Ovvero: come mai i bananas tirano sempre fuori Prodi sui processi di milano??
Procura di Perugia due fascicoli fantasma su Prodi
Il capo degli ispettori di Castelli: se continuano le pressioni del ministro su questo caso, mollo tutto e mi dimetto
(Pressioni?? Castelli fa PRESSIONI sui suoi ispettori? E perchè MAI??)
Con quelle carte la difesa di Previti punterebbe a dimostrare che il lavoro dei pm milanesi ignorò notizie di reato
(Ma è l'ennesima bufala)
CARLO BONINI
ROMA - Cosa sta incubando la Procura di Perugia? Da giorni, la domanda eccita l´attenzione dei palazzi della politica, si allunga come un´ombra sulla Procura di Milano. Bene. Oggi, parte almeno di quella domanda sembra trovare una risposta. I veleni di quel palazzo di giustizia cominciano a tradire i loro terminali, i loro obiettivi: Romano Prodi e l´istruttoria condotta dalla Procura di Milano sul caso Sme. Di più: illuminano le ragioni della speciale attenzione riservata a quegli uffici giudiziari dagli ispettori del ministero di grazia e giustizia. Interpellano le scelte del Procuratore aggiunto Silvia Della Monica, le opacità del rapporto con i suoi sostituti e un "metodo organizzativo" che ha sin qui consentito di trasformare la Procura di Perugia in utile sponda per processi dal fragile costrutto ma utili a Cesare Previti per tenere sotto scacco i suoi nemici.
Per raccontare questa storia conviene cominciare dal fondo. Dalla relazione sulla Procura di Perugia recentemente consegnata da Castelli al Csm. Giovanni Schiavon, che è il capo degli ispettori del ministro ingegnere Roberto Castelli, è apparso sconsolato nelle ultime settimane a chi lo ha incontrato. Sconsolato fino al punto – raccontano – da dire: «Se continueranno le pressioni del ministro sull´affare perugino mollo tutto. Mi dimetto». Pressioni? Quali pressioni? A leggere la relazione degli ispettori, quel che accade nella Procura di Perugia è sufficientemente chiaro. Miriano ostacola il lavoro della Della Monica. La Della Monica gode dell´appoggio dell´ufficio. Peccato sia un quadro accortamente manipolato se lo si verifica a Perugia. Qui si scopre che i verbali di testimonianza raccolti dagli ispettori forzano la rappresentazione. Nessun sostituto, tra quelli sentiti, avrebbe messo in mora il Procuratore, tantomeno per accreditare il suo aggiunto. Un primo punto fermo lo si può dunque annotare. Il governo, con Castelli, preferisce liberarsi di Miriano e lasciare a presidio della roccaforte giudiziaria perugina il procuratore aggiunto Della Monica. Perché?
La Della Monica è già una struttura a parte in quell´ufficio. E´ dettaglio che gli ispettori tacciono, ma che chiunque a Perugia è in grado di raccontare. L´aggiunto dispone di una stanza riservata in un altro palazzo della Procura dove spesso si reca per interrogare lontano da occhi indiscreti. Chi poi interroga e perché, all´interno di quale procedimento, Della Monica non lo spiega a nessuno se non ai pochi suoi collaboratori e investigatori del nucleo di polizia giudiziaria che rispondono soltanto a lei. Miriano ha provato, senza successo, a chiudere quegli uffici. E, soprattutto, a tentare di capire quanti fossero e cosa facessero questi ufficiali di polizia giudiziaria definiti «esterni». Lo ha chiesto per iscritto alla Silvia Della Monica un anno fa. Non c´è stata ancora risposta.
Apparentemente sostenuta dai tre sostituti Alessandro Cannevale, Antonella Duchini e Sergio Sottani, la Della Monica condivide le inchieste più delicate dell´ufficio. Le inchieste "politiche" (a cominciare dal «bar Mandara»). Ma davvero i quattro filano d´amore e d´accordo? Non proprio. Sicuramente non dall´11 ottobre scorso quando un carrello porta-documenti spacca un sodalizio per altro già logoro e illumina cosa si muova sul fondo dell´affare perugino.
Antonella Duchini vede quel carrello attraversare il quinto piano degli uffici della Procura. E´ uno di quei carrelli a due piani che i fattorini utilizzano per trasferire fascicoli, faldoni, incarti, da un ufficio all´altro. E´ l´ispettore Sanmartino, quella mattina, a spingerlo lungo il corridoio. Antonella Duchini, nel fargli spazio, vede il suo nome sulla costa dei faldoni. Il sostituto si incuriosisce. Blocca il carrello e scopre che quel fascicolo è «suo». E´ il fascicolo di un procedimento penale assegnato al procuratore aggiunto Della Monica, al dottor Paci e al solito trio (Cannevale-Sottani-Duchini) di cui fa parte. Di quel procedimento, Duchini nulla sa e nulla ne sanno Alessandro Cannevale e Sergio Sottani. I tre cominciano ad informarsi e scoprono che quegli atti sono pervenuti a Perugia il 6 maggio 2002, e loro sarebbero titolari del processo dal 5 luglio. Scoprono che il processo nasce dall´esposto di Giovanni Fimiani, difeso dal professor avvocato Carlo Taormina. Di che si tratta?
Fimiani, 62 anni, ex titolare della "Cofima", da 8 anni va denunciando Romano Prodi e l´ingegner Carlo De Benedetti nelle Procure di mezza Italia. A Milano, a Salerno, a Roma, lamentando un complotto bancario e di potere che gli avrebbe sottratto l´acquisto dello Sme per il quale, la sua "Cofima" aveva offerto 620 miliardi. Prodi, dunque. E De Benedetti e l´affare Sme. I tre ignari sostituti cominciano a coltivare un sospetto (Legittimo!). Chiedono allora alle segreterie di interrogare il registro generale delle notizie di reato per saperne di più. Hanno visto giusto. Scoprono di essere titolari con Della Monica di un altro procedimento penale che ignorano, iscritto il 10 luglio del 2002. Si tratta di «atti relativi all´esposto dell´avvocato Nicolò Ghedini». Dovrebbe essere una notizia di reato, ma non lo è. E´ una banale richiesta di copia di atti che Perugia ha ottenuto da Milano. Ma non atti qualunque. Sono interrogatori che risalgono al marzo del '96, quando l´allora giudice istruttore di Roma Mario Antonio Casavola denuncia al pm milanese Paolo Ielo di aver subito pressioni per assolvere Romano Prodi dall´inchiesta sulle consulenze che la sua società Nomisma aveva ottenuto dal ministero degli esteri. Carte di incerta utilità difensiva nel caso Previti. Ma utilissime a sostenere l´assunto che l´intera istruttoria sugli episodi di corruzione dei giudici romani condotta dalla Procura di Milano - dal caso Imi-Sir al caso Sme - nacque politicamente indirizzata, al punto da ignorare dolosamente notizie di reato che portavano altrove.
Fimiani e Casavola. Prodi e ancora Prodi. Difficile credere alle coincidenze. Un fatto certo. Tanto è bastato ai tre sostituti di Perugia per chiamarsi fuori da ogni coassegnazione. E tanto sembra bastare a chiedere che il Procuratore aggiunto di Perugia, Silvia Della Monica, sciolga il mistero del perché abbia taciuto dei due procedimenti al resto del suo ufficio. Forse l´affare perugino ne guadagnerà in chiarezza.




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