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Economia
Il trasferimento di poteri all'UE ha effetti dirompenti sul nostro sistema economico.
Innanzitutto a causa dell'UEM abbiamo perso la possibilità di utilizzare alcuni strumenti fondamentali nella gestione dell'economia. Infatti non spetta più a noi stabilire le politiche monetarie e le operazioni sul cambio, ma all'Unione, che agisce per interessi che non coincidono con i nostri. Eppure basta pensare all’importanza del costo del denaro, dell’inflazione, o delle variazioni del cambio per rilanciare le esportazioni, per capire quale danno riceviamo da questa situazione. Con l’UEM non ci è più possibile mettere riparo ad eventuali squilibri, che si ripercuoteranno sul fattore "lavoro".
Le nostre riserve devono essere trasferite alla BCE, secondo quanto previsto dagli atti europei.
Molte risorse, quantificabili in migliaia di miliardi, vengono cedute ogni anno dall'Italia all'Unione per il suo finanziamento. In cambio riceviamo centralismo, burocrazia, mancato sviluppo, costi d'adeguamento alle normative comunitarie, sprechi e clientelismo. Questa ricchezza viene distratta da impieghi più produttivi ed utili, anche sotto il profilo sociale.
L'Italia è penalizzata dall'appartenenza all'UE anche nel settore dell'agricoltura. La Politica Agricola Comunitaria è contraria agli interessi del nostro paese perché comporta l'impiego di gran parte del bilancio comunitario (quindi del contributo italiano), ma altera il mercato internazionale, implica prezzi elevati per i consumatori, nuoce alla produzione italiana e stimola le frodi. Gli scandali degli ultimi tempi dimostrano le deficienze della PAC e della libera circolazione dei beni così come sono state ideate, soprattutto in riferimento alla salute dei cittadini e del bestiame. I limiti alla produzione costituiscono un ostacolo per lo spirito imprenditoriale degli agricoltori.
La politica fiscale sta progressivamente passando nelle mani degli eurocrati. Anche in questo caso l'armonizzazione tanto desiderata dalla Commissione impedirà di svolgere politiche adatte alle necessità nazionali, bloccando eventuali mutamenti non approvati da Bruxelles. Senza contare che l'armonizzazione fiscale favorirà la fuga degli investitori verso zone più vantaggiose.
Comunque, in nome dell'euro viene già imposta una politica economica inaccettabile, determinata in sede europea.
Gli Stati che intendono far parte dell'UEM sono stretti in vincoli di bilancio esagerati, e sono di fatto obbligati (e incalzati dalla Commissione e dalla BCE), a tagliare lo stato sociale ed ad attaccare i diritti dei lavoratori. A farne le spese sono gli occupati destinati ad un futuro incerto, i rioccupati in condizioni incerte, i disoccupati di lungo periodo in aumento e con poche prospettive, i piccoli imprenditori, gli anziani. Pure chi aveva un lavoro piuttosto sicuro, cioè un reddito garantito che permetteva tranquillità e benessere per sé e per la propria famiglia, si è ritrovato vittima della precarietà. Gli altri cittadini non si trovano in condizioni migliori. Le diminuzioni della spesa pubblica per molti servizi e l'aumento della pressione fiscale stanno colpendo duramente ogni fascia sociale, in particolare quella media e medio-bassa. Gli italiani sono stati costretti perfino a pagare un' eurotassa smisurata per rispettare i parametri di Maastricht, senza che nessuno abbia mai votato per l’adozione della moneta unica europea.
In effetti, mentre i "sacrifici" per l'euro sono certi, i vantaggi derivanti dalla UEM sono pochi ed eventuali. La stabilità dei prezzi è improbabile, ancor di più la forza e la stabilità dell'euro. Inoltre comparando i costi per il raggiungimento ed il mantenimento dell'euro con gli eventuali benefici, si capisce che tutto il progetto "moneta unica" non è stato positivo per l'Italia.
Certamente anche la creazione di un vero sistema economico unico è tutt'altro che sicura. L’unione economica e monetaria che è simboleggiata dal’euro è difficilmente sostenibile. Il mercato unico può funzionare solo in presenza di condizioni precise, che sono irrealizzabili ed ipotizzate da persone che non hanno tenuto in minimo conto le diversità esistenti tra i popoli, per mentalità, lingua, cultura, attitudine, memoria storica, etc.
Uno di questi requisiti è la relativa omogeneità dell’economia in tutto il territorio dell'UE, invece le differenze al suo interno sono evidenti: le infrastrutture non sono le stesse, così come non lo sono le legislazioni sul lavoro, i ruoli dei sindacati, le pressioni fiscali, i servizi pubblici, quelli privati, i sistemi pensionistici, l'attitudine dei lavoratori e degli imprenditori, l'assistenza sociale, etc.
