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  1. #1
    memoria storica di PoL
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    Predefinito Un libro dimenticato...

    cari amici
    non credo sia necessario ricordare che il prossimo 28 ottobre cadrà l'ottantesimo anniversario di un evento che ha rappresentato, in qualunque modo lo si voglia vedere, una pietra miliare nella storia dell'Italia: la Marcia su Roma.

    In questa occasione voglio proporre alla vostra attenzione la terza parte, quella nella quale si ricorda appunto la Marcia su Roma, di un libro scritto alla vigilia della guerra mondiale che il suo 'scopritore' così descrive:


    STORIA DEL FASCISMO

    di Roberto Farinacci

    Trovai questo vecchio libro impolverato una domenica in un mercatino della mia città. Lo guardai, vidi le pagine antiche, le frasi con quello stile che non si usa più, immaginai le mani che dapprima lo mostravano con orgoglio, e che poi lo gettavano nel più profondo dei cassetti vergognandosene come se con quel gesto annullassero la storia, immaginai gli anni di oblio e di solitudine, per essere poi scoperto da quacuno che, ignorando forse anche la storia, decise di liberarsene per sempre. Lo lessi, capii che era un libro ‘sincero’ e decisi allora di farne buon uso.

    Dedicato a quelli che pensano con la propria testa...




    buona lettura!...


    --------------

    Nobis ardua

    Comandante CC Carlo Fecia di Cossato


  2. #2
    memoria storica di PoL
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    Predefinito



    Benito Mussolini negli anni '20, al tempo della Marcia su Roma





    PARTE I

    LA FINE DEL SISTEMA GIOLITTIANO

    Cap. I

    IL COLPO MORTALE ALLA VECCHIA DITTATURA



    Nemmeno nelle elezioni del 1921 gli elettori fecero buona testimonianza di civico dovere e di onore al Parlamento, chè i votanti non raggiunsero il 57 per cento. Numericamente non si ebbero gravi mutazioni in questa nuova ed ultima Camera del vecchio regime. A non tener conto dei pochi allogeni e dei pochi repubblicani, i popolari mantennero le posizioni già raggiunte nelle precedenti elezioni. I socialisti perdettero una ventina di mandati, quasi tutti nell’Emilia e nel Piemonte. Al loro fianco, stimolandoli e umiliandoli insieme, si insediarono la prima volta i comunisti.
    I deputati del blocco nazionale, cioè i liberali, i rinnovatori, i democratici-liberali, i radicali, i riformisti, suddivisi alla loro volta in clienti ed avversari accaniti di Giolitti e di Nitti, insomma tutti quelli che non erano né popolari né socialisti – designazione negativa, ma precisa – sebbene congiunti dalla paura, pure erano tutti stranieri fra loro, e diversi, e nemici, per ambizione, per invidia e per odio personale.
    Ma con i deputati di questo blocco nazionale erano i 36 fascisti – la grande novità della Camera! – quasi tutti capilista della loro circoscrizione, fra i quali, il capo, Mussolini, era stato eletto non solo in Lombardia, ma nell’Emilia, trionfalmente. Ciò che faceva presumere di loro una forza viva nel paese molto più grande di quella che apparisse in Parlamento. E nella stessa Camera, altri deputati, i nazionalisti, alcuni superstiti liberali di ‘destra’, qualche valoroso reduce di guerra, e persino qualche deputato popolare, venivano attratti da questo nuovo centro di forza, assai più potente e operante.

    Poi, il fascino del Capo che guidava questi nuovi combattenti della politica. La di lui immensa energia, la lunga, personalissima esperienza di uomini, di partiti, di problemi, ch’ei s’era formata, lontano dal Parlamento e dalle formule e dalle scuole, nel vivo della vita. La fedeltà, anzi la devozione e la dedizione di lui a tutti quei giovani seguaci, quasi tutti coraggiosi, risoluti, e amati dai loro gregari con altrettanta devozione. La vita di guerra che aveva lasciato in tutti questi italiani tracce indelebili, massima e profonda fra tutte il disprezzo delle chiacchiere e delle sottili procedure formali con l’ammirazione congiunta delle azioni rapide e risolute; le passioni arroventate e la stessa logica della guerra civile, che esplode difficilissimamente e poi non cessa se prima non ha compiuto il suo corso inesorabile. Tutte erano, o dovevano essere, nuovissime realtà sufficienti a togliere ogni illusione ai vecchi parlamentari, eccelsi sì, per astuzia senile, per esperienza amministrativa, per cultura professorale o burocratica, ma tutti inferiori nelle virtù che davano preminenza al partito fascista e facevano invincibili i fascisti.

    Il non aver compreso queste facilissime verità psicologiche costituì un’altra imprevidenza e un altro errore tattico del vecchio dittatore infallibile. Le elezioni le aveva volute lui, in realtà le avevano fatte e guidate i fascisti. E se non intuivano tutti l’estrema gravità della cosa, pur sentivano tutti, con più chiara o meno chiara coscienza, che la Camera e tutti i partiti che vi erano rappresentati avevano dovuto fare i conti con i fascisti, e tutti dovevano riferire, non solo il risultato positivo o negativo, ma ogni speranza ed ogni timore alla lotta imposta dai fascisti, la vittoria e la sconfitta, la sorte del proprio partito, l’avvenire immediato o mediato della stessa vita parlamentare. Quelli che si rallegravano della vittoria, e quelli che si rallegravano di non essere stati spazzati via, pensavano ai Fasci, o per congratularsi con tacita coscienza o per maledire ed per esaltarsi ad alta voce, e discutevano con i fascisti in ogni caso, si aggiravano e muovevano attorno ai Fasci. Senza intenderlo chiaramente, senza confessarlo nemmeno a se stessi, non erano più né i padroni né i vincitori della Camera, e tanto più eran vinti, quanto più ostentavano odio, indifferenza e superbia.

    Giolitti, il finissimo manovratore, non aveva previsto nemmeno questa mutazione e trasformazione degli animi. E neppure aveva calcolato, il vecchio dittatore del Parlamento, che la vittoria dei fascisti [l’unica vittoria elettorale che i vincitori disprezzavano!] non solo provocava una continua attrazione e quindi un progressivo disgregamento nelle file dei suoi democratici, e insomma del ‘blocco nazionale’, ma irrigidiva nella difesa e consolidava con la paura alla resistenza i due partiti antinazionali, il Partito popolare e il Partito socialista, e impediva lo smembramento di quello e la collaborazione di quello. Veramente, nel primo momento, tutti i partiti cedettero di aver vinto e di potersi avviare ad una possibile convivenza, perché tutti credettero di avere incapsulato il Fascismo nella placida formula, che caso era una forte burrasca suscitata dai mali della guerra [dicevano i socialisti] o dalle esorbitanze della folla bolscevizzante [dicevano i liberali e i democratici] e dalla crisi economica [ripetevano tutti in coro], ma ora in via di rabbonimento, perché le folle già disilluse si venivano disintossicando, e la stessa disoccupazione e la vasta crisi economica, già in atto, ostacolavano o impedivano gli scioperi, togliendo materia all’incendio.

    Ma, dopo il primo momento, tutti rifecero, a mente riposata, i conti in cassa, e, tirate le somme, si avvidero di avere tutti perduto quel che avrebbero voluto o potuto guadagnare; e si scagliarono contro Giolitti. Tuttavia, nei primi giorni che seguirono le elezioni del 15 maggio 1921, anche dopo le avvisaglie dei socialisti che si erano messi a dir male parole contro l’antico patrono, Giolitti argomentava che la situazione parlamentare gli fosse ancora favorevole. Se i socialisti erano irritati per le elezioni punitive, egli sapeva bene che fare: avrebbe aspettato. Per ora, non aveva nessun bisogno dei socialisti. Più di cento deputati popolari erano lì pronti a contrattare, e, insieme con i popolari che non avrebbero imposto principi ideali ma cose utili per la loro collaborazione sempre ambigua, e sempre pronta, quasi tutti i deputati del ‘blocco giolittiano’, non esclusi molti uomini della ‘destra’, bene disposti a tutto ‘soffrire’ per evitare il peggio. Tutto pareva dunque mettersi politicamente a posto, quando all’improvviso, il 21 maggio 1921, Mussolini fermò per sempre Giolitti sul florido sentiero della speranza. Mussolini non sfidò Giolitti a singolar tenzone, non lo insultò come facevano i socialisti, non lo ricattò come facevano i popolari. Lo distrusse, tagliandolo fuori da ogni possibilità di offesa o di difesa, in una piccola intervista che apparve sul Giornale d’Italia, con poche parole di schiacciante indifferenza e di signorile incuriosità parlamentare, come se la Camera non esistesse, né esistessero Giolitti, né i giolittiani, né il blocco nazionale, né i socialisti all’opposizione. Disse che il Fascismo non aveva ‘pregiudiziali monarchiche, o repubblicane’ - se mai era ‘tendenzialmente repubblicano’ - e che il gruppo fascista si sarebbe ‘astenuto ufficialmente dal prendere parte alla seduta reale’. Poche parole dunque, che possono ancora oggi apparire inutili, e persino inopportune, o inutilmente impertinenti agli ingenui lettori.
    Ma con queste parole Mussolini colpiva a morte tutto il blocco nazionale. Tagliava alle radici tutte le speranze che i bottegai, gli agrari, gli industriali, gli amanti di una pace e di un ordine qualunque avevano concepito del Fascismo. Liberava il Fascismo – proprio nel momento della sua prima affermazione vittoriosa – da ogni compromesso, ne esaltava con lealtà e fedeltà coraggiosissime le energie, lo riconduceva alla sua origine, alla sua responsabilità più profonda, alla sua vocazione intima e religiosa, al rinnovamento totale e radicale. Non si era mai visto un risultato più grande con mezzi più piccoli, una più potente complicazione di effetti e di risonanze con più semplici parole, e, insieme, una più sconcertante e più impreveduta azione politica.
    E alcuni dei grassi proprietari, che avevano dato o si erano fatti ‘prelevare’ l’autocarro o la benzina per la ‘spedizione punitiva’, e se ne erano vantati poi come di un atto coraggioso e generoso, ora imprecavano e bestemmiavano contro Mussolini. ‘… già, è stato sempre un rivoluzionario…’, dicevano. E dissimulavano nell’indignazione la paura. Ma eran fuochi di paglia. Che importava a loro della monarchia, o della repubblica?… Avevan paura della rivoluzione e dello spirito rivoluzionario, qualunque si fosse. E s’eran fatti dei fascisti il giudizio angusto che il desiderio e l’interesse suggerivano al loro cuore bottegaio. Anche alcuni fascisti parvero turbati, perché anche fra i fascisti vi erano le anime candide, gli occhi miopi, l’inesperienza, soprattutto l’inesperienza politica, e qualche anima retriva, a cui lo stesso Re d’Italia non era tanto l’incarnazione ideale del popolo italiano nella sua storia, il garante supremo della nostra missione nazionale, il capo dell’esercito, ma il difensore, anzi il complice degli interessi e dei pregiudizi di parte clerico-moderata e il nemico autorevolissimo del socialismo, oh, non del socialismo sovversivo perché anti-nazionale e anti-eroico, ma del socialismo sovversivo, perché anti-borghese. E mostrarono di non poter intendere, né accogliere, questa ‘tendenzialità’ repubblicana del Fascismo, nemmeno alcuni uomini nobili e liberi, di acutissima mente.
    Questi si accinsero a dimostrare come molte ragioni politiche, storiche e anche religiose tendevano a giustificare in Italia la Monarchia. In realtà, anche questi uomini d’alta intelligenza non percepivano il senso della tattica mussoliniana, sconcertante, nuova, imprevedibile, e potente. Non c’è nulla in questa tattica che si possa chiamare machiavellico. Non c’è nemmeno l’astuzia, almeno non c’è quell’astuzia semplice e istintiva del primitivo che disprezza quello che vuol comprare e loda quello che vuol vendere, né l’altra astuzia più sottile del parlamentare italiano – l’astuzia giolittiana per eccellenza – che esige l’assenza assoluta di qualsiasi sentimento e di qualunque idea positiva e si propone soltanto quegli scopi che siano raggiungibili col vizio e la corruzione degli avversari, non mai con la propria virtù.
    Difficile è discernere nell’atteggiamento di Mussolini quel che è mezzo e quel che è fine, lo scopo provvisorio e lo scopo remoto e principale, quello che egli può sacrificare e quello che non sacrificherà mai; non perché egli sia un maestro sommo e quasi un mostro della simulazione e della dissimulazione, anzi proprio per l’opposta virtù, perché egli è sincero in ogni istante, e sente con intensità e freschezza e ravviva con fantasia potente quello che pensa e dice. Mussolini non può servirsi delle parole a cui la sua anima sia totalmente estranea o ripugnante, e non saprebbe parlare a modo suo senza sentire con impeto. L’uomo Mussolini, come tutti gli uomini di forte animo e di grandi passioni, è solitario, scontroso, orgoglioso. Perché egli raggiunga la sua eloquenza gli è necessaria la lotta, e come ogni giudizio di lui non è curiosità intellettuale, anzi è vita e faticosa conquista e calda esperienza, così la sua oratoria, che appare magra, nervosa, rapida e incisiva, senza ornamenti, né abbandoni, né virtuosismi, è in realtà un’azione drammatica, un atto di combattimento con l’avversario reale o immaginato, o con il pubblico, o con se stesso. Il combattimento esalta le sue energie, suscita la veemenza delle sue passioni; e le passioni diventano intuizione trasparente, una più alta visione delle cose, una sintesi semplificatrice e vigorosa. C’è nella sua oratoria, sempre, un fascio vibrante di nervi, di muscoli, di tendini, senza pinguedine stanca e stagnante, con poche pause, senza riposo, né svago, e una plasticità luminosa. Il suo discorso acquista precisione e vigore, concretezza e sobrietà. Egli sa tradurre purificare disciplinare, con immagini visibili e quasi tangibili, ogni pensiero e stato d’animo di sé e della folla, ciò che è proprio del genio italiano. Le sue immagini si ordinano in un equilibrio organico e misurato. L’inquietudine e la veemenza non lo imprigionano, lo fanno potente. Le immagini in cui traduce le commozioni e l’impeto della lotta lo liberano, gli danno riposo, e una coscienza pacata del problema. Dopo il discorso egli non è esausto: è più calmo, più forte, e illuminato. Quindi egli sa punire e domare se stesso, sebbene si getti nella lotta con l’impeto di tutta la sua potenza. Anzi, proprio per questo impeto e per la virtù della sua parola illuminatrice e liberatrice, egli si arricchisce di nuovi pensieri e di nuove esperienze, fra le quali suprema, è stata questa per lui, che di giorno in giorno egli ha acquistato consapevolezza più acuta e sicura che i giudizi e la realtà ‘effettuale’ non sono cosa eterna. Eterno, e più forte in ogni istante, è lo spirito che cresce sopra se stesso, que’ giudizi esprimendo e questa realtà trasformando. L’esperienza della sua stessa vita gli ha dato il senso della storia, il senso che la logica suprema e concreta del pensiero non è la fedeltà idolatria alle idee che abbiamo pensato, alle formule tradizionali, alla realtà ‘effettuale’, che abbiamo trovato, ma la fedeltà sempre nuova e intrepida ad uno scopo.

    Mussolini non è l’uomo machiavellico, sebbene gli sia riuscito, anzi, proprio perché è riuscito a incarnare in sé le virtù dell’uomo politico idealizzate da Machiavelli, che sono il senso nudo della realtà effettuale e l’energia indomabile per trasformare questa realtà. Si è quasi tentati di dire che egli ha il culto della realtà, tanto ne subisce l’imponenza obbiettiva e impersonale, sinceramente e quasi umilmente, fino a sacrificarle molti dei suoi sentimenti e molte delle sue care opinioni, fino ad affrontare la necessaria manovra dell’azione politica, servendosi di tutte le forze, di tutte le persone, di tutte le situazioni utili, se anche nauseanti. Non c’è nulla, pertanto, che non possa diventare materia feconda della sua costruzione. Eppure egli non soggiace all’idolatria della realtà, perché incitato e vivificato dallo slancio della creazione, dalla maestà e dall’orgoglio della sua certezza, dalla religiosa necessità dell’azione e dello scopo.
    Vive in lui la religione della storia, entusiasticamente. Ma il senso della realtà disciplina la sua azione, gli suggerisce i modi del suo linguaggio, la chiarezza e l’efficacia persuasiva, gli impone una spietata valutazione delle forze. Se non avesse il senso della realtà sarebbe un apostolo, se non avesse l’assillo della creazione sarebbe stato un abilissimo capo di partiti conservatori. Egli è un grande uomo politico.

