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Discussione: Radicalismo

  1. #1
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    Predefinito Radicalismo

    Constato che su questa nozione c' è una sorta di incomprensione (semantica). Forse qualcuno è convinto che dirsi 'radicali' equivalga tout court ad esserlo, che sia sufficiente dirsi 'rivoluzionari' per avere maggiore dignità di tutti. La radicalità dev' essere nella volontà di perseguire le finalità, nella non abdicazione ad un' intuizione del mondo. Non sempre chi urla più forte, ha ragione. E questo non è un discorso 'quietista'.

  2. #2
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    Citazione Originariamente Scritto da LEONIDA
    Constato che su questa nozione c' è una sorta di incomprensione (semantica). Forse qualcuno è convinto che dirsi 'radicali' equivalga tout court ad esserlo, che sia sufficiente dirsi 'rivoluzionari' per avere maggiore dignità di tutti. La radicalità dev' essere nella volontà di perseguire le finalità, nella non abdicazione ad un' intuizione del mondo. Non sempre chi urla più forte, ha ragione. E questo non è un discorso 'quietista'.
    radicale proviene dal termine radice.
    la radice di una cosa, filosoficamente parlando, è il suo quid caratterizzante nudo e semplice.
    essere radicale in qualcosa, quindi, vuol dire esserlo fino in fondo, in tutto.
    definirsi radicali vuol dire fare propria non solo un'idea o un'opinione, bensì una WELTANSCHAUNG, un modo di vedere il mondo e di viverlo parimenti.

  3. #3
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    aggiungerei per chiarire meglio, ciò che è RADICALE è ESSENZIALE e mai superfluo

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da lupo1982
    aggiungerei per chiarire meglio, ciò che è RADICALE è ESSENZIALE e mai superfluo

    Io non aggiungo nulla perchè avete centrato già tutto voi.

  5. #5
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    POLITICA OGGI
    un volgare specchietto per le «allodole»!




    Dal greco... , la politica è letteralmente l’arte della Polis o della “ Città-Stato ” e, per estensione, l’arte o la tecnica degli affari pubblici e del governo delle genti.

    Per gli antichi Greci, dunque, la politica era soprattutto l’arte di realizzare tre condizioni:

    1. quella del ben vivere all’interno della “ Città-Stato ”;

    2. quella di educare i cittadini della Polis a gestire e migliorare le forme e le strutture di quel loro ben vivere;

    3. quella, in fine, di rendere coscienti i membri della Polis che per perpetuare nel tempo la condizione di quel loro ben vivere, era indispensabile restare uniti ed essere decisi a difendere, contro chiunque e con ogni mezzo, l’interesse generale della loro società nei confronti di (o in rapporto con) altre società.

    Gli affari pubblici - di conseguenza - erano tutto ciò che investiva o riguardava l’interesse generale della loro società, all’interno o all’esterno del loro Stato. Ed il governo della nazione - dal canto suo - era semplicemente la forma e la sostanza che quel loro interesse aveva assunto, per meglio corrispondere ai principi che avevano animato la loro comune volontà di realizzare, per se stessi ed i loro discendenti, l’invidiabile condizione del ben vivere, individuale e collettivo, nel contesto di una società organizzata. Nel contesto, cioè, di una società che era amministrata e gestita da un sistema politico, economico, sociale e culturale che i suoi stessi membri avevano individualmente e collettivamente immaginato e contribuito a plasmare, perfezionare, mettere in pratica e far funzionare correttamente, nel corso di numerose generazioni.

    Che cos’è, oggi, la politica? E che significato hanno, nel nostro tempo, i concetti di affari pubblici e di governo delle genti?

    La politica - come sappiamo - è semplicemente diventata l’interesse specifico e particolare di uno o più cittadini, di uno o più gruppi o di uno o più partiti, nei confronti di (o in rapporto con) altri cittadini, altri gruppi o altri partiti, tutti facenti parte della stessa società. Il contrario, cioè, di quello che è o dovrebbe essere la politica!

