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Dal Riformista di oggi:
ANNIVERSARI. A 30 ANNI DALLA MORTE, UN CONVEGNO ALLA LUISS
Un nostradamus liberista e borderline
Von Mises predisse la presidenza Einaudi e l’insostenibilità dell’economia comunista
New York, 1941, pochi giorni dopo Pearl Harbor. Mario Einaudi si ferma per un tè con un vecchio amico del padre, cui confida grigi timori per l'Italia occupata e le sorti della guerra. Si guadagna qualche parola di conforto. «La Germania non vincerà la guerra, e l'Italia si risolleverà. Un giorno vedremo suo padre presidente di una libera Repubblica italiana…»
Ludwig von Mises aveva occhio per le previsioni: le azzeccava col piglio dell'aruspice, umile e sicuro, senza il vezzo da economista di ricamare d'equazioni l'azzardo della cabala. Previsioni piccole, in anticipo di un paio di lustri, come Luigi Einaudi Presidente; e previsioni grandi, la bancarotta del socialismo reale, scrutando settant'anni nel futuro. La fama di Mises è legata soprattutto a un lavoro del 1920, poi rielaborato ed ampliato in Socialismo (1922). Un libro di rottura, che «ha sfidato le idee di una generazione», come riconobbe Friedrich von Hayek. In quell'opera, si rovescia e si sotterra la pretesa di una superiore razionalità della pianificazione sul mercato vantata dalle dottrine comuniste. Viceversa, per l'economista austriaco, «il socialismo è l'abolizione dell'economia razionale». Perché, sopprimendo la proprietà privata dei mezzi di produzione, s'impedisce il costituirsi di un mercato dei beni capitali e quindi il formarsi dei loro prezzi. In mancanza di un «indice delle alternative» non può darsi un utilizzo razionale delle risorse, perché «senza un meccanismo per la formazione del prezzo, non c'è calcolo economico».
Raccogliendo la sfida di Mises, Oskar Lange dirà che «la sua statua dovrebbe occupare il posto d'onore nel grande atrio del Ministero della Socializzazione o del Comitato Centrale per la Pianificazione dello stato socialista». Imprevedibile omaggio a un avversario prezioso. Il dibattito sul calcolo economico è stato lungo e acceso, e la vittoria di Mises s'è fatta inequivocabile, concreta, solo coi primi colpi di piccone inflitti al muro di Berlino.
Nato a Leopoli nel 1881, e morto a New York il dieci ottobre 1973, trent'anni fa, Mises ha avuto pochissimi riconoscimenti in vita, e non pareggia il conto il Nobel all'allievo Hayek, arrivato giusto un anno dopo la sua scomparsa. In occasione di questo anniversario, si segnalano alcune iniziative: a Roma, un convegno su L'eredità intellettuale di Ludwig von Mises. A trent'anni dalla morte, presso la Luiss (in via Pola, 12), che vedrà confrontarsi sul tema alcuni dei maggiori studiosi liberali italiani. A Bruxelles, per la regia del Centre for the New Europe, un incontro più modesto, ma di sapore analogo.
Non è un caso che Mises venga ricordato alla Luiss: a lungo ignorato, la diffusione delle sue opere nel nostro paese porta la firma di Dario Antiseri e Lorenzo Infantino che, con la complicità di Rusconi prima di Rubbettino poi, hanno spezzato un'impasse durata anni. Un'operazione culturale di gran classe, e senza risvolti politici, che sembrava destinata ad influenzare la destra smaniosa di costruirsi un pedrigree liberale. Ma niente da fare. Chi s'ingegna a puntellare di dazi le barriere doganali, a Mises preferisce Colbert. «Ciò che genera la guerra», pensava invece il grande austriaco, «è la filosofia economica del nazionalismo: embargo, controlli sullo scambio con l'estero, eccetera. La filosofia del protezionismo è una filosofia di guerra».
La vita di Mises non fu un romanzo, ma quanto alla guerra, gli mise a disposizione ogni elemento per formarsi un'opinione. Durante il primo conflitto mondiale, fu artigliere sul fronte russo, dove si guadagnò tre decorazioni per coraggio in battaglia (dopo la pace di Brest-Litovsk, fece l'economista per conto del governo, prima in Ucraina e poi di nuovo a Vienna). Fra il 1918 e il 1920 era nella Commissione per le riparazioni della Società delle Nazioni. Salvo tornare alla Camera di commercio austriaca, dove aveva lavorato anche prima dell'attentato di Sarajevo. Insegnava, sì, ma solo come Privatdozent, professore senza cattedra né salario.
Ebreo, nel 1934 accetta l'invito di William Rappard e si trasferisce a Ginevra (nel '38 lo raggiungeranno la futura moglie Margit e la figliastra Gitta Sereny, che gli vorrà un gran bene), dove per sei anni trascorre uno dei periodi più sereni e fecondi della sua vita. Qui scrive Nationalökonomie (Human Action, nella tradizione inglese del 1949), un ponderoso trattato d'economia che raccoglie e mette a sistema una vita d'intuizioni. Un libro di teoria, in un'epoca che ne è assai avara: Mises, attentissimo ai problemi epistemologici, difenderà senza sconti l'individualismo metodologico (solo l'individuo pensa e agisce), e una scienza economica incardinata su alcune leggi a priori, lontanissima da ogni suggestione empirista e positivista - nella tradizione della scuola "austriaca" d'economia, di cui le sue opere sono il frutto maturo.
Ma la vicenda di Mises è anche quella d'un uomo profondamente impegnato. La fuga in Svizzera, e poi a New York, è sia il riflesso dell'impossibilità di vivere nell'Austria in odore di Anschluss («Scappiamo in Messico a gestire un night-club», proponeva a Fritz Machlup, suo studente) che una testimonianza. Portata avanti con lo stakanovismo dell'intelligenza, in omaggio al verso virgiliano che si scelse per motto: «Tu ne cede malis sed contra audentior ito».
Profeta della libertà e della globalizzazione, liberista adamantino poco amato dai liberisti mainstream (Milton Friedman l'ha liquidato come «dogmatico»), Mises continua a riservare sorprese. La Liberty Fund di Indianapolis sta pubblicando tre raccolte di scritti inediti, curate da Richard Ebeling. Alcuni sono saggi ritrovati da Ebeling e da sua moglie, russa, negli archivi sovietici: la biblioteca viennese di Mises, saccheggiata dai nazisti, dopo la guerra era finita a Mosca. Come dire che per quarant'anni l'Urss ha custodito, gelosa, le carte del più temibile fra i suoi nemici.
Di Alberto Mingardi
"Non spargerai false dicerie; non presterai mano al colpevole per essere testimone in favore di un'ingiustizia. Non seguirai la maggioranza per agire male e non deporrai in processo per deviate la maggioranza, per falsare la giustizia. Non favorirai nemmeno il debole nel suo processo" (Esodo 23: 1-3)