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Discussione: Sapete una cosa?

  1. #1
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    Predefinito Sapete una cosa?


  2. #2
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    Io ne saprei diverse. Te ne interessa una in particolare?

    P.S.
    Comunque vaffanculo te e i tuoi scherzoni di merda

  3. #3
    Veneta sempre itagliana mai
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    Originally posted by ARI6
    Io ne saprei diverse. Te ne interessa una in particolare?

    P.S.
    Comunque vaffanculo te e i tuoi scherzoni di merda

    La classe non è acqua



    ciao Ari

  4. #4
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    Originally posted by pensiero



    La classe non è acqua



    ciao Ari



    Ciao pensy!!!

  5. #5
    Veneta sempre itagliana mai
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    Originally posted by ARI6





    Ciao pensy!!!

    Quindi adesso visto che èil thread del sapete una cosa, ti dico che qui non si vede un cane....tutto morto......spero si muova qualcosa sul tardi, altrimenti è un sabato da dimenticare.

  6. #6
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    Originally posted by Jaki
    Sapete una cosa?
    La ringrazio per la domanda che mi da modo di esplicitare alcuni argomenti a cui molto tenevo e che mi permetto di sottoporLe.

    Sarò breve.

    Innanzitutto: sapere una cosa è meglio che non saper nulla?

    Per chi insegna filosofia , il motto socratico: "so di non sapere" fa a pugni da sempre con l'immagine tradizionale dell'insegnante che non sa di non sapere e crede di sapere, oppure più spesso sa di non sapere, ma non vuole che gli altri lo sappiano.
    Vorrei tornare a riflettere brevemente, ancora una volta, su quel motto, che è molto più complesso di quanto la formulazione semplice possa far pensare e che mi ha accompagnato per lunghi tratti nel corso dei miei studi prima e del mio insegnamento poi.
    Il motto socratico (che si ritrova anche nella tradizione filosofica cinese) può farci da guida ironica e garbata nell'esplorazione di quest'affermazione che è anche la rivelazione di uno stato interiore, di una tensione.
    Non da ultimo Socrate combatteva ai suoi tempi contro la mercantilizzazione del sapere, un compito analogo a quello che ci spetta oggi.
    Le dimensioni del sapere e del non sapere...

    * Perché sapere è così importante? Socrate in mondo di sofisti comincia a smontare questa convinzione con la sua solita ironia: non sei quello che sai, devi andare oltre quel che sai. In altre parole non c'è coincidenza tra essere e sapere: non sono ciò che so ( in un duplice senso soggettivo e oggettivo); ma anche, e più problematicamente, non so ciò che sono.
    Il legame tra sapere ed essere è forse meno chiaro di quanto si pretenderebbe?

    * Lei non sa chi sono io! Quante volte questa esclamazione è stata pronunciata sul serio o per scherzo. Anche lo status è questione di sapere. Foucault ha cercato di mostrare le molte forme in cui il sapere è potere. Anche gerarchizzare in base al sapere è una questione di potere. Si può vedere la scuola come un meccanismo di ripartizione ineguale del sapere e di accertamento delle disuguaglianze di sapere.

    * Notate come nel linguaggio corrente sia ormai prevalso un uso sostantivo e accumulativo: i saperi, rispetto all'uso attivo del sapere. Socrate cerca di riportarci dal sostantivo al verbo: vuol dirci che il sapere non è nulla di statico come pure il non sapere: il sapere è un'azione che ci trasforma, un movimento di trasformazione che ci fa passare da uno stato all'altro.

    * Il sapere acquista sempre più nella nostra cultura un carattere eminentemente accumulativo. L'immagine del sapere , soprattutto nella sua versione corrente, è legata a quella che l'educatore Paulo Freire definiva il modello bancario e depositario dell'educazione, in cui ciò che ha maggior valore è il principio di accumulazione. Il sapere è oggetto cumulabile, capitalizzabile, non azione. E' un verbo sostantivizzato, un'azione trasformata in proprietà. Il sapere non è azione di trasformazione di un mondo condiviso, ma piuttosto appropriazione di unità parcellizzate.
    Una duplice alienazione del sapere a scuola: qualcosa che è frutto di un'attività trasformato in un oggetto scambiabile; qualcosa che è frutto del lavoro collettivo e della condivizione viene privatizzato.