    Inutile, quindi, meravigliarsi se gli affari pubblici di un paese, siano semplicemente diventati tutto ciò che investe o riguarda l’interesse specifico di una fazione momentaneamente al potere, nei confronti di (o in rapporto con) altre fazioni ed altri interessi, momentaneamente all’opposizione, nell’ambito della stessa società. Ed il governo di una nazione - dal canto suo - sia diventato la forma e la sostanza che assume quell’interesse di parte, per meglio realizzare la condizione del ben vivere per la propria fazione e le sue specifiche clientele, nel contesto di una società fondamentalmente spoliticizzata ed, al tempo stesso, globalmente atomizzata e “ politicamente ” frastagliata e divisa. Una società, cioè, che pochi gestiscono, amministrano e fanno funzionare, proprio perché solo “ pochi ”, nel passato, hanno contribuito ad immaginare, plasmare e organizzare.

    Quei “ pochi ”, infatti, per garantire l’esercizio di un potere che, per natura , è usurpatore ed illegittimo, hanno inventato un sistema che permette ai “ furbi ”, di ogni epoca e di ogni età, di dominare impunemente i “ fessi ”, con il loro consenso e senza che questi ultimi se ne accorgano o se ne rendano conto.

    Mi riferisco, naturalmente, a quel sistema specifico di dominazione dei popoli che - dal tempo delle “Rivoluzioni Borghesi” (Americana: 1774/1776 – Francese: 1789/1798) ed in stretta obbedienza ed osservanza con la laicizzazione dei principi e dei valori scaturiti dalla Bibbia - ci viene soggettivamente contrabbandato ed arbitrariamente descritto come il nec plus ultra della “ democrazia ”: il cosiddetto sistema parlamentare rappresentativo .

    Questo sistema - impropriamente definito ed abusivamente considerato “ democratico ” - prevede il dominio pro tempore di una fazione sulle altre e permette alla fazione al governo, di confiscare e monopolizzare, a suo vantaggio, la totalità del potere che, ad esempio, nell’Atene del tempo di Pericle, apparteneva, individualmente e collettivamente, all’insieme dei cittadini di quella “ Città-Stato ”.

    Questa tirannia, inoltre, è definita e considerata “ democratica ”, poiché concede alla maggioranza dei “ fessi ” che popolano ogni nazione, la possibilità di scegliere tra gli svariati “ furbi” che guidano le diverse e variegate fazioni del loro paese. E’ altresì definita e considerata “ democratica ”, poiché i differenti “ furbi ” che governano i loro rispettivi paesi o che aspirano a farlo, si dichiarano ufficialmente disposti a monopolizzare il potere della loro nazione solo per un tempo limitato ed a scambiarselo reciprocamente con gli altri “ furbi ” che controllano le fazioni avversarie, ogni qualvolta una maggioranza aritmetica di “ fessi ” - che in generale non possiede mai le informazioni necessarie o sufficienti che gli permetterebbero realmente di scegliere o di decidere e che, per definizione, è quasi sempre la parte della società che è meno capace o più sprovveduta - decida da quali “ furbi ” farsi momentaneamente governare, attraverso l’esercizio saltuario e condizionato del suffragio universale.

    La maggior parte dei cittadini, infatti - se si esclude l’effimero gesto che è loro concesso di potere andare, di tanto in tanto, a votare per l’uno o l’altro dei “ furbi ” di turno - sono sistematicamente marginalizzati dalla vita pubblica del loro paese ed espressamente mantenuti all’oscuro delle reali problematiche che travagliano la loro società, per meglio permettere ai “ furbi ” delle differenti fazioni in campo, di manipolare le coscienze della maggioranza dei “ fessi ” e, da questi, farsi considerare indispensabili, sia per farsi eleggere ed assegnare legalmente il potere che per avere la possibilità di regnare soli ed indisturbati sull’insieme della società, nel nome e per conto di tutta la comunità.

    Il sistema parlamentare rappresentativo, in fine, è definito e considerato “ democratico ”, poiché i rappresentanti di questo regime, nel corso degli ultimi 228/213 anni, hanno avuto l’accortezza – in piena sintonia con le tecniche bibliche di dominazione dei popoli che hanno ereditato dalla potestà millenaria ed esclusivista della Chiesa - di impadronirsi e di monopolizzare a loro vantaggio una serie di parole astratte a consonanza compiacente e garbata - come la “ verità “, la “ democrazia ”, la “ libertà ”, “ l’uguaglianza ”, la “ fratellanza ”, la “ solidarietà ”, la “ giustizia ”, lo “ Stato di diritto ”, la “ tolleranza ”, i “ diritti dell’Uomo ”, la “ partecipazione ”, ecc. - che da un punto di vista generale, sono perfettamente assimilabili ed accettabili dall’orecchio moderato e dalle coscienze mansuete o quasi sempre bonarie della maggioranza dei “ fessi ”.