    Coloro che, per passione cieca o per superficialità di analisi o per errore di generalizzazione empirica, hanno affrettato il giudizio su Mussolini, sono stati ingannati dalla complicata multiforme apparenza dei suoi atteggiamenti, e, ritagliando fuori dall’organicità della sua indole vasta sì, ed enorme, e veemente, ma anche armonica e disciplinata e forte, gli elementi separati della loro analisi, hanno smarrito il nucleo essenziale della sua personalità e la sua logica interna. Mussolini è un uomo politico che non si accontenta di tenere in mano la direzione delle cose, ma vuol agire sulle folle direttamente: egli prepara a sé i mezzi e le forze delle sue azioni; il discorso alla folla è necessario alla sua stessa chiarezza e alla sua forza; egli ha bisogno di persuadere e di accendere sé negli altri e gli altri in se stesso. Ma nulla è più stolto che il confondere la sua pedagogia politica con la sua prassi politica, la sua potenza tribunizia con la sua misura profonda e vigilante di uomo politico. Se può eccedere nella parola per troppo di vigore, non erra mai, per eccesso o per difetto, nell’azione. Cioè fa quello che vuole, e vuole quello che la valutazione fredda della realtà e il suo coraggio gli permettono. Egli conosce l’arte, l’arte misteriosa di sacrificare se stesso e gli impeti suoi. Poiché tutto quello che egli dice, egli lo sente con tutta l’anima, gli resta sempre di ritagliare qualche cosa nella selva vasta e spessa della sua molteplice creazione, qualche ramo secco o ancor verde delle passioni, delle suggestioni, delle immagini che ha prodigato, di dominare la tempesta che ha suscitato, di trasformare il materiale grezzo della propaganda che egli ha disseminato, di elaborarlo e di purgarlo. Questa indagine critica, che è anche una catarsi, egli compie lungo il travagliato processo delle sue decisioni. Allora è pronto ad abbandonare, come strumento meramente servile, il troppo del suo vigore nella disciplina dell’azione e dello scopo – il suo imperativo categorico – che si è imposto, o che egli viene scoprendo e colorendo lungo il processo della sua azione. E’ il momento più critico della sua vita, anche se lo accusino di contraddizioni e di rinnegazione quelli che non se ne intendono, tutti gli illuministi e i fanatici, quelli che non hanno il senso della storia e della politica, quelli che aprono gli occhi presuntuosi o ingenui e non scoprono il miracolo enorme di così grande natura. Ma solo Mussolini contiene e trattiene, disciplina e sacrifica se stesso in ogni istante. Gli altri non potrebbero arrestarlo, non potrebbero incitarlo. Egli può fare tutto questo, perché è sempre sincero; e quel che egli mutila è suo così, come è suo quello che egli conserva e fa valere e difende e spinge innanzi fino a quel punto, che non può essere giudicato temerario da colui che intuisce il suo coraggio, non conosce la sua prudenza e la sicurezza della sua valutazione.
    Poiché, dunque, Mussolini inganna con la sua stessa sincerità, e nessuno può prevedere quello che egli ha deciso, o potrà decidere, chi mai avrebbe potuto persuadere e confortare, dopo il 21 maggio 1921, le anime candide dei fascisti recalcitranti davanti all’intervista del Capo?… Invero, la ‘tendenzialità’ repubblicana non solo non era cosa nuova, ma aveva un valore innegabile anche per se stessa. Discutendosi [2-3 giugno] in seno al C.C. e al gruppo parlamentare fascista, sulla partecipazione alla seduta reale, l’on. De Stefani, affermò che il ‘non intervento’ era un monito del Fascismo, la dichiarazione leale di volontà che esso faceva in questo momento a tutta l’Italia, la petizione solenne che il Capo costituzionale dello Stato tornasse ad essere il Capo. ‘… la volontà del Re – disse il De Stefani – non deve essere in ogni caso subordinata alla volontà di qualunque svergognato che le contingenze parlamentari gli abbiano cacciato tra i piedi…’. Aveva fatto presa sull’animo di Mussolini anche questo motivo?…

    Noi crediamo che a questa domanda si debba rispondere affermativamente, pur non dimenticando che è molto difficile leggere chiaro nella coscienza degli altri uomini, poiché è difficile, per chiunque, leggere chiaro nella propria coscienza. Pure confermiamo il giudizio che in quella mossa tattica di Mussolini si debba metter l’accento non proprio su questo, ma sul motivo, che molto più sopra abbiamo chiarito. Nelle decisioni del Capo del Fascismo noi ci siamo abituati a scorgere un complesso di motivi, vicini e lontani, di vario grado e valore, in coordinazione e subordinazione molteplice, talvolta fusi in uno stato d’animo solo, tutti maturatisi fino ad una loro esplosione improvvisa. Quale di questi motivi avrà vita breve, e quale sarà il filo conduttore della strada più lunga, sulla quale egli avanzerà instancabilmente e intrepidamente, e con tanta sapienza politica, con tanta forza di animazione e di propagazione, che gli stessi ostacoli gli saranno punti d’appoggio, ed egli trasformerà le resistenze in materia a lui viva e obbediente?… Quindi il fascino che l’uomo suscita sopra quegli stessi dei suoi seguaci e ammiratori che, prima attoniti o turbati, vedono sorgere la vittoria dalle azioni del Capo più sconcertanti, più inaspettate, più dubbie e, nell’apparenza, più sconvenienti al fine, che si intravede e si desidera. E, col fascino, la cieca incrollabile fiducia, e una nuova energia irriducibile a qualsiasi logica, e una fiamma di entusiasmo, che sono nuova e più alta forza operante insieme con le altre forze operanti.
    L’intervista di Mussolini, con quel suo squillo rivoluzionario contro il patrio giolittismo – e fu un’irrevocabile sentenza di morte – provocò un ululato lungo di imprecazioni, di ingiurie, di minacce, di insinuazioni acide e maligne, in tutti i partiti e in tutti i quotidiani dell’ordine, i quali, intuito finalmente il pericolo mortale della ‘defezione’ fascista, accusarono Mussolini e il fascismo di ‘avere sfruttato e tradito’ il grande partito liberale. Ed alla campagna del vituperio si unì, anzi vi si pose alla testa, il quotidiano religioso e politico di una gerarchia che non fa politica, L’osservatore Romano, con le sue ironiche condoglianze a quei ‘popolari’ che s’erano dimostrati ‘molto teneri’ verso il Fascismo.

    Ma i socialisti ufficiali, presi da vasta letizia per questa bava velenosa, per questo terrore sdegnato e fremente, per questa insurrezione, almeno verbale, della vile borghesia. Ristorati dalla imprevista fortuna che mostrava lo spettacolo delizioso di un Fascismo odiato e vituperato non solo da tutti i partiti, ma – così pareva – da tutta la gente per bene che l’aveva poco prima acclamato e favorito. Sollevati altresì dalla speranza che proprio ad essi, in tanto frangente, ritornasse il potere di dettare legge e condizioni. Presero contro gli amici-nemici giolittiani una pronta vendetta, con parole così giuste e feroci, che i fascisti stessi, per essere troppo giovani ed appassionati, non avrebbero mai potuto escogitare. ‘… se è vero – oppose l’Avanti! – se è vero che senza i voti dei liberali non sarebbe entrata alla Camera più di mezza dozzina di fascisti [non era vero niente, ma l’Avanti! faceva le sue concessioni polemiche e interessate] … è anche vero che finora fu la borghesia monarchica a sfruttare il Fascismo, e non viceversa. E adesso che se n’è servita ai suoi fini, lo getta via come un limone spremuto… I monarchici italiani accolsero il Fascismo, che prometteva lo sterminio dei socialisti, come si accoglie un liberatore, un redentore. Lo acclamarono, lo festeggiarono, gli offrirono il cuore e la borsa. E il Fascismo si pose coscienziosamente all’opera, smantellò e diroccò le fortezze proletarie, gettò lo scompiglio e la morte nelle file dei lavoratori, tanto che ora la sua azione non sembra più necessaria ai rincuorati conservatori. Non essendo più necessario è ingombrante. Quindi è giunto il tempo di mettere da parte il Fascismo, che ha assolto la sua funzione. Il buon pretesto l’ha offerto il Duce, più esperto di violenza che di diplomazia, più ricco di orgoglio che di tatto… L’idillio è rotto… il Fascismo non dimenticherà più ciò che di lui in questi giorni fu detto e scritto…’.
    Se il lettore vorrà sorridere con umano compatimento all’ingenuità di quel ‘più esperto di violenza che di diplomazia’, e poi tener conto che in quei tempi si scriveva con l’acido prussico, quando non si uccideva, non potrà negare l’efficacia e la giustezza del sarcasmo, che la povera borghesia sostenne senza batter ciglio, né muover collo. Ma alzò la voce questa sciagurata, con maggior enfasi, per dimostrare il suo odio contro i malfattori e traditori fascisti, e con quest’odio e la congiunta pietà – con la improvvisa pietà ai buoni socialisti illegalmente battuti e oppressi – mitigarne il rancore, e persuaderli che la pace era fatta, e che essa offriva a loro, in segno di pace, la partecipazione al potere e l’alleanza contro gli efferati nemici.
    Invece l’Avanti! aggiustò subito quest’altro colpo alla guancia della vile prostituta: ‘… quella parte cospicua della borghesia italiana che nelle elezioni politiche del 1919 fece per conto proprio, ma parallelamente a noi, una vivace campagna contro la guerra, nelle elezioni del 1921 non soltanto ci lasciò soli a chiedere conto agli imperialisti della rovina apportata all’Italia, ma si unì a costoro nel darci addosso e nel tentare di sopprimerci. Giunta al potere in persona del suo capo, Giolitti, del potere si valse per negare ai socialisti, cercati a morte dai fascisti, quella protezione e quella difesa elementare che lo Stato deve a tutti i cittadini… E dopo questo, la stessa borghesia giolittiana, a elezioni compiute, ci viene incontro e ci invita a collaborare con lei per il bene del paese. Spettacolo quasi incredibile…’.
    Ma i riformisti, pur concedendo al cuore amareggiato lo sfogo di qualche succosa ironia, non perdevano di vista il fine, e ponevano lor condizioni per salire al potere: ‘… ora il partito socialista, che doveva essere, se non morto, ridotto a una quantità trascurabile… poiché non fu assassinato, torna ad essere incensato ed adescato a collaborare all’opera della ricostruzione. Checché si possa dottrinalmente pensare della tesi collaborazionista…per discuterla con qualche serietà nell’ordine pratico, bisogna, idealmente e storicamente, portarsi alla considerazione di un Governo, che col Fascismo non abbia se non relazioni di antagonismo deciso e inesorabile…’.
    Non sembra al giovane lettore, a questo punto della nostra storia, che il Capo del Fascismo, si sia cacciato in mezzo alle forche caudine?… Tutti contro: giolittiani e nittiani, popolari e socialisti, tutti con una concitazione e una veemenza, che era indubbiamente concorde e pareva anche risoluta. Non era questo il momento di dar retta ai fascisti scandalizzati, e andare alla seduta reale, e far pace con i borghesi?…

    Ma ecco, a titolo di saggio, alcune pargolette scritte da Mussolini, in quei giorni di indignazione anti-mussoliniana: ‘… non è detto che le spedizioni punitive devono sempre avere per meta i circoli del Pus. C’è una parte della borghesia italiana infetta e miserabile… E’ la borghesia che noi cureremo con il piombo e con il petrolio, in quanto, come, e forse più del socialismo, è nociva al progresso della nazione…’. E in uno scatto di superba eloquenza: ‘… alti clamori si levano dalle disorientate turbe bloccarde! … Ma di che si sorprendono, alla fine, questi signori?… La linea della mia condotta politica è perfetta… Nei comizi elettorali io ho parlato chiarissimo. Sono stato di una strafottenza completamente ignota ai candidati di altra misura… Non ho cercato voti, non ho esaltato il blocco… Italia! Ecco il nome, il sacro, il grande, l’adorabile nome nel quale tutti i fascisti si ritrovano…’ [Popolo d’Italia, 26 maggio 1921].

    Invero Mussolini aveva parlato chiaro, sempre, da più anni, in ogni occasione, contro la classe dirigente, contro il ceto dei parlamentari, contro il regime decrepito. E nella campagna delle ultime elezioni aveva detto: ‘… la meta finale della nostra marcia impetuosa è Roma… bisogna spezzare il circolo chiuso della vita politica italiana che ora si esaurisce coi nomi di Nitti e di Giolitti, che rappresentano la vecchia Italia superata e decrepita… contro l’Italia vecchia, esaurita e rimbecillita, noi organizziamo lo sforzo che la spingerà nella fossa…’. Neppure aveva nascosto il valore effimero dell’alleanza elettorale tra fascisti e partiti democratici: ‘… ad elezioni vinte ognuno di noi prenderà la propria via…’, aveva scritto rispondendo al deputato repubblicano di Cesena.

    Anche se Mussolini avesse detto il contrario, gli espertissimi capi borghesi non gli dovevano credere, purché avessero posto mente alla natura del Fascismo. Ma, perché fosse stato sincero, non gli avevano creduto ugualmente. Per credergli, avrebbero dovuto sentire, una buona volta, quel che era la guerra nella vita d’Italia, e quel che sarebbe stata, o accorgersi della propria impotenza, insufficienza e viltà; ma non avevano potuto, e, scorgendo che il Fascismo era piccolo e odiato, si erano rinfrancati così: ‘… sono frasi del Duce per i suoi lanzichenecchi: è la loro pastura retorica…’.

    Ora si dimenavano, inveivano e bestemmiavano, pregando i socialisti: ‘… venite, brava gente, venite, prendeteci, simpaticoni!…’. Oh, per andare ci sarebbero andati i Modigliani, i Treves, i d’Aragona, al potere. Ma volevano andarci con l’approvazione dei superiori, acclamati dalla folla, portati in trionfo, siccome liberatori del proletariato e vendicatori della guerra infame e dell’infame Fascismo. Non volevano andarci sfidando l’odio del socialismo ufficiale e rischiando l’impopolarità. Ma, in fondo, per essere quello che erano, ed erano stati sempre, i partiti di Governo avevano proprio tutti i torti ad offrirsi al socialismo con quei richiami, che noi stessi abbiamo giudicato e giudichiamo molesti e spudorati?… Ora che Mussolini aveva strappato ogni velo, e scoperto agli occhi di tutti, nella sua espressione più semplice e ignuda, la tragica realtà delle cose, ora che appariva chiaro anche ai ciechi ed agli illusi, né i furbi lo potevan più nascondere, che la classe dirigente era un tristo ingombro della vita italiana, senza energia, né autorità, ora che il regime democratico, di fronte al problema della sua stessa esistenza, mostrava di essere nulla più che un’astuzia senile e una verbosità chiassosa, maleducata, superficiale, con il solo contrappeso, a questa irresponsabilità immedicabile, di una squallida burocrazia dittatoria, ora che i democratici toccavano con mano che senza i fascisti non si potevano reggere, ed erano costretti a confessare la loro impotenza con la sempre più ributtante invocazione di aiuto ai loro stessi nemici. Che altra speranza potevano avere, nella disperazione di ogni cosa, se non quella di chiedere mercé al nemico meno duro, al nemico più conciliante, più affine, più borghese, più corruttibile, avendo sofferto il ricatto del Partito popolare, avendo più volte tentato la distruzione degli ‘imperialisti’ con i socialisti, di questi con quelli, e sempre invano?… I liberal-democratici italiani non avevano una idea per vincere questi contendenti e per conciliarli in una superiore unità, che tutti li giustificasse limitandoli e incerandoli nella vita dello Stato. E non avendo l’idea, non avevano la forza, né l’unione, né la disciplina, né la fede, per questo compito. Sebbene apparissero, in qualche modo, legati e concordi, in una lega, che era negativa, e sotto la disciplina, che era corrotta, del loro necessario e degno e giusto capo, Giovanni Giolitti.

  3. #3
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    Giovanni Giolitti


    Cap. II

    LA CADUTA DI GIOLITTI


    La democrazia, in Italia, quando non chiedeva aiuto al nemico, pregava i contendenti, che essa stessa aveva esasperato, di cessare dalle ire e dalla guerra, e confessando di non avere la forza di reprimerli chiedeva proprio a loro questa forza. Riconosceva insomma di essere tagliata fuori dalla storia ideale del popolo italiano, di essere impotente ad agire sulla stessa vita reale dei singoli cittadini viventi, di essere inerme, inutile ed abbietta, come un parassita.

    Se una grande energia non trasporta un uomo o un popolo di là da se stesso, nessun sermone, né alcun divieto generico può salvarlo; e la pedagogia catechistica è realmente il fastidioso e provocatorio alibi di un sacerdozio ignavo e burocratico. Che aveva detto Giolitti agli Italiani di alto e di forte perché lo seguissero? Di non fare la rivoluzione sociale, di non pensare più alla guerra, di star buoni e quieti.

    Pure, si dirà, tornava la fiducia nell’avvenire.

    Certo, tornava a vivere l’orgoglio italiano. Ma a chi dovevano i cittadini questo nuovo respiro ampio di vita?… E, del resto, per quale utile servizio dovevano esser grati a Giolitti questi Italiani?… Aveva egli forse imposto la pace, assicurato l’ordine, tolto il terrore e l’orrore della guerra civile?… Aveva ricostruito per virtù propria, con uno spirito potente, una nuova Camera unita, vitale, risoluta?…

    I suoi democratici erano un gregge stanco ed ambiguo che sperava la vita dai fascisti, dai socialisti, persino dai popolari, non da se stesso. Come si poteva dir vinta davvero e superata la crisi del regime in Italia, se i suoi difensori erano agonizzanti, e i due partiti più numerosi, il socialista ed il popolare, erano costretti a combatterlo nonostante le riserve e le equivoche schermaglie, o lo odiavano a morte sfruttandolo e ricattandolo?… Certo, era vinta, se il Fascismo fosse stato quello che pretendevano e speravano i democratici. Ma proprio il Fascismo, che s’era mostrato più forte di tutti, era risoluto a rinnovarlo integralmente questo regime, e a spazzar via tutti quanti. Del resto, anche a prescindere dai partiti, lo stato degli animi in Italia dopo la battaglia elettorale non poteva giustificare in nessun modo il giudizio che sarebbe stupidamente puerile, se non fosse maliziosamente polemico, il giudizio cioè che nella primavera dell’anno 1921 ‘lo Stato aveva superato il suo punto critico’.

    Gli assassinii e le imboscate continuarono ovunque, e neppure non mancarono i combattimenti, diciamo così, regolari, né quelli che esplodevano da futili motivi. Tristissima cronaca sulla quale non possiamo indugiare. Continuano a morire un po’ tutti, un po’ dappertutto, fascisti, carabinieri, sovversivi e guardie regie, riportando le cose al punto di prima, anzi più in fondo, con maggior peso ed angoscia, proponendo di nuovo il dramma politico in termini di sangue. Quello che Giolitti s’era vantato di poter prevedere e di voler provocare con le elezioni, il salasso riposante e il revulsivo liberatore, non si avverava. Si avverava il contrario.

    Ma, in ogni luogo, la coalizione degli antifascisti suscita una energia di più alta tensione, un’esplosione più vasta, un’insurrezione e mobilitazione più fervida, più ostinata e risoluta di tutti i fascisti. ‘… il giorno in cui l’ibrida e ripugnante coalizione nemica – proclamò sul Popolo d’Italia del 7 giugno 1921 Mussolini – tentasse di accerchiarci, allora le squadre fasciste, l’esercito fascista, nel quale si raccoglie l’animosa gioventù d’Italia, impegnerà il combattimento su tutta la linea…’. In verità questo combattimento era impegnato, e i fascisti avevano più bisogno di essere contenuti che lanciati. Le spedizioni punitive furono repentine e inesorabili. E qualche volta l’assassinio dei comunisti è così efferato, o la vittima così nobile, che la rappresaglia fascista, raggiungendo un’alta potenza di commozione e di esaltazione drammatica, precipita e trasforma il rancore degli avversari e il timore o l’avversione dei paesi, dove si combatte, in uno stato di rimorso e di inquietudine, poi di riconciliazione e di dedizione al Fascismo.

