Nietszche per mille anni
Massimo Fini, l’anticonformista, il contro-corrente ha scritto, e di recente dato alle stampe, il libro Nietzsche, l’apolide dell’esistenza.
Come ha scritto di recente su Orion Maurizio Murelli, però, la biografia del padre di Zarathustra, sebbene scorrevole, di stile, e frutto di lunghe indagini, produce, nel complesso, varie note stonate.
Stonate, non soltanto perché il suo lavoro si adagia, si compiace, si rotola nel gusto tutto contemporaneo di osservare la vita altrui se non proprio attraverso il buco della chiave almeno attraverso il tubo catodico (vedi l’ideale archetipo de “II grande fratello”), con l’elenco di quante volte Nietzsche ha vomitato a Genova e quante a Sorrento, sapere che, una volta rinchiuso in manicomio, si imbrattò più volte di feci, l’apprendere che non si hanno notizie di una sua intimità sessuale con le donne, che era dedito alla masturbazione, che soffriva oltre al mal di testa anche di emorroidi è per la cultura odierna, più che importante, essenziale.
Ma perché la biografia dedicata a Nietzsche da Fini è volutamente anomala e così va troppo incontro ad una necessità dell’autore, non detta ma pelese, di smitizzare il padre di quella idea dell’uomo chiamato superare se stesso eda ricondurre in quel mondo umano-troppo-umano dal quale il pensatore prussiano rifuggeva.
E’ pur vero che Fini, nella sua introduzione dice chiaramente di voler separare la storia dell’uomo dalla storia del suo pensiero, ma o non ci riesce o non ha voluto riuscirci. E, così, il ritratto di Nietzsche che ci offre Massimo Fini diventa per molti di noi quasi un insulto.
Era il 1968. Quel 1968. E già da un paio d’anni, in un’atmosfera di movimenti “nichilisti” e studenteschi che andavamo formando nelle notti di Roma e di Milano, nella sacca greca che mi seguiva dappertutto, dalle cantine alle assemblee, dai cortei alle discussioni senza fine tra quattro mura, portavo tre cose, soltanto tre cose. Un paio di occhiali, un portafogli con la carta d’identità e Così parlò Zarathustra nell’edizione Bur, economicissima e comprata, regalata e ricomprata decine di volte. E tra i pochi eclettici autori della mia personalissima spartana biblioteca ritagliata nella camera in affitto, accanto a Paul Nizan con Aden, a Mao e ai suoi rossi pensieri, a Drieu La Rochelle e al suo Socialismo, Fascismo, Europa, a Pablo Neruda, Garcia Lorca e le loro poesie, figurava, anzi: tutto illuminava, Friedrich Nietzsche. Il suo pensiero mi aveva fascinato fin dagli anni del liceo, fin dalle prime righe della Nascita della Tragedia. Ed è restato e resterà la mia luce, la mia strada di studi, di vita. Guardate Rinascita. Guardate la prima pagina, la testata. A lui è dedicato questo quotidiano così privo di umiltà che tenta di diventare figurativamente una corda tesa, appunto, tra l’uomo e il superuomo.
Comprendiamoci bene. Il lavoro di Massimo Fini non mette in dubbio, assolutamente, queste mie certezze, questa mia “santa fede”. Ma non mi attira, stento a leggerlo, nelle mie mani è un oggetto senz’anima. E senza anima non esiste sintonia, tra me e qualsiasi scritto, di qualsiasi genere letterario.
La scorsa settimana ho letto la “severa” recensione di Maurizio su Orion. Aveva un’anima. Che vale la pena scoprire.
Ugo Gaudenzi
di Maurizio Murelli
Quel che io oggi sono lo devo a Nietzsche. Nietzsche è il padre spirituale che mi ho generato (prendo a prestito l’espressione da un caro amico dagli dèi rapito troppo presto). lo sono quel che sono grazie a lui. Fascistello diciottenne, mi ritrovai in carcere dove sarei rimasto per 11 anni. Chiesi ad un amico di procurarmi qualcosa da leggere. Dato il luogo pensavo a “letture di evasione”. Mi furono recapitati tre libri: La Repubblica di Platone, Cavalcare la tigre di Evola ed Ecce Homo di Nietzsche. Io sapevo a mala pena chi fosse Salgari e in ogni caso non capivo cosa c’entrassero i tre con Mussolini o Almirante, quindi potete ben immaginare lo sconcerto. Dei primi due libri non andai oltre le prime due righe (saranno letture per gli anni successivi), mentre l’Ecce Homo mi fulminò. Ovviamente quella prima lettura fu tutta un equivoco, ma mi consentì di aprirmi un varco negli abissi della mia imbarazzante ignoranza. Vennero quindi le letture di tutti gli altri libri di Nietzsche e i libri sia di supporto che di contorno. Come ogni autodidatta ho dovuto faticare molto, e per quante volte abbia riletto i testi di Nietzsche ancora l’altro ieri imparavo tanto da Ecce Homo quanto da AI di là del bene e del male. Ma fu Nietzsche che mi permise di trasformare il carcere in un monastero di clausura nel quale ritirarmi volontariamente, e fu con lui che cominciai a coltivare il mio paesaggio interiore usandolo dapprima come diserbante e poi come fertilizzante. La mia etica, la mia morale, la mia visione del mondo germoglia grazie a Nietzsche.
Il padre carnale non me lo sono scelto né lui aveva scelto me come figlio. Ma qualcosa di me, qualche componente della mia anima ha scelto Nietzsche come padre spirituale. Il che non mi ha fatto diventare un filosofo o un intellettuale accorto e raffinato e neppure un discepolo ortodosso del grande Maestro. Io vado per la mia strada ma Nietzsche in qualche modo è in me, nella mia essenza di uomo, nel mio paesaggio interiore così come il mio padre carnale è nel mio DNA.
Dunque, per ciò che mi riguarda quando si parla di Nietzsche in qualche modo si parla di me, nel senso che io sono collegato a Nietzsche per via di speciale sensibilità filiale. Va da sé che tale collegamento è esclusivo solo nella sua specificità, ma tutt’altro che unico. Ci sono figli di cento padri e padri con mille figli. E come è raro che figli diversi (fratelli) interpretino allo stesso modo il proprio padre carnale, così è altrettanto rara una interpretazione comune di un padre spirituale. Questo per dire che se non posso certamente pretendere di aver capito meglio di altri colui che mi ha generato ho comunque le mie buone ragioni per prendermela con interpretazioni e narrazioni che non corrispondono all’idea di qualcosa che mi è intimo, e che comunica con me non solo attraverso il cervello ma anche per via del cuore e dell’anima.
Daniel Halévy, autore di Vita eroica di