mi fa piacere discutere con Dario,
è chiaro che vediamo le cose diversamente, ad esempio il fatto che voi siete occidentali ed esistete in occidente, a me sembra rappresentativo positivamente del fatto che l'occidente si muova in una direzione progressiva. L'Occidente non è un blocco militare. L'occidente è un'articolazione di culture in cui esiste ad esempio, ed è nata anche la cultura comunista. Carlo Marx era un ebreo tedesco allievo di un filosofo tedesco che si chiamava Hegel, il padre del pensiero occidentale moderno.
Così Bush non rappresenta l'occidente integralmente e per quanto abbia la maggioranza del consenso dell'elettorato, ti assicuro che nel suo stesso partito la sua posizione è vista con molta preoccupazione e vorrei dirti, anche nella sua famiglia più stretta. Gli Stati Uniti d'America non sono dei guerra fondai nella loro storia e dubito che lo diventeranno adesso. Sono una naziona che si confronta, abbastanza duramente da qualche decennio a questa parte, rispetto all'Europa, che pure è stata coloniale, con il fenomeno del terrorismo arabo e islamico ed intende combatterlo. La determinazione militare solamente ostentata può essere un elemento di dissuasione importante in vicende come questa. E oggi a Bagdad ci sono di nuovo gli ispettori non le bombe sui civili. Lo si vede, ve ne accorgete? Non riguarda la sicurezza mondiale il fatto che non si costruiscano dispositivi di distruzione di massa in mano ad un pericoloso dittatore come Saddam Hussein? Per cui Bush lavorerà per quello che crede, ma l'occidente può apprezzare il fatto che Bush cerca di contrastare le minacce che si rivolgono all'occidente perchè esso sviluppi le finalità che più gli aggradano. Quello che è importante è accettare il fatto che esistono anche altre ragioni, quelle conservatrici, ad esempio che non si combattono con la violenza, ma offrendo risultati di civiltà più adeguata e soddisfacente. La differenza, insomma fra l'occidente e l'oriente e l'Africa nera, che qui da noi ci sono i regimi ed il dissenso, di là c'è solo il regime o c'è stato solo il regime e prima che si organizzi e si liberi il dissenso, ahimè ce ne vuole. Li possiamo aiutare, ma sulla base della nostra esperienza occidentale.
Re: Re: Re: Re: Il cambiamento in un stato totalitario.
Citazione:
Originally posted by Dario
Caro Giorgio, forse non hai capito bene, o forse non hai capito niente, del movimento no-global. Loro si lamentano del fatto che i paesi occidentali hanno aperto le frontiere al mercato e ai profitti, ma non ai diritti della gente. Che la loro globalizzazione serve anzi a sfruttare ancora di più (vedi farmaci e OGM) il Sud del mondo. Protestano perchè esiste ancora la tentazione (come nel 1914 e nel 1939) di fare la guerra per raddrizzare le economie RICCHE in crisi. Ovviamente la guerra si fa contro i POVERI, contro il Sud.
Mi dici contro che cosa dovrebbero andare a protestare i no-global nei paesi che si muoiono di fame? Te ne sarei grato.
Può darsi che io non sappia leggere e perciò ti propongo alcuni articoli, peraltro di giornali di sinistra, dove si può comprendere chiaramente che questo movimento non è solo anti-liberista, ma dovrebbe essere anche antimilitarista, contro il terrorismo e contro la libertà repressa.
Ammesso che il primo punto possa valere per i paesi occidentali, ma per gli altri tre mi dici perché i paesi che ho citato ( Cina, Indonesia, Irak, Iran, Kenia, Uganda, Pakistan, India, Sudan, ... ) non debbano essere presi in considerazione dai No-Global ?
Una risposta l'ho trovata: è un movimento contro l'occidente, solo ed esclusivamente di sinistra !
Giorgio
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La Repubblica 5 febbraio 2002
Il testo racchiude i punti del movimento
"Siamo contro la guerra e contro il terrorismo"
Un manifesto per i No global
oggi si chiude Porto Alegre
dal nostro inviato ANAIS GINORI
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PORTO ALEGRE - "Siamo contro la guerra e contro il terrorismo". Il pomeriggio sta per finire e in città c'è un tramonto spettacolare: il sole si riflette sulla laguna e produce un'infinità di colori. Come infinitamente diversi sono i quattromila rappresentanti chiusi nell'auditorium Araujo Viana, vicino al campeggio "Carlo Giuliani". Regna la solita confusione, a tratti l'anarchia: è così da cinque giorni, da quando è iniziata la seconda edizione del Forum sociale mondiale. Strano pensare che questo popolo possa firmare un documento comune. Eppure, eccolo.
S'intitola "Resistenza al neoliberismo, al militarismo, alla guerra: per la pace e la giustizia sociale". Una sintesi teorica e pratica.
Innanzitutto enuncia "le priorità di lotta": annullamento del debito dei paesi poveri, istituzione della Tobin Tax, abolizione dei paradisi fiscali, protezione dell'ambiente e della biodiversità, opposizione alle privatizzazioni, sostegno ai diritti dei lavoratori, alla parità fra uomo e donna, diffusione della democrazia nel mondo. Il punto più atteso è nella prima delle tre pagine, riguarda la condanna della guerra e del terrorismo. "Dopo gli attacchi terroristici dell'11 settembre, che condanniamo assolutamente, così come condanniamo tutti gli altri attacchi sui civili in altre parti del mondo, il governo degli Stati Uniti e i suoi alleati hanno lanciato una massiccia operazione militare. In nome della guerra al terrorismo continua il documento vengono attaccati in tutto il mondo i diritti civili e politici. L'opposizione a questa guerra è uno degli elementi costitutivi dei nostri movimenti".
Non è stato facile unirsi su questa posizione. Alla fine però il documento passa e tutti marciano per l[b4]ultima volta. Dovrebbe essere una manifestazione contro l'Alca, l'accordo di libero commercio in America latina, ma c'è spazio anche per striscioni contro Bush e Berlusconi.
Oggi i 60mila di Porto Alegre ripartono. Ma c'è già una fitta agenda di mobilitazioni: Monterrey, Barcellona, Johannesburg, Toronto. E Roma, dove a giugno si svolge il vertice della Fao. Non solo: la delegazione italiana, numerosa e attivissima, ha fatto in modo di ottenere l'organizzazione del primo Forum sociale europeo. Si era candidata Parigi ma il lavoro di lobbying degli italiani ha prevalso. "Come movimento, noi italiani garantiamo maggiore pluralità e partecipazione", spiega Raffaella Bolini, delegata internazionale dell'Arci. Sembra che la città designata sia Firenze, ma anche Venezia potrebbe avanzare una proposta.
Il grande manifesto di Porto Alegre ha messo d[b4]accordo molti. Non certo tutti. Il contadino José Bové va via scontento: "Il Forum sembra un palcoscenico di marketing politico" ha detto. L'argentina Hebe de Bonafini se n'è andata sbuffando: "Ho visto troppi intellettuali e poca lotta". Su Internet circolano anche critiche all'organizzazione: "Uno scandalo aver allestito un padiglione di negozi, con borse, libri e gadget".
Ai militanti di Porto Alegre il segretario dell[b4]Onu ha inviato ieri un messaggio: "La ricerca di vie alternative all[b4]attuale sistema è talmente urgente che nessuno può permettersi il lusso di atteggiamenti di solo scontro" ha scritto Kofi Annan. "E' per questo - ha concluso - che vi chiedo di collaborare con i governi e con il settore privato nel far fronte alle gravi emergenze del pianeta".
(5 febbraio 2002)
da http://www.noglobal.org/glob_index.htm
Il terrorismo nel loro cortile
more info on www.soaw.org
di GEORGE MONBIOT
Scrittore e giornalista, Monbiot è editorialista del Guardian e docente universitario a Keele, East London, Oxford, Bristol.
Traduzione di Marina Impallomeni
A Fort Benning, in Georgia, è aperta dal 1946 la "Scuola delle Americhe". Lì gli Stati uniti hanno "laureato" terroristi, torturatori, dittatori latinoamericani: Salvador, Guatemala, Cile, Argentina, Perù, Colombia. Oggi cambia nome, azzerando così i delitti pregressi
" Qualunque governo, se sponsorizza fuorilegge e assassini di innocenti - ha annunciato Bush il giorno in cui ha cominciato a bombardare l'Afghanistan - diventa esso stesso fuorilegge e assassino. E prende questa strada solitaria a suo rischio e pericolo". Mi fa piacere che abbia detto "qualunque governo", perché ce n'è uno che richiede urgentemente la sua attenzione, sebbene non sia stato ancora identificato come sponsor del terrorismo.