    Come Mussolini, con le dichiarazioni del 21 maggio sul Giornale d’Italia, fece più chiara e risoluta nella coscienza di molti seguaci la volontà rivoluzionaria ed approfondì nel Fascismo la solitudine e l’intolleranza, così strappò via dall’anima degli Italiani ogni speranza di transizioni superficialmente negative ed impose ad ogni uomo l’ultimo dilemma: o col Fascismo, o col vecchio regime.
    Ma, proprio per questo, dopo che ogni conciliazione fu resa impossibile, moltissimi italiani si vennero schierando col Fascismo, gli si aggrupparono intorno, lo riscaldarono con un vasto alone di simpatia, chè, posto questo dilemma, non era possibile più alla loro stessa coscienza morale un’altra soluzione. Erano gli Italiani che non avevano mai fatto parte di nessun partito, o per incuriosità, o per ignavia politica, o per intolleranza di anguste e fastidiose discipline: uomini del ceto piccolo e medio, attivi, sobri, moralmente sani nella vita privata, e gelosi, con energica e quasi puntigliosa coscienza, dei propri diritti civili; ma generalmente ineducati alla vita politica.

    Questo mobilissimo e vastissimo ceto, già scremato dei suoi elementi più energici che avevano costituito l’ossatura del Fascismo, ora chiedeva un’autorità, un comando, una pace solida, sentiva il bisogno di una rivendicazione dell’orgoglio e del valore italiano umiliati o vituperati, di una prova obiettiva e solenne che la guerra non era stata invano.

    Il Fascismo poteva offendere qualche pregiudizio e qualche sentimento, anzi il complicato e innocente sentimentalismo di tutti questi italiani. Poteva anche apparire sconcertante per certe sue affermazioni e negazioni. Eppure il Fascismo era necessario a tutti costoro, e s’imponeva alla fantasia, agli interessi, e quasi al loro istinto sotterraneo.

    Se, dunque, il grande clamore della stampa democratica socialista e popolare contro i fascisti, rinnovatesi per ogni conflitto o rappresaglia, assordava e stordiva, non persuadeva le menti, non commoveva i cuori di coloro – ed erano i più – che sfuggivano ad ogni disciplina di partito, o disprezzavano gli stessi partiti. E a molti irritò e nauseò con lo spettacolo di tanta impotente ipocrisia. Né si lasciò ingannare, o sorprendere Mussolini: ‘… è triste, ma non ci sorprende – scrisse sul Popolo d’Italia il 18 giugno – di dover costatare che gli stessi partiti, i quali hanno più largamente beneficiato dell’azione e del sangue dei fascisti, sono oggi – nelle loro calunnie – più canaglieschi del Pus e affini. Il Partito popolare, verso il quale il Fascismo ha tenuto un contegno di assoluta lealtà e correttezza, va sempre più dimostrando il suo malanimo antifascista… ma cosa si spiega l’universale malanimo di tutti i partiti organizzati e vecchi e nuovi contro il Fascismo?… Si spiega per ragioni di conservazione. Il Fascismo è un elemento di disintegrazione nel seno dei vecchi partiti…Vi è poi una ragione di concorrenza. Il Fascismo comincia ad essere ingombrante e molesto per tanta brava gente. Si credeva che esaurito il suo compito nella lotta antibolscevica, il Fascismo si sarebbe volatilizzato… Si credeva che il Fascismo ‘bloccando’ durante le elezioni, avrebbe finito per confondersi cogli affini ed ecco invece il Fascismo che si seleziona, si differenzia, si perfeziona in una propria linea di autonomia spirituale e politica. Era comodo far credere alla turbe che il fascismo è legato agli agrari, ai capitalisti, ai parassiti insomma… quali sono gli alleati del Fascismo?… Non esistono. Il Fascismo è solo. Completamente. Ma basta a se stesso…’.

    Il Fascismo bastava veramente a se stesso. Era forte per il suo valore storico e politico, era forte per la complicata impotenza dei partiti avversi, che si ostacolavano e neutralizzavano a vicenda, legato l’uno all’altro come vittima e come carnefice necessario l’uno dell’altro.

    Nessun uomo vide così chiaro questo sistema di tragicomica miseria, come Mussolini. Il suo coraggio fu pari alla sua perspicacia. Ma i fascisti ebbero fiducia cieca nel Capo ed un coraggio che solo risplende quando gli uomini, che fanno la storia, a maggio ragione si può dire che la storia li domina e comanda e gli ordini suoi esprime in passioni sovrumane e in misteriose e incontenibili energie. Assaliti i fascisti, non si difesero, assalirono in ogni campo, essendo caduto dal loro animo ogni limite ‘sacro’. Anzi il luogo ‘sacro’ per eccellenza, il Parlamento, dove si rifugiavano i morituri, persino i socialisti più cinici e feroci, per invocare la tutela delle leggi, era stimolo a più dure rappresaglie fasciste. Facendo violenza alla ostentata maestà del Parlamento, che era stato l’asilo, o il fortilizio dei delinquenti contro la Patria, i fascisti sentivano di colpire tutte insieme le teste dell’idra.
    Basti per tutti, ad esprimere questo stato d’animo, l’episodio della cacciata dell’on. Misiano dalla Camera, così narrato da un comunicato del Gruppo parlamentare fascista del 13 giugno 1921: ‘… oggi verso le ore 14.15, nel salone dei Passi perduti, i deputati fascisti si trovavano in gruppo vicino al disertore Misiano seduto sul divano al centro della sala. L’on. Gray gli si avvicinò prima domandandogli: ‘… è lei il disertore Misiano?…’. Avendo questi risposto affermativamente, il gruppo fascista ad alta voce urlò: - Favorisca uscire! – Poiché il disertore pallidamente si schermiva, i deputati fascisti lo circondarono per buttarlo fuori. Avendo un compagno del disertore fatto l’atto di estrarre la rivoltella, alcuni del gruppo estraevano precauzionalmente le loro armi. L’On Farinacci levava dalle mani del disertore un’arrugginita rivoltella, che consegnava poi all’on. Giolitti. Il disertore Misiano fuori si affidava ancora una volta alle guardie regie…‘.

    Indubbiamente un uomo che ha disertato per non combattere, non per principi religiosi o morali, perché anzi è comunista e predicatore ed esecutore di violenza, ma per esplicita ribellione alla Patria in armi, e della diserzione si fa un vanto e un titolo, non può entrare in Parlamento se non deciso a morire con le armi in pugno. Ma i nostri capi rivoluzionari, fra i più accesi, credevano sul serio che la rivoluzione si potesse fare sotto la tutela delle leggi democratiche, e la loro vile puerilità era pari alla senilità sdentata e scaltra degli opposti capi democratici. A che serviva opporre ai fascisti che nessuno aveva colpa se, col pieno rispetto della costituzione italiana, era stato inviato alla Camera un disertore dal Popolo sovrano?… Rispondevano i fascisti che appunto, con un regime in cui fosse possibile, cioè legittimo, tutto questo orrore, non volevano aver nulla di comune; e le voci di commossa e di irritata protesta, lo sdegno ammonitore dei più autorevoli parlamentari, la stessa eloquenza del presidente della Camera, dell’on. De Nicola, che poi tentò di persuaderli al rispetto del Parlamento e ad una pacifica convivenza, avrebbero confermato nei cuori dei fascisti che fra loro e il regime c’era l’abisso.

    Ormai a che serviva che Giolitti si presentasse alla Camera?…

    ‘… vi dichiaro subito – disse Mussolini nella seduta del 23 giugno – che il mio sarà un discorso di ‘destra’. Sarà un discorso, impiego l’orribile spaventosa parola, reazionario, perché sono anti-parlamentare, antidemocratico, antisocialista, ed essendo antisocialista, naturalmente antigiolittiano. Poiché fra Giolitti e i socialisti la corrispondenza di amorosi sensi non fu mai così assidua come in questi giorni.

    ‘… c’era tra di loro il broncio effimero degli innamorati, non già la separazione irrevocabile dei nemici…’.

    Pochi giorni dopo, il 27 giugno, Giovanni Giolitti rassegnò le dimissioni, invocando ancora una volta l’aiuto dei socialisti, e riponendo ogni sciagura ed ogni male nel conto della guerra; non sarebbe mai più tornato al potere.

    Mussolini aveva tolto la pietra tombale che aveva seppellito la guerra nella putredine della morte. Ora lo spirito della guerra spazzava via, come un uragano tremendo, i detriti accumulati sopra il vitale respiro della Patria in quel triste periodo, che prende il nome da Giolitti con giusta vendetta.

    Un intuito misterioso rivelava al cuore degli uomini che la salvezza era nella vittoria dei Fasci. A questa vittoria gli avversari avevano contribuito con una tenacia ed una sapienza così perfetta, che suscitano, a chi bene consideri, un senso di profonda commozione religiosa.

  4. #4
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    un'altra immagine di Mussolini degli anni '20


    Cap. III

    SPERANZE E PROPOSITI DI MUSSOLINI


    Quando la volpe è presa nella tagliola, i vecchi contadini, che son gente semplice e sobria, contemplano intenti lo spettacolo insueto, sorridono un poco, poi tornano alla loro fatica. E non c’è memoria d’uomo che abbia pronunciato una parola di commiserazione per così alta tragedia. I fascisti si contennero nello stesso modo.

    Ma gli altri si indugiarono in lunghi commenti, mentre, se non li ottenebrava la grave incoscienza, avrebbero dovuto battersi il petto e levare il corrotto. Era caduto il loro capo. Era caduto il burattinaio dei parlamentari che dello statuto albertino, straniero agli Italiani, aveva fatto un turpe gioco tutto indigeno, con la soddisfazione e talvolta con l’applauso delle onorevoli marionette. Era caduto il Francesco Giuseppe della vecchia Italia, dov’era tanta pace, dove la carta moneta aveva fatto aggio sull’oro, dove il Risorgimento, commemorato nelle feste ufficiali con decoroso fastidio, non aveva mai chiesto sangue al sovrano popolo felice.

    Ma non piangeva nessuno, non piangevano nemmeno i giolittiani, che furenti si andavano biforcando nel gruppo dei mistici apocalittici che vedevano arrivare il giorno dell’ira sopra l’ingrata Patria, e nel gruppo dei pratici, che speculavano e preparavano il ritorno necessario dell’immortale maestro. A non tenere conto dei fascisti e degli altri uomini di destra, avevano votato contro Giolitti i comunisti e i repubblicani [ciò che non era né disonesto né illogico]. Gli avevano votato contro i socialisti ufficiali [ciò che era inevitabile, ma anche fanfaronesco e micidiale]. Gli avevano votato contro o avevano fatto riserve i democratici-sociali [ciò che stava in verità tra il tradimento stupido e la mania suicida]. Eppure, in tanta rivolta, erano stati, come sempre, al loro posto i popolari, votando per il governo di cui facevano parte. Sensibili, come sempre, al grido di dolore che veniva dalle turbe, avevan fatto sapere a Giolitti, con opportuna scelta di tempo e di motivi, che non gli avrebbero concessi i pieni poteri che egli reclamava per la riforma della burocrazia, cioè per l’opera più buona e più onesta che egli aveva in animo di compiere, che egli avrebbe potuto compiere seriamente, alla quale era l’uomo meglio preparato e disposto. A petto di costoro Giovanni Giolitti, contro il quale l’amore di Patria e la verità ci hanno dettato parole sempre aspre e severe, era un uomo nobile – sebbene non sia lecito a nessuno dimenticare che egli si coperse di pubblica infamia, perché mancò alla suprema obbligazione dell’uomo politico, che è questa: aver fede nella civiltà della Patria, e sentire del proprio popolo un amore così grande, da batterlo duramente perché si faccia degno della sua missione necessaria.

    Nel discorso del 21 giugno alla Camera, col quale aveva posto fine alla vecchia dittatura, Mussolini non s’era vantato della vittoria, che pur superava senza comparazione alcuna i risultati meramente parlamentari della lotta, e non aveva minacciato né vituperato alcuno, anzi si era rivolto con urbana franchezza ai due più numerosi partiti della Camera. ‘… il Fascismo – aveva detto ai popolari – non predica e non pratica l’anticlericalismo… Siamo d’accordo con i popolari per quel che riguarda la scuola. Siamo molto vicini ad essi per quel che riguarda il problema agrario, per il quale noi pensiamo che, dove una piccola proprietà esiste, è inutile sabotarla, che dove è possibile crearla è giusto crearla, che dove non è giusto crearla, perché antiproduttiva, allora si possono adottare forme diverse… Ma vi è un problema che trascende questi problemi contingenti… il problema storico dei rapporti che possono intercedere, non solo tra noi fascisti e il partito popolare, ma fra l’Italia e il Vaticano…’.

    Quindi, ricordato che ‘… l’unica idea universale che oggi esiste a Roma è quella che si irradia dal Vaticano…’, così esprimeva senza equivoco il suo più segreto pensiero:

    ‘… sono molto inquieto, quando vedo che si formano delle chiese nazionali, perché penso che sono milioni e milioni di uomini, che non guardano più all’Italia e a Roma. Ragione per cui io avanzo questa ipotesi: penso anzi che, se il Vaticano rinunzia definitivamente ai suoi sogni temporalistici – e credo sia già su questa strada – l’Italia, profana o laica, dovrebbe fornire al Vaticano gli aiuti materiali, le agevolazioni materiali per scuole, chiese, ospedali ed altro, che una potenza profana ha a sua disposizione. Perché lo sviluppo del cattolicesimo nel mondo, l’aumento dei 400 milioni di uomini, che in tutte le parti della terra guardano a Roma, è di un interesse e di un orgoglio anche per noi che siamo italiani…’.

    ‘… il partito popolare deve scegliere: o amico nostro, o nostro nemico, o neutrale…’.

    Indubbiamente Mussolini affermava con queste dichiarazioni il proposito di non lasciare sperdere nulla del patrimonio accumulato nei secoli, di utilizzare ogni residuo dell’eredità italiana, di tutelare e favorire ogni elemento antico che aumentasse il prestigio e la potenza dell’Italia vivente. Egli trasformava così tutti i problemi, li riportava tutti sopra un piano politico, vinceva l’angusto fanatismo delle antinomie e delle astrattezze dottrinarie dei partiti, conciliava e dominava le idee e le forze nell’unità di una misurata azione creatrice. Alla quale non lo portava quell’accidiosa o cinica tolleranza ch’era stato il vizio supremo di Giolitti e dei liberali italiani, ma il senso della compressa realtà italiana, ancora troppo eterogenea nello spazio e nel tempo, ancora distinta, come per sedimenti geologici, in tutte le fasi del millenario processo della nostra storia drammatica e feconda. E non c’è nulla di più stolto che il voler imporre a Mussolini il sigillo di un partito e di una formula particolare, e illudersi di farlo prigioniero di una così detta verità eterna. La sua coscienza della vita umana e la sua esperienza politica documentavano senza equivoco che egli riconosceva nell’uomo un artefice e un creatore della storia, non già uno spettatore di una realtà ottima e in sé compiuta ed estranea all’uomo inutile. Il Fascismo era una religione, e lo Stato, che aveva nel cuore, egli sentiva come una verace chiesa di questa religione eroica. Né avrebbe mai tollerato che lo Stato, che egli voleva guida e interprete sovrano della vita nazionale, fosse l’ordine meccanico e indifferente degli arbitri particolari come volevano i liberali, o il sistema di bassi servizi per uno scopo collocato fuori dall’uomo e dalla storia, come esigevano i cattolici.

    Ma egli riconosceva nel cattolicesimo ancora una forza, che avrebbe conferito alla politica nazionale suoi punti d’appoggio ed ausilii preziosi.

    Ed agiva nel suo animo anche questo scopo, di togliere ogni ragione d’essere al Partito popolare, e di scinderlo in due monconi, quello clericale e quello bolscevizzante. Ciò che egli si riprometteva appunto facendosi mallevadore e difensore dell’autonomia e del prestigio della Chiesa, purché la Chiesa rinunciasse ad ogni riserva e riconoscesse lo Stato italiano, sottomettendosi alla storia.

    La stessa misura, la stessa assenza di fanatismo odioso e vendicativo, la stessa comprensione dimostrò verso il socialismo, non quale partito, ma quale movimento operaio. Pur non sopravvalutando questo movimento, poiché dei 16 milioni di lavoratori italiani ‘… 3 appena sono sindacati…’ nelle varie organizzazioni, e di questi ‘… i veramente evoluti e coscienti sono un’esigua minoranza…’, Mussolini ammise – nel suo primo discorso alla Camera – che ‘… alla Confederazione Generale del Lavoro non si poteva rinfacciare, a proposito della guerra, il contegno di ostilità, tenuto da gran parte del partito socialista ufficiale…’. ‘… riconosciamo anche – dichiarò nello stesso discorso – che, attraverso la Confederazione Generale del Lavoro, si sono espressi dei valori tecnici di prim’ordine, e riconosciamo ancora che, per il fatto che gli organizzatori sono a contatto diuturno e diretto con la complessa realtà economica, sono abbastanza ragionevoli…’.

    Prometteva anzi di appoggiare il disegno di legge delle 8 ore di lavoro e tutti i provvedimenti intesi a perfezionare la legislazione sociale.

