



Minchia blob sei più pettegolo di una checca in pieno ciclo mestruale...


La Pensiera Se La Fa Con Un Napuletano,la Pensiera Se La Fa Con Un Napoletano,trallala,trallala!:k :k


allora c'ho speranza anche io con la pensiera...![]()
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discende-re nel sottofondo a recuperare vecchi post, è un arma a doppio taglio.
E' interessante come opera archeologica investigativa, è "audace" perchè può toccare strati limacciosi e corallizzati...
Toccare il passato, è sempre azione rischiosa, ma quasi sempre necessaria.Dico toccare, stà per analisi.
Del resto, il nostro passato è sempre una REinterpretazione del presente/ricordo che ricordiamo.
RIcordare, qualcosa come corda, riannodare, tessere...
Un pò, come la rete dei pescatori, che si inabbissa...
Già il nome, FONDOscala, indica qualcosa che è strettamente connesso con la memoria, con gli eventi che riposano...riemergono...
Ma la cosa che più noto, con piacere, è che i giovani utenti sono più colti ed agguerriti dei "vecchi"...
io, ormai, passo il tempo a dare il mais ai piccioni, sorvegliare qualche tagliapietre che costruisce un caminetto di lusso ad un distinto dottore di campagna, e collegarmi a POL , che è l'unica cosa che mi dà gioia pura, dato che l'amore tra sessi, non bussa più alla mia porta, ne faccio qualcosa per ridestarlo...
ad majora
antonio


RIcordare, qualcosa come corda, riannodare, tessere...ma rete stà per internet, per tela...
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Spider (Gb/Francia/Canada 2002) di David Cronenberg con Ralph Fiennes, Gabriel Byrne, Miranda Richardson, Lynn Redgrave, John Neville
Ennesima riflessione epistemologica sulla deriva immanente della percezione nonché sofferta, fosca meditazione sulla “passione” della elaborazione artistica, Spider (dall’omonimo romanzo di Patrick McGrath, anche autore della sceneggiatura) rappresenta una solida e coerente estensione teoretica dell’universo espressivo cronenberghiano nonostante le condizioni produttive di committenza (la malleveria da parte di Fiennes al progetto e il confronto spersonalizzante con l’ombra ingombrante del best-seller).
Accusato da più parti di banalizzare il sostrato freudiano del testo ricorrendo alla piattezza illustrativa di un caso limite, Cronenberg evita in realtà la trappola dello psico-dramma tenendosi lontano dai cascami eziologici usualmente associati alla descrizione della schizofrenia. Per far questo riduce i totem concettuali del padre della psicanalisi a veri e propri red herring (le dinamiche del complesso edipico che si rovesciano e si problematizzano, la reiterazione destrutturante e disgregata della scena primaria, il rocchetto di filo del “fort-da” che si tramuta espressionisticamente in ragnatela, la stordente sovrapposizione plurima delle focalizzazioni che favorisce il presunto gioco della suspense, la strizzata d’occhio alle macchie di Rorschach nei titoli di testa).
Il complesso delle figurazioni scenico-visive che ruotano attorno al protagonista del racconto (un Ralph Fiennes febbricitante e atrabiliare) rimandano a Beckett (la sospensione biascicante, i monologhi sconclusionati, l’emarginazione tormentosa di Spider) e a Kafka (quella pensione piena di personaggi in perenne attesa, l’alienazione preternaturale e la sordida mestizia del nucleo familiare, l’orizzonte metropolitano soffocante e squallido, la simbologia greve e una certa patina di squallore suburbano).
Spider fa il paio con Il Pasto nudo nello portare allo scoperto, con partecipe patimento ed emozionante pietas, la luttuosa solitudine e la lacerante estraniazione insite in ogni elaborazione creativa (come dimostrano la grafomania maniacale quanto catartica del personaggio eponimo e la manipolazione e ricombinazione interpretativa delle coordinate spazio-temporali alla ricerca di una verità “interiore”), suggerendoci così la vera dimensione interpretativa dell’ultimo Cronenberg, di certo più vicino a Lacan che a Freud.
Fedele solo alle sue ossessioni dell’indicibile e del rimosso, Cronenberg insegue i concreti fantasmi del doppio, scandaglia i crocicchi mefitici e vertiginosi della mente con insospettabile pudore e sobrietà, aiutato dal montaggio di Ronald Sanders (ellittico e condensativo più del solito) e dal suo operatore di fiducia Peter Suschitzky (persino virtuosistico nella ricerca di tonalità marcescenti, putride, vissute); se anche rinuncia al suo usuale deliquio visionario e alla sue parossistiche figurazioni, persegue, immarcescibile, nella sua radicale recherche gnoseologica, mantenendo intatta la sua eversiva alterità di sguardo.""
(Marco Rambaldi)
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