Da cinquantacinque anni a questa parte, esso gestisce un campo di addestramento terroristico le cui vittime superano di molto le vittime dell'attacco a New York, delle bombe alle ambasciate e delle altre atrocità attribuite, a ragione o a torto, a al-Qaeda. Il campo si chiama Western Hemisphere Institute for Security Cooperation (Whisc). Si trova a Fort Benning, Georgia, ed è finanziato dal governo Bush.
Fino al gennaio di quest'anno, esso si chiamava "Scuola delle Americhe", o Soa. Dal 1946 ha addestrato oltre 60.000 poliziotti e soldati dell'America Latina. Tra i suoi "laureati" vi sono molti dei torturatori, omicidi di massa, dittatori e terroristi di stato più famosi del continente. Come dimostrano centinaia di pagine di documentazione compilate dal gruppo di pressione Soa Watch, l'America Latina è stata fatta a pezzi dagli uomini che lo hanno frequentato.
Nel giugno di quest'anno il colonnello Byron Lima Estrada, che è stato addestrato in questa scuola, è stato condannato a Città del Guatemala per l'omicidio del vescovo Juan Gerardi avvenuto nel 1998. Gerardi fu ucciso perché aveva contribuito a redigere un rapporto sulle atrocità commesse dal D-2, l'agenzia di intelligence militare del Guatemala diretta da Lima Estrada con l'aiuto di altri due uomini usciti anche loro dal Soa.
Il D-2 ha coordinato la campagna "anti-insurrezionale" che ha distrutto 448 villaggi Mayan Indian e ha assassinato decine di migliaia dei loro abitanti. Alla Scuola delle Americhe ha studiato il 40% dei ministri che hanno preso parte ai regimi genocidi di Lucas Garcia, Rios Montt e Mejia Victores.
Nel 1993 la commissione Onu per la verità sul Salvador ha dato un nome agli ufficiali dell'esercito che hanno commesso le peggiori atrocità della guerra civile. Due terzi di loro erano stati addestrati alla Scuola delle Americhe. Tra loro vi erano il capo degli squadroni della morte Roberto D'Aubuisson, gli uomini che hanno ucciso l'arcivescovo Oscar Romero, e 19 dei 26 soldati che uccisero i padri gesuiti nel 1989. In Cile, la polizia segreta di Augusto Pinochet e i suoi tre principali campi di concentramento erano diretti da uomini addestrati alla Scuola delle Americhe. Uno di essi ha partecipato all'uccisione di Orlando Letelier e Ronni Moffit a Washington nel 1976.
I dittatori argentini Roberto Viola e Leopoldo Galtieri, i panamensi Manuel Noriega e Omar Torrijos, il peruviano Juan Velasco Alvarado e l'equadoregno Guillermo Rodriguez, si sono tutti avvalsi dell'addestramento ricevuto in questa scuola. Altrettanto hanno fatto il capo dello squadrone della morte "Grupo Colina" nel Perù di Fujimori, quattro dei cinque ufficiali che comandavano l'infame Battaglione 3-16 in Honduras (che negli anni '80 controllava gli squadroni della morte in questo paese), e il comandante responsabile del massacro di Ocosigo avvenuto in Messico nel 1994.
Tutto questo, assicurano i difensori della scuola, è storia vecchia. Ma gli uomini addestrati alla Scuola delle Americhe sono coinvolti anche nella sporca guerra che si combatte attualmente in Colombia con il sostegno Usa. Nel 1999 il rapporto del Dipartimento di stato americano sui diritti umani cita due uomini, addestrati in questa scuola, come gli assassini del commissario di pace Alex Lopera.
L'anno scorso Human Rights Watch ha rivelato che sette uomini provenienti dalla stessa scuola comandano gruppi paramilitari in quel paese e hanno commissionato rapimenti, sparizioni, omicidi, massacri. Nel febbraio di quest'anno un altro uomo addestrato alla Scuola delle Americhe è stato condannato per complicità nella tortura e nell'uccisione di trenta contadini da parte dei paramilitari in Colombia. Nella scuola attualmente arrivano più studenti dalla Colombia che da qualunque altro paese.
L'Fbi definisce il terrorismo come "atti violenti... miranti a intimidire o a coartare la popolazione civile, a influenzare la politica di un governo, o a interferire nella condotta di un governo", una definizione che descrive precisamente le attività degli uomini Soa.
Ma come possiamo essere certi che il loro centro di addestramento abbia avuto una parte in tutto questo? Bene, nel 1996 il governo Usa è stato costretto a rendere pubblici sette dei manuali di addestramento della scuola. Tra gli altri consigli per i terroristi, essi raccomandavano il ricatto, la tortura, l'esecuzione e l'arresto dei parenti dei testimoni.
L'anno scorso, grazie anche alla campagna condotta da Soa Watch, molti membri del Congresso americano hanno cercato di far chiudere la scuola. Sono stati sconfitti per dieci voti. La Camera dei Rappresentanti ha votato invece per chiuderla e poi riaprirla immediatamente, sotto un altro nome. Perciò, proprio mentre Windscale diventava Sellafield nella speranza di eludere la memoria pubblica, la Scuola delle Americhe si è lavata le mani del suo passato prendendo il nome di Western Hemisphere Institute for Security Cooperation (Whisc). Come il colonnello della scuola Mark Morgan ha spiegato al Dipartimento della difesa, subito prima del voto del Congresso: "alcuni dei vostri capi ci hanno detto di non poter sostenere una cosa chiamata 'Scuola delle Americhe'. La nostra proposta risponde a questa preoccupazione. Il nome è cambiato".
Paul Coverdell, il senatore della Georgia che si era battuto per salvare la scuola, ha dichiarato ai giornali che i cambiamenti sarebbero stati "fondamentalmente cosmetici".
Ma visitate il sito web del Whisc e vedrete che la Scuola delle Americhe è stata praticamente rimossa. Anche la pagina denominata "Storia" evita di nominarla. I corsi del Whisc, ci viene detto, "coprono un ampio spettro di aree rilevanti, come la pianificazione operativa per le operazioni di pace; i soccorsi in caso di disastri; le operazioni civili-militari; la pianificazione tattica e l'esecuzione di operazioni anti-droga". Molte pagine descrivono le iniziative del centro a favore dei diritti umani. Ma, sebbene diano indicazioni su quasi l'intero programma di addestramento, non si parla di tecniche di combattimento e di commando, contro-insurrezione e interrogatorio. Né si parla del fatto che le opzioni sulla "pace" e i "diritti umani" della scuola erano offerte anche dalla Scuola delle Americhe, per tenere a bada il Congresso e preservare il budget. Ma difficilmente gli studenti sceglievano di frequentare quei corsi.
Non possiamo aspettarci che questo campo di addestramento terrorista si auto-riformi: dopo tutto, esso rifiuta persino di riconoscere il proprio passato, per non parlare della possibilità di imparare da esso. Perciò - dato che le prove che collegano questa scuola alle atrocità che ancora avvengono in America Latina sono più schiaccianti delle prove che collegano i campi di addestramento di al-Qaeda all'attacco di New York - che cosa dobbiamo fare con i "cattivi" di Fort Benning, Georgia? Be', possiamo chiedere ai nostri governi di esercitare la massima pressione diplomatica chiedendo l'estradizione dei comandanti della scuola, affinché siano processati per complicità in crimini contro l'umanità. In alternativa, potremmo domandare che i nostri governi attacchino gli Stati Uniti, bombardando le loro installazioni militari, le città e gli aeroporti. Il tutto nella speranza di rovesciare il suo governo non eletto e di sostituirlo con una nuova amministrazione sotto la supervisione dell'Onu.
Nel caso che questa proposta risulti impopolare presso il popolo americano, possiamo conquistare il loro consenso lanciando pane "naan" e curry essiccato in buste di plastica con sopra stampigliata la bandiera afghana. Obietterete che questa proposta è ridicola, e io vi do ragione. Ma, per quanto ci provi, non riesco a vedere la differenza morale tra un simile comportamento e la guerra che si sta combattendo oggi in Afghanistan.
da Il Manifesto del 7 Novembre 2001
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11 Settembre 2001: Le macerie del muro di Berlino arrivano a New York
Le due "Torri Gemelle" , simbolo delle "magnifiche sorti progressive" del capitalismo americano, crollano in un mare di fiamme provocato da due aerei trasformati in bombe umane da Kommando-Kamikaze. Si parla di 20.000 morti !