    Mussolini non faceva già concessioni al socialismo, come sempre aveva fatto Giolitti, per avere in cambio un aiuto politico, o parlamentare dai socialisti. Ma prendeva dal socialismo e assumeva nel piano della politica nazionale, che egli veniva disegnando e ordinando nel suo pensiero, tutti gli elementi di vita che potessero conferire una più alta energia e una profonda disciplina all’Italia. Con la stessa vigorosa sincerità, dopo i riconoscimenti, confermava le negazioni: ‘…ci opporremo con tutte le nostre forze a tentativi di socializzazione, di collettivizzazione. Ne abbiamo abbastanza di socialismo di stato!… E non desisteremo nemmeno alla lotta, che vorrei chiamare dottrinale, contro il complesso delle vostre dottrine, alle quali neghiamo il carattere di verità e soprattutto di fatalità. Neghiamo che esistano due classi, perché ne esistono molte di più. Neghiamo che si possa spiegare tutta la storia umana col determinismo economico. Neghiamo il vostro internazionalismo, perché è una merce di lusso che solo nelle alte classi può essere praticato, mentre il popolo è disperatamente legato alla sua terra nativa. Non solo, ma noi affermiamo… che comincia adesso la vera storia del capitalismo, perché il capitalismo non è solo un sistema di oppressione, ma anche una selezione di valori, una coordinazione di gerarchie, un senso più ampiamente sviluppato delle responsabilità individuali…’.

    Anche qui l’equilibrio e la misura di Mussolini mostravano, all’opposto di quanto aveva tentato Giolitti nei suoi intrighi collaborazionisti, una sintesi positiva e un’organica ordinanza degli elementi, che egli voleva far confluire nella vita unitaria e sovrana dello Stato nazionale. Per questo fine, da recare in atto senza limite e senza riposo, Mussolini affermava un’energia vulcanica, risoluta e intollerante. Essendo tollerantissimo e spregiudicatissimo, e perciò umano e suadente, nel riconoscimento di tutte le idee, nella soddisfazione di tutti gli interessi, nella giustificazione di tutte le esigenze, benefiche o non dannose, di cui vedeva sostanziata la complicatissima realtà effettuale. Insomma, per lo scopo grande che gli stava di fronte, una incandescente e ostinata volontà che non escludeva nemmeno la violenza e il combattimento. Ma, nella tattica difensiva ed offensiva, un’agilità versatile, fino ad essere sorprendente e talvolta irritante per i suoi più fidi seguaci.

    In quel suo primo discorso alla Camera Mussolini nulla disse – tranne un accenno ironico al gruppo nittiano – contro i democratici. Ma la critica aspra e umiliante è sottintesa nelle stesse parole che egli rivolge esplicitamente ai socialisti e ai popolari, ai due partiti più numerosi ed ostinati che gli si opponevano, ai quali faceva le sue esortazioni e condizioni. Ai popolari, che se ne stesero in disparte, perché la Chiesa egli l’avrebbe assunta nel quadro della vita italiana. Ai socialisti, che cessassero dalla violenza perché ‘… su questo terreno noi vi batteremo…’. E alla Confederazione Generale del Lavoro che si distaccasse dal partito politico socialista, perché il Fascismo avrebbe assunto e glorificato la forza del lavoratore italiano nell’unità della vita nazionale. ‘… la violenza non è per noi un sistema, non è un estetismo, e meno ancora uno sport, è una necessità alla quale ci siamo sottoposti. E aggiungo anche che siamo disposti a disarmare, se voi disarmate a vostra volta, soprattutto gli spiriti. Se voi farete questo, allora sarà possibile segnare la parola fine al triste capitolo della guerra civile in Italia. Non dovete pensare che in noi non vibrino sentimenti di umanità profonda… Ma il disarmo non può essere che reciproco… siamo in un periodo decisivo… lealtà per lealtà, prima di deporre le nostre armi, disarmate i vostri spiriti…’.

    Mussolini parlava, insomma, con l’autorità di un uomo che aveva già acquisito alla sua coscienza e alla potenza del Fascismo la rappresentanza ideale e reale dell’Italia. Tutta la civiltà dell’Italia, le sue glorie, il suo pensiero antico e recente, egli assumeva gelosamente nel suo spirito per la creazione nuova.

    Mussolini era certo della vittoria. Ed era tanto sicuro che la nuova proporzione delle forze fosse ormai riconosciuta nella coscienza di tutti, che egli sentiva come supremo dovere la fine della guerra civile, ormai superflua e distruttrice per la nuova vita che stava per incominciare, per il bene degli stessi partiti che dovevano tutti rinnovarsi. Chi avrebbe più potuto soffocare questo potente respiro della storia, in cui si rivelava la virtù salvatrice e redentrice della guerra?… A lui pareva sufficiente chiedere ora ed imporre il rispetto del Fascismo, perché il Fascismo si educasse educando gli altri ed assumesse il comando necessario.

    ‘… noi pensiamo che la guerriglia civile si avvia all’epilogo – scriveva il 2 luglio ritornando sulla questione – e che non è lontano il giorno in cui sarà scritta la parola fine a questo capitolo della nostra storia… molti altri sintomi denotano uno stato d’animo generale, che in questo semplice dilemma potrebbe essere riassunto: o si finisce, o si va al disastro nazionale… d’altra parte il Fascismo ha compiuto quella che sarà chiamata dagli storici una vera e propria rivoluzione nazionale… l’Italia del ’21 è fondamentalmente diversa da quella del 1919… è necessario che il Fascismo orienti la sua attività a seconda delle mutate condizioni di fatto, è necessario che acceda al tentativo di pacificazione leale e simultaneo, e ciò anche in conseguenza di quanto fu sempre, in molte occasioni affermato… e che, cioè, la violenza fascista era un episodio e non un sistema…’

    ‘… ci sono ancora da affrontare i problemi fondamentali della razza che è minacciata dalla tubercolosi, dall’alcool… ci sono i problemi dell’educazione delle nuove generazioni italiane… ci sono i problemi formidabili della nostra redenzione all’interno, con l’elevazione materiale e morale delle masse che lavorano col braccio e che bisogna assolutamente inserire intimamente nella storia della Nazione… ci sono infine da additare e risolvere i problemi non meno formidabili dell’espansione italiana nel mondo e tutto ciò accompagnato dalla creazione di una casta politica che sia all’altezza dei nuovi compiti storici dell’Italia…’.

    La lode che va tributata a Mussolini per questa sua volontà di pacificazione, per questi suoi propositi magnanimi, per questo amor di Patria più forte dell’orgoglio e della concupiscenza, che ad ogni uomo politico non sarebbero imputabili, dopo tante ingiurie e persecuzioni e pericoli sofferti. La lode per questo suo sacrificio, anzi per questa vittoria che egli conquistò sopra se stesso, se è un’esaltazione della sua energia morale, è soprattutto un atto necessario all’intelligenza delle imminenti vicende.

    Certo è che la trasformazione dei Fasci di combattimento in Partito Nazionale Fascista [P.N.F.] e la Marcia su Roma, che fu, dopo la dichiarazione di guerra del 1915, il conclusivo e definitivo atto rivoluzionario contro il regime parlamentare, sono da giudicarsi opera di Mussolini, deliberata e premeditata da lui. Ma fu provocata, accelerata e, infine, resa necessaria non solo dall’impeto ormai inarrestabile del Fascismo, ma dalla ostinata, faziosa, micidiale cecità dei ceti parlamentari e dei partiti democratici.

    Ed è certo altresì che, a maturare nell’anima di Mussolini questa volontà di pace, non ebbero efficacia soltanto l’amor di Patria e la speranza generosa nell’intelligenza degli avversari, nella loro obbedienza spontanea ai risultati della lotta, al riconoscimento disciplinato che la guerra era stata l’atto di creazione per eccellenza nella storia d’Italia, ma il proposito di ‘… spostare la lotta dal piano delle violenze sanguinose ed incendiarie ad un altro piano di propaganda…’. ‘… o noi – disse il 12 luglio in Milano al Consiglio nazionale Fascista – abbiamo la convinzione che siamo i portatori della verità, e allora dobbiamo essere anche pronti a scendere su altri terreni di lotta… o noi intendiamo rimanere sempre sul terreno della violenza e allora sarà palese che in noi non c’è nessuna verità e che noi rappresentiamo un fenomeno puramente negativo…’. Mussolini sperava di abbreviare i tempi della guerriglia, di approfondire nella coscienza del Fascismo i gravi problemi di politica estera ed interna, di instaurare un nuovo modo di vita, pacificamente, persuasivamente concorde. Temeva che la negazione del bolscevismo potesse diventare l’unico scopo del Fascismo squadrista, e che la violenza, che era stata necessaria e dolorosa operazione chirurgica, oscurasse negli animi esasperati e non sempre consapevoli e puri dei lottatori quella volontà di redenzione italiana e quella fedeltà spirituale alla guerra per cui si era mosso, e i primi fascisti con lui, nel terribile anno 1919.

    Mussolini era inquieto di questa vittoria, che egli aveva voluto, ma non aveva sperato così precoce. Perché temeva l’apporto malsano della classe dirigente, che infettava i vincitori decomponendosi. E sentiva che nessuno avrebbe saputo in Italia contenere e disciplinare i fascisti, minacciati dalla stessa rapidità della vittoria, fuorché il loro evocatore a cui soltanto potevano obbedire. Nessuno li avrebbe saputi educare e contenere fuorché il loro capo e il tempo e la dura esperienza. Non sopravviveva nell’animo dei fascisti nessun’altra autorità, ed ogni vincolo era rotto tra la vecchia società italiana, che occupava aduggiando ogni cosa, e la società nuova che si annunciava come un fuoco divoratore. Ma c’era il tempo della distruzione, e c’era il tempo della costruzione.

    Mussolini s’imponeva questo duro lavoro della costruzione, e non contava le inimicizie e le difficoltà molteplici e impersonali che dal Fascismo stesso gli sarebbero potute derivare. Né temeva il ritorno offensivo degli avversari, sorpresi e battuti, non persuasi, né rassegnati. Egli era solo tra il rombo del fuoco purificatore che non voleva quietarsi e la stagnante melma che non poteva resistere se non corrompendo. Egli doveva tenerlo acceso e affinarlo, questo gran fuoco; doveva dare una disciplina profonda a questo magma fluido e straripante, del quale la massa e la velocità crescevano come in una valanga. Di vittoria in vittoria, di sacrificio in sacrificio, si facevano più forti nei fascisti l’orgoglio dell’azione e la libertà dell’azione, e più feroce il disprezzo, non degli avversari vinti, ma dei nemici dissimulati, dei borghesi poltroni, del Governo che sfruttava e ingiuriava, inutile e codardo. Dove si dirigeva una così tremenda forza che dal pari la resistenza e la viltà dei nemici esasperavano oltre ogni limite?…
    Gli italiani avevano vilipeso i loro morti, avevano ucciso, avevano percosso, avevano ferito di nuovo i mutilati, i feriti, i reduci più valorosi; avevano martirizzato gli interventisti e i volontari della grande guerra. Avevano maledetto la gloria della Patria, avevano sputato sopra tutto quel sangue che li aveva redenti. Dall’odio si era generato l’odio, e dal grande amore e dal grande orgoglio offesi il furore, e il furore pareva travolgere ogni cosa. Tutte le viltà antiche e recenti, tutte le ingiustizie, tutte le colpe storiche e morali, ora diventavano pena, e la pena era questo furore. Il Risorgimento, che era stato la fede, la speranza, e l’amore degli Italiani, ora appariva come un dio terribile e dalle ossa dei martiri sorgevano le furie vendicatrici.

    Mussolini intuiva vicino a questo furore anche la gioia e l’ebbrezza dell’azione che godeva di se stessa, e si veniva liberando da ogni limite, anche dai limiti posti dal suo stesso scopo. Egli era deciso ad affrontare questa perigliosa manovra sotto gli occhi degli avversari. Egli solo poteva, dunque doveva; chè se avessero potuto gli avversari, non l’educazione, ma la distruzione avrebbero voluto, o con la forza o con l’astuzia. Mussolini sperava che, tacendo la bufera, la purificazione della coscienza fascista avrebbe educato e persuaso anche gli avversari e risparmiato alla Patria le sciagure di questa intollerabile agonia. Se nell’impeto della lotta necessaria il Fascismo aveva dovuto farsi la via attraverso il sangue e gli incendi, era tuttavia evidente, anche ai ciechi, che la sua forza reale era insuperabile. Si doveva sperare, era cosa onesta e doverosa sperare, che la cessazione della guerriglia, togliendo rancore e timore agli avversari, avrebbe favorito nella coscienza di tutti la comprensione delle drammatiche vicende che erano seguite all’epopea nazionale, e favorito un modo di vita più consentaneo ai risultati della guerra.
    In fondo, dopo tante prove e sofferenze, era lecito pensare che tutti i partiti fossero preparati una buona volta a guardare con occhio meno torbido dentro la sostanza delle cose!… E la sostanza delle cose era questa, che la lotta civile era sorta dall’atteggiamento diverso ed opposto che gli Italiani avevano assunto nel periodo lontano della neutralità. Il sangue aveva esasperato il rancore, che la virtù e l’amore degli Italiani nel 1918 e la grande gloria conquistata non avevano potuto lenire. Ma chi poteva ormai negare la guerra e la nobiltà della Patria?… Come si poteva rifiutare, a mente serena, quel che era stato il sacrificio e la gloria di tutti?… La vittoria era questa nuova coscienza, una più alta responsabilità storica in tutti, una più alta dignità, un coraggio, una certezza più fervida nel cuore di tutti. Questa coscienza aveva dato la guerra, in questa coscienza erano diventati più chiari i diritti e più forti i doveri di ogni uomo nell’unità della Patria, nella comune missione degli Italiani.

    Mussolini non disperava, non poteva disperare, credeva nella pacificazione, voleva la pacificazione.

    Due fascisti e due socialisti si incontrarono nei primi di luglio del 1921 per esaminare se si fossero potute rendere pratiche le comuni esortazioni ad una attività più civile.

    Naturalmente, gli altri partiti guidati da uomini impotenti a comprendere il Fascismo interpretarono alla rovescia le intenzioni e l’azione di Mussolini che non si lasciò turbare dalle facili ingiurie e dalle affrettate conclusioni. Egli guardava intento dove era il cuore dell’azione, là dove i fascisti, artefici di storia non sempre consapevoli, continuavano a combattere e a morire nell’impeto della lotta, che nemmeno le dimissioni di Giolitti avevano allentata.

    A quelli che combattevano, le mutazioni degli uomini del Governo erano indifferenti, che anzi nuovo sangue scorreva e nuove insurrezioni scoppiavano a Fiume, dove il Fascio di combattimento, dopo il Natale di sangue, s’era battuto, all’avanguardia dei vari partiti nazionali, contro slavi e autonomisti zanelliani, tenacemente, con la vigilanza, con la propaganda, con la forza.

    Un centinaio di Arditi, di legionari e di fascisti, il 26 giugno, avevano risposto al discorso del conte Sforza con l’occupazione di Porto Baross. La sera del 27, giunta la notizia delle dimissioni di Giolitti, una folla esultante traeva ad acclamare questo presidio rivoluzionario. Ma la truppa freddò a fucilate l’entusiasmo facendo fra i patrioti sette vittime.

    Poi, nella Venezia Giulia, a Venezia, a Ferrara, a Bologna, a Perugia, dimostrazioni imponenti e comizi di protesta, per questa carneficina di Fiume. Conflitti sanguinosi in toscana, provocati dai comunisti, con la concentrazione di squadre toscane a Grosseto, dove, a punire il proditorio assassinio di un fascista, si ebbe l’assalto e l’occupazione della città, l’azione ostinata, inesorabile, e quasi feroce contro i sovversivi, e persino contro i non-fascisti, senza discriminazione alcuna, e l’incendio dei circoli, delle leghe, dei ritrovi sovversivi.

    Fatti simili si verificarono a Sestri Ponente. L’assassinio non vendicato di un fascista, era stato seme di odio. Il 3 luglio, durante l’accompagnamento funebre di tre caduti della grande guerra, le imprecazioni e le ingiurie dei sovversivi fecero fruttificare quell’odio. I comunisti asserragliati nella Camera del lavoro, assalita dai fascisti frementi, si difesero tenacemente. Il combattimento si allargò agli accorrenti uomini della forza pubblica costretti a rispondere al fuoco col fuoco. Quindi l’incendio delle case adiacenti, la fuga, o la resa degli assediati, la distruzione furiosa di ogni cosa.

    Eccessi da ogni parte, insomma, perché da ogni parte molto vigore di odio, di rancore e di vendetta si doveva consumare, e la lotta fra la vecchia e la nuova fase della storia d’Italia traeva dagli uomini le supreme energie per una giusta vittoria. Se le opposte passioni non erano bruciate o esauste, nessuna concordia si poteva instaurare, nessun’opera nuova. Ma gli eccessi da parte dei vincitori furono più gravi e più disperata e cupa la sete di vendetta negli sconfitti, che cercavano ristoro in nuovi assassinii. A queste anime ingenue e feroci l’indifferenza e l’imbecillità dello Stato e la putrida ignavia borghese avevano trasformato e coonestato l’insurrezione e la rivolta in un diritto legale. Solo gli eccessi dei fascisti, come una dura giustizia della storia in cammino, potevano far nascere il desiderio della giustizia legittima. Solo la maestà della Patria potente e vittoriosa su tutti, per il bene della comune civiltà, avrebbe potuto, dopo la lotta ferrigna, disperdere tanti rancori, far sentire, nel sangue fraterno, l’orrore di una maledizione divina.

    Il 7 luglio, gli arditi del popolo, costituitisi per emulazione antagonistica allo squadrismo fascista, fecero a Roma le prove generali, con una improvvisa e violenta dimostrazione. In realtà, poiché non avevano dello squadrismo le passioni e gli ideali, ma i peggiori difetti, ne erano la stomachevole e brutale parodia.

    Scrisse il giorno dopo Mussolini: ‘… dopo il comizio di ieri ci domandiamo se vale la pena di intraprendere ulteriori tentativi…’.


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    Squadristi milanesi alla vigilia della marcia su Roma

    Cap. IV

    BONOMI AL GOVERNO


    Lo stato delle cose in Italia, dopo la forzata rinuncia di Giolitti, e per l’azione di Mussolini, può essere ragionevolmente riassunto, in forma di dilemma, con questo giudizio: o il Fascismo avrebbe rinnovato e sostituito gradualmente e pacificamente la vecchia classe dirigente e i vecchi istituti, o sarebbe stato costretto, per tal fine, ad un atto di forza. Ma il fine non si poteva eludere, era negativamente e positivamente una necessità della vita italiana.