Poi è richiesta la massima flessibilità dei salari e dei prezzi e un'estrema mobilità dei lavoratori in tutta l'UE. E' facile intuire che questi presupposti sono inverosimili. Per esempio la mobilità è resa impossibile dalle diversità linguistiche: è inutile proseguire verso l'adozione del modello statunitense, ammesso e non concesso che sia giusto.
L’euro è stato voluto per unire economie, ma finirà solo per accentuarne l'eterogeneità. Per esempio, i salari dei paesi membri potranno essere facilmente confrontabili dentro l'Unione economica e monetaria, ma la produttività differente creerà disoccupazione in certe comunità. Poi la mobilità dei lavoratori sarà impedita dalla varietà delle lingue, frazionando un mercato che teoricamente dovrebbe essere singolo.
L'esperienza insegna che si sta tentando di superare queste difficoltà tramite il progressivo rafforzamento del centralismo economico, per mezzo di omologazioni ed unificazioni. E' un processo illusorio e dannoso: gli insuccessi della UEM e del primo periodo di tassi fissi di cambio sono sotto gli occhi di tutti, oltre ogni pessimistica previsione degli euro-critici e nonostante le promesse degli euro-sostenitori.
E' inverosimile che popolazioni così diverse siano disposte ad accettare mutamenti verso l’omologazione. Per esempio in alcune nazioni lo stato sociale è una realtà consolidata alla quale non si rinuncerà con indifferenza, mentre in altre l'ultraliberismo è un dato di fatto. Per questi motivi, e tanti altri ancora, il mercato UE è tutt'altro che unico come vogliono farci credere i fanatici dell'euro. La persistenza di disuguaglianze all'interno dell'economia unificata impedirà il corretto funzionamento del sistema.
Un altro aspetto dell'UEM particolarmente importante, ma non considerato dai burocrati di Bruxelles, è che il rispetto dei parametri europei non implica la sincronia dei cicli economici nazionali. Infatti, in eurolandia si verificano contemporaneamente un’andamento positivo in alcuni paesi e negativo in altri. Ciò potrebbe condurre a differenze rilevanti tra le zone di eurolandia in crescita e quelle in crisi. Il risultato è facilmente prevedibile. Oltre i formalismi, salterebbe l'intero progetto di Unione e potrebbero facilmente ipotizzarsi conflitti sociali.
Tanti inconvenienti sembrano passati in secondo piano per quello che molti considerano lo scopo principale dell'Unione Europea: la necessità di unirsi, di diventare più grandi, per affrontare la globalizzazione. Quindi la sfida con il Giappone e gli USA. Questo ragionamento è fortemente contraddittorio. "Globalizzazione" significa apertura dei mercati, quindi non si può affrontarla con la realizzazione di un blocco regionale basato sull’euro, cioè con una chiusura, applicando talvolta forme ambigue e mascherate di protezionismo che vanno a favore delle grandi aziende. Appartenere ad eurolandia significa legare il proprio destino a quello di pochi altri soggetti, soffrendone i problemi e gli squilibri. In questo modo subiremo tutti gli svantaggi della globalizzazione senza goderne i benefici.
L'UEM non può essere accettata per un’altra delle condizioni essenziali la suo funzionamento: la realizzazione di un potere politico unico e centralistico.
L’euro è stato utilizzato come strumento di egemonia, per forzare la realizzazione di un singolo governo europeo distante dai cittadini ma vicinissimo ai poteri forti ed ai gruppi di pressione. Questi sono interessati ad un governo molto forte ma privo di legami con l'elettorato perché su di esso è più facile esercitare la propria influenza. Comunque un governo unico non è minimamente in grado di gestire le mille differenze di questa Unione virtuale ed artificiosa. Il centralismo crea più problemi di quelli che teoricamente dovrebbe risolvere. L'oligarchia che si è messa a capo delle economie riunite in eurolandia, indipendente e esente da qualsiasi controllo popolare degno di questo nome, è l'unica beneficiaria di quanto avvenuto da Maastricht in poi.
Il protocollo sul sistema Europeo delle Banche Centrali e sulla BCE dispone che la Banca Centrale Europea e le Banche Centrali Nazionali "non accettano né sollecitano istruzioni dalle istituzioni e dagli organi comunitari, dai governi nazionali e da qualsiasi altro organismo", conformemente al Trattato dell’Unione Europea. Tanta indipendenza significa che i detentori della ricchezza di centinaia di milioni di persone sono del tutto privi di controllo e responsabilità politica. In questo modo, non solo è stato imposta una teoria che ha causato disoccupazione e crescente malessere, ma è stata attaccata la democrazia.
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