Un'immagine televisiva ci rimanda il pentagono in fiamme colpito da un altro aereo-bomba, mentre un quarto è abbattuto dagli F16 americani (con tutti i passeggeri.). Altri due attentati (al Campidoglio e al dipartimento di stato) convincono definitivamente i vertici americani del buco clamoroso del sistema di intelligence più famoso del mondo (la CIA) e costringono il presidente Bush a starsene otto ore buone col culo per aria in attesa che la situazione si tranquillizzi.
Questi, in grande sintesi, i fatti.
A lungo si analizzerà la complessità della macchina operativa che ha realizzato l'attentato, la grande disponibilità di uomini, conoscenze, connivenze, tecnologie, tempo e denaro necessari ad un operazione del genere . O forse è il riflesso condizionato del gigantismo americano a farci sopravvalutare la complessità dell'atto.
Resta il dato che per la prima volta nella loro storia gli USA vengono duramente colpiti sul loro territorio dimostrando una vulnerabilità fino a oggi confinata nei films di fantascienza.
In contemporanea il più incredibile degli spettacoli attacca al televisore larga parte del pianeta. Noi fra gli altri. E se all'immagine del pentagono in fiamme tanti avranno avuto un senso di sorpresa e di vertigine, ricordando la percezione di onnipotenza del tiro-a-segno su Baghdad o su Belgrado, questa sensazione era subito compressa e razionalizzata nel
quadro immane della tragedia : 20.000 morti! Fra essi segretarie, pompieri, fattorini, tanti dei nostri potenziali alleati, quelli cui ci rivolgiamo quando ci mobilitiamo per "un altro mondo possibile" . I proletari sono tali quando vengono bombardati in Kossovo, in Palestina o a New York.
Magari qualcuno di loro è stato in piazza a Seattle nelle manifestazioni che hanno visto rinascere il movimento globale.
Premettiamo queste "ambigue" sensazioni alla riflessione, affinchè il necessario distacco dell'analisi o lo stupido cinismo della "politica" non creino un diaframma troppo forte con la materiale umanità dei fatti.
Nello stesso tempo la grande macchina dello spettacolo universale ci restituisce un'altra immagine ugualmente drammatica : quella di un mondo spaccato a metà !
Mentre in Occidente si diffonde un sentimento di insicurezza ed in qualche caso di rabbia e di angoscia, in altre parti del mondo scene di giubilo sono a mala pena represse dal realismo dei leaders politici. In tanti, donne e uomini, in Iraq o in Palestina, vedono nell'apocalisse americana la disperata rivalsa dall'impotenza con cui subiscono un "nuovo ordine
mondiale" che, con la prepotenza delle armi, li schiaccia quotidianamente su un presente fatto di ingiustizie e di morte.
E' importante non lasciare spazi all'ambiguità : un attentato del genere non parla di sicuro il linguaggio della trasformazione dei rapporti sociali e non tanto (o non solo) per le dimensioni della violenza quanto per il suo carattere indiscriminato, terroristico nel senso letterale del termine.
Al tempo stesso, per chi abbia voglia non certo di condividere ma di capire, ci pone di fronte alcuni elementi di realtà : anzitutto il collo di bottiglia di un dominio tecnologico e militare e di una prepotenza politica ed economica dei paesi-NATO, che confina le speranze di riscatto di interi popoli nei gesti-kamikaze, nel culto del sacrificio, consegna il consenso a leadership religiose le cui organizzazioni sono spesso state finanziate dallo stesso occidente in chiave anticomunista, e che pure oggi appaiono a volte l'ultima sponda per resistere ad un annientamento culturale ed umano
prima ancora che fisico.
Quanto al carattere terroristico di azioni rivolte contro civili inermi, la loro riduzione a simboli da utilizzare nella pervasiva potenza della comunicazione di massa, è un modello sancito proprio dall'occidente, nell'ottica di guerre (dall'Iraq alla Jugoslavia) che devono fare vittime da una parte sola, di un "diritto" onnipotente perché inserito in uno
schema manicheo che divide il mondo fra barbarie e civiltà secondo una geografia tracciata dagli interessi del padrone. In fondo la Jihad (guerra santa) islamica è una traduzione speculare, ma altrettanto efficace dell'assolutismo ideologico che lega la NATO agli hamburgers McDonalds.
Queste considerazioni servono a calibrare le enormi responsabilità di chi in Europa e negli Usa tenta di contrastare le logiche criminali del cosiddetto "nuovo ordine mondiale". Sviluppare la connessione tra i diritti di popoli espropriati di tutto e lo sfruttamento o l'emarginazione subite da larghe fasce sociali "dell'area del benessere" è la sola possibile
alternativa agli scenari cui oggi assistiamo.
In effetti dopo gli incredibili accadimenti dell'11 settembre due opzioni sono plausibili in occidente: la prima sarà perseguita dalla leadership americana col supporto di grande parte dei poteri politici e mediatici del mondo. Consiste in un utilizzo in chiave del tutto reazionaria delle paure che attraversano oggi la società americana. Nel momento in cui scriviamo non sappiamo ancora in cosa si tradurranno i venti di guerra sempre più forti, se assisteremo davvero allo
sviluppo di una nuova guerra "senza confini" nell'era della globalizzazione neoliberista.
Non possiamo prevedere le caratteristiche della guerra, se punterà come sembra, ad uno scontro militare, oppure legittimerà una nuova libertà di manovra dei servizi segreti e delle azioni di commando a livello internazionale.
Di certo la nuova interpretazione dell'art.5 dello statuto NATO sancita nella riunione del 12 settembre 2001 è una prima forzatura che consente di considerare interi popoli "responsabili" per le iniziative di organizzazioni che neanche li rappresentano.
La divisione del mondo fra stati di diritto e "stati-canaglia" è la premessa per legittimare qualsiasi operazione volta a sostenere i propri interessi di parte sotto la dicitura, già abusata, di "polizia internazionale", forse addirittura "per spazzare via gli stati come soggetto giuridico della guerra".
Il nemico dichiarato, O-Bin Laden, per la prima volta non è un capo di stato, e la guerra contro di lui può trovare di volta in volta differenti "teatri" a seconda dell'interesse del momento, divenendo alibi per ingerenze militari quasi ovunque. Peraltro è evidente che la tessitura diplomatica americana, lusinga le principali potenze militari promettendo
che nella "guerra al terrorismo" ciascuno potrà individuarlo dove più è "opportuno" : i russi in Cecenia, l'India nel Kashmir, i Turchi nel Kurdistan ecc....
Nell'immediato si annunciano politiche di rappresaglia sui popoli spacciate come esibizione di "forza e giustizia", sostegno alle politiche di riarmo già ampiamente foraggiate dall'amministrazione repubblicana, accresciuti
investimenti nelle tecnologie del controllo per (v. Echelon) fare del pianeta una riproduzione del "Grande Fratello" televisivo.
"L'ideologia della sicurezza" diventerà sempre più l'alibi per introdurre nuove limitazioni alla libertà individuale ed in particolare per consolidare le barriere dell'esclusione verso i migranti. Un vile razzismo può sicuramente alimentarsi nella retorica dello scontro tra "mondo libero" e "oscurantismo".
Sul terreno sociale all'esaltazione del nemico esterno e alla demonizzazione del "barbaro alle frontiere" può facilmente seguire l'individuazione del nemico interno, dei fiancheggiatori potenziali del terrorismo internazionale in chiunque esprima dissenso radicale. La criminalizzazione del movimento esploso dopo Seattle può trovare vigore in questa nuova forma di maccartismo. Sul piano internazionale è credibile che l'amministrazione USA cerchi di utilizzare la situazione per operare quel definitivo slittamento di sovranità (già avviato con la guerra in Kossovo) in senso ancora più oligarchico dall' ONU alla NATO.
Proprio nel momento in cui viene colpito il "cuore" simbolico dell'impero si cercherà di utilizzare la reazione per consacrare il ruolo egemonico USA in occidente e per riallineare le gerarchie dietro il fortino della NATO a dispetto dei pruriti autonomi dell'imperialismo europeo, espressi nel tentativo di creare una macchina militare targata UE.
Gli stessi regimi arabi saranno chiamati ad allinearsi dismettendo anche le critiche formali agli assetti imperiali, con conseguente recrudescenza delle tensioni interne.