    E se fosse anche vero che in Italia, sulla metà del ’21, dopo la vittoria dei Fasci, si fosse venuto spegnendo l’ardore delle infuocate passioni, non è men vero che a questa fase di esasperata violenza non sarebbe potuta succedere che l’agonia di una senilità livida e floscia, confermate per altra via lo stato disperatissimo del vecchio regime. Insomma, l’ordine quale si fosse, non poteva essere l’ordine antico, e l’idealità nuova e i nuovi valori si identificavano con la necessità elementare dell’esistenza di tutti. Invece i nostri parlamentari mostravano di avere un giudizio opposto, a questo che è stato qui espresso, non in virtù del senno di poi, ma ipsis dictantibus rebus. E quasi tutti tenevano quel modo di vita che nell’immediato dopoguerra era prevalso, quando, cessati la strage e il timore, ogni uomo cercava il ristoro dalle sciagure sofferte e dal più doloroso travaglio imminente nella gioia di vivere, nel dolce far nulla, o nel piacere violento e sfrenato, con l’avidità di chi vuol rifarsi del tempo perduto. E accresceva in tal modo i mali, e li esasperava. Così è memoria che avvenga, a questo povero genere umano, dopo le grandi epopee eroiche e sanguinose, dopo i terremoti, e le grandi epidemie.

    La stessa caduta di Giovanni Giolitti, a cui erano ricorsi un anno prima come a un supremo salvatore e taumaturgo i nostri parlamentari, pareva documentare lo scampato pericolo. E la volontà di Mussolini, che ai fascisti chiedeva tregua, raccoglimento e disciplina, non confermava forse negli animi la speranza, anzi la certezza che il buon tempo antico stava per tornare?… Quindi i rappresentanti del Popolo Sovrano, i più pacifici e vili, i più astuti e procaccianti, quelli che ora si facevan chiamare costituzionali, con ruffianesca prosopopea, si affrettavano a celebrare questo nuovo tempo di delizia e a fargli onore col massimo zelo di cui eran capaci.

    Ecco un quadretto della rinnovata vita parlamentare, tra la fine del giugno ed i primi di luglio del 1921 dipintaci dal Corriere della sera, l’organo autorevolissimo dei liberali puritani:

    ‘... De Nicola non accetta l’incarico. Ora è in campo Bonomi. I popolari non lo vogliono, secondo il Corriere d’Italia, e gli presterebbero al massimo un aiuto di mala voglia. Del resto, Bonomi ha nutrito simpatia per i fascisti, che lo ripudiano come un corresponsabile di Rapallo. Ma le antipatie fasciste non gli conciliano le simpatie dei socialisti, ripugnanti del resto alla collaborazione, per tema dei comunisti e per disdegno delle elezioni malvagie imposte da Giolitti e per le persecuzioni fasciste, lietissimi che la borghesia sia in imbarazzo per il loro mancato aiuto. I turatiani piangono… se il bolscevismo trionfa, ma protestano se i borghesi reagiscono, e negano di fatto una collaborazione che propugnano a parole provocando le ire e la nausea o il fastidio dei socialisti selvatici e dei borghesi arrendevoli ed aspettanti. E se non riuscisse Bonomi, Orlando forse, che cederebbe alla destra nella politica estera, alla sinistra nella politica interna, ai preti in tutto il resto?… E se non riuscisse né Bonomi, né Orlando, come non è riuscito De Nicola, si farebbe ancora il tentativo con Giolitti, e poi con De Nicola ancora…

    … Montecitorio del resto non si annoia in questo frangente. I corridoi sono riboccanti di gente che spasima anela congiura prepara trabocchetti, lancia siluri, organizza sistemi offensivi e difensivi… Montecitorio non si annoia, ed è disposto ad andare avanti per un pezzo e a godere tutte le scene di una crisi laboriosa…

    … ma l’Italia, signori, ve ne preoccupate dell’Italia?… l’Italia ha fretta, ha l’ansia di un Governo che la sistemi, le dia pace e sicurezza, riduca le spese, faccia quanto occorre per fronteggiare la crisi che imperversa… Se ne persuadano a Montecitorio e smorzino se possono le intransigenze e le passioni dei gruppi in omaggio al Paese che devono avere in cuore…’.

    Magnifico pezzo di eloquenza politica. C’è l’ironia, il lamento e la speranza, c’è un po’ di elegia, qualche giambo, e l’esortazione finale. Ma ai liberali del Corriere non veniva mai in mente che la libertà è azione e creazione eroica, e che l’ordine, lo stesso ordine poliziesco ed economico, l’ordine giuridico e burocratico, non può sussistere e mantenersi, se non è creato ed alimentato perennemente da quell’alta fede che, se muove le montagne, con maggiore energia solleva i popoli a sostenere sacrifici e fatica e dolore, con orgoglioso coraggio. I liberali italiani, rari nantes in gurgite vasto, dico nel vasto mare della sedicente democrazia dove accorrevano tutti quelli che non erano liberali o conservatori o cattolici o socialisti; i veri liberali italiani non avevano mai suscitata e saputa educare quella fede, né con la scuola, né con la propaganda, né con la polemica appassionata, né con l’attività politica. Anzi avevano contristato lo spirito religioso del nostro Risorgimento, quel senso vivo della divinità operante, quella suprema dignità e maestà di un popolo che si sente interprete e artefice necessario di Dio. Della quale coscienza misteriosa e potente nasce lo slancio della creazione e si costituisce e fortifica la disciplina delle nazioni. Avevano dissimulata e schernita la religione della storia, questa fiamma che aveva dato illuminazione e forza al nostro Risorgimento, e per quieto vivere o per sfiducia o per sopravvenuta tiepidezza. Avevano rinnovato gli istituti giuridici col nuovo pensiero della rivoluzione italiana, ma avevano lasciato che il vecchio pensiero clericale vivesse indisturbato e corrodesse le fibre più delicate della vita nuova, quando non l’avevano artificialmente protetto e confortato per vizioso calcolo di poliziesca utilità. Peggio ancora: i liberali italiani, tranne qualche valentuomo in qualche momento raro della sua vita, e solo per casi eccezionali, avevano umiliato e lasciato umiliare persino l’orgoglio della civiltà italiana. E questo orgoglio, assai più che l’idea di libertà, era stato sempre l’unica materia nobile che si fosse potuta estrarre dalla storia italiana, cioè dalle più profonde viscere di ogni italiano, anche dell’uomo più ostinato e sordo, anche dal più corrotto idolatra dell’illuminismo medioevale o giacobino, che in Italia, nella terra ideale delle dottrine universali e degli istinti anarchici, aveva reso retori e vili, o linguacciuti, teatrali e ribelli, gli uomini di molte generazioni, li aveva fatti disertori o nemici della nostra unione e missione e azione eroica, ormai imposta dalla storia, pena la morte. Da ultimo, i liberali puritani, di cui il Corriere della Sera aveva assunto la rappresentanza ideale con molto boriosa alterigia, avevano congiunta la lor voce con quella di coloro che all’ultima guerra contro l’Austria disconoscevano il valore decisivo e risolutivo di tutta la storia italiana, il principio del nostro rinnovamento radicale, e, avendo cooperato con acido sussiego a tanta distruzione, chiedevano ora sacrificio, disciplina, concordia, moderazione ai partiti, chiedevano dignità e autorità allo Stato, e pace agli uomini di buona volontà.

    Il quale miracolo grande speravano dallo spegnersi di tutte le passioni, anche di quella passione nazionale, che era vita e forza, l’unica forza reale e ideale della Patria, operante nel Fascismo.
    Da quando gli Italiani avevano combattuto per la libertà dei loro Comuni, da cui si era iniziata la vita della rinascenza europea, nessuna idea, nessuna immagine, dopo lunga schiavitù, li aveva più sollevati e inebriati a combattere a e a morire fuor che una Italia indipendente, libera e forte, e la speranza di una più grande civiltà. Anche l’obbrobrio dell’Italia ‘senza ordine, battuta, spogliata, lacera, corsa’, e la gloria della passata grandezza si erano fusi e trasformati vivendo nei più grandi italiani come volontà di redenzione. Anzi nell’anima dei profeti del nostro Risorgimento la stessa libertà e indipendenza d’Italia non avevano avuto per sé valore alcuno, erano state sì un prezioso strumento, ma solo uno strumento. Quel che valeva era la coscienza religiosa e operosa di una missione universale. Lo splendore della civiltà italiana appariva ormai come l’immagine di un Dio vivente nel popolo italiano, si trasformava in volontà morale, era uno slancio eroico di creazione nuova, o moriva come inutile sogno di effimera luce. Ma il liberali, dopo gli ardimenti di Cavour, avevano avuto sempre paura di questo ardore nazionale e di questo mazziniano impeto religioso, e avevano predicato rassegnazione, rinuncia e neutralità, per non perdere – dicevano – quel che si era acquistato, e per non turbare la pace.

    E le predicavano ancora, queste tristi virtù, dopo che era stato distrutto l’Impero asburgico nel duello secolare, quasi che la vittoria, offerta dalla fortuna, non fosse stata conquistata col sangue. Del resto, per la dottrina liberale, l’Italia era un’idea o una realtà accessoria e giustapposta a quella della libertà, e, se non ripugnante, incomoda certo, e perigliosa, da contenere e reprimere. E i liberali a comparazione della loro più sgarbata progenie, la democrazia, più che maggior numero di virtù, avevano minor numero di difetti rispetto alla politica nazionale, chè essi non avevano mai tollerato che l’Italia dovesse servire alle ideologie che nella Francia vedevano la vera ed unica patria di tutti i democratici. Ma come i democratici, anzi più di costoro, erano avversi a qualsiasi avventura. Ed ora nulla odiavano e temevano più della ‘retorica’ dei fascisti, della loro avversione alla Conferenza di Parigi, della loro trasparente volontà di revisione, della loro protesta incontenibile di fronte ai fatti compiuti. Ora si rallegravano che il bolscevismo ormai vinto e disperso – come andavano ripetendo con ostentazione – togliesse esca al Fascismo divoratore, e lodavano Mussolini che avendo intimato la cessazione del fuoco pareva congiungere la sua voce alla voce dei ‘costituzionali’. Ottusi e presuntuosi, questi liberali confondevano l’ordine antico – e quale ordine poteva essere se non quello giolittiano?… con l’ordine nuovo che Mussolini voleva creare, e rivolgevano ammonizioni e sermoni ai democratici, che fossero un poco più seri, cioè meno democratici e più liberali… e tutto sarebbe finito bene. Oh, gli istituti liberali erano fatti apposta per la convivenza amichevole delle opposte passioni [assopite o spente] e delle idee [accademiche]!… Purché si mettessero in ordine le finanze pubbliche con gli infallibili principi del liberalismo economico e la si smettesse una buona volta e col socialismo di Stato e con le velleità nazionaliste e imperialiste, tristi residuati di guerra l’uno e le altre!…

    Nel prestare ai problemi di ordinaria amministrazione quel valore che si negava ai massimi problemi della lotta politica. Nel condannare con presuntuosa e superficiale ingenuità tutti i postulati e la stessa realtà del movimento socialista; nel difendere con dogmatica esaltazione l’individualismo liberale, che, invero, per la sua deficienza storica, economica e sociale, aveva provocato – proprio esso – l’antitesi socialista. Nell’umiliare relegandola nel limbo dei sentimenti privati e poetici l’idea nazionale, da cui soltanto si poteva derivare invece il superamento delle più gravi antinomie, nefaste alla nostra vita pubblica e alla nostra educazione politica, quali, ad esempio, quelle dell’autorità e della libertà, dell’individuo e dello Stato, dell’economia socialista e dell’economia individualista, i liberali puri erano stati tenacissimi; sebbene, per questa tenacia antistorica, la loro voce fosse divenuta di anno in anno sempre più fioca come di colui che grida nel deserto. Né si erano accorti che G. Giolitti, a cui essi maledicevano talvolta all’atto della loro arida superbia, che l’odiatissimo capo democratico Giolitti, proprio in ciò che aveva di più odioso, era il più fedele interprete del liberalismo italiano, di un liberalismo, s’intende, che fosse sceso in mezzo agli uomini a vivere e a governare, giù dalla cattedra. Era pur necessario che, corrodendo le idee nazionali e le idee socialiste, il liberalismo pratico e faccendiere, che era al Governo, desse in sostituzione qualcosa da vivere giorno per giorno alla moltitudine proletaria uscita fuori dalla sua inerzia ottusa e sonnolenta, una sovvenzione alle cooperative operaie, e un dazio protettivo alle industrie!… Giolitti aveva fatto tutto ciò, con perfetta abilità. Di cosa si lagnavano dunque i liberali puri?… E ci voleva tanto a capire che il nemico della libertà vera, che è la realizzazione di un fine universale e necessario, è il liberalismo negativo?… I liberali italiani non avevano mai capito, non capiron neanche nell’ultimo istante. E furono d’inciampo ai capi del loro stesso regime – che pur li rappresentavano nella pratica diuturna dell’amministrazione pubblica – con il richiamo petulante e inopportuno a quei principi liberali ch’erano stati relegati nei depositi delle accademie, ed essi ora magnificavano con più enfatica ostinazione, quanto più si dileguava dai loro occhi il pericolo della rivolta che avevano suscitata. Nessun sospetto mai, in questi professori, che l’inerzia sostanziale del Governo, se era fatta abietta dalla viltà degli uomini, in verità si adeguava con perfetta giustizia ai loro principi. Nessun sospetto che, arrestata dai fascisti la rivolta comunista, o agonizzante negli estremi tumulti della folla anonima, era in atto e operava nel cuore degli uomini la rivoluzione fascista, inesorabilmente, contro il vecchio regime, tutto consunto, e già oppressivo con la sua mole inutile e corrotta. Neppure erano capaci, le vecchie vestali, di proporsi alcune facili domande: se noi, che governiamo tutte le forze dello stato, non abbiamo potuto né prevenire né disperdere la rivolta comunista, quali forze, quali idee, quali passioni sono sorte, quale misteriosa potenza è mai questa, che si è avventata sul nemico dello stato liberale, ed ha vinto?… Che è questa Italia, e che significa veramente questo regime italiano della libertà?… Qual è il difetto di questo nostro regime che provoca l’accensione di tante forze a lui estranee ed avverse?… Come può giustificarsi uno Stato che mendica dalle forze a lui opposte la sua stessa esistenza?…

    I liberali puri non si chiedevano nulla, ed essendo impotenti, non dico a sostituire, ma a disciplinare e fin anche a comprendere queste forze ‘liberali’, tuttavia si illudevano di poter annientare i sovversivi inseguiti, ed i fascisti inseguitori, con una proclamazione più solenne e pretenziosa di quel modo di vita, che s’era dimostrata impotente e nefasta.

    Anche il Bonomi, che dopo laboriosa crisi aveva potuto costituire il nuovo Ministero [5 luglio 1922], non si avvide di aver condannato lo stesso ad un travaglio inutile e molesto. In realtà egli si era assunto l’ordinaria amministrazione di un’agonia che doveva risolversi con la morte. La disfatta di Giolitti aveva pure una sua tragica e luminosa eloquenza, per un uomo che avesse dell’orgoglio e buon senso. Ma anche una dura serietà ed una squallida tenacia, alle quali pericolosissime virtù, si deve aggiungere che egli non possedeva quei pregi tanto simpatici ai parlamentari italiani, quali, verbigrazia, il variopinto cinismo di un F. S. Nitti, o la scettica tolleranza e abilità tattica di un G. Giolitti. E gli mancava quel calore potente a piegare, a possedere, ad esaltare gli animi, la fantasia fervida e luminosa, l’impeto e la fede travolgente dei grandi lottatori della vita politica, qualità sempre buone, e per gli Italiani, immaginosi e impressionabili, sempre più necessarie. Nemmeno egli possedeva autorità sufficiente, perché i parlamentari da una parte, e la folla anonima dall’altra, gli concedessero la necessaria fiducia, cioè il tempo utile, il respiro per operare in queste condizioni, che, nonostante la credulità puerilmente ingenua o accidiosa o corrotta dei capi democratici, erano realmente straordinarie, e, sotto l’effimera tregua, immensamente drammatiche. Bonomi non aveva infatti alcun seguito in mezzo alle folle, né fra i gruppi parlamentari che più gli erano affini. Non aveva autorità di fronte ai due partiti più forti della Camera o nel paese, per numero e interessi, il socialista e il popolare. Non suscitava né entusiasmo e neppure affettuosa accondiscendenza in mezzo ai Fasci di combattimento, che erano sorti come antipartito, ed avevano, anche per questo, la forza predominante su tutti i partiti.

    Eppure, a guardare le cose dall’angolo visuale del Parlamento, l’on. Ivanoe Bonomi era l’uomo meno inadatto a costituire il Governo dopo la disfatta dell’insostituibile Giolitti, ed in quel grave frangente. Era l’uomo meno provocatorio e più conciliante, non per temperamento o per lo stile, che erano di una non accattivante magrezza ma per le idee e per gli atteggiamenti suoi, dimostrati e riaffermati in tempi non sospetti.
    Bonomi era stato socialista quando il socialismo, non senza amore di patria, era volontà di redimere i nostri lavoratori miserabili e di battere in breccia il duro egoismo dei proprietari ignoranti e negrieri. E se il suo socialismo non aveva grande respiro e slancio eroico, sentiva un po’ del borghese e del prosaico, pure era stato sincero e diritto, senza contaminazioni e contraddizioni fra il dire e il parere, fra l’ostentazione di una verbosa mania rivoluzionaria e la clandestina questua ricattatoria di favori e di aiuti al Governo borghese. Un socialismo piccolo, adatto all’ambiente giolittiano, modesto e temperante. Quindi, ai tempi della guerra libica aveva riconosciuto la realtà dello spirito e delle necessità nazionali, e poi affermato, a fianco del suo autore e maestro Bissolati, il dovere dell’intervento italiano, apertamente, sinceramente, risolutamente; sebbene era caduto sotto le lusinghe delle ideologie wilsoniane, ed aveva macchiato l’ingenuo ma sincero interventismo con la collaborazione concessa a Giovanni Giolitti. Qualche benemerenza gli può essere riconosciuta anche per questo, che egli, nelle più gravi questioni di politica interna, si era liberato dalle frigide formule e del socialismo e del liberalismo.