    * La formulazione socratica è ironica, ossia invita a pensare oltre se stessa, non va presa come una verità acquisita. Perché appare chiaro che il "sapere di non sapere" ci intrappola in un paradosso se lo prendiamo letteralmente. Anche le sue parti ("sapere" "non sapere"), come le definizioni in un dialogo platonico, non sono statiche come statue, ma si muovono appena giri la testa. "Sapere" e "non sapere" sono i due estremi di un continuum mobile e cangiante. Ossia essi non sono dati una volta per tutte, ma si dislocano a seconda delle aree e dei momenti che consideriamo. E tanto più ci spingiamo al largo , tanto più emerge la nostra consapevolezza dell'ampiezza del campo considerato.
    Ma l'ironia indica anche il contrario, invita a capovolgere il pensiero per cui sapere di non sapere può significare talvolta non sapere fino a che punto si sappia.

    * E che dire invece della volontà di non sapere che la psicoanalisi cerca di capovolgere? Freud ha indicato un nuovo modo di trattare la questione del sapere e del non sapere, con il concetto di rimozione. Nella rimozione si manifesta il desiderio di non sapere, il meccanismo della censura, l'amnesia come processo attivo e selettivo.

    * Tra sapere una cosa e non saperla c'è una differenza ontologica? Che tipo di azioni sono "sapere" e "non sapere"? Innanzitutto diciamo che logicamente "sapere" implica un oggetto e un soggetto: //Carlo sa che ore sono//. Se priviamo "sapere" di un oggetto, essa diventa indeterminata, enigmatica, quasi inquietante. //Carlo sa...// Ma che cosa saprà? Saprà qualcosa che io non so, con tutte le conseguenze romanzesche del caso. (Si pensi anche al fatto che i personaggi vengono definiti rispetto al grado di sapere). Se nego l'affermazione enigmatica di prima //Carlo non sa...// cambia la tonalità emotiva e resta l'indeterminatezza e l'attesa. Il paradosso socratico sta nell'aver appunto fatto cortocircuitare le due parti : il "non sapere" diventa l'oggetto del "sapere". Il non sapere da sé e il sapere da sé sono indeterminati e ambigui; nell'unione, l'oggetto mancante viene allocato ma come spazio vuoto: "so che"... non so. Che oggetto è mai questo? Che è non sapere? Che cosa accade quando non so?

    * Sapere e non sapere sono come le due immagini intrecciate del tao: ying e yang. Una ha al suo interno il germe dell'altra; quando una comincia a declinare , l'altra rinasce arriva al culmine, poi ricomincia a declinare. E ricomincia il ciclo. Se prestiamo attenzione a quest'immagine è per suggerire che i due sono uno, due aspetti dello stesso movimento di espansione umana verso il mondo e di ritrazione all'interno. Lo stesso modello si può applicare al sapere nei suoi aspetti di attività/passività: il sapere come movimento attivo che esaurisce lo slancio nel saputo; passività del saputo che ha in sé il germe dello slancio attivo del sapere.

    * Il conoscere è un sapere e non sapere; ogni incontro con la cosa è sempre un adombramento, perché la cosa non si dà mai nella sua totalità. In questo modo, la realtà può così essere considerata nella sua infinita ricchezza e non solo entro gli angusti limiti del già-saputo.

    * E' diverso ciò che accade se io so di non sapere o non so di non sapere: nel primo caso posso mettermi a cercare; nel secondo devo prima passare attraverso la sorpresa e la confusione. Ci sono tante cose, la maggior parte, che non so di non sapere. Semplicemente le ignoro. Mentre nel primo caso il non sapere , questa mancanza , è per così dire circondata, abbracciata dal sapere. Quando anche il non sapere ha un oggetto: so di non sapere..., allora questo vuoto può essere colmato. Può esserlo e può essere lasciato vuoto: non so né voglio sapere il numero di scarpe di Maria Luigia.

    * Il non sapere senza oggetto né specificazione, è un vuoto che non può essere mai riempito, perché come diceva Eraclito la nostra anima non ha confini e perciò (per fortuna) non si può mai riempire e perché il mio punto di vista sul mondo, essendo un punto di vista, non prevede l'onniscienza. E d'altra parte forse è meglio così se si pensa che l'onniscienza ha causato non pochi guai persino a Dio ( si pensi alla teodicea).

    * Come si ricorderà, Socrate comincia col chiedere all'interlocutore di dire la sua su una qualche questione per poi arrivare a confonderlo e a concludere insieme a lui che non sa ciò che credeva di sapere. E questo "non sapere" può essere vissuto come un nuovo inizio, perché la consapevolezza è come un insight che ci disvela la confusione in cui viviamo normalmente intorno al problema del sapere. Confusione terapeutica, perché è da questo momento che inizia per Socrate il parto delle idee.