E' una prospettiva oscura che promette a breve nuove guerre, repressione interna, fanatismo culturale . I primi atti del governo Berlusconi (decreto razzista contro gli immigrati e annuncio di una "finanziaria militare" con spostamento di fondi dalla sanità alla difesa)dimostrano la reattività nel cogliere l'indicazione americana.
L'alternativa a queste tristi prospettive sta nella capacità di utilizzare proprio gli spazi aperti su scala planetaria dall'insorgente movimento antiglobalizzazione per sostenere "un'altra narrazione".
E' quella narrazione che riconosce nella NATO il più attivo , dopo il 1989, tra gli strumenti internazionali della globalizzazione neoliberista.
Una narrazione che lega la logica di esproprio e di dominio sul piano internazionale con le politiche di privatizzazione, di precarizzazione del lavoro e generale erosione dei diritti sociali nelle metropoli, che connette l'onnipotenza delle multinazionali con l'approfondirsi di problematiche globali di distruzione dell'ambiente, monopolio dell'informazione e brevettazione persino dei codici della vita .
Del resto se intere popolazioni sono ridotte a potenziali bersagli, non diversa è la considerazione per i civili europei ed americani, subissati di merci nocive e utilizzati come scudi umani riempiendo le città di siti militari (e "nucleari" come a Napoli) che comportano grave rischio per la sicurezza collettiva.
Occorre demistificare la retorica del padrone, mettere a nudo il re per evidenziare lo scenario complessivo della tragedia di New York ! Come in una pessima sceneggiatura, infatti, i "mostri" additati oggi all'occidente come potenziali responsabili dell'attentato, come nemici della civiltà e della ragione sono a volte davvero dei pessimi soggetti, ma sono stati a loro volta sostenuti o addirittura costruiti dallo stesso occidente in tempi diversi per perseguire interessi spesso inconfessabili: basta pensare a Saddam Hussein, finanziato dalla Cia negli anni '80 per frenare l'influenza iraniana nella regione mediorientale, o a Bin Laden, sostenuto dagli USA in chiave anti-sovietica in Afghanistan, o agli stessi Talebani, finanziati fino a qualche anno fa addirittura col fondo antidroga dell'ONU (e proprio mentre l'Afghanistan diventava il primo produttore mondiale di oppio.) affinchè portassero fuori dall'influenza russa il controllo sui principali gasdotti provenienti dai paesi della ex-Unione Sovietica.
Frenare questa perversa onnipotenza che manipola il destino di interi popoli è la premessa per imporre altre priorità al modello di sviluppo su scala planetaria.
Alcune considerazioni possono forse arricchire il quadro di questa breve riflessione :
- La recessione. Un po' opportunisticamente i media legano allo shock statunitense il possibile avvio di una forte recessione. In realtà il quadro è inverso : i tragici accadimenti dell'11 settembre possono accelerare un processo che però li precede e fà da sfondo all'intera vicenda. La fase di crisi dura da almeno un anno negli Usa e tende a contagiare l'Europa. Basti pensare all'incredibile black-out delle compagnie elettriche della ricchissima California o al parziale sgonfiamento della bolla finanziaria con la crisi delle aziende di telecomunicazione. In questo scenario già l'amministrazione repubblicana ha dettato la sua ricetta : devastazione delle risorse ambientali per ritornare all'incubo dell'energia nucleare; lacrime e sangue sul terreno sociale per spostare gli investimenti sull'industria militare, rilancio
dell'egemonia americana e del suo controllo delle risorse su scala mondiale. La proposta di "scudo stellare" che doveva essere anche al centro dell'incontro NATO di settembre a Napoli, prevede un investimento complessivo di due milioni di miliardi di lire (!) senza contare che una volta costruito renderebbe molto più sicuri gli Usa nel rilanciare il terrore della minaccia nucleare.
Si tratta di un progetto che, accentrando la ricerca negli Usa, propone anche un nuovo slittamento verso gli Stati Uniti del baricentro della divisione internazionale del lavoro. E' questo uno dei motivi che genera perplessità in diversi partners NATO (v. la Francia) oltre che per ragioni strategiche legate ad autonome ambizioni.
E' un processo che drammatizza strumentalmente le tensioni nell'insieme della politica internazionale. E del resto basta pensare a quanto fatto dalla amministrazione repubblicana in pochi mesi accentuando la già notevole aggressività della presidenza Clinton: ha esordito con un bombardamento sull'Iraq, proseguito col raffreddamento dei rapporti diplomatici con la Corea del Nord, accresciuto l'ostilità verso il gigante cinese e soprattutto appoggiato Sharon nel completare l'affossamento delle speranze palestinesi !
In questa cornice si inserisce la tragedia di New York. Non amiamo le dietrologie e non sappiamo se ci sono state complicità, ma di certo negli Usa qualcuno non ha pianto! Parliamo dei consigli di amministrazione delle multinazionali le cui produzioni sono legate in modo diretto o indiretto all'industria della "sicurezza", quelle direttamente impegnate negli armamenti, le aziende elettroniche, certi settori dell'informatica ecc..
L'imponente attività speculativa contro i titoli assicurativi sviluppatasi una settimana prima dell'11 settembre apre scenari inquietanti sui soggetti e sugli interessi attivi nel determinare il dramma di New York.
Del resto, radiografata alla luce dell'economia, la "separatezza" tra queste due realtà così suggestivamete contrapposte ("la via americana al benessere e il fondamentalismo islamico" ) trova invece sfere di commistione e ambiguita. Il buon Osama è socio diretto o indiretto in tanti consigli di amministrazione made in USA, banche, società petrolifere, commercia in oppio con l'occidente ecc..
- Il muro è caduto ! Forse l'attentato di ieri è l'evento più fragoroso che conferma la maturazione della nuova fase avviata dal 1989, più ancora della guerra del Golfo. Solo dieci anni fa, nel sistema bipolare, in piena deterrenza nucleare, un evento del genere sarebbe stato impensabile a New York come a Mosca. Dopo la caduta del muro gli strateghi americani hanno pensato una dottrina con un solo centro e una grande aggressività e libertà di manovra sul piano internazionale, convinti che la superiorità tecnologica potesse confinare la guerra dentro teatri regionali, lasciando
immune la metropoli e garantendo così un passivo consenso della società occidentale al "nuovo ordine mondiale". Una teoria che viene ora drammaticamente smentita ! La globalizzazione della finanza e delle merci globalizza anche i terribili spettacoli di morte. E' uno shock che potrebbe aprire crepe impensabili nella società statunitense. Per questo
l'amministrazione repubblicana accentuerà all'inverosimile i termini di una risposta reazionaria alla nuova dimensione dell'insicurezza sociale.
L'alternativa, come detto, è dialogare con queste paure senza negarle per stupidi cinismi, criticare il rapporto fiduciario fra moltitudini spaventate e le risposte delle attuali classi dirigenti, proporre nuove risposte, agevolare elementi di consapevolezza e soluzioni che solo possono stare in una critica radicale dello stato di cose presente. Guai, nelle
difficoltà del momento, a dismettere anche momentaneamente le armi dell'iniziativa politica e della critica, perché quando le si vorrà riprendere potrebbe non essercene più lo spazio.
L'alternativa a una prospettiva di barbarie globale sta nel sabotare la logica del dominio e dello sfruttamento, disertare un futuro di "guerre umanitarie" e costruire un altro mondo possibile.
CSOA OFFICINA 99
LABORATORIO OCCUPATO SKA
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LA MIA PATRIA E' IL MONDO INTERO
8/10/2001
Non siamo americane, né abitanti di New York, e non conosciamo le vittime degli attentati compiuti negli Stati Uniti l'11 settembre 2001. E non ci è mai capitato - e tanto meno siamo disposte a lasciarlo capitare oggi - di pensarci o dirci 'americane'.
Per due buone ragioni.
Non accettiamo alcuna forma di identificazione nazionalistica.
E, anche se il discorso che domina in questi giorni - il discorso della politica, amplificato da media sempre più smarriti, servili e parassitari - spinge a pensare l'America (insieme alle sue periferie occidentali e orientali e all'Europa) come un corpo unico, compatto e sgombro da contraddizioni e conflitti interni, non siamo disposte a dimenticare che la caratteristica principale dell'America a stelle e strisce è di essere innanzitutto un luogo di 'difficili' convivenze: nera, bianca, europea, araba, cinese, latina, russa, povera, ricca, cristiana, musulmana, ebrea, new age, democratica, repubblicana, laica, fondamentalista, capace - dentro e fuori casa - di grandi atti di democrazia, ma anche delle più feroci politiche di rapina, sfruttamento e sterminio.
