Chi minaccia Firenze
Graziella Mascia
«Il pericolo per i monumenti di Firenze sta nelle politiche del governo, che quei monumenti intende vendere. Noi siamo figli, politicamente e culturalmente, di coloro che accorsero nel 1966 per salvare Firenze dall'alluvione». Basterebbero queste parole, pronunciate da Nicola Fratoianni, coordinatore dei Giovani comunisti, per rispondere al ministro dell'Interno e a tutti coloro che vorrebbero mettere sotto accusa il movimento e disegnare un quadro non rassicurante per il Social forum europeo.
Il ministro conduce in aula uno slalom faticoso e mal riuscito, da una parte per apparire il ministro del dialogo e delle garanzie costituzionali - e quindi ammette che Firenze non è Genova, non c'è un vertice di capi di Stato, non ci sono zone rosse - ma, dall'altra, non sa giustificare le ragioni di un atteggiamento in contrasto con tale premessa. Non sa motivare, cioè, la ragione per cui continui a ritenere inadeguata la città per ospitare dibattiti e confronti fra autorevoli esponenti di associazioni, sindacati e partiti, sindaci di tutta Europa e non dice perché non si dovrebbe svolgere a Firenze, che ha storia e tradizione di pace, una manifestazione contro la guerra di centinaia di migliaia di persone che, per scelta degli organizzatori, sfilerà fuori dal centro storico. Perché il governo decide di far ricorso all'art. 2 comma 2 del trattato di Schengen per il controllo dei documenti per ragioni di ordine pubblico, realizzando così un precedente grave, in assenza di un vertice di governi.
Il ministro insiste nel dire di voler garantire il diritto a manifestare, ma cita, tra i precedenti per il ricorso a questa procedura, proprio le occasioni, tra cui la manifestazione di Nizza, che videro treni bloccati alla frontiera. E, cosa gravissima, mentre riconosce la volontà del Social forum europeo di realizzare un grande evento politico e il suo carattere pacifico, attacca direttamente il social forum stesso, indicando la mancanza di una leadership univoca come fattore che potrebbe determinare turbative gravi all'ordine pubblico e collocando, tra gli altri, disobbedienti e Cobas tra coloro che potrebbero mettere a rischio la situazione. Un copione già visto. Ancora una volta, cioè, si tenta di dividere i buoni dai cattivi, indicando i cattivi come ipotetici responsabili di un eventuale scenario problematico. Non sappiamo se le parole del ministro hanno l'obiettivo di distrarre l'opinione pubblica dai veri problemi che preoccupano i cittadini - dal lavoro alla Fiat, alla giustizia - oppure se il suo interesse è di avere il plauso delle parti politiche più oltranziste della sua maggioranza, che contestano persino al sindaco di Firenze e al presidente della regione Toscana di ospitare l'evento europeo. La cosa certa è che queste parole sono di una gravità inaudita, sono parole irresponsabili, che delegittimano persino il tavolo che a Firenze vede impegnati Prefetto e coordinamento del Social forum europeo per definire itinerari e spazi. Da un ministro ci aspettiamo di conoscere le direttive politiche, gli obiettivi fondamentali che ispirano la gestione di un grande appuntamento e che dovrebbero guidare l'azione tecnica delle operazioni di intelligence e delle forze dell'ordine. Tali dichiarazioni ottengono invece l'effetto di sollecitare pericolosi quanto inutili allarmismi e offrire la sponda a chi vuol gettare benzina sul fuoco per prospettare scenari cupi. Se invece l'obiettivo del governo è ancora una volta semplicemente quello di voler screditare un movimento che ha già superato prove difficilissime come a Genova, lo invitiamo a desistere. Non funziona.
A Firenze arriveranno centinaia di migliaia di persone da tutta Europa, dalle scuole italiane si stanno organizzando pullman che porteranno migliaia di ragazzi, per la prima volta, a un appuntamento del movimento. A Firenze, nonostante il tentativo di creare un clima di tensione, la maggioranza dei cittadini dichiara di condividere le questioni proposte dall'agenda dell'Sfe - dai diritti di cittadinanza alla contrarietà alla guerra. Suggeriamo al ministro dell'Interno di ripensarci, utilizzando il dibattito in aula che egli stesso ha proposto per presentare - se possono - il volto democratico di questo governo.
Liberazione 23 ottobre 2002
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