    Insomma, le idee, Bonomi, le aveva, e le aveva avute tutte buone o tollerabili, ma tutte giustapposte le une alle altre, e tutte viventi nel limbo della sua coscienza, senza speranza, e con vano desiderio, poiché il proposito vero, il proposito forte e fermo di Bonomi, il suo vero programma di Governo di far fare la pace, era tutto negativo, era il programma di Giolitti. Ma egli non aveva l’abilità di Giolitti che in tempi ‘normali’ era riuscito sempre a logorare e a corrompere le idee altrui, e questi non eran tempi normali, né egli era così scettico da amare e sacrificare le sue idee, e queste idee egli non poteva recare in atto, né quelle liberali, né quelle socialiste, né quelle nazionali, perché erano slegate come nel testo di un’enciclopedia il pulviscolo delle notizie, e a lui mancava l’idea fondamentale, la passione alta che fonde e trasforma e unifica la molteplice materia e vi alita dentro lo spirito di creazione e di vita.

    A lui mancavano la forza, e il punto d’appoggio. Mancavano l’autorità, la fama, il prestigio. Mancavano persino le buone occasioni e le opportune condizioni. Poiché egli era stato uno degli autori del Trattato di Rapallo, non gli si offriva nessun appiglio per mitigare la grave sconfitta diplomatica dell’Italia, né i fascisti gli avrebbero mai concesso di salvare dalla catastrofe il Partito socialista italiano, né i neutralisti gli avrebbero perdonato la colpa di avere voluto la guerra, né i liberali il suo socialismo temperato, né i socialisti il suo mite liberalismo. Del resto, era un uomo di carattere che senza fantasia dava nell’ostinato.

    Così si presentò, dopo Giolitti, l’on Bonomi, questo disgraziatissimo uomo, fra le forze avverse, a risolvere la quadratura del cerchio. Povero cireneo, egli credette di ricevere appoggio da una coalizione di verdi democratici e di neri popolari che si guardavano in cagnesco!… Onde ben a ragione il Popolo d’Italia diede subito questo duro giudizio sul Ministero Bonomi: ‘… dal punto di vista degli uomini questo Ministero è poco sostenibile. E’ una specie di Governo di ripiego, di transizione, che rimarrà in piedi il tempo sufficiente per permettere la formazione di un altro Governo che sia maggiormente all’altezza della grave e perigliosa situazione…’.

    Ma la verità era anche più dura. Ogni Governo, fuori di quello Fascista, sarebbe stato un governo di ripiego e di transizione. Nessuna forza umana avrebbe potuto dar pace alla nostra patria insanguinata anche se fosse stato posto fine al circolo doloroso delle uccisioni, delle distruzioni, degli incendi. Perché il sangue era sì l’immagine più angosciosa della lotta, e certo suscitava la inestinguibile sete della rappresaglia e della vendetta e quel fremito che fa rabbrividire gli uomini e li scaglia con misteriosa ebbrezza al combattimento, ma il sangue non era la causa della lotta, né la soluzione del problema per cui si combatteva. Il problema essenziale era ancora il medesimo: la guerra. E quelli che ora andavan gridando pace, pace, o per il dolore della patria in tanto travaglio e pericolo, o per l’orrore del sangue fraterno, o dell’offesa umanità, o della quiete turbata, non intendevano il cuore e le menti allo stesso fine. Nei socialisti e nella più gran parte dei popolari nessun ravvedimento, nessun riconoscimento.

    E fra i vari partiti dell’ordine nessun proponimento serio e risoluto. Per quelli la pace significava: calunniare la guerra col linguaggio più civile, e senza più rappresaglie e reazioni violente. Per questi significava: non aver noie e vivere in pace. Ma per i fascisti la pace voleva dire un altro modo di vita, nell’ordine nazionale e internazionale; un modo di vita che traducendo la vittoria in termini di attività e disciplina politica escludesse le cause del presente travaglio, tutte quelle cause che, prima della guerra, e durante, e dopo la guerra, avevano posto in pericolo non solo la potenza, ma l’esistenza della patria. Nessun fascista, fra quelli che erano in età virile, dimenticava l’aridità burocratica del regime giolittiano, il martirio delle trincee, il tristo comando di Cadorna, la maledizione di Caporetto, la vergogna di Parigi, la brutale vendetta dei sovversivi, l’abbietta omertà della classe dirigente.

    Che voleva dire l’on. Bonomi quando affermava di voler la pace e il rispetto della legge?… Se tutti gli Italiani, tranne i fascisti, avessero solennemente e concordamente giurato di voler tornare a quella vita che aveva provocato tanto martirio, i fascisti avrebbero continuato a combattere disperatamente, soli contro tutti. La formula sacra – la metà dei voti più uno – non aveva più efficacia sull’anima loro. Né questa, né le altre formule, né i dogmi, né i programmi, né le promesse di quei vecchi uomini; e neppure le loro invocazioni, li potevano fermare e persuadere.

    Questa era la chiara verità solare che li illuminava, e insieme li accecava di fronte ad ogni altro riguardo. Questa era la spietata intolleranza che li poneva in antitesi con la vecchia generazione, e li faceva sordi ad ogni considerazione, quella compresa che voleva concentrarsi in formula di Governo e diceva: ‘… per carità, rinunciate alla vostra forza, perché io non sia costretto ad usare della forza dello Stato, e reprimere la vostra!…’. Questa era la povera astuzia escogitata da Bonomi, dall’interventista Bonomi, del quale nessuno s’era accorto ch’ei fosse al Governo, nessuno, cominciando dai rossi, che ripresero le loro feroci imprese in moltissime località, meritando severe rappresaglie fasciste.

    La lotta esplodeva un po’ dappertutto, divampava di nuovo, cresceva in quei giorni di luglio, dopo l’effimera tregua che era successa alle giornate elettorali, attingendo più alta risonanza in taluni centri, come a Viterbo, dove i fascisti concentratisi dall’Umbria e dal Lazio fecero cessare per sempre il dominio dei sovversivi. O come a Treviso, dove, oltre ai popolari ignoranti e fanatici, oltre i sovversivi bolscevizzanti, i social-repubblicani, guidati da un valoroso reduce di guerra, l’on Guido Bergamo, già fascista e poi dissidente e nemico, ebbero una loro organizzazione militare, un giornale, una loro sede o fortilizio, e ne venne a tutta la regione una complicanza di odii, di opposti interessi, di conflitti, continua e inestricabile, e contro i pochi fascisti un’oppressione umiliante e provocatrice. Il combattimento decisivo avvenne a Treviso sulla metà di luglio. Si concentrarono di notte, improvvisamente, le squadre del Veneto e di Ferrara, nonostante la vigilanza della forza pubblica. Ma i carabinieri, ferito gravemente uno di loro, lasciarono liberi i fascisti, che diedero l’assalto. Moltissimi i feriti, da una parte e dall’altra, numerosi i morti, devastate le sedi dei rossi e dei neri.


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    alla 'marcia' parteciparono diciassettemila camicie nere...


    Cap. V

    L’ECCIDIO DI SARZANA


    Dopo che a Livorno gli arditi del popolo ebbero eseguito i loro primi saggi sparando non solo contro i capi del Fascismo, ma contro la polizia, il furore comunista portò, fra le altre esplosioni di odio, allo spaventoso eccidio di Sarzana. In questa città, dopo che i fascisti avevano dovuto subire maltrattamenti di ogni sorta, le autorità credettero che fosse giunta l’ora di interpretare gli ordini del neutralissimo Governo arrestando i capi del Fascismo carrarese, primo fra tutti il segretario Renato Ricci, che alla testa dei suoi squadristi insanguinati e inesausti s’era risoluto ad affermare anche in questo fortilizio sovversivo i diritti della patria.

    In verità, gli autorevoli personaggi, che avevano creduto di bene rappresentare a Sarzana lo stato italiano riconoscendo ai capi sovversivi il pieno, incontrastato e ormai sicuro dominio della città, non potevano permettere che i ribelli fascisti li smentissero in quel modo e facessero violenza a tanto autorevole e benefica pace. Ma i fascisti delle vicine città, ai quali questa dedizione al nemico pareva abbietta e gli arresti una sinistra e grottesca provocazione, decisero di fare una prova di forza proprio a Sarzana.

    Al comando dei rossi, essendo i borghesi ignominiosamente acquiescenti o cortigiani, gli operai e i contadini si erano armati, ordinati, obbligati ad uccidere. ‘… ed ora – gridò alla folla un assessore socialista dal balcone del municipio – ed ora vengano i fascisti. Sarzana farà loro l’accoglienza che si meritano…’.
    Proprio per questo i fascisti ci vollero andare. E l’arresto di Ricci li esasperò. Possibile che solo in questa città non debba sventolare il tricolore?…

    All’alba del 20 luglio, 500 squadristi, congregati dalle città toscane, marciavano lieti cantando sulla strada provinciale di Sarzana. Un treno merci li sorpassa. Qualche gesto, qualche parola di minaccia e di sfida dei ferrovieri, un urlo della colonna che ormai scoperta si leva tutta in piedi per dire: ‘…sì, siamo qui, siamo noi, andiamo a Sarzana…’. Poi la corsa lungo la strada ferrata per raggiungere la stazione – che i ferrovieri non diano l’allarme e preparino l’imboscata! – l’arrivo della colonna ansimante che ha perduto in quei pochi chilometri di marcia, troppo veloce e disordinata, i più deboli, o i meno allenati e disciplinati, lo scavalcamento dei cancelli chiusi nella stazione silenziosa e deserta. Ora sono sulla piazza, davanti ad una squadra di carabinieri e di soldati, qualche centinaio di squadristi armati di fronte a 11 uomini: ‘…viva l’Italia, viva l’Esercito, viva il Re!…’ gridano, mentre i sovversivi si addensano sui loro fianchi e i capi e i maggiorenti della colonna si avvicinano al capitano dei carabinieri per spiegare, per avere libera la via. All’improvviso un colpo di fuoco dai gruppi dei sovversivi, l’ondeggiamento, il movimento in avanti dei fascisti, e il fuoco a mitraglia dei carabinieri. Cadono morti i primi quattro fascisti, ed arrivano a rinforzo soldati e guardie regie. Caricano i superstiti oppressi dalla stupefazione e dall’angoscia, li colpiscono ancora, li costringono in breve spazio, li offrono alla vendetta altrui, fatti ormai inermi dall’umiliazione e dall’orrore che annienta ogni energia e quell’ingenua, troppo ingenua, loro baldanza. Ora s’inizia l’orribile caccia contro i fuggenti e i dispersi, contro quelli che sono rimasti indietro nell’affannata corsa, contro quelli che alla prima scarica sono fuggiti, e corrono per la campagna, si nascondono sotto le siepi, o fanno fronte in un impeto disperato per salvarsi o per salvare un camerata ferito, un compagno già preso, già legato all’albero per il supplizio, lasciando altri morti, altri feriti sul terreno, o chiedono mercé esterrefatti e convulsi.

    Dalla giornata di Empoli non ci fu, in tutta questa dolorosa agonia del dopoguerra italiano, giornata più deliziosa all’odio fanatico della nostra plebe irredenta. Si affollano alla mente gli episodi più orridi degli ultimi cento anni. Il martirio dei patrioti italiani, la loro santa pazzia, quella fede di fanciulli eroici che li faceva andare in mezzo a questa plebe ottusa, traviata, incrudelita dai suoi oppressori. Aprivano le braccia, dicevano: ‘… siamo qui fratelli, siamo venuti a liberarvi…’ e ricevevano la morte. Oh, in questa ferocia di schiavi l’unità d’Italia era un fatto compiuto, ed aveva una sua non interrotta tradizione, i suoi educatori e maestri, i suoi sgherri onorati, la sua ragione storica, le sue politiche e clericali esaltazioni. Ora, sui campi di Sarzana, dopo Vittorio Veneto, gli emuli di Empoli rinnovano quelle sozze gesta fatali, a nome di tutti, per la gioia e la vendetta di tutti, come nel tempo del ‘brigantaggio’ clerico-borbonico, con le roncole, con i tridenti, con le forche, con le accette, col fucile, uomini e donne, comunisti, socialisti e anarchici, cattolici osservanti e non osservanti, tutti concordi, tutti assetati di sangue, inebriati dal sangue, avidi di bere a goccia a goccia, come prezioso liquore, il rantolo dei morenti. Non solo quelli che si erano dispersi furono presi in caccia, ma l’ultimo nucleo dei 150 superstiti, rinserrati e chiusi dalle forze di polizia, caricati sui vagoni, diventarono bersaglio inerme al fuoco dei fucili che lungo la via del ritorno crepitavano dalle case, dagli alberi, dalle siepi, in una festa maniaca dell’assassinio, a cui le autorità del regno avevano dato l’inizio e il buon esempio.

    Diciotto fascisti caddero per sempre in questa atroce giornata, e poco più di trenta, particolare significante, furono i feriti. Ma non fu il numero che fece soffrire. I cadaveri, forati e rotti da più colpi penzolavano alcuni dagli alberi, altri restituì il Magra dove li avevano gettati nell’ultima agonia, altri, poltiglia informe e orrenda, furono tratti per la sepoltura dalle fosse di calce viva. Pietro Rosselli e Mario Magnoni torturati mentre si scavavano le loro fosse sepolcrali, Otello Borsa condannato ad essere spellato vivo, Ovidio Tonini addossato ad un albero, fucilato, trascinato per le strade come trionfale preda di caccia, furono salvi per miracolo.

    Ma non furono salvi Augusto Bisagno e Amedeo Maiani, due giovinetti – il più anziano aveva 18 anni, l’altro 16! – due operai del Fascio di Spezia. Andavano a chiedere soccorso a La Spezia per la loro squadra, che era partita da sola, in anticipo, e se ne stava nascosta in attesa. I comunisti li fermarono, li condussero al vicino paese di Romito, e davanti alla folla festosa e acclamante li percuotevano coi bastoni rabbiosamente.

    Lasciateli stare, ammonì qualcuno dalla folla, impietosito da quelle membra straziate, da quella disperata mansuetudine, da quegli occhi terribili delle vittime.

    Ancora, ancora!… Uccideteli!… Consegnateli ai carabinieri!…

    L’alterco li distrae dall’orgasmo della teatrale ferocia, li conduce alla decisione meno personale, alla soluzione media e burocratica: ai carabinieri di Sarzana. E si fanno avanti i bastonatori sudati, si offrono. Li avrebbero condotti loro a Sarzana, ma eran tanto stanchi delle bastonate che ‘avevan’ dovuto dare!… Ecco li porteranno i fascisti sulle spalle!… E montarono addosso ai poveri ragazzi fra le risate, fra i lazzi e gli applausi della folla, già ravvivata dal congeniale vilipendio. Quindi di tappa in tappa, ad ogni paese, un poco di sosta e di riposo, un improvvisato circolo di paesani accorrenti, l’esposizione e l’illustrazione delle due fiere catturate, nuovi dileggi, nuovi insulti, altri colpi di randello. E il corteo infame si rimette in cammino.

    Pesti, insanguinati, stravolti, i due ragazzi procedono vacillando lungo la via del martirio, che la stessa pietà aveva fatta più lunga e crudele. Finché nei pressi di Sarzana, con le corde ai polsi, vengono consegnati a più autorevoli compagni, vengono nascosti in una casa vicina, imbavagliati [che i carabinieri in perlustrazione non li sentano!], trascinati, appena la via è libera, al mulino Fabbricotti. Non li uccidono ancora, li bastonano, perché sentano la nuova autorità, li bastonano, perché non cadano esausti. Là, al molino, c’è la grande scena ufficiale. Il Tribunale rosso sui più alti sedili, l’orazione epilettica dei ‘pubblici accusatori’, le approvazioni clamorose e sogghignanti dei giudici anziani, la parodia della sentenza di morte. Era la sera del 20. Nella turpe casa vigilavano gli arditi del popolo, recavano vino e vettovaglie, mangiavano, parlottavano, ricevevano con sussiego i messaggi e i compagni curiosi, grottescamente incerti fra il tono solenne di un tanto ufficio e l’esplosione della gioia incontenibile e della vanità.

    Parevano fanciulli criminali che giocassero un gioco sinistro sopra due poveri fanciulli sbigottiti dal terrore e dall’angoscia. Speravano di vivere, speravano di morire, le due povere creature?… Ma di ora in ora, cresceva nei carnefici e palpitava l’ansietà della tortura imminente, dello spettacolo orribile e desiderato. Eppure non si affrettavano. E prima di tutto, il capo degli arditi del popolo, a Sarzana, approva o comanda di consegnare ai carabinieri?… Non facciamo scherzi, pensano gli sgherri più astuti, la responsabilità se la prenda il capo!… Il capo, che siede al Bar Costituzionale, manda a dire ‘se volevano consegnare ai carabinieri i due fascisti, non si opponeva, ma non assumeva assolutamente la responsabilità di un ordine simile…’. Il capo non vuol dare l’ordine d’uccidere [non si sa mai!], e non vuol perdere l’autorità con un consiglio troppo vergognoso in tanto fervore rivoluzionario.