Al più, dell'America, ciascuna di noi ha amato o respinto uno o più aspetti particolari.
Ecco perché, rispetto agli Stati Uniti, soffriamo tutte di quel mal d'America che comprende sia l'amore e il desiderio sia la condanna e il rifiuto. Ed ecco perché non siamo disposte a fare nostro il copione di chi approfitta dello sgomento prodotto dai fatti dell'11 settembre per costringerci a dichiarare e addirittura a "sentire" un'appartenenza a un immaginario e monolitico mondo occidentale - leggasi Stati Uniti - che ha scatenato una guerra "duratura" (e per sua stessa ammissione "sporca" e, aggiungiamo noi, totalmente opaca) in nome della " libertà" e della "sicurezza".
Ciò che sappiamo è che oggi, nel mondo che tutti insieme - occidentali, orientali, settentrionali, meridionali - abitiamo, questo tipo di guerra non può che peggiorare la vita di miliardi di persone, tanto nei paesi più ricchi quanto nei paesi più poveri del mondo, e consentire ai pochi padroni della terra di ridistribuirsi aree geografiche, risorse e poteri.
Essa, che la si definisca guerra di civiltà o guerra al terrorismo, si risolverà semplicemente in un ennesimo brutale assestamento ai vertici, in cui nessuno può ragionevolmente credere che i poveri e i diseredati della terra, inclusi i tanti statunitensi sotto la soglia della povertà, riescano a riconoscersi o da cui possano trarre qualche vantaggio.
Denunciamo dunque questa operazione violenta che si sta tessendo a livello mondiale e la spericolata macchina del consenso che la sostiene.
Siamo infatti consapevoli non solo che l'irripetibile identità e singolarità di ciascuna di noi è frutto dell'intrecciarsi di molteplici esperienze e appartenenze cui non intendiamo rinunciare e che dettano il nostro sentire anche di fronte ad avvenimenti come l'attacco terroristico negli Stati Uniti, ma anche che l'esaltazione e il richiamo a un'unica appartenenza si fondano, riproponendolo a livelli diversi (economico, culturale, sociale, politico), sullo stesso meccanismo che ha reso possibile la costruzione di un mondo in cui l'unico soggetto riconosciuto e che si pone come universale - attraverso l'esclusione delle donne in quanto "altre" o la loro cancellazione e inglobamento - è quello maschile.
Mentre gli speaker delle reti televisive di tutti i paesi occidentali commentavano eccitati, sproloquiando di scontro tra civiltà, la scena riproposta centinaia di volte dei due aerei che cozzavano contro le torri gemelle di New York, non potevamo fare a meno di pensare che quella era una scena virile, lo scontro di due simboli aggressivi e perfettamente speculari - la grandiosità dei due grattacieli e la potenza di due TIR dell'aria gonfi di carburante -, non già lo scontro tra due universi simbolici diversi, due culture, due mondi antitetici.
Ogni politica di terrore armato, come quella che ha reso possibile quella scena, non solo fa strage di esseri umani inermi, ma distrugge coi loro "corpi" anche le diversità di cui essi sono portatori. Le due torri, gli aerei, il Pentagono contenevano donne e uomini in carne ed ossa provenienti da diverse parti del mondo, professanti religioni diverse, cittadini americani e clandestini senza diritto di cittadinanza. Troviamo rivoltante che quel campione della diversità del mondo rappresentato dalle vittime sia stato, nel discorso e nelle immagini, simbolicamente distrutto una seconda volta per dare forma a un'unica identità collettiva che sotto le bandiere degli Stati Uniti, della Nato e persino dell'Onu difenda con la guerra l'ordine e le gerarchie del mondo ingiusto in cui viviamo.
Questa rimozione ci porta inevitabilmente a pensare a un'altra e grave cancellazione, avvenuta da anni sul corpo delle donne afgane, rese due volte invisibili - letteralmente estromesse dalla società - dal fondamentalismo dei loro uomini e dall'interessato disinteresse dei governi occidentali.
Ovviamente non verrà mai ricostruita con esattezza la catena di lunghe collusioni, di antiche e impensabili cooperazioni dettate dall'interesse economico e politico, di minute complicità che hanno reso possibili gli attentati negli Stati Uniti.
Sappiamo tuttavia con certezza che, se già nell'ultimo anno il governo israeliano di Sharon e i suoi sostenitori ci avevano familiarizzato all'impiego disinibito di termini come vendetta, ritorsione, rappresaglia contro popolazioni inermi (e alle azioni conseguenti), ora anche l'odio, anzi lo "schifo" per l'altro, a giustificare il quale si è spesa la giornalista Oriana Fallaci con una prosa che ricorda lugubremente quella della rivista fascista "La Difesa della razza" o certe cronache marinettiane della guerra di Libia, avrà nel nostro paese libero corso. Sono queste le parole che ricorrono oggi nei discorsi dei 'difensori' dell'Occidente, come dei 'guerrieri' del terrorismo.
Non ci siamo dimenticate del brivido che ci percorreva quando ne sentivamo l'eco proveniente dai combattimenti nella ex Jugoslavia, mirati a separare con la forza, in nome di mitologiche purezze e genealogie, popolazioni diverse che fino ad allora erano in qualche modo riuscite a convivere.
Lea Melandri, Paola Melchiori, Maria Nadotti, Paola Redaelli, Anita Sonego (Associazione per una Libera Università delle Donne, Milano), Maria Grazia Campari (Osservatorio sul lavoro delle donne, Milano), Cristina Papa (Il Paese delle donne, Roma)
Per adesioni Lea Melandri o Paese delle donne
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Dal "CORRIERE DEL MEZZOGIORNO"
25 SETTEMBRE 2001
In guerra? Legittimo disobbedire
di NICOLA QUATRANO - magistrato -
Caro direttore,
da Napoli partirà la prima manifestazione globale contro la guerra,dopo
quelle spontanee
dei campus americani e il forte appello del papa in Kazakhstan.
Sappia,chi vi parteciperà, che è questa la misura di quanto si può fare e
che la protesta sarà tanto più
alta e forte, se riuscirà a evitare ogni provocazione e trappola,anche solo
della violenza mimata e verbale.
Dovrà essere un esercizio di libertà, contro la militarizzazione delle coscienze. Un
esercizio di intelligenza e razionalità, in un mondo nel
quale spirano i venti della prepotenza irrazionale e spaventata e
sembra correre, anche solo per forza di inerzia, verso un tragico
epilogo. Che altro pensare della retorica di questi giorni? Mentre il
presidente del Consiglio Berlusconi chiede per l'Italia l'ammissione
alla prima linea e l'amministrazione Usa - prodiga di roboanti annunci,
dopo la latitanza nel momento del pericolo - ha indicato il
nuovo «nemico» alla comunità internazionale,sulla base di prove che
nessuno ancora conosce.Avvertendo che utilizzerà, contro di lui, le
stesse tecniche dei terroristi (Quali? Forse le stragi di innocenti?) o
addirittura le armi nucleari. Ciò nonostante, il nostro premier sembra
stregato all'idea di potersi sedere, tra i vincitori, al «tavolo della
pace», come sognava quel suo predecessore sfortunato. O spera, come
tragicamente l'Urss prima di lui, che tutto si risolva in una
passeggiata. Sappiano almeno, coloro che oggi applaudono,che questa è
una guerra senza possibili soluzioni militari, un'operazione «infinita»
contro un numero indeterminato di popoli e paesi, tale da aggravare le
tensioni planetarie, esposta al pericolo di ritorsioni terroristiche
anche sul nostro territorio e che, sotto il profilo squisitamente
logistico, rischia di dover ricorrere, prima o poi, alla leva
obbligatoria. Io, da giurista, so che l'«Italia ripudia la guerra come
strumento di offesa alla libertà di altri popoli e come mezzo di
risoluzione delle controversie internazionali» e che eventuali azioni
che si pongano fuori dal dettato costituzionale legittimerebbero il rifiuto di obbedire, il diritto
di «resistenza» contro un ordine palesemente illegittimo, del nostro
ordinamento ammesso e, in taluni casi, garantito.
Da cittadino preoccupato, inoltre,cerco di tenere distinti l'orrore per quanto
successo a Manhattan dalla codina adesione ai sentimenti pubblicizzati
in televisione. Così mi sembra abbia ragione Susan Sontang nel dire che
i fatti di New York sono ignobili e disumani, ma per niente un attacco
alla «libertà», all'«umanità», alla «civiltà». Piuttosto, e più
concretamente, un atto di terrorismo contro l'«autoproclamata
Superpotenza del mondo», sferrato da uomini allevati e coccolati dagli
stessi Stati Uniti,dapprima in funzione antisovietica,poi contro il
nemico universale di turno (in Bosnia contro Milosevic, per esempio).
