Ma un film che fa ridere non può andar bene solo perché fa ridere?
Siamo sempre alla Corazzata Potëmkin, quella che si andava a
vedere per sentirsi intelligenti. Qualche settimana fa, prima di assegnare il Booker Prize, il giurato David Baddiel ha affidato il suo lamento alle pagine del Sunday Times: cercasi premio disposto a essere assegnato a qualcuno che si prenda la briga di farci sorridere, invece di assumersi l’onere di straziarci.
Lamentava, Baddiel, di essere stato costretto a leggere troppi libri
che sembravano dichiarare fin dal risvolto di copertina: “Sono un romanzo serio. Guarda come sono serio. In questo libro non succede praticamente niente: non lo trovi serissimo?”; lamentava
che ci fossero poche, semplici regole da seguire onde avere la certezza che il proprio libro fosse candidato al Booker. Ambientarlo nel XIX secolo o anche durante la Seconda guerra mondiale, purché c’entri la Shoah; fare in modo che il narratore sia un vecchio, preferibilmente in punto di morte, con un segreto da rivelare che riguardi preferibilmente la Shoah; se proprio si deve ambientarlo nel presente, accertarsi che racconti di droghe
e/o di abusi sull’infanzia; aver cura che il narratore sia un intellettuale con molto tempo da perdere pensando pensieri profondi; aggiungere una capriola postmoderna, magari con un
bell’epilogo in cui si lascia intendere che la storia appena letta non sia andata come sembrava; accertarsi che la lunghezza superi le 500 pagine). Baddiel considerava, infine, che i narratori
che sono poi diventati dei classici – Dickens, Shakespeare – erano molto popolari e molto divertenti. Oggi, diceva sempre Baddiel, se si facesse a modo mio al Booker bisognerebbe candidare John O’Farrell, Nick Hornby o Helen Fielding. Ovvero, gli autori di “Il meglio di un uomo” – il più riuscito romanzo sull’intolleranza dei maschi nei confronti della vita coniugale, di “Febbre a 90°” – il più riuscito romanzo sull’intolleranza dei maschi nei confronti delle femmine, del “Diario di Bridget Jones” – il più riuscito romanzo sull’intolleranza di ogni femmina per se stessa.
Va da sé, nessuno dei tre libri è mai stato candidato al Booker: sono troppo popolari e troppo divertenti. Un limite, se persino uno come Woody Allen lamenta da sempre di non sentirsi realizzato nelle sue velleità di “autore serio”. E se Elia Suleiman, autore della riuscita commedia sul lato surreale della situazione nei Territori occupati, “Intervento divino”, non si rassegna al fatto che il suo film funzioni e quindi venga distribuito in tutto in mondo, ma fa risalire il successo al mutato scenario politico, agli intellettuali liberal, all’Iraq, alla rava e alla fava. Non sia mai che un film che fa ridere vada bene solo perché fa ridere.
Mandrakata o Corazzata?
“Febbre da cavallo – La Mandrakata” è il seguito di un film di Steno che è un piccolo culto a Roma e dintorni. Il seguito è scritto dai figli di Steno, Carlo ed Enrico Vanzina, due di cui i critici più benevoli dicono che in un paio di titoli (“Le finte bionde”, “Vacanze di Natale”) abbiano tratteggiato perfettamente
gli orrori della borghesia italiana. Ma neanche i più benevoli dicono
che hanno fatto una cosa difficile e degna di gratitudine: una commedia che è una macchina da guerra, in cui si ride dall’inizio alla fine. Carlo Buccirosso, che interpreta il socio malgré soi di Proietti nelle scommesse ippiche, è uno di cui, fra cinquant’anni, si diranno le meraviglie che oggi si dicono di Peppino De Filippo. Da vivo, spiacenti, non lo si può lodare: ci fa ridere, e questo non sta bene, che diamine. Se proprio dobbiamo andare al cinema,
c’è sempre “Il pianista”. E sennò restiamo a casa, con la videocassetta della Corazzata Potëmkin.
(Il Foglio - 12-11-02)




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