    Per la maggioranza dei “ fessi ”, infatti, non è necessario che le suddette parole corrispondano effettivamente a fatti reali o a situazioni di concreta applicazione o realizzazione. Vista la completa spoliticizzazione e marginalizzazione della maggioranza dei cittadini, è più che sufficiente che, i “ furbi ” di cui sopra, le ripetano e le martellino quotidianamente alle orecchie dei loro amministrati, per dare loro l’illusione che stiano veramente vivendo nel “ migliore dei mondi ” o che abbiano la fortuna di essere governati dal “ più valido ” o dal “ meno peggio ” dei regimi esistenti.

    L’utilizzazione costante ed il monopolio metodico di quelle parole, inoltre, permettono ai “ furbi ” in questione - con il concorso diretto o indiretto della maggioranza dei “ fessi ” - di camuffare la reale natura del loro regime, di esercitare impunemente la loro tirannia e di perpetuare nel tempo qualunque tipo di abuso o di soperchieria. Questo, senza che nessuno possa essere in grado di attaccarli frontalmente, sia per denunciare apertamente i loro misfatti che per tentare di spodestarli.

    Chiunque, infatti, pretendesse contestare il loro sistema, denunciare le loro malefatte, opporsi fermamente alla loro tirannia o semplicemente cercare di scrollarsi di dosso le loro strutture oppressive, si troverebbe immediatamente confrontato a questo tipo di dilemma: che terminologia utilizzare per propagandare e diffondere il proprio motivo di rivolta? Che «cavalli di battaglia» verbali adoperare, per farsi capire dalle masse e per poter sperare di arruolare il maggior numero di adepti, sia per scacciare gli oppressori che poter restituire ai soli aventi diritto di ogni nazione - i popoli - l’antica sovranità che è stata loro sottratta o confiscata?

    Due sembrano essere le reali possibilità di scelta: la prima, quella di utilizzare le stesse parole e gli stessi argomenti a consonanza compiacente e garbata che sono normalmente impiegati dal campo avversario; la seconda, quella di scegliere una terminologia diametralmente opposta a quella che è sbandierata dai propri nemici, sia per distinguersi nettamente da loro che per affermare e mettere in pratica il contrario di ciò che essi stessi sintetizzano ed abbinano normalmente ai loro quotidiani ed usuali termini di propaganda.

    Nei due casi, però, sarà sempre l’attuale sistema oppressore che riuscirà a trarne il massimo dei vantaggi.

    Se il “ chiunque ” di cui sopra, infatti, utilizzasse la terminologia dell’avversario e si riferisse anch’egli alla “ verità “, alla “ democrazia ”, alla “ libertà ”, “ all’uguaglianza ”, alla “ fratellanza ”, alla “ solidarietà ”, alla “ giustizia ”, allo “ Stato di diritto ”, alla “ tolleranza ”, ai “ diritti dell’Uomo ”, alla “ partecipazione ”, ecc., si ritroverebbe, senza volerlo, tra i “ propagandisti ”, diretti o indiretti, di quel regime o, al limite, si farebbe semplicemente recuperare dalle strutture del sistema avversario. Questo, naturalmente, senza poter essere in grado di trasmettere, alle masse, il messaggio del suo sacrosanto motivo di rivolta!

    Se invece volesse distinguersi dai suoi avversari e distanziarsi dai luoghi comuni della loro propaganda, sarebbe costretto ad utilizzare una terminologia che lo discrediterebbe immediatamente agli occhi dell’opinione pubblica, prima ancora di aver pubblicato il suo “ programma ” o cominciato realmente a sfidare o a combattere contro quel sistema.

    Per distinguersi dai suoi avversari e per rivendicare la sovranità del suo popolo, infatti, sarebbe semplicemente costretto ad inalberare le bandiere della “menzogna“, della “ tirannia”, della “ servitù ”, della “ disuguaglianza ”, nonché quelle del “ tradimento ”, “ dell’egoismo ” e “ dell’ingiustizia ”. Senza dimenticare, quelle del “ despotismo ”, “ dell’intolleranza ”, della “schiavitù”, della “ negazione di ogni diritto umano ”, “ dell’esclusione sistematica ”, ecc.

    Inutile, allora, meravigliarsi, se le società del nostro tempo sono completamente disgregate ed, al tempo stesso, tiranneggiate da forze fondamentalmente mercenarie ed opportuniste, nonché estremamente corrotte ed inevitabilmente corruttrici.

