sotto protezione, perché se un nazista mi viene ad attaccare, chiamo la polizia perché mi deve proteggere. Quindi io non posso farmi difendere da questa terra e poi attaccare questa terra, è antislamico... Se ci dovesse essere la guerra contro l’Italia, i fratelli usciranno dall’Italia e l’attaccheranno dall’esterno o saboteranno i suoi interessi all’estero. Nessuno glielo può impedire. Ma i fratelli non ci pensano neanche. Sanno come è l’Italia, come funziona, sanno che ci vuole sabr, pazienza, perché poi l’ingiustizia non dura». L’Imam di Carmagnola ammette poi di aver fatto il jihad in Bosnia e dichiara che «lì c’erano tanti italiani... la maggior parte erano residenti in Italia. C’erano almeno 300 mujahidin provenienti dall’Italia... il 60% è tornato in Italia, l’altro 40% è andato in Afghanistan, in Cecenia, hanno continuato il loro jihad...». Ma l’imam di Carmagnola non si limita a fornire dati, cerca anche di dare spiegazioni. Questa, ad esempio. «L’80% dei giovani musulmani in Italia sono dei mujahidin o cercano la via per il jihad. Questo l’ho appurato girando per le moschee, parlando con i fedeli. Ti dirò un’altra cosa: sai perché c’è un numero così alto di mujahidin in Italia e non in Svizzera, in Germania o in Francia? Perché l’Italia ha una politica che crea disperazione nella vita dei giovani; qui i giovani sanno che un giorno o l’altro li prenderanno e li sbatteranno in carcere, e poi i giornali in prima pagina diranno che è un terrorista... c’è un livello di tensione che è esplosivo... Almeno se si muore si va in Paradiso. E’ semplice». Verso il termine della conversazione, l’imam fa chiaramente intendere la presenza di mujahidin “in sonno”. «In Italia c’è una corrente che si rifà al pensiero di Abu Hanifa, che dice: io faccio finta di essere con loro, però nel mio cuore sono nel giusto. Questo si chiama taqiya, occultamento... I mujahidin devono essere in un certo modo. Loro possono anche bere alcol, andare con le donne di strada, loro sono in guerra, e allora anche questo è permesso. Il pericolo vero è lì dove sembra che non ci sia...Chi fa veramente qualcosa non lo vedono in moschea, con la barba, non si sposa e se ha una moglie le fa mettere la minigonna, magari prende una russa o un’ucraina tra quelle che battono per strada». La conclusione, poi, sembra non lasciare adito a dubbi: «Ci sono tre cerchi dell’Islam in Italia. Il primo cerchio è quello degli aqil, le persone ragionevoli: loro capiscono tutto e capiscono anche me. Il secondo cerchio è quello degli abid, gli schiavi, i servi, i sottomesi: loro capiscono a metà e mi ignorano. Il terzo cerchio è quello dei junud, i militari, quelli che non capiscono niente e mi considerano una spia. Il problema dell’Italia è che sono tutti junud, ecco perché è pericoloso... Se l’Italia seguirà l’America... io non lo farò mai, ma sono sicuro che c’è gente pronta a fare di tutto, noi musulmani saremo costretti a lasciare l’Italia, sarà tutto un campo di battaglia, Dio ci salvi». Parola di imam.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  3. #3
    agaragar
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    ah ecco, non pannella.

 

 

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