    All’alba del 22 i ragazzi sono destati dagli sghignazzanti carcerieri, armati di randello e di pugnale. Oh, perché tanto tempo lasciato all’agonia della speranza e del terrore?… Anche senza il fuoco delle pistole automatiche [di cui non ci si voleva servire] un colpo di bastone o di pugnale è ben veloce per uccidere!… Ma gli assassini non volevano uccidere. Quale gioia può dare il colpo ben aggiustato che ti fa chiudere in pace gli occhi per sempre?… Dov’è più il fascino dell’orrore, il rabbrividente urlo della vittima straziata, lo spasimo, il rantolo del morente, senza una lenta tortura che tenti tutte le vie della morte, assaggi tutti i visceri, provi tutte le sofferenze?… Essi non avevano ira, né avrebbero subito ucciso. E non avevano odio soltanto. Quale odio poteva vivere contro due sconosciuti, contro due innocenti, esausti dalle percosse, umiliati da quella solitudine, da quella compagnia, da quel sinistro aspetto delle cose, fatti più innocenti e sacri dal lungo martirio?… E se li aveva fatti ciechi l’odio religioso del fanatico, come non li avrebbe poi illuminati e commossi quell’immagine di pietà tremenda?… Ma non c’era in loro né l’ira che esplode, né l’odio semplice e cupo del fanatismo maniaco. Volevano assaporare lo spettacolo della tortura. La morte, che tronca il parossismo di questa voluttà russo-cinese, non era lo scopo, era il condimento forte della mostruosa delizia. Si dovevano dunque scegliere i mezzi e gli strumenti acconci, e il luogo, e il tempo tranquilli, e attendere, prendere respiro, non affrettare, non perdere la calma, se no, si distruggeva zoticamente il pregustamento lungo e sempre più intenso dell’immaginata voluttà. Il luogo geniale fu l’orrido silenzioso bosco in località Ghigliolo. E qui abbandonarono gli avanzi, spremuta l’ultima delizia del convulso festino: i teschi scarniti nell’acqua bollente, gli occhi bruciati coi ferri roventi, stroncate le mani ancor legate alla corda, staccato il capo dal busto, e scotennati, evirati, pugnalati, contaminati i miseri corpi, più volte nell’agonia, e dopo la morte.

    Noi abbiamo creduto di non dover risparmiare al lettore una quasi pedantesca informazione dell’episodio di Sarzana. Ma è stato anche lontano dal nostro animo il proposito, e persino il compiacimento, di farvi indugio per trarre da tanto abominio un’artificiosa e troppo facile esaltazione del Fascismo, e del suo eroismo, e del suo lungo sacrificio, per trarre una giustificazione delle sue men nobili imprese, ispirate da impeto indisciplinato o da furore di vendetta. La storia umana non è impresa di santi che vivano nel deserto della Tebaide o all’ombra di un immaginato paradiso, e la Repubblica di Platone più che di un’utopia politica è il romanzo pedagogico della civiltà ellenica al quale ricorse un poeta-filosofo nella disperazione della vita politica e civile della sua città. Noi, al posto d’onore dell’infamia, abbiamo voluto mettere, senza veli, gli orrori di Sarzana, per affermare che esso non è un episodio isolato. Certo, la guerra civile durava già da due anni in Italia; e la guerra civile se non è un idillio, non è neppure una guerra di eserciti regolari, contenuta e quasi serrata dentro i limiti di una ferrea disciplina. Fra gli eserciti combattenti il prigioniero è sacro, il ferito è sacro, l’odio non è necessario al combattimento, e l’onore e l’amore e l’orgoglio della patria bastano alla virtù del soldato. Ma la guerra civile non è vituperio, né pazzia criminale, né avversione e distruzione delle supreme ragioni della vita umana. La rivoluzione è sacrificio umano anch’essa, e, se la sua inevitabile disciplina provoca eccessi e involuzioni maligne, colui che lo accetta, questo durissimo e dolorosissimo servizio della storia, si purifica, affrontando il martirio, da quel che reca in sé di men nobile e onesto. Ma quale senso di umanità noi Italiani potremo ritrovare e salvare in questa sozza catastrofe della Lunigiana?… Quale boria nazionale, quali Fabrizi e Catoni, quali letterarie esaltazioni del ‘latin sangue gentile’ ci soccorreranno per cancellarne l’orrore?… Empoli e Sarzana non sono episodi. Sono l’eruzione di un magma incandescente che preme dalle viscere della società italiana, dove fermentano i residui di secolari superstizioni, di lunghe iniquità sofferte, di rassegnazioni stupide, di odi feroci, che esploderebbero sinistramente, appena fossero tolte le dighe di un’inesorabile disciplina. Dopo che il Fascismo ebbe vinto, e parve che a noi Italiani altro compito non restasse che spartire la gloria di Vittorio Veneto e l’onore della Marcia su Roma, tutti, o quasi tutti i partiti e le gerarchie e le istituzioni più o meno antiche d’Italia fecero a gara per aggiudicare a sé tutti i vanti e tutti i profitti, tanto più sfacciatamente, quanto maggiore era la responsabilità che a loro spettava delle nostre non evitabili né evitate Caporetto, o perché avevano male operato corrompendo, o perché non avevano operato educando. Ma, fra tanti ipocriti e vanesi, non ci fu un uomo solo che venisse fuori e facesse l’esame di coscienza, e scrutasse le piaghe nostre con anima sincera. E delle nostre sciagure nessuno sentì la vergogna che il grande Leopardi predicava come inizio certo della futura salvezza. Oh, la perfida boria di chi vanta il deposito di non so quali verità immobili, e vuol dispensarci e salvarci da ogni indagine, da ogni sforzo, da ogni fatica, da ogni volontà di sapere!… Oh, la dottrina dei diritti naturali, la postulata ineguaglianza di tutti gli uomini, i principi eterni della democrazia cristiana o giacobina!… Se non sapranno guardare nella propria anima trista, guardino tutti costoro pazientemente, attentamente, amorosamente. Nei fatti enormi di Sarzana, e si vedano una buona volta rappresentati in questi, come in una lente di provvidenziale ingrandimento, e non dicano ‘…io non c’entro!…’.

    Non credano di essere esenti dalle responsabilità di quegli orrori dimostrando un facilissimo alibi con superficiale coscienza, chè sono assai più gravi e obbliganti le responsabilità morali delle responsabilità giuridiche nella società degli uomini, e le responsabilità storiche, di quelle morali. Sorvolare sui fatti di Sarzana, rimpicciolirli o mitigarli nello spazio e nel tempo, non è carità di patria, è omertà. Né si curano le piaghe infette col solletico della retorica nauseante o con la reticenza interessata degli ipocriti.

    Per questo eccidio mostruoso, da tutte le persone non legate a interessi o a discipline di partito, da ognuno che avesse cuore e dignità umana si sollevò un’ondata di sdegno e di ribrezzo.

    Ma tra i fascisti ci fu una vampata di furore. Agitazioni e bastonate a Siena, a Prato, a La Spezia, mobilitazione delle squadre a Perugia, dimostrazioni e colluttazioni con la forza pubblica a Milano, spedizione punitiva a Figine Valdarno, cortei e chiusura di negozi a Padova ‘per lutto nazionale’, e ancora rinnovate e feroci uccisioni di fascisti e di comunisti.
    Se Bonomi – salendo al Governo – aveva sperato con molta ingenuità di poter superare la sola crisi del Parlamento, la tragedia di Sarzana avrebbe dovuto offrirgli l’immagine solenne dell’abisso che divideva il paese. La pace non si poteva conquistare senza la vittoria dura e travagliata di una forza sulle altre forze combattenti, e di un’idea sulle altre idee. Avrebbe allora potuto comprendere che questa necessaria vittoria sarebbe stata la fine della concezione liberale, della pratica democratica, e della stessa atonia e anarchia parlamentare.

    Certo, egli sentì ancora una volta di non possedere quella forza, sebbene s’illudeva e sperava che non esistesse nemmeno nei Fasci di Combattimento, come non esisteva più tra i socialisti rivoluzionari. Non aveva altro punto di appoggio che questa speranza!… Ma, intanto, incerto di sé, e come esautorato ed oppresso dalle volontà negative, indisciplinabili, e potenti solo a corrodere non a vincere, delle sue bande costituzionali, dovendo egli incedere nel difficile lavoro della successione giolittiana, vivente Giolitti, fra le sabbie mobili delle variopinte democrazie, Bonomi si ostinava ad esercitare gli uffici di mediatore e di paciere, proprio tra quelle forze che erano estranee ad ostili al suo Governo. Egli confessava insomma di non potersi fidare della sua maggioranza democratico-popolare, egli sentiva l’inconsistenza di questo numero, che se era sovrabbondante in Parlamento, non esprimeva nessuna potenza nemmeno in Parlamento, quasi volubile pulviscolo – i suoi democratici – di umori femminei, di interessi mafiosi, di vanità personali, aggiratisi intorno alla più consistente e pesante putredine del Partito popolare. Proprio Bonomi aveva preparato per il 21 luglio il convegno della pacificazione, e invitato fascisti, Confederazione del Lavoro, direzione del partito socialista, e comunisti, in questo giorno nefasto di Sarzana. Poiché egli non poteva imporre la pace al paese con l’autorità del Parlamento, questuava la pace dal paese per salvare il Parlamento. Strana illusione, puerile illusione, che Mussolini avrebbe distrutto, come aveva distrutto la pace giolittiana, essendo ormai facile intuire che il Fascismo, vinti i sovversivi, era giunto alla seconda fase della sua lotta titanica, e che Mussolini orientava, dirigeva, costringeva le sue energie potenti contro il regime ‘borghese’.

    Il giorno dopo l’eccidio di Sarzana, il Consiglio nazionale dei Fasci di Roma, in una seduta di estrema vivacità, votò un ordine del giorno, in cui, mandato un commosso saluto alle vittime ed ai feriti, reclamando la punizione immediata dei colpevoli dichiarava responsabile il Governo per le direttive recentemente impartite alle autorità di pubblica sicurezza. E Mussolini alla Camera, nella seduta del 23 luglio, annunciava a nome del gruppo fascista di negare la fiducia al Governo non solo per reticenza, insufficienza, incertezza dell’on. Bonomi nella politica estera, ma per la reiterata e solenne e ostentata proclamazione che egli aveva fatto di volere e dovere considerare alla stessa stregua fascisti e comunisti. ‘… altro è il criterio giuridico – osservò Mussolini – altro il criterio politico…’. Quindi ammonì: ‘… voi non avete avuto una parola di gentilezza e di compianto per quelle vittime, molte delle quali erano adolescenti, molti altri decorati, combattenti, feriti e mutilati…’. Nello stesso tempo, confermando davanti al Parlamento, che era divenuto ormai per il Fascismo uno dei luoghi più attraenti della lotta e la tribuna più autorevole della propaganda antiparlamentare, la volontà di una pacificazione, egli offendeva l’alto consesso con questa sincera crudezza: ‘… se da qualche tempo noi porgiamo il ramoscello d’ulivo, non lo facciamo già perché ci siano degli elementi di retroscena politici e parlamentari che ci spingano a questo, perché noi siamo alieni da queste manovre e il Parlamento ci interessa mediocremente e nel Parlamento ci sentiamo discretamente a disagio…’.

    Eppure queste parole erano assai meno dure di quelle che tutti i fascisti avrebbero voluto esprimere nell’anima loro. Dal primo apparire in Parlamento, i deputati fascisti erano e sarebbero stati sempre all’opposizione di ogni Governo, e contro il Parlamento si era orientato tutto il Fascismo prima che avesse nome e fisionomia, fin dall’inizio della guerra mondiale, quando si era aperta la grande e immedicabile crisi fra la nuova storia d’Italia e il regime democratico che nel Parlamento vantava il suo palladio, e aveva il suo punto d’unione, il suo fulcro, le sue leve di comando, il luogo protetto delle sue speculazioni e degli affari suoi, la camera di compensazione e di contrattazione delle sue consorterie e clientele. Il Parlamento era stato la beffa di tutto il Risorgimento. E, nonostante la guerra e il pericolo crescente della Patria, questo Parlamento era stato ed era ancora Giolitti e Nitti e Orlando, era stato ed era ancora Caporetto e Parigi e Fiume, era il deposito della senilità astuta e vigliacca, il teatro delle contumelie velenose e retoriche, il ricatto perenne del mostruoso Partito clericale, era la lotta perenne contro lo Stato nazionale, il sabotaggio del potere esecutivo, la rinuncia sistematica all’attività legislativa, l’esposizione di tutti i detriti della vecchia Italia inferiore alla guerra, dell’Italia retorica, scettica, provinciale, accidiosa e rissosa.

    Del resto, se il capo del Fascismo, che stava al timone dell’improvvisato esercito dei fascisti, di questa forza perigliosa e potente. Se di giorno in giorno egli sentiva avvicinarsi, tramutarsi dal sogno del lontano 1919 nella imminente realtà l’obbligo tremendo del Governo d’Italia, della grande Italia ideale di Vittorio Veneto, della reale Italia estenuata e convulsa. Egli certo, stando in ascolto, sentiva la fiducia e la speranza che una moltitudine sempre più grande e compatta di cittadini poneva nel Fascismo. Ma di questa moltitudine senza partito egli notava anche la perplessità, i giudizi talvolta amari contro gli eccessi fascisti, le dolorose constatazioni di quei loro atteggiamenti meno rassicuranti, perché meno generosi e disciplinati.

    Ma la ragione profonda, che era più o meno consapevole nell’anima dei fascisti, e tuttavia operò con intensità decisiva. La ragione che impegnò con tutte le forze la volontà di Mussolini e fece trionfare il patto di pacificazione nella pienezza dei suoi risultati, purché si prescinda dalle sue formule esteriori e letterali che ebbero una parziale ed effimera applicazione, fu questa: liberare il Fascismo dal pericolo di irrigidirsi in un atteggiamento antibolscevico, di involgersi nella sterile negazione, nell’esasperata reazione, tumultuosa e frammentaria, contro gli effetti quasi meccanici della crisi italiana, insomma in una mera repressione del sovversivismo, la quale era appunto l’effetto non la causa dell’agonia che aveva colpito la classe dirigente e il regime democratico, il mezzo, non lo scopo, per cui erano insorti e combattevano i fascisti. Pericolo mortale, che avrebbe inaridito e soffocato le immense energie e il grande respiro del Fascismo, le sue idealità, la sua azione creatrice, anzi la sua stessa funzione purificatrice, come interviene agli avari a cui il denaro diventa lo scopo della vita, e l’idolo e il feticcio di tutta l’opera faticosa e dei più duri sacrifici. Un pericolo che già aduggiava, con tutte le sue complicazioni parassitarie e velenose, molti Fasci e molti fascisti, massime gli ultimi che erano accorsi quando il bolscevismo era sul calare, incitati e persuasi dalla vendetta, e da molti, da troppi interessi personali. Del resto, che i fascisti fossero e dovessero essere gli ammazzasocialisti, proprio questo era l’ingenuo o il sagace giudizio corrente, l’arma micidiale che avrebbe distrutto il Fascismo. L’avrebbe distrutto e annullato nell’istante della vittoria, chè soltanto la vittoria gli avrebbe tolto ogni giustificazione di persistere e di operare, e null’altro avrebbero potuto fare i fascisti che rientrare nei ranghi degli altri partiti, o dissolversi nella vita privata, con qualche applauso o qualche ammonizione o imprecazione, con che gli spettatori beneficati avrebbero posto fine al loro servizio, come a lanzichenecchi in congedo, come a briganti assoldati che si licenziano in fretta e furia per evitare fastidi e vergogna.

    Tuttavia Mussolini era di fronte alla manovra più difficile che gli sia stata imposta dal fascismo prima della Marcia su Roma. Come poteva egli ordinare la cessazione del fuoco nel momento del massimo furore, quando i lottatori combattevano sordi e ciechi dentro il tremendo sviluppo?… E come avrebbe potuto convincere i vecchi, i primi, i migliori fascisti, che egli voleva la pace non per fare la pace, per accomodarsi alla vita normale e parlamentare, anzi per fortificare il combattimento, per uscire fuori dalla palude, dove il combattimento era iniquo e poteva finire nella sconfitta spirituale, cioè totale e definitiva del Fascismo?…

    Il 2 agosto sotto la presidenza dell’on. De Nicola, presenti i rappresentanti del Consiglio nazionale dei Fasci di combattimento, del gruppo parlamentare fascista, della direzione del Partito socialista, del gruppo parlamentare socialista, della Confederazione Generale del Lavoro, fu firmato il patto di pacificazione.

    Questo patto di non dubbio valore, anche se lo si consideri fuori dall’angolo visuale del Fascismo, esautorò il Governo, perché fu concordato fuori dall’ambito e dalla autorità di lui, come se non esistesse, né esistesse lo Stato italiano, fra due potenze sovrane, che all’on. Bonomi non chiesero nemmeno l’autenticazione notarile dell’atto, assai paghe di quella che ottennero dal Presidente della Camera, che era ed ostentava di essere l’autorità estranea per eccellenza alla lotta politica, e conciliante e benevola: la vera e propria magistratura suprema di conciliazione. Né il Governo, del quale si poneva in luce l’assoluta impotenza in modo ufficiale e solenne, e non per feroce ostentazione, ma con semplicità, con disinvoltura, con naturalezza, e senza opposizione e meraviglia o protesta di uomini o di partiti, il povero Governo potè avere il minimo compenso alla offesa della sua dignità, o con una sostanziosa collaborazione parlamentare, o con una diminuita opposizione del Fascismo, la quale, dichiarata già alla Camera da Mussolini il 23 luglio, sebbene non in modo incondizionato, ora crebbe e si acuì per la volontà dei fascisti, proprio di quei fascisti che si opponevano al patto. Poiché questo è il meraviglioso frutto che maturò, per la vitalità del Fascismo rivoluzionario, in questa fase significativa della sua storia celere e impetuosa: la contesa, talvolta amara, talvolta ardente, fra Mussolini e una parte autorevole dei vecchi fascisti, fu fatta non per poco, ma per troppo di vigore, chè l’uno e l’altra erano mossi dallo stesso proposito [e non se ne avvedevano], dal proposito di affermare a qualunque costo l’autonomia del Fascismo, la liberazione del fascismo da ogni vincolo, da ogni collegamento, da ogni contaminazione con le idee, con gli interessi, con gli uomini degli altri partiti, da ogni rapporto col regime e col Parlamento. Dalla quale contesa il risultato fu proprio la proclamazione di questa autonomia incondizionata e radicale, sebbene Mussolini ed i fascisti che non si vollero sottomettere al patto avessero timore vicendevole che le vie e i metodi diversi portassero ad opposti risultati. Se Mussolini esigeva la fine della guerriglia anche per liberare il fascismo dall’influenza degli agrari e dei grossi industriali, i fascisti oppositori del patto temevano che di qui avesse inizio un illanguidimento del Fascismo, un modus vivendi col regime che volevano distruggendo rinnovare. Ma la stessa fede, gli stessi sentimenti, le idee comuni, le simpatie e le antipatie comuni costituivano uno stato d’animo, una specifica forza di creazione, un processo di forza, che aveva la sua interna logica indistruttibile e avrebbe avuto un risultato ancor più benefico dopo la breve crisi e proprio per virtù della crisi.

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    incontro tra il Re e il Primo Ministro incaricato Benito Mussolini


    Cap. VI

    LA STRAGE DI MODENA


    Il patto di pacificazione ebbe il valore di un invito e fu come una chiamata provvidenziale di tutti i fascisti ad un esame di coscienza. Fu anche l’inizio di quel fulmineo processo che portò il Fascismo alla separazione irrevocabile da tutti gli altri partiti, con un programma positivo, con una disciplina di volontà e di pensiero adeguati alla conquista dello Stato, con un impegno d’onore per tutti i fascisti a battersi non soltanto, anzi non più contro i sovversivi, ma contro il regime liberale-democratico, per lo Stato nazionale fascista.

    Ma per quello che si attiene alla lettera del patto, è indubbio che esso nacque già vulnerato per il rifiuto opposto dal partito comunista di parteciparvi e per la guerriglia che gli arditi del popolo - dichiaratisi indipendenti da ogni partito – combatterono tanto più furiosi e disperati, quanto più infiammata si faceva la loro protesta, senza speranza, contro tutto il genere umano vivente in Italia, del quale proprio il partito socialista, ripiegatosi in breve tempo dalla guerra dichiarata nella prudenza delle manovre verbali e cavillose, suscitava il loro alto disprezzo.

    Nacque il patto vulnerato e condannato a vita breve, anche per la resistenza di molti Fasci, che lo osteggiarono al suo primo apparire, o nel periodo della sua gestazione, o lo denunciarono, pur avendolo accettato per convincimento o per deferenza al capo del Fascismo, dopo brevissimo tempo, costretti a questa violazione disciplinare dalla esasperazione o dalla prostrazione dei gregari tenuti con le armi al piede sotto i colpi dell’avversario, ed esposti, di quando in quando, alle angherie e alle repressioni feroci – come intervenne a Modena – delle autorità. Non già che i Fasci, ed anche i fascisti isolati, si scagliassero con maggiore veemenza, e quasi per un’ostentazione di disciplina e di sfrenata indipendenza, contro i socialisti e contro le loro organizzazioni economiche. Chè proprio il contrario è la verità, e valgono a testimoniare queste verità le parole non sospette di Mussolini che, primo fra tutti in Italia, avrebbe accusato la violazione sfacciata di una tregua che impegnava il suo onore: ‘… è innegabile che non ci sono state più spedizioni punitive in grande stile: dal 3 agosto in poi non sono più state assaltate e distrutte le sedi delle organizzazioni economiche…’. Ma è anche innegabile che l’opposizione di Fasci autorevoli e di molti fascisti al trattato ebbe il potere di diminuirne l’efficacia e il rendimento sia di fronte ai sovversivi – a tutti i sovversivi – sia di fronte al Governo che pure esautorato se ne riprometteva grandi vantaggi da sfruttare alla Camera dei deputati. Né Bonomi ebbe torto di levare poi il lamento per tanta sciagura: ‘… se dopo le elezioni generali del 1921 le due forze estreme - socialisti e fascisti – avessero intesa la suprema necessità, per la pace interna d’Italia, di cessare la rissa furibonda e omicida, e, ottemperando sinceramente al patto di pacificazione concluso, avessero, gli uni e gli altri, inteso il dovere di trasferire la loro lotta sul terreno costituzionale, il Parlamento avrebbe ripreso la sua norma e funzione…’. Sebbene egli ci offra, proprio con queste irrevocabili parole, la prova certa che il suo Governo chiedeva agli altri, ai suoi stessi avversari, per grazia, quello che non aveva la forza di imporre per sua autorità, cioè la pace, e l’ordine democratico, e la stessa esistenza del regime. A chi ha senso storico sufficiente, la prova offertaci dall’on. Bonomi non è necessaria, e noi l’abbiamo addotta, non ad abundantiam, come direbbero i legali, ma per mettere bene in chiaro l’ingenuità, anzi, l’aspetto ridicolo di quel lamento e dei rimproveri che vi sono congiunti: ‘… oh, se si fossero rappacificati davvero!… ‘, e ‘… voi, sovversivi rossi, voi, sovversivi tricolori, avete la colpa se la pace non è stata fatta!…’. Si era mai visto che la parte sconfitta rimproverasse il nemico della vittoria, e con più infantile presunzione?… Ma a questo candore – che è troppo grande perché non rasenti il precipizio della malizia – erano arrivati i nostri democratici, quand’erano uomini dabbene!…

    Assai più colpevoli che il patto avesse così breve durata furono i socialisti, i quali nell’ordine teorico non potevano e nell’ordine pratico non volevano reagire contro la violenza dei comunisti e degli arditi del popolo, cui il patto non teneva obbligati. Fra gli ultimi giorni di luglio e il 15 novembre del 1921, nel qual giorno fu da Mussolini denunciato il patto ufficialmente, poco meno che 60 fascisti furono uccisi, pochi in combattimento, ancor più per le aggressioni, la maggioranza negli agguati. Ma caddero ancor meno di 20 sovversivi, non tutti uccisi dai nostri [nessuno negli agguati], a non contare le centinaia di fascisti feriti e percossi, ciò che prova, del resto, la disciplina generosa se non inappuntabile dei Fasci – qualche grave rappresaglia ci fu – e l’ascendente del capo. Oltre di che, i fascisti oppositori non contrastavano con Mussolini per voluttà di vendetta, o per furore, o per disprezzo della pace, secondo i sentimenti e gli eccitamenti che erano dei rossi, sì per prudentissimi motivi pratici o per intransigenza ideale, che essi credevano con cieco amore dal patto posta in pericolo.

    Ma, come si accennò più sopra, dalle ceneri di quello che aveva voluto essere il patto di conciliazione dei partiti, nacque lo strumento forte della conciliazione di tutti gli Italiani contro tutte le fazioni politiche: nacque il Partito Fascista.
    Addì 7 settembre 1921, a Milano, il gruppo dei deputati fascisti – presente Mussolini – votò un ordine del giorno esprimente il parere che, dati lo sviluppo del nuovo movimento fascista e i nuovi problemi e le nuove responsabilità derivanti dalla situazione italiana e internazionale, ‘… il Congresso nazionale debba discutere sulla opportunità dell’organizzazione del Fascismo in partito con precisi programmi e statuti…’, ed invitava il Comitato Centrale a riunire una commissione che preparasse il programma da servire al congresso ‘… per l’organizzazione del partito che deve serbare intatte le peculiari caratteristiche del Fascismo che lo fecero vittorioso fino ad oggi e lo faranno ancor più domani per le fortune della Patria…’. Due giorni dopo la Commissione era nominata.

    Il Fascismo trasformandosi in partito respingeva liberali e democratici verso i socialisti ed i popolari, assegnava superbamente a se stesso la rappresentanza ideale della nazione e poneva risolutamente, fra sé e tutti gli altri, la barriera insormontabile della guerra, l’interpretazione idealistica della guerra, la valutazione storica, positiva, eroica, della guerra, e tutti costringeva a subire il duro dilemma: o con noi, o contro di noi. Così l’equivoco era tolto per sempre. E forse lo stesso Bonomi, com’ebbe finalmente inteso che il Fascismo era intrattabile, si fece propenso a dare ai fascisti una buona lezione, nel tempo e nel luogo opportuni.

    Il tempo ed il luogo opportuni parvero Modena e il 26 settembre al giudizio delle autorità locali, ostilissime al Fascismo. Nel qual giorno i fascisti modenesi, votato un ordine del giorno contro la persecuzione poliziesca, erano sfilati, senz’armi, con ordine perfetto, nella via principale della città, per consegnare una protesta scritta al Prefetto. Ma al ritorno trovarono sbarrata la via Emilia dalle guardie regie. Era questo indisciplinato e male accozzato corpo – eredità di Nitti – agli ordini di un commissario Cammeo, di nome e sentimenti giudeo e antifascista. Perché questo apparato di forze, questo fastidioso e inutile sbarramento, contro un corteo ordinatissimo che tornava, per sciogliersi, alla sede del Fascio?… Ora l’onorevole Vicini, fascista umano e sereno, predicatore di pace, uomo onorato e stimato dagli stessi avversari, si accinge a parlare. Vuole esortare alla calma i fascisti irritati, vuole che si sciolgano subito, e obbediscano alle imposizioni dell’autorità. Accanto a lui il gagliardetto del fascio, e due commissari di P.S. – Giù il cappello!… – grida Umberto Carpigliani, e fa ruzzolare la paglietta al Commissario Cammeo, una prima e una seconda volta. Fortunato insulto!… Il Commissario estrae la rivoltella, uccide a bruciapelo il fascista, ferisce gravemente l’on. Vicini, che cade a terra gridando ‘Viva l’Italia!’. Mentre le guardie – le armi già pronte – rispondono all’eroico gesto del capo con la triplice scarica dei moschetti. Il terreno è coperto di uomini insanguinati. Sono caduti i fascisti inermi e gli spettatori innocenti. Quanto sono piccoli e sereni i morti sul campo dell’onore, quanto grandi e terribili nelle vie cittadine!… Ma la vista del sangue, che eccita le belve, esalta quei ribaldi. Ora corrono, si sbandano, sparano all’impazzata, inseguono i fuggenti: Ammazza, Ammazza!… Ufficiali della scuola militare e del 36° Reggimento Fanteria li affrontano, li redarguiscono, li minacciano: ‘… cosa fate?… vergogna!… fermatevi!…’. Rispondono con ingiurie e fucilate. e solo all’apparire di un’autoblindata si ritirano, si asserragliano in caserma. Di là fanno fuoco su chi tenta di avvicinarsi, persino sui funzionari di P. S. Di là escono fuori un’altra volta, sparano ancora nell’orgasmo della ferocia sanguigna, feriscono due carabinieri. Solo a notte inoltrata, circondati dalle truppe, consegnano le armi. Otto fascisti morirono, trenta furono feriti, tutti innocenti.

    Ventimila camicie nere, cinquanta gagliardetti si piegarono davanti alle salme. E davanti alle salme, Mussolini, dato il saluto a quelle ‘giovinezze stroncate da un’oscura e premeditata tragedia’, e una lode ai feriti, dalle cui labbra ‘non un lamento è uscito, non un rimpianto’, trasse ‘i gravi insegnamenti’ dicendo: ‘… oggi tutta l’Italia guarda a Modena, e non credo di commettere peccato se aggiungo che si attende con ansia ciò che dirò. Mi pare di sentire un coro anonimo di mille voci levarsi dalla città, dai borghi, dai casolari e invocare una parola di pace. La terra, dal 1914 ad oggi, ha bevuto tante lacrime e tanto sangue, che nessun uomo degno di questo nome può pensare senza raccapriccio, che questo orrore continui. Ma se la pace, la vera pace si vuole, che cosa significa questo rinnovato, diabolico accanimento antifascista cui assistiamo?… Non pace vi può essere, sincera, fino a quando i fascisti saranno chiamati sicari, assassini, assoldati, compagnie di ventura, sino a quando saranno additati come l’oggetto dell’odio e della vendetta popolare. Oh!.. La tragedia non è locale, ma nazionale. Erano dunque sicari di qualcuno, difensori di qualche cosa – di un uomo o di un interesse – di una casta o di un privilegio, questi giovani che prima di sigillare le labbra per sempre hanno mormorato negli spasimi dell’agonia, il grido di « Viva l’Italia!…’ No… Per questi giovani che sono caduti, per gli altri che rimangono, l’Italia non è la borghesia, o il proletario; la proprietà privata e la proprietà collettiva. L’Italia non è nemmeno quella che governa e governa la nazione o non ne intende quasi mai l’anima. L’Italia è una razza, una storia, un orgoglio, una passione; una grandezza del passato, una grandezza più radiosa dell’avvenire…’.
    Il dolore e la stupefazione per questo assassinio fecero volgere da ogni parte d’Italia i fascisti un istante a quelle otto bare. Poi si alzò dal cuore di tutti una tempestosa fiamma di sdegno e di odio, contro tutti, contro il governo, e contro la borghesia grassa, che fra uno sbadiglio e un sorriso conchiudeva l’episodio con l’inevitabile giudizio: ‘… una lezione sta bene anche ai fascisti…’. Eppure, proprio questo ‘atto di forza’ della Pubblica Sicurezza aveva mostrato per eccellenza che l’anarchia e la debolezza del Governo erano insanabili.

    Il 28 settembre la Commissione, costituita per discutere la proposta trasformazione dei Fasci in partito, ‘… tenuto conto del grandioso sviluppo preso dal Fascismo in tutte le regioni d’Italia e delle sue iniziative di ordine sindacale con la creazione di leghe e cooperative, affermata la necessità sempre più urgente di una precisa differenziazione programmatica, tattica e statuaria, considerato che il Fascismo ha già assunto con la sua odierna costituzione la forma di un partito, decide, anche come riconoscimento dell’accennato stato di fatto, di proporre al prossimo Congresso nazionale che il movimento assuma il nome di Partito Fascista Italiano…’.

    Il Fascismo era ormai avviato per la via regia che l’avrebbe condotto al governo della nazione. Ora si raccoglieva per riconoscere le note essenziali che costituivano la sua vera fisionomia, e arginava dai possibili e reali deviamenti questa natura ideale, la tramutava in dovere, la faceva più potente e sicura. Era anche certo che le chiare idee, con le quali il Fascismo avrebbe conquistato una maggiore coscienza di sé, non sarebbero state una nuova mostra di programmi e un’oziosa e vanitosa complicazione di sistemi dottrinali. Il Fascismo, le idee, le avrebbe tolte dal cuore e dal sangue. Il suo programma sarebbe stato una confessione di fede, il resoconto delle esperienze reali di questi uomini nuovi, senza apparati eruditi e critiche trattazioni.
    Per contro, quanto fatue e pedantesche ed ipocrite le disquisizioni e le dispute e le logomachie di che fiorirono il congresso socialista ed il popolare, nell’ottobre del 1921!…

    Quello dei socialisti fu una giostra faticosa e insincera per tentar di salvare quella famosa unità del partito, che Mussolini ironicamente definì l’unità della paura del Fascismo. ‘… ma ai fini del Fascismo – egli notò con acume – quest’unità è assai più utile che la scissione… I governi non potranno contare che sugli ipocriti squagliamenti dei socialisti, non ami sul loro favorevole voto. Ne risulta una valorizzazione numerica e morale della destra nazionale…’.

    In realtà, tutto restò come prima e, per la Camera dei Deputati, tutto peggio di prima: né collaborazione, né rivoluzione, ma neutralità e confidente attesa, in tutto il socialismo italiano, di trovare presto o tardi, per le strade d’Italia, il grandissimo cadavere dell’infame borghesia, poiché – così pensarono e dichiararono – se il socialismo non può fare la rivoluzione, la borghesia non può vivere senza la collaborazione socialista [e non avevano torto].

    Più sobrio fu il congresso dei clerico-sovversivi a Venezia, e molto più astuti vi si dimostrarono i congressisti. Tuttavia nessuna novità e nessun aiuto alla Patria venne dal congresso, fuorché una più vigorosa enunciazione di propositi del prete Sturzo sul decentramento, non solo democratico e amministrativo, ma economico e scolastico, con autonomia legislativa e sovrana degli Stati regionali. Che era in realtà un abilissimo tentativo per immettere dentro al problema della riforma burocratica e amministrativa, assai in voga per tutti quegli anni in Italia, il principio della diminuzione, della disarticolazione, della frantumazione dello Stato unitario italiano.

    A bene considerare le cose, i socialisti e i popolari, facendosi sempre più socialisti e popolari, mostravano di essere assai d’accordo con la diagnosi dei fascisti, che erano decisi alla distruzione del regime: la sfiducia era di tutti!… E la differenza tra questi tre partiti avversi al regime era, che i due partiti antinazionali e internazionali s’affaccendavano a tenere in piedi il vacillante regime, da essi oppresso e sfruttato, per l’impotenza di asservirlo o distruggerlo ai loro fini: e i fascisti possedevano la forza e avevano la volontà di creare uno Stato forte, che fosse la guida della nostra civiltà e della nostra potenza nazionale.
    Il proposito della trasformazione dei Fasci in partito diede forma e disciplina all’inquieto fervore, suscitò un immediato entusiastico consenso, accrebbe l’orgoglio e la certezza dei fascisti. ‘… dai calcoli che non ci sembrano fantastici, crediamo poter dedurre che l’ottanta per cento, e forse più, dei fascisti si sono dichiarati favorevoli alla trasformazione del movimento in partito. Questo denota che nella proposta non c’è precipitazione…’. Così Mussolini si rallegrò nel Popolo d’Italia del 4 novembre 1921 di questa concordia, di questa nuova e più consapevole ‘responsabilità collettiva’, che il Fascismo accettava od esigeva.

    Alla vigilia del Congresso fascista – fissato per i giorni 7-10 novembre 1921 – Mussolini potè riconoscere con orgoglio che due punti fermi emergevano '... come scogli granitici dal mare d’inchiostro e di parole che caratterizzano una preparazione di congresso: l’accettazione del Partito e del programma. Questo basta a salvare l’unità del Fascismo e a dare unità al Fascismo. Comprendiamo che questo orientamento del Fascismo italiano secchi un poco a coloro che pretendevano di sfruttare il Fascismo all’infinito. E’ certo che molti liberali e molti agrari – ed altri ceti consimili!… – non vedono di buon occhio che il Fascismo diventi un partito. Ma dovranno acconciarsi alla nuova situazione. Finirà lo spettacolo del fascista liberale, nazionalista, democratico e magari popolare: ci saranno solo dei fascisti. Questa individuazione è un segno di forza e di vita. E’ una vittoria. Una grande vittoria. Un titolo di orgoglio. Il Fascismo è destinato a rappresentare nella storia della politica italiana una sintesi fra le tesi indistruttibili dell’economia liberale e le nuove forze del mondo operaio. E’ questa sintesi che può avviare l’Italia alla sua fortuna…’.


 

 

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