Octavia E. Butler, La parabola del seminatore, Fanucci (collana Solaria) 2000.

La scrittrice californiana Octavia E. Butler è nera, femminista, con uno spirito che l’avvicina alla sinistra eterodossa. In un paese dicotomico come l’Italia queste caratteristiche possono trasformarla in un culto per una parte della popolazione e in una minaccia per l’altra. Siccome in arte colore della pelle e scelte politiche non dovrebbero influenzare il giudizio, un serio approccio critico deve basarsi sul testo e sulla sua coerenza interna. Vale quindi la pena di leggere questo suo romanzo uscito per Fanucci nel 2001, al quale ha fatto seguito “La parabola dei talenti”, più complesso ma sempre basato sulla figura di Lauren Olamina, la ragazza diciottenne che da La parabola del seminatore, come una profetessa postmoderna, guida un gruppuscolo di disperati alla ricerca di una terra promessa nella quale sfuggire agli orrori di un presente catastrofico.
La Butler scrive romanzi di “fantascienza” che però sono difficilmente inseribili in un genere prestabilito. La parabola del seminatore è insieme falso diario, divagazione filosofica, testimonianza iniziatica. Le sue pagine emanano una curiosa vitalità: quella che si sprigiona dal concime in disfacimento. Potremmo liquidarlo come “romanzo catastrofico”, siccome si narra di un ipotetico 2024 in cui miseria e insicurezza predominano, invece la catastrofe non è il suo tema: “Dio è cambiamento”, scrive Lauren Olamina nel diario, per cui anche la catastrofe va plasmata a proprio vantaggio.
Scrittrice di talento, la Butler sa destreggiarsi tra generi, filoni e tecniche, sempre mirando ad una semplicità disarmante e aiutata da una sensibilità spiccata che la porta a creare dei personaggi mai banali. Anche la violenza, e ce n’è molta, in questo romanzo non è mai compiaciuta ma avvertita in tutta la sua allucinatoria dirompenza, filtrata da dentro. Come capita all’iperempatica Lauren, che a causa della tossicodipendenza della madre ha acquisito il “dono” di sentire il dolore degli altri.
La scrittura tiene bene: si evolve nella sua semplicità, crescendo negli anni con Lauren. Servendosi del diario, la Butler può non limitarsi all’azione (tipica dei romanzi di genere), bensì lasciarsi cogliere dalle vertigini del pensiero o toccare momenti vicini alla poesia. Inoltre, pur trattando argomenti per alcuni aspetti religiosi (qui spicca la cultura afro-americana dell’autrice), non si riscontrano cadute nel consolatorio o in facili estasi new-age. Anzi, talvolta è proprio il pensiero ad affacciarsi su abissi insopportabili, solo attenuati dall’umanità dei personaggi.

Claudio Ughetto.