    Le nostre società si sono atomizzate, poiché abbiamo dimenticato il senso logico ed il vero significato della parola “ politica ”; sono diventate impotenti, poiché abbiamo supinamente accettato di farci dividere in “ fazioni opposte ” all’interno della stessa società e di farci espropriare le nostre principali prerogative; sono diventate il luogo aberrante ed invivibile della nostra cosciente o incosciente schiavitù, poiché tra il “ comandare ” e “ l’obbedire ”, abbiamo semplicemente scelto di rinunciare alla nostra dignità ed alla nostra sovranità, per indossare, volontariamente o involontariamente, il saio dell’idiotes e le catene infrangibili ed invisibili del nostro individualismo, del nostro egoismo, della nostra viltà e della nostra triste, stolta e desolata irresponsabilità.

    Alberto B. Mariantoni

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da lupo1982
    radicale proviene dal termine radice.
    la radice di una cosa, filosoficamente parlando, è il suo quid caratterizzante nudo e semplice.
    essere radicale in qualcosa, quindi, vuol dire esserlo fino in fondo, in tutto.
    definirsi radicali vuol dire fare propria non solo un'idea o un'opinione, bensì una WELTANSCHAUNG, un modo di vedere il mondo e di viverlo parimenti.

    d'altronde il fascismo è uno stile di vita

  7. #7
    legio_taurinensis
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    IL problema è che se ti dici radicale la gente ti confonde con quelli di Pannella

  8. #8
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    con l'occasione, può essere davvero interessante rileggersi le illuminanti intuizioni di Faye riguardo il pensiero radicale:

    Soltanto il pensiero radicale e fecondo. Perche esso solo crea concetti audaci che spezzano l’ordine ideologico egemonico, e permettono di sfuggire al circolo vizioso di un sistema di civilta rivelatosi fallimentare. Per riprendere la formula del matematico Rene Thom, autore della «Teoria delle catastrofi», soltanto i "concetti radicali" possono far crollare un sistema nel caos — la "catastrofe" ovvero cambiamento di stato violento e repentino — al fine di dar vita a un altro ordine.
    Il pensiero radicale non e "estremista" ne utopico, dal momento che in questo caso esso non avrebbe alcuna presa sul reale, ma al contrario esso deve anticipare l’avvenire rompendo con un presente in disfacimento.
    Il pensiero radicale e rivoluzionario? Oggi deve esserlo, perche la nostra civilta e giunta alla fine di un ciclo e non alla soglia di un nuovo progresso; e perche attualmente non esiste piu alcuna scuola di pensiero che osi proclamarsi rivoluzionaria dopo il fallimento finale del tentativo comunista.
    Pertanto e solo avendo di mira nuovi concetti di civilta che si sara davvero portatori di storicita e di autenticita.
    Soltanto dei concetti radicalmente nuovi, miranti a un’altra civilta, sono portatori di storicita. Perche un pensiero radicale? Perche esso va proprio alla radice delle cose, vale a dire "fino all’osso": esso rimette in discussione la concezione del mondo sostanziale di questa civilta, l’egualitarismo — il quale, utopico e ostinato, grazie alle sue contraddizioni interne sta portando l’umanita alla barbarie e all’orrore ecologico-economico.
    Per agire sulla storia, e necessario creare delle tempeste ideologiche attaccando, come vide benissimo Nietzsche, i valori, fondamento e ossatura del sistema. Oggi non lo fa piu nessuno: di qui il fatto che, per la prima volta, e la sfera economica (televisione, media, video, cinema, industria dello spettacolo e dell’intrattenimento) che detiene il monopolio della ri-produzione dei valori. Il che porta evidentemente a un’ideologia egemonica senza concetti ne progetti in grado di immaginare una rottura, ma invece fondata su dogmi e anatemi. Oggi, dunque, soltanto un pensiero radicale permetterebbe a delle minoranze intellettuali di creare un movimento, di scuotere il mammut, di squassare tramite elettrochoc (o "ideochoc") la societa e l’ordine del mondo. Ma questo pensiero deve imperativamente sottrarsi al dogmatismo, e al contrario coltivare il riassetto permanente ("la rivoluzione nella rivoluzione", unica intuizione maoista giusta); allo stesso modo esso deve proteggere la sua radicalita dalla tentazione nevrotica delle idee fisse, dai fantasmi onirici, dalle utopie ipnotiche, dalle nostalgie estremiste o dalle ossessioni deliranti, rischi inerenti a ogni prospettiva ideologica.
    Per agire sul mondo, un pensiero radicale deve articolare un corpus ideologico coerente e pragmatico, dotato di distacco e flessibilita adattativa. Un pensiero radicale e prima di tutto un porsi delle domande, e non gia una dottrina. Cio che esso propone dev’essere declinato secondo le modalita del «e se...?», e non certamente del «bisogna...!». Questo tipo di pensiero aborre i compromessi, le false saggezze "prudenti", la dittatura degli "esperti" ignoranti, e il conservatorismo paradossale (lo statu-quoismo) degli adoratori della modernita, che la credono eterna.
    Ultima caratteristica di un pensiero radicale efficace: il saper accettare l’eterotelia, cioe il fatto che le idee non portano necessariamente ai fatti sperati. Un pensiero efficace deve riconoscere di essere approssimativo.
    Si naviga a vista, si vira di bordo in funzione del vento, ma si sa dove si va, verso quale porto. Il pensiero radicale integra il rischio e l’errore propri a tutto quanto e umano. La sua modestia, presa a prestito dal dubbio cartesiano, e il motore della sua potenza di messa in moto degli spiriti. Niente dogmi — immaginazione al potere. Con un pizzico di amoralismo, vale a dire di tensione creatrice verso una nuova morale.
    E oggi, alle soglie di questo XXI secolo che sara un secolo di ferro e di fuoco e la cui posta in gioco e colossale, ma che e gravido di minacce autenticamente mortali per l’umanita, nel momento in cui i nostri contemporanei sono decerebrati dal "pensiero debole" e dalla societa dello spettacolo — e oggi, proprio quando ci esplode di fronte un vuoto ideologico assordante, che finalmente e possibile e puo avere successo un pensiero radicale. Allo scopo di progettare nuove soluzioni, un tempo impensabili.
    Le intuizioni di Nietzsche, di Evola, di Heidegger, di Carl Schmitt, di Guy Debord o di Alain Lefebvre — tutte relative al rovesciamento dei valori — si dimostrano infine realizzabili, come la nietzscheana filosofia a colpi di martello. Il nostro "stato di civilta" e maturo per questo. Lo stesso non era nel recente passato, quando la coppia moderna XIX-XX secolo incubava la sua infezione virale senza ancora subirla. D’altra parte, conviene rigettare subito il pretesto secondo il quale un pensiero radicale sarebbe "perseguitato" dal sistema. Il sistema e stupido. Le sue censure sono permeabili e maldestre. Esso e capace di colpire soltanto le provocazioni folkloristiche e le goffaggini ideologiche.
    Nell’intellighenzia europea ufficiale e al potere, il pensiero e stato abbassato al livello di una mondanita mediatica e alla ripetizione stucchevole dei dogmi egualitari. Per tema di infrangere le leggi del "politicamente corretto", per mancanza di immaginazione concettuale o per ignoranza delle poste in gioco reali del mondo presente.
    Le societa europee in crisi di oggi sono pronte a essere trapassate da pensieri radicali determinati, muniti da un progetto di valori rivoluzionari e portatori di una contestazione completa ma pragmatica e non utopica dell’attuale civilta mondiale.
    Un pensiero radicale, e ideologicamente efficace nel mondo tragico che si prepara, potrebbe unire le qualita del classicismo cartesiano (principi di ragione e di possibilita effettiva, di esame permanente e di volontarismo critico) e del romanticismo (pensiero folgorante richiamantesi all’emozione e all’estetica; audacia di prospettive). Allo scopo di coniugare in una coincidentia oppositorum le qualita della filosofia idealista del "si" e della filosofia critica del "no". Come seppero farlo Marx e Nietzsche nel loro metodo dell’"ermeneutica del sospetto" (imputazione dei concetti dominanti) e del "rovesciamento positivo dei valori".
    Un simile pensiero che unisce audacia e pragmatismo, intuizione prospettica e realismo osservatore, creazionismo estetico e volonta di potenza storica, dev’ essere "un pensiero volontarista concreto creatore di ordine".

  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da Emiliano
    IL problema è che se ti dici radicale la gente ti confonde con quelli di Pannella
    camerata pannella sieg heil

  10. #10
    legio_taurinensis
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    preferisco Radicalista a Radicale.

 

 
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