….problema non è il Papa. È il Parlamento.
Si, perché un’altra classe politica potrebbe giustificare, e dunque attenuare, il carattere anche solo formalmente invasivo di questo accesso del Papa di Roma nei luoghi “sacri” dove si sbriga la vicenda politica e rappresentativa dello Stato laico.
Ma “questa” classe politica, no. Non ne sarebbe (non ne sarà) capace. I politici (tutti i nostri politici che siedono in Parlamento), sulla base di una distorta concezione della convivenza civile e politica, credono che sia loro ufficio “rappresentare tutte le culture”, e dunque anche quella cattolica (sopratutto quella). Non sanno che dovrebbero rappresentare invece tutti i cittadini in funzione di una unica, ben diversa, cultura, vale a dire la cultura laica e liberale dello Stato che implica in primo luogo la necessità di impedire che qualunque “magistero” religioso possa esprimersi per il tramite delle attività, delle leggi, delle pratiche dello Stato laico medesimo.
Che il prete parli, nella società dello Stato laico.
Ma che non sia lo Stato laico a parlare in nome o in vece del prete.
Se questi criteri fossero assodati e condivisi, allora il Parlamento che accoglie il Papa non sarebbe un problema. Ma appunto non sono assodati né condivisi. E se abbiamo purtroppo ascoltato politici di ogni colore dichiarare che “la loro posizione è quella del Papa”, figuriamoci quel che ascolteremo in occasione della visita del Pontefice.
Lui, il Papa, del tutto legittimamente dal suo punto di vista, ha lungamente e gravemente interferito nella vita politica e civile del Paese, fino a istigare cittadini e incaricati di pubblico servizio a violare importanti e imperative leggi dello Stato.
Ma, ancora, non erano le parole del Papa il problema: il problema era l’assenza di parole di contrasto da parte della classe politica, che davanti a quei ficcanti tentativi di intromissione riteneva di non opporre una semplice, quanto dovuta, reazione: e cioè che il Parlamento e lo Stato rispettano profondamente ogni opinione del papa, ma gli chiariscono che le istituzioni decidono sulla base di altri, autonomi e intangibili, criteri.
Capitanate da un presidente (l’onorevole Casini) che pubblicamente si affida alla Madonna di San Luca per adempiere al proprio compito istituzionale, e composte da schiatte parlamentari che in troppe occasioni hanno svenduto all’interferenza clericale ogni pur residua memoria della cultura laica e liberale che dovrebbe guidarle, queste assemblee legislative non hanno le carte in regola per accogliere “come di dovere” il Papa. Non sono affidabili. Non sono credibili.
Di più: questi parlamentari non sono “degni” di accogliere il Papa. Perché per accoglierlo degnamente dovrebbero degnamente rappresentare noi tutti e se stessi, garantendo a tutti noi e a se stessi che questa visita rappresenta motivo di interesse e anche di onore ma in nessun modo, nemmeno lontanamente, un’occasione di incontro “politico”.
Il Papa farà il suo lavoro, in Parlamento.
Il che merita, almeno, rispetto, anche da parte di quelli che non condivideranno una parola che sia una del Pontefice.
Il Parlamento, no. Il parlamento non farà il suo lavoro.
Il che merita, almeno, disprezzo, anche da parte di quelli che saranno d’accordo su ogni parola del Papa.
Iuri Maria Prado
su Libero di mercoledì 13 novembre 2002
saluti




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