Greg Egan, Teranesia, Fanucci (collana Solaria) 2001.
Terminando di leggere Teranesia, dell’australiano Greg Egan, trovo conferma di una convinzione che recentemente sta radicandosi in me: non è raro che la narrativa cosiddetta “popolare” superi, in qualità, quella dei cosiddetti “romanzieri laureati”.
Teranesia è pubblicato dai tipi della Fanucci nella collana fantascientifica Solaria, gli stessi de “La parabola del seminatore” dell’afro-americana Octavia E. Butler. Si tratta di un “romanzo d’idee”, nella migliore tradizione che unisce Conrad alle divagazioni scientifiche di Verne. Greg Egan è considerato uno scrittore di fantascienza scientifica, e pare che i suoi precedenti romanzi pecchino per eccesso d’informazioni e d’intellettualismi. Anche in Teranesia non mancano digressioni, minuziose discussioni su biologia e quantistica, sul rigore del metodo scientifico contro il pericolo new-age. Ma non è qui la forza del romanzo, bensì in una prosa accurata che riesce ad amalgamare l’interesse per la scienza con la cura psicologica dei personaggi.
Il viaggio di Prabir nella tenebra della propria anima, dall’infanzia in un’isola apparentemente paradisiaca ma in realtà regno della sopraffazione come qualsiasi luogo lasciato all’arbitrio della natura, alla fuga e al ritorno, in età adulta, dovuto a motivazioni inconfessabili (apparentemente per proteggere la sorella Madhusree, in realtà per nascondere la convinzione d’aver ucciso i propri genitori) è descritto toccando le corde di una poesia dai toni eliotiani. L’autore non nasconde che “la vita non ha senso”, al punto di chiudere il romanzo con quest’assunto, eppure Prabir, hollow man alla ricerca di un’identità, si cala nel caos selvaggio alla disperata ricerca di un senso. Le pagine finali, nelle quali il giovane è infettato da un gene che intende usarlo per autoriprodursi, dando origine ad una specie nuova, dichiarano questa mancanza di senso. Sarà la sorella a impedire questa trasformazione che non ha nulla di finalistico. Non abbiamo un giovane che rischia di diventare un x-man, ma un corpo invaso da qualcosa che ha il fine in sé.
Egan riesce a rendere tutto plausibile razionalmente, attraverso cognizioni di biologia che potrebbero figurare in un testo scientifico. Ma è l’ipersensibilità di Prabir a rendere grande questo romanzo, insieme con una efficace caratterizzazione dei personaggi e soprattutto dei paesaggi.
È nel paesaggio lussureggiante che la lucida analisi di Greg Egan si evidenzia. L’insoddisfazione umana, di stampo leopardiano, prevale attraverso l’efficace rappresentazione di un dicotomico disagio esistenziale che nel paesaggio trova la sua corrispondenza. Nella Toronto del 2014, tecnologicizzata e non dissimile dalle attuali metropoli, ospitato con la sorella dalla zia Amita, Prabir è scandalizzato dalle teorie irrazionaliste che quest’ultima sostiene con piglio post-femminista, come se nell’anomia urbana che Prabir vivrà qualche anno dopo, impiegato di banca, sia istintivo anelare il caos che abbiamo ripudiato con il razionalismo. Di contro, nelle isole delle Molucche, è proprio la razionalità umana l’unico strumento possibile per dichiarare il nonsenso della mutazione in atto.
Claudio Ughetto.




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e il cambio di rotta avvenuto a Settembre con lo stravolgimento della grafica e la decisione di inserire lavori "datati" in una collana il cui scopo principale era quello di far venire alla luce i talenti nascosti in un genere difficile come la "Sci-Fi".