    * Socrate si avvicina qui ad altre culture, pensate a quella zen per esempio, in cui il maestro invita il discepolo a dimenticare ciò che sa per poter raggiungere l'illuminazione, tranne che per un particolare fondamentale: il logos come strumento di ricerca.

    * Ma davvero Socrate non sa dove porterà l'interlocutore o semplicemente finge di non saperlo? Come quando chiede all'interlocutore: dimmi tu, ché io non so cos'è "amicizia". Socrate finge di voler apprendere dall'interlocutore , ma già sa che l'altro verrà portato ben presto a smentire ciò che sapeva e cadrà in confusione. Dunque dagli altri non c'è niente da imparare, se io so che anche tu non sai sulle questioni che più contano?

    * Una cosa che s'impara ascoltando il Socrate di alcuni dialoghi è la passione del dialogo; che è un metodo di condivisione dell'esperienza tra persone attraverso il quale si percorrono insieme tratti di strada, per poi separarsi e quindi magari ricongiungersi. Qui sta la differenza: non siamo soli, ma con l'altro nel nostro non sapere. Socrate offre all'altro la sponda ferma della propria esperienza: io so di non sapere, mentre tu...e così fino alla confusione terapeutica.

    * E' importante che la confusione, la situazione aporetica che il dialogo socratico crea, non venga soffocata ma tenuta aperta, ossia che si rinunci all'ansia di chiudere ciò che si è aperto. Come quando si vuol chiudere una domanda aperta con una risposta troppo rapida. Se il sapere è rappresentato da una figura, il non sapere è il suo contorno. E' il di fuori, rispetto alla chiusura del mio sapere.

    * Forse proprio per questo c'è qualcosa che nel non sapere richiama l'immagine di un vuoto (irrappresentabile) da una parte e la ricerca dall'altra; il non sapere mette infatti in gioco contemporaneamente queste due figure dell'anima, figure radicali che mettono in moto emozioni e passioni: la paura e il desiderio.

    * C'è però qualcosa che nella nostra cultura rende difficile vivere con pienezza quest'ultimo modo di affrontare il non sapere: c'è qualcun altro che decide per noi lo statuto del sapere, i limiti e i confini di ciò che dovrei e non dovrei sapere. Questa decisione non ha nulla di naturale: è il prodotto di un certo campo problematico, di una tensione politica e culturale in cui mi trovo a giocare. Di un campo del quale spesso non conosco i punti di forza e di fuga, i limiti epistemici.

    * Tra le tante cose che so di non sapere ( di non ricordare, forse una volta per brevi periodi le avrò anche sapute) sono le date storiche. Facile da risolvere questo caso: aprire un libro di storia, cercare una cronologia ecc. Però si presuppone che certe cose siano, come si diceva, da ritenere a memoria. Non basta cioè sapere dove trovare ciò che non so, bisogna proprio averlo da qualche parte in memoria.

    * Ed è soprattutto quando la memoria comincia a funzionare meno che si scopre che sapere non è affatto un'acquisizione definitiva. Che molto di ciò che sapevo o pensavo di sapere ora non lo so più. Come può capitarti invece di scoprire che sai qualcosa che credevi di non sapere più. Così il sapere (di necessità) perde in rigidità e tracotanza e diventa più umano.

    Non sapevo di non sapere
    a) non sapere mette in gioco contemporaneamente due figure dell'anima: la paura e il desiderio. Insegnare a custodire il non sapere significa prima di tutto imparare ad abitare queste emozioni senza esserne travolti;
    b) Questo non sapere , se non può essere colmato, può essere lasciato vuoto, oppure essere per così dire lavorato;
    c) Coltivare la tensione che abita il non sapere , significa spezzare il dogmatismo;
    d) Sapere di non sapere può diventare la premessa di un atteggiamento costruttivo e non meramente cumulativo e passivo del sapere.
    e) Il gioco del sapere e del non sapere non è un gioco a somma zero.

    Se lasciamo aperta la conclusione, non vorrà dire che non abbiamo concluso nulla

    Sapete una cosa?
    ....

  7. #7
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    Originally posted by pensiero



    qui non si vede un cane....tutto morto......
    Qui dove?

  8. #8
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    Sarò breve.

  9. #9
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    Originally posted by ARI6


    Qui dove?



    Ahahahaha.....come qui dove? Bello io sto lavorando sai!!!!!beh....si insomma ....lavorando e navigando ahahahaha.

  10. #10
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    Originally posted by pensiero
    Bello io sto lavorando sai!!!!!
    Mi immagino quanto...

 

 
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