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" Stato palestinese? No, grazie

Curiosi e istruttivi paradossi attorno a un'ipotesi negoziale


luglio/agosto 2002

Come dicono anche Bush e Sharon, nella Palestina storica dell'ex Mandato Britannico (fra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo), accanto allo Stato d'Israele a maggioranza ebraica dovra' nascere, prima o poi, uno stato palestinese a popolazione prevalentemente o, come pare, esclusivamente araba. Questa tardiva applicazione della spartizione decretata dall'Onu nel 1947 e respinta dagli arabi con mezzo secolo di guerre, non avrebbe l'ambizione di porre fine al rifiuto d'Israele e quindi alle ragioni profonde del conflitto mediorientale, ma potrebbe forse ridurre le tensioni etniche, religiose e culturali e le occasioni di frizione e di scontro. Si tratterebbe, in altri termini, di sancire quella separazione fra le due comunita' che, al momento, pare l'unica via concretamente percorribile per tentare di arrestare l'escalation violenta e iniziare a gettare le basi di una futura convivenza perlomeno incruenta, se non proprio pacifica.
Secondo questo approccio (comunemente indicato con lo slogan "due popoli, due stati") la cosa piu' logica da fare, per usare le parole del prof. Sergio Della Pergola, demografo dell'Universita' Ebraica di Gerusalemme (Limes, n. 2, aprile 2002), sarebbe quella di "massimizzare l'omogeneita' etnico-religiosa dello stato ebraico e del futuro stato arabo-palestinese". E' dunque in questa prospettiva che nasce l'idea di procedere a uno scambio territoriale fra Israele e stato palestinese. In sostanza si tratterebbe di annettere a Israele i piu' grossi insediamenti ebraici che si trovano appena al di la' della Linea Verde (ex confine armistiziale) in cambio dell'annessione al futuro stato palestinese di porzioni di territorio israeliano a grande popolazione araba . "All'interno di Israele pre-1967 - spiega Della Pergola - esistono zone a popolazione prevalentemente araba, concentrata soprattutto in Galilea, nel nord del paese, e nella zona centrale, lungo il confine fra Israele e Cisgiordania. In quest'ultima stretta fascia di territorio a nord-est di Tel Aviv vivono 207mila arabi cittadini israeliani; altri 210mila vivono nei quartieri palestinesi di Gerusalemme est. Questi 417mila palestinesi, distribuiti su circa 250 kmq di territorio (1% del totale dello Stato d'Israele) costituiscono circa il 35% dell'intera popolazione araba israeliana. Queste piccole porzioni di territorio - conclude Della Pergola - con relativa popolazione e sovranita', potrebbero essere attribuite al futuro stato palestinese, e in cambio Israele potrebbe mantenere la sovranita' su una porzione equivalente di terre abitate da ebrei nei quartieri orientali di Gerusalemme e nei dintorni" .
In altri termini: anziche' spostare le persone ("coloni" ebrei e/o palestinesi israeliani) affinche' vengano a trovarsi all'interno del "loro" paese, perche' non spostare la linea di confine di alcuni chilometri piu' a est o piu' a ovest ottenendo lo stesso risultato?
L'idea, sollevata per la prima volta dal parlamentare laburista israeliano Yossi Beilin nel 1996, e' stata formulata a livello accademico dallo stesso Sergio Della Pergola e dal prof. Arnon Sofer, geografo dell'Universita' di Haifa. Nella scorsa primavera e' stata rilanciata, seppure in termini piuttosto vaghi, dal ministro laburista israeliano Ephraim Sneh. Soltanto un'ipotesi, dunque, che per ora circola in alcuni ambienti della sinistra sionista. Ma tanto e' bastato perche' si levasse da parte degli arabi israeliani un coro di indignate proteste: una vera e propria levata di scudi che va dal singolo cittadino fino a importanti esponenti della comunita', compreso quel parlamentare arabo israeliano che poco tempo fa s'era compiaciuto di inviare un telegramma ufficiale datato "Nazareth, Palestina".
" Sondaggi condotti nella comunita' araba d'Israele - riferisce Ori Nir (Ha'aretz, 26.04.02) - indicano che esiste una vasta maggioranza contraria a questa idea. Secondo un campione rappresentativo consultato l'anno scorso dai professori Sami Smooha e Assad Ghanem, solo il 30% degli arabi israeliani appoggerebbe l'annessione delle regioni arabe del Triangolo e di Wadi 'Ara allo stato palestinese. Dei residenti del Triangolo, solo un quarto appoggerebbe il passaggio. Secondo un sondaggio condotto nell'ottobre 2000 dal prof. Efraim Ya'ar del Centro Steinmetz di Studi per la Pace dell'Universita' di Tel Aviv, solo il 23% degli arabi israeliani sarebbe favorevole. Percentuale che crollerebbe addirittura al 9% secondo un sondaggio pubblicato dal settimanale arabo-israeliano Panorama nell'aprile 2002 relativo alla popolazione della sola Umm al-Fahm", citta' considerata una delle culle del crescente movimento islamico israeliano .