Viene quindi da pensare che, se Bin Laden deve essere neutralizzato,
questo sia compito e responsabilità esclusiva di chi lo ha creato dal
nulla, dell'apprendista stregone che ha evocato il mostro che ora gli
si rivolta contro: altro che scontro tra Bene e Male! E ci vorrebbe -
certamente più etica ed efficace del disastro bellico -un'azione
politica radicalmente critica della storia recente, diretta a recidere
gli strani legami finanziari e militari che uniscono gli Usa ai loro
nemici... Ma so anche che è molto più facile fare la guerra, tanto più
che il complesso industriale-militare che ha sostenuto l'elezione di
Bush rischia di restare orfano del business dello scudo stellare. A
coloro, infine, che propongono un minuto di silenzio ogni anno per
ciascuna delle vittime di Manhattan, dico sommessamente che il mondo
dovrebbe addirittura fermarsi, se si volessero in egual modo
commemorare le vittime innocenti di Sabra e Chatila, Tall al Zaatar,
del Cile di Pinochet, dell'Argentina dei militari, dell'Uruguay e del
Messico, dell'embargo contro l'Iraq, di Panama, di Belgrado
bombardata... a meno che non si considerino esseri umani soltanto i ricchi.
sempre dal sito ufficiale no-global
SOSTIENI L'INTIFADA
GIOVEDI' 25 APRILE 2002 - ore 10:00
Piazza del Gesu' - Napoli
MANIFESTAZIONE
Per la Liberazione della Palestina
"La resistenza è rispetto di sé" ci dice il leader kurdo Ocalan dal carcere turco di Imrali.
E la lotta dei palestinesi contro l'occupazione e l'aggressione portata avanti dai governi di Israele è un simbolo di resistenza al terrore neoliberista in tutto il mondo!
La politica di Israele è infatti appoggiata da tutti i governi occidentali (Usa in testa) per garantirsi un "gendarme armato" che garantisca l'oppressione sui paesi dell'area del petrolio.
Per questo il 25 aprile saremo in piazza per una giornata antifascista e antirazzista a sostegno dei diritti della Palestina. Dopo i massacri di Nablus, Jenin, Ramallah, Betlemme, bisogna fermare il criminale Sharon.
La fine dell'occupazione militare sui territori occupati nel 1967, il diritto all'autodeterminazione e al ritorno dei profughi, la giurisdizione su Gerusalemme Est, la fine della rapina continua di terre e acqua non sono più rinviabili. La carovana napoletana che è stata in Palestina alla fine di marzo ha potuto constatare coi suoi occhi quanta sofferenza e ingiustizia si produce quotidianamente in Palestina.
Siamo vicini ai partigiani palestinesi ed ai coraggiosi che anche in Israele si oppongono alla politica portata avanti dai governi di Israele da cinquanta anni !
Promuoviamo tutti il boicottaggio dell'economia israeliana e dei governi che appoggiano il criminale Sharon e la sua banda di fanatici.
Rete noglobal
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RIPARTE LA RETE MERIDIONALE DEL SUD RIBELLE
29 maggio 2002
CAMPEGGIO CONTRO L'ECOMAFIA ED IL PONTE SULLO STRETTO
DAL 1 AL 7 LUGLIO A MESSINA
con concenrti, sit-in,manifestazioni,dibattiti.
Il 1 giugno prossimo riunione meridionale preparatoria:
ore 16.00 a MESSINA via S.Paolo Disciplinati 8, sede Rifondazione Comunista.
Due giorni di dibattito a Cosenza fra diverse realtà antagoniste della
Campania, Sicilia, Puglie e Calabria. Un serrato dibattito per ribadire la
volontà di ripartire con le lotte e le iniziative sociali sul territorio.
Dal dibattito la necessità di tutti di riportare al centro del dibattito
nazionale la specificità del sud come ventre molle dei processi di
globalizazione in atto. Una globalizzazione che colpisce più di tutti i
popoli del sud già di per sè fiaccati da anni di politiche liberiste e
capitalistiche .
La rete meridionale del Sud ribelle mette insieme tutti i centri sociali, le
realtà antagoniste territoriali, i sindacati di base, le associazioni
ambientaliste autonome, che da anni si spendono sul territorio calabrese,
campano, siciliano,lucano, pugliese, a difesa dei diritti sociali,
dell'ambiente, degli spazi all'interno della comunicazione sociale, dei
diritti degli immigrati, del diritto ad ottenere un lavoro oltre che a
difendere gli spazi lavorativi conquistati negli anni.
Il Sud Ribelle continua le lotte intraprese sul territorio rivendicando a sè
le iniziative contro il nucleare a Policoro, contro le estrazioni
petrolifere nel territorio Lucano , contro il Ponte sullo Stretto e
l'ecomafia, contro gli inceneritori e le centrali a metano, contro le
speculazioni edili nelle coste tirreniche e ioniche ed il turismo selvaggio
e distruttivo, contro le fabbriche della morte a Taranto.
La rete meridionale del sud ribelle fa propria e da appuntamento a tutti a
Roma nella manifestazione internazionale contro la FAO l'8 giugno prossimo.
Inoltre indice due appuntamenti importanti per fermare il progetto del Ponte
sullo Stretto intrapreso dai nuovi faraoni come regalo alla mafia.
Il treno del SUD RIBELLE riparte.
RETE MERIDIONALE DEL SUD RIBELLE
sempre da http://www.noglobal.org/glob_index.htm
Da questi pochi articoli tratti dal sito ufficiale No-Global trovami una solo cosa che non sia marcatamente di sinistra.
Tu hai una visone troppo romantica del movimento !
Giorgio
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APPELLO PER LA COSTRUZIONE DEI LABORATORI DEI SAPERI SOCIALI
Napoli luglio 2002
A causa di una complessiva trasformazione dei processi di produzione e
consumo e di un progressivo restringimento della sfera dei diritti, la
formazione specie di tipo universitario ha subito una serie di processi
che hanno negato, a fasce sempre più larghe della popolazione,
l'accesso ai saperi.. Questi hanno inoltre subito una trasformazione
che punta a riposizionarli in un ruolo subalterno all'ulteriore
sviluppo e avanzamento tecnologico e della forza lavoro del mercato
capitalista.
Inoltre, si stanno verificando una serie di pericolosi processi di
omologazione della sperimentazione culturale e dell'apprendimento
formativo che ricadono negativamente sulle relazioni e gli interessi
sociali.
A fronte di ciò riteniamo che stiano emergendo forme complesse di
resistenza ed elaborazione critica al monopolio dell'economia sulla
cultura. Riteniamo fondamentale valorizzare questo processo attraverso
lo sviluppo di reti di movimento e di un dibattito che esca
dall'università e coinvolga fasce ampie della società, dal mondo del
lavoro e sindacale ai soggetti da sempre esclusi come disoccupati e
immigrati dalla sfera dei diritti
Contestiamo la cultura omologante e le forme in cui l'università
azienda ci impone la produzione e la diffusione di sapere immateriale
mercificato.
Rivendichiamo la libertà e il diritto di poter gestire i luoghi, i
tempi e i modi dei saperi, collettivamente e dal basso.
Rivendichiamo un'università pubblica e di massa
Facciamo appello alla messa in rete dei nostri saperi, dei nostri
bisogni, delle nostre lotte affinché studenti, docenti, ricercatori
avviino una serie di collaborazioni e inchieste che diano vita a
relazioni continuative sotto la forma di laboratori inseriti i una rete
di relazioni sociali da e per la moltitudine dei soggetti sociali che
subiscono le dinamiche di sfruttamento e oppressione neoliberista.
DOCUMENTO ELABORATO DAI COMPAGNI DEI COLLETTIVI NAPOLETANI
Università e mercato del lavoro: la lunga fase delle trasformazioni
L'attuale assetto del sistema di formazione rientra nella lunga onda
trasformatrice che ha abbracciato, da trent'anni a questa parte, tutti
i settori sociali e le istituzioni dei paesi occidentali. A riprova di
quanto questo processo di trasformazione si sviluppi in termini
globali è utile ricordare i dati relativi all'istruzione forniti da
Wallerstein nella sua analisi sulla trasformazione del welfare globale.
La modifica e la decentralizzazione del processo produttivo hanno avuto
come obiettivo lo smembramento del corpo coeso della forza-lavoro di
fabbrica, del soggetto reale trainante del conflitto sociale, capace di
promuovere e trascinare collettivamente anche gli interessi degli altri
soggetti sociali, tra cui in particolar modo quelli studenteschi (vedi
Biennio Rosso '68/'69). Tale ristrutturazione, che è iniziata dalla
metà degli anni Settanta, ha dato vita ad una serie di processi quali
il ridimensionamento della forza lavoro, l'espulsione di un gran numero
di operai dell'industria dal ciclo produttivo, un rivoluzionamento
continuo delle tecnologie di produzione, l'estensione territoriale dei
processi di produzione oltre la fabbrica, l'informatizzazione crescente
delle fasi di produzione e dell'amministrazione, l'affermazione della
centralità dei servizi esterni all'impresa; quindi, in breve, la
precarizzazione lavorativa e la dispersione produttiva sul territorio.
Questi processi hanno polverizzato i soggetti del conflitto in una
moltitudine di combinazioni economico-culturali che dispiegano il
processo produttivo e riproduttivo nella nuova struttura di fabbrica:
la società.
Per quanto concerne l'aspetto della riproduzione - che interessa da
vicino gli studenti, la ristrutturazione ha significato la lenta e
graduale privatizzazione, nonché la sussunzione alle logiche di
profitto, sia delle risorse statali (energia, telefonia, trasporti,
ecc.) che delle strutture propriamente dette pubbliche (sanità,
comunicazione, istruzione ai vari livelli, ecc.). Il pensiero
neoliberista, dopo la caduta del "fatidico" Muro, si è fatto strada con
un imperioso cammino di ristrutturazione dei modi, degli spazi e dei
tempi di vita attraverso la trasformazione di ogni singolo rapporto
sociale in regolamento aziendale.
Il "regime dell'istruzione" di Foucault è un'ottima categoria per
ingabbiare concettualmente la riforma dell'università. Secondo
Foucault, nella società post-fordista, il regime dell'istruzione si
esplica attraverso le forme di controllo continuo e l'azione di
formazione permanente sulla scuola, il corrispondente abbandono di ogni
ricerca all'università, l'introduzione dell'"impresa" a tutti i livelli
di scolarità. L'università post-welfare si limita a fornire conoscenze
tecniche, iperspecialistiche, e immediatamente spendibili nel mercato
del lavoro. Essa si assume, quindi, il compito della formazione dei
nuovi precari, dei futuri operai cognitivi, soggetti svuotati dalla
critica e forniti di un sapere specialistico diffuso, controllato
dalle esigenze delle imprese.
La formazione superiore diviene molto più elitaria ed è assicurata solo
a chi potrà continuare gli studi attraverso il biennio di
specializzazione ed eventualmente un master; il numero degli accessi è
rapportato alle effettive esigenze del mercato e rigidamente
controllato dai numeri chiusi e programmati e dagli altissimi costi dei
corsi. In questo caso i saperi trasmessi diventano competenze
individuali, esclusive e funzionali al livello direttivo e progettuale,
configurando un élite di comando e controllo, inculcando così la
cultura della disciplina e della gerarchia che attaualmente regolano la
società .
Per svolgere al meglio questo compito l'università, così come la
scuola, subisce una ristrutturazione, diventa essa stessa azienda,
organizzata secondo modelli industriali (consiglio di amministrazione,
manager, stages di formazione) e finalizzata alla valorizzazione del
capitale umano. Efficienza, meritocrazia, selezione, sono aspetti
caratteristici e ricorrenti nella configurazione dell'università, solo
chi è più omologabile e/o dotato di mezzi economici può sopravvivere.
Inoltre la mercificazione del sapere trova un suo riscontro oggettivo
nel sistema dei crediti che diventa l'arrogante unità di misura del
lavoro dello studente in base al numero di ore trascorse all'università
e sul libro di testo, arrivando persino a quantificare il numero di
pagine lette in un ora.
Con l'istituto delle Fondazioni anche la libertà di ricerca viene
duramente attaccata; infatti con l'ingresso dei finanziamenti di
imprese e di multinazionali nei laboratori e nei dipartimenti di
ricerca le linee guida imposte sono del tutto funzionali alle esigenze
del sistema neo-liberista, impoverendo e riducendo i ricercatori al
triste ruolo di dipendenti salariati della produzione immateriale del
sistema. Anche nelle facoltà avviene lo stesso: i docenti organizzano
i corsi in base alle richieste del mercato, che dettano dall'esterno
finalità, obiettivi e metodi di insegnamento.
Le forme stesse della trasmissione dei saperi, durante i corsi
accademici, riproducono i rapporti di lavoro attraverso la frequenza
obbligatoria, crediti formativi, moduli di apprendimento della società
con lo studente posto dall'altra parte della cattedra, in un luogo
subalterno, immobile ed alienato nell'unica interpretazione possibile
dei temi del corso, introiettando così una posizione passiva e
subordinata, sviluppando quindi una coscienza da osservatore non
coinvolto. Questo fenomeno, lungi dalla volontà dei docenti, è
finalizzato a materializzare la struttura aziendale dell'università,
causando un regresso del processo formativo nei termini di subalternità
alla dinamica costi-ricavi , e sottolineando la posizione subalterna
dell'individuo rispetto al potere. Anche la modalità di svolgimento
dell'esame, con la sua ritualizzazione, rappresenta non solo una
celebrazione del potere accademico, ma anche una sorveglianza costante
che permette di qualificare, selezionare, reprimere.
L'università latente: l'emergere dei soggetti conflittuali dentro i
templi del sapere
L'emergenza dell'uso sociale del sapere critico come promotore di
forme di relazioni sociali "altre", spinge le soggettività politico-
culturali della moltitudine a rivendicare lo sviluppo di saperi critici
all'interno dei luoghi della produzione di sapere mercificato (scuola,
università, media ufficiali).
Questa richiesta sociale si è concretizzata attraverso varie forme (non
sempre esplicite e consapevoli) dimostrando che è in atto un
cambiamento di fase nella lotta del movimento studentesco. Il movimento
rivendica la costruzione di strutture proprie atte a promuovere e
sviluppare la sovversione teorico\pratica attraverso l'autogestione e
la riappropriazione dei saperi, liberati dalla logica del dominio
economico.
La trasformazione dell'università ha comportato una cesura nella
gestione del sapere . La condizione attuale ci pone quindi un sapere
già ridotto a merce spendibile nel mercato del lavoro, questa merce
viene prodotta e riprodotta in ambito universitario dai corsi, che
educano e giudicano in base a moduli preconfezionati. Sovvertire
questo processo significa anzitutto immettere nuovi ragionamenti, nuove
forme di ricerca e riconvertire quelle già esistenti in termini di uso
sociale dei saperi.
L'università latente (vista come quell'insieme di forze che
singolarmente o tramite strutture, quali collettivi, associazioni,
gruppi di studio, compie un lavoro di contrasto ai saperi mercificati)
esprime una molteplicità di istanze e una ricchezza enorme di analisi.
Bisogna rivendicarne la legittimità e il valore sociale e valorizzarne
al massimo le potenzialità.
La continua crescita delle istanze sociali portate avanti da questi
sviluppa la tendenza a riformulare gli spazi culturali asserviti alle
logiche di mercato. L'evoluzione e la materializzazione di questa
tendenza è data dalla nascita dei Laboratori dei Saperi Sociali.
I laboratori dei saperi sociali
I laboratori sono delle strutture di sperimentazione di forme culturali
altre, che intervengono negli ambiti istituzionali della produzione di
sapere mercificato( università, scuole, corsi di formazione) al fine di
confutare le forme complesse dell'ideologia dominante e prefigurarne
nel contempo di nuove. Ricostruire i luoghi del dibattito scientifico
sulla base della partecipazione collettiva da parte di coloro che fino
ad ora hanno subito passivamente "l'indirizzo culturale"imposto dal
sistema neoliberista( studenti,docenti, ricercatori, tecnici).
La pratica dell'hacking incarna precisamente il nuovo modulo
comportamentale che intendiamo fare nostro; intesa come la tendenza a
cercare di comprendere i meccanismi di una situazione complessa, a
padroneggiarli ed a usarli al meglio per favorire un processo di
sviluppo sociale maggiormente in sintonia con gli ideali di libertà e
liberazione dai rapporti sociali di produzione,
essa va trasfusa ed imitata in ogni ambito culturale, con l'intento di
sviluppare una generale "tendenza culturale antisistemica".
