Ma il cielo per natale dovrebbe fare la sua parte
Renzo Romano
Ghe ne minga di euro, anzi di euri, e se anche ci fossero, passa la voglia di spenderli con tutta quell’acqua che “piove che Dio la manda”. Il lago in piazza attira i turisti, clic e riclic a immortalare le barche alle porte del “Barchetta”, mai nome fu più appropriato, e poi via di corsa a fare shopping nei sciccosi negozi del centro. Il sogno dei commercianti comaschi si infrange contro la strafottenza di Giove Pluvio che se ne strabatte di tutto e di tutti. I sorrisi invitanti delle commesse pagate doppio, visto che è domenica, non convincono quasi nessuno. I giapponesi fanno solo clic con loro sofisticatissime macchinette made in China, i pochi milanesi partiti sono arrivati a Saronno e poi hanno fatto marcia indietro preoccupati per il diluvio, i comaschi sono tappati in casa, i negozianti che hanno avuto il coraggio di aprire consumano le ore con i piedi a bagnomaria sulle soglie dei negozi a scrutare il cielo speranzosi. E gli euri così rimangono ben chiusi nei borsellini griffati. Ha un bel dire il Berlusca che bisogna spendere se si vuole risollevare l’economia. Chi ci capisce più niente. Una volta la parola d’ordine era risparmiare, ai bambini si regalava il salvadanaio a forma di porcellino o il libretto di risparmio cointestato con la nonna. Adesso no, se non spendi rischi di passare per disfattista, o magari per “noglobal”, anche se quasi nessuno sa che cosa voglia dire. Il bravo papà e la mamma premurosa attenti alle sorti del Bel Paese regalano al pargolo che fa la prima elementare il telefonino che manda le email musicali e le foto delle maestre, e al primogenito liceale l’utilitaria con dodici air bag e il satellitare a colori, magari Fiat, per solidarietà con quelli che stanno per perdere il posto di lavoro e, beati loro, possono, con la scusa di essere disoccupati, non regalare niente a nessuno. Magari per motivi non solo patriottici, la voglia di spendere tuttavia c’è, e come c’è. Però anche il cielo dovrebbe fare la sua parte. Invece piove. Anche Natale sembra più lontano. Le luci delle vetrine sono fioche, i prezzi si intravedono appena, i centesimi dopo la parte intera sui cartellini fanno sembrare tutto a buon mercato. Il merito è dell’euro. Un posto fra i beati lo merita anche lui. Sant’Euro, icona dei commercianti, non sembra cattiva idea. Duecentomila lire per un maglione non li avrei mai spesi, novantanove euri e novantanove centesimi invece sono un affare da non perdere. Stringe il cuore vedere tutto quel ben di Dio nelle vetrine ignorato dai pochi frettolosi passanti. Commuove il sorriso forzato dei padroni e il sorrisino ironico delle commesse che hanno preferito il bancone del negozio al fascino perverso e dopolavoristico della balera travestita da discoteca. Continua a piovere. La gente passa senza neppure guardare. Non si rende conto che è quasi Natale e, pioggia o non pioggia, i regali bisogna farli! Magari meno inutili, il pappagallo cinese, le scarpe con le suole che respirano, il cappotto termico, la pentola che attacca per cucinare il risotto buono. Scegliere, spendere, regalare, altrimenti che Natale è? Pioggia, maledetta pioggia. Imperterrita continua a cadere infischiandosi dei negozianti delusi, dei bambini che rischiano un Natale senza doni, del Tremonti ministro traballante dell’economia, del Cavaliere che si sente tradito, ed anche degli extracomunitari ai semafori, un’euro per i vetri sciacquati e risciacquati. E’ passato mezzogiorno, un commerciante deluso abbassa brontolando la saracinesca del lussuoso negozio con tre vetrine. Un “barbone” avvolto in una coperta colorata è sdraiato al riparo della pioggia sotto il portico dall’altra parte della strada. I loro sguardi s’incrociano. “Speriamo che smetta di piovere”, sembrano dire entrambi, altrimenti “passeremo davvero un brutto Natale”.
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