"C'e' qualcuno che vuole fare un uso cinico della nostra identita' palestinese e creare un conflitto fra questa e la nostra cittadinanza israeliana - ha esclamato Ghaleb Majadla, capo della sezione araba del partito laburista israeliano - E' un atteggiamento razzista. Nessuno potra' impedirci di identificarci con il nostro popolo, le sue lotte e le sue sofferenze, cosi' come nessuno potra' toglierci la nostra cittadinanza israeliana, una cittadinanza cui abbiamo pieno diritto ".
"Non e' sbagliato affermare che la cittadinanza non puo' essere tolta a un cittadino israeliano senza nemmeno chiedere il suo parere - ragiona Amnon Rubinstein su Ha'aretz (4.06.02) - Secondo diritto e giustizia, un trasferimento di questo tipo dovrebbe essere preceduto da un referendum, il cui risultato in questo caso sarebbe scontato, oppure dall'offerta a chi lo desidera di optare per residenza e cittadinanza israeliana, un po' come sta pensando di fare la Gran Bretagna con gli abitanti di Gibilterra".
Qassem Ziyad, un ex giornalista di Umm al-Fahm, a suo tempo membro del partito israeliano Mapam, si e' fatto promotore di un incontro di tutti i leader regionali per contrastare l'iniziativa. "Mi rivolgo agli arabi israeliani e dico loro: fatevi sentire, sono certo che a grande maggioranza siete contrari a queste proposte rovinose. Non siamo merci o beni trasferibili - argomenta Ziyad (Ha'aretz, 26.04.02) - Siamo persone con i nostri sogni e i nostri desideri. Siamo figli di questa terra e figli di questo stato. Ormai esistono diverse generazioni di arabi con un'identita' sociale e civile israeliana. E' un dato di fatto che facciamo parte del tessuto sociale del paese".
" Non vorrei mai far parte dello stato di Palestina - dice ad Ha'aretz un giovane arabo di Musmus, che preferisce restare anonimo - Dopotutto i miei amici sono ebrei, sono nato israeliano e sono cresciuto israeliano e nessuno puo' venire qui e dirmi: adesso sei cittadino di un altro paese. Se un accordo dovesse annettere Musmus allo stato palestinese, io mi trasferirei in Israele. Per fortuna posso scegliere: ho amiche e amici a Tel Aviv, ad Acco e ad Ashkelon e posso decidere di traslocare ".
"Come si spiega questo fenomeno apparentemente paradossale? - si domanda Rubinstein (Ha'aretz, 4.06.02) - Da una parte Israele viene accusato di essere uno stato fascista e da apartheid; dall'altra esiste il fortissimo desiderio di continuare a farne parte, tanto che il processo di riunificazione delle famiglie divise implica sempre uno spostamento verso Israele, mai il contrario ". Troppo facile spiegare la cosa con mere ragioni economiche: non si lotta "fino alla morte" contro un "oppressore fascista e razzista" per poi sottomettervisi liberamente e di buon grado in cambio di una buona pensione . Evidentemente qui sono all'opera almeno due altri ordini di motivazioni piu' profonde. "Una spiegazione - prosegue Rubinstein - e' che almeno una parte degli arabi in Israele conta di diventare prima o poi maggioranza: non due stati per due popoli, dunque, ma due stati per un solo popolo, quello arabo-palestinese . Anche solo il sospetto che fra gli arabi israeliani alberghi questa ambizione incrina fin d'ora i rapporti fra le due comunita' in Israele".
L'altra spiegazione, in qualche modo opposta alla prima, vale probabilmente per la maggior parte degli arabi israeliani: "Non e' mai facile essere una minoranza - spiega Rubinstein - specie una minoranza araba in un paese per decenni in guerra con il mondo arabo. Ma evidentemente Israele, con tutti i suoi limiti, ha convinto gli arabi israeliani che e' meglio vivere come minoranza in una democrazia, per quanto imperfetta, che come maggioranza in una dittatura ", quali sono i paesi arabi e l'Autorita' Palestinese. In altre parole, ammesso che gli arabi israeliani siano in qualche modo cittadini di serie B (non per legge, ma sul piano sociale e politico), evidentemente e' meglio essere cittadini di serie B in Israele che cittadini di serie A in qualunque paese arabo. "Lo stato palestinese - ammette Qassem Ziyad - farebbe fatica ad assorbire al proprio interno centinaia di migliaia di arabi israeliani che si sono abituati a uno standard di liberta' individuali e di democrazia che non esistono nei territori [sotto Autorita' Palestinese]. Diventeremmo la pecora nera dello stato palestinese".
Se e' cosi', si tratta di indicazioni che dovrebbero offrire ampia materia di riflessione non solo a politici e diplomatici impegnati per la pace in Medio Oriente, ma anche a tutti coloro che si ostinano a raffigurare il conflitto arabo-israeliano come una elementare contrapposizione fra popoli e stati, senza considerare la qualita' dei diritti e della vita dentro ciascuno di quei paesi e di quelle societa': una lettura sicuramente idonea a scatenare tifoserie da stadio, ma ben poco utile per la ricerca di soluzioni eque, praticabili e durature . "


Shalom!