In questi termini i laboratori si configurano come strutture di
frontiera poste tra le istanze e le risposte che provengono dalla
moltitudine dei bisogni sociali e dei soggetti che le esprimono(ad es.
il bisogno di casa viene soddisfatto da forme di illegalità di massa
quali occupazioni abusive e spontanee); sono quindi volti a spronare
lo sviluppo di saperi che evidenzino, da un lato la forma mercificata
che l'attuale sistema formativo imprime nei soggetti sociali e
dall'altro elaborino forme di relazioni culturali "altre" rispetto a
quelle imposte dalla cultura ufficiale.
Un laboratorio si sviluppa quindi a partire dalla messa in valore dei
collettivi universitari, delle iniziative e degli appelli dei docenti,
delle vertenze degli studenti e delle altre mille forme di sovversione
sociale che attentano spontaneamente all'ordine formale e culturale
nell'università.
Queste molteplici forme in cui si esprime "l'università latente"
nascono nella critica quotidiana ai crediti formativi, ai moduli, alle
firme obbligatorie, alle falsità e ai luoghi comuni a cui il sapere
universitario è ridotto.
Una dimensione che può essere ben compresa attraverso le forme di
sperimentazione critica del sapere "altro", attraverso l'inchiesta come
strumento complesso di analisi della società.
Rivendicare fondi e crediti per una co-ricerca tra studenti ricercatori
e docenti, su temi specifici che demistifichino l'ideologia dominante
è già la messa in atto di relazioni sovversive che minacciano il
sistema-formazione del capitale.
In questo senso è necessario tracciare una prima divisione del lavoro
tra un momento di elaborazione dal basso e uno di comunicazione con le
istanze sociali.
La co-ricerca è il fattore dinamico nel processo di trasformazione
antagonistica dei saperi ( l'istituzione universitaria viene svuotata
del suo senso economico tramite la critica e la sperimentazione
sociale che ne riformula i comportamenti analitici e formativi), una
volta trasformati essi si evolvono verso forme che de-strutturano la
macchina del sapere mercificato che provoca, invertendo dolosamente di
segno il concetto di profitto, una riformulazione delle istanze e
degli interessi della moltitudine.
L'inchiesta
Molto rimane ancora da scrivere sull'inchiesta, la sua storia è
certamente interessante e ricca di successo. La ricerca/inchiesta di
cui vogliamo dotarci ha suoi illustri predecessori nelle elaborazioni e
nelle inchieste operaie effettuate dal gruppo di Quaderni Rossi negli
anni Sessanta, nel libro di controinchiesta "La strage di stato" che,
con un lavoro sul campo, che tanto hanno contribuito ai cicli di lotte
dispiegatisi nel decennio fine '60 fine '70.
Questo metodo deve servirci come arma per de-strutturare gli studi e i
lavori svolti nelle nostre facoltà al fine di comprenderne la
funzione e l'uso che di essi fa il mercato; tramite l'inchiesta
saranno intercettati i flussi di finanziamento che nutrono la
mercificazione del sapere, cercando di indagare, ad esempio, sui
settori di mercato e le aziende che investono nelle nostre università;
oppure sugli studi e sulle ricerche che interessano direttamente e
indirettamente la produzione; ecc. ecc. Da qui decifrare le nuove forme
di lavoro precario (immateriale: flessibile, mobile, intellettuale,
cognitivo, cooperativo); ricercare le sacche di produzione ancora
caratterizzate dai tempi fordisti; scavare e denunciare
nell'imperscrutabile mondo del lavoro nero, fatto di sfruttamento,
depredazione e schiavitù. Questi sono alcuni degli spunti dai quali
partire per comprendere e trasformare i processi di produzione e
riproduzione capitalistica oltre l'università alla "moltitudine dei
bacini sociali" (università, azienda, sanità, comunicazioni, telefonia,
ecc.). Bisogna avere come obiettivo la ricomposizione delle
soggettività, stimolando la loro trasformazione
in "controsoggettività", l'identità positiva, cioè in soggetti
antagonisti capaci di riarticolare il conflitto sulla scia
dell'antinomia capitale/lavoro, partendo dal proprio posto di lavoro,
dal luogo in cui si passa la maggior parte del tempo di vita, cioè
dagli spazi e dai tempi biopolitici.
Un altro aspetto da trattare è quello dell'autoinchiesta che si
esprime in indagini\inchieste sulle reti di movimento, al fine di
comprendere le trasformazioni che queste assumono in relazione allo
sviluppo di saperi critici e come poi diano corpo alle molteplici
resistenze individuali che si oppongono alla "messa in valore"
capitalistica, attraverso nuovi comportamenti sociali antagonisti.
La considerazione che ci interessa fare, è che in tutte le fasi
dell'inchiesta e della ricerca, essa si presenta come lavoro
linguistico, come prassi comunicativa, come continuo stabilirsi ".di
relazioni che vengono continuamente ridislocate a livelli sempre più
alti, cioè sempre più collettivi e antagonisti", in modo da
determinare l'agire politico in base al livello della trasformazione
sociale.
L'inchiesta rappresenta lo strumento tramite il quale il Laboratorio
dei saperi sociali indaga, in cooperazione con i soggetti sociali,
sulle reali dinamiche di sfruttamento. Un'indagine che va poi veicolata
e sfruttata nei corsi autogestiti, seminari, assemblee pubbliche,
feste ecc..
Questi emergono all'interno dell'università ufficiale riformulando una
scala mobile dei ruoli in cui ognuno ha ricchezza e conoscenze da
apportare nell'opera di sovversione della cultura dominante.
Il valore aggiunto sarà rappresentato dallo sviluppo di nuove forme di
ricerca collettiva che veda studenti, docenti, ricercatori sviluppare
inchieste insieme ai soggetti sociali analizzati riconfigurando i ruoli
che il sapere impone allo studio delle fenomenologie sociali. Ciò
significa ad esempio studi sviluppati sulla condizione degli immigrati
accanto agli immigrati stessi al fine di comprendere realmente quali
sono le dinamiche che li investono e quali le forme di resistenza che
essi stessi mettono in atto come sintesi di un processo dialettico.
E' necessario invertire i processi di formazione e comunicazione delle
idee, mettendoli direttamente nelle mani della moltitudine di soggetti
e trasformando questi ultimi da cavie di un laboratorio di cultura
omologante che ne configura le opinioni, i gusti ecc.. a soggetti
padroni della propria potenzialità rivoluzionaria.
La rete dei laboratori dei saperi sociali: da molti a molti
I movimenti che da Seattle in poi hanno fatto dei controvertici il loro
cavallo di battaglia contro la globalizzazione neo liberista hanno
introdotto un nuovo paradigma organizzativo nelle realtà di movimento:
la rete.
La rete "è lo strumento di lotta che non procede più attraverso
soggetti organizzati gerarchicamente o attratti nell'area
gravitazionale di un polo ( sia esso sindacato o partito). La rete è
aperta, connettibile in tutte le sue dimensioni, smontabile,
reversibile, suscettibile di continue modificazioni. Territoriale per
definizione è a molteplici entrate, la struttura è assente, resistenza
continua, sperimentazione del reale sulla realtà."
La destrutturazione e la conseguente riconfigurazione dell'istituzione
universitaria creano nuove figure del sapere non racchiuse
esclusivamente entro le mura universitarie. Possiamo affermare che oggi
queste mura non esistono più, che il sapere le ha attraversate per
servire in ogni suo ambito la disciplina aziendale della società
contemporanea. Le forme di opposizione alla mercificazione del sapere
devono aprire il sapere alla società e alla moltitudine dei soggetti e
delle istanze che si ricompongono attraverso la rete.
In questo senso è necessario liberare le relazioni antagoniste da
aprioristiche visioni del mondo che ingesserebbero ogni possibile
analisi. La rete dà voce alle molteplici sperimentazioni, ne favorisce
lo sviluppo nell'unicità delle analisi e dei comportamenti. La rete si
basa su un sistema multidirezionale che rende obsoleta la forma di
relazione verticale privilegiando l'interazione tra i "nodi". In questa
prospettiva l'interscambio di analisi, inchieste, collaborazioni, ecc..
tra i laboratori sarà assicurato dal meccanismo di rete.
Essendo il laboratorio, un nuovo comportamento culturale, una pratica
di attraversamento della frontiera in cui la moltitudine sperimenta
identità, coscienza e pratiche di resistenza all'avanzare del capitale,
esso non ha praticamente ragion d'essere senza la rete.