I medici di Molière al capezzale dell'Ulivo
Rina Gagliardi
Una norma della vita comune recita così: il primo passo per fronteggiare una malattia è riconoscerla, prenderne atto, "accettarla". Che ne direste di un signore che scoprisse di avere la febbre a 40 e, invece di prendere una tachipirina o di chiamare il medico, si mettesse a disquisire del problema generale della temperatura corporea e proponesse di mutare i criteri di rilevazione della medesima? Direste, come minimo, che è un comportamento molto strano - da pazzi. Eppure, così a noi pare, l'Ulivo si comporta proprio come un paziente riottoso: non vede il proprio stato patologico, anzi si dichiara in buona salute, e rende così impraticabile ogni seria diagnosi e ogni vera terapia. Uscendo dalla metafora sanitaria, l'Ulivo - inteso come alleanza politica organica tra centro e sinistra moderata, e come conclamata identità "riformista", cioè liberista temperata - discute di tutto tranne che della questione essenziale: quella del proprio fallimento strategico. Discute, insomma, dei sintomi: le divisioni interne, la difficoltà di individuare un leader "condiviso", le nuove eventuali regole decisionali, le interviste di Sergio Cofferati. Ma non di ciò che li ha provocati. La crisi, perciò, non può che aggravarsi. Si aggroviglia su se stessa, e si complica in mille sintomi secondari. E finisce con l'assomigliare alla celebre commedia di Molière, con il malato terrorizzato e disteso sul letto, con intorno medici di improbabile professionalità che si accapigliano sui rimedi possibili per farlo morire.
Che dire, per esempio, dell'assemblea dei parlamentari di ieri pomeriggio? Una coalizione che si divide nientemeno che sulla guerra mondiale, sulla natura della globalizzazione, sul ruolo dei movimenti, sulla politica economica, e perfino sulle modalità dell'opposizione al governo (di centrodestra) in carica, dovrebbe scegliere tra due sole strade possibili: prendere atto della propria dissolvenza, oppure affrontare nel merito queste "questioncelle" di scarso momento, che poi sarebbero quelle sulle quali cercar di persuadere l'elettorato a tornare a votare. Invece, che fa? Sposta l'asse della discussione tutto sulle «regole» - le procedure di funzionamento di una Cosa che, però, non c'è più. E riscopre, nientemeno, che un "principio di maggioranza", brandito come un'arma dai pesci più grossi per mettere in un angolo i pesci più piccoli, e concepito per indurre le minoranze o alla fuoruscita o alla piena subalternità. Un principio, oltretutto, che esaspera la logica, appunto, maggioritaria, fino alle sue più autoritarie conseguenze: non solo nel Paese, ma dentro le coalizioni, chi vince prende tutto. Rispetto a una tale forzosa semplificazione (e cancellazione di qualsiasi idea di rappresentanza), il vecchio centralismo democratico era di sicuro un modello di democrazia molto più avanzato: perché comunque, ancorché dall'alto e con modalità cooptative, un problema di sintesi - e di rappresnetazione di una volontà generale - certo se lo poneva. Qui, invece, siamo alla priorità della decisione sui contenuti della decisione stessa: a una concezione della politica che restringe, piuttosto che allargare, il proprio raggio di consensi, insomma a una politica sostanzialmente da delegare a un'oligarchia (come ha detto in sostanza Cofferati, nel corso non di un'intervista, ma di un'aggressione in finta forma giornalistica, come raramente è accaduto in Italia). Qui siamo alle parole, alle formule, alle dichiarazioni d'intenti che significano tutto, cioè nulla: come quel «riformista» che ora diventa nientemeno che un quotidiano e si caratterizza soprattutto per la nettezza del colore scelto, l'arancione, che non è «né rosso né blu». Ma il «riformismo» - quello dei fabiani inglesi, di Turati e perfino quello di Kautsky e di Bernstein - era una cosa molto seria, e pressoché rivoluzionaria, rispetto a questa pallida mimesi cinico-liberal-liberista.
Liberazione 24 ottobre 2002
http://www.liberazione.it


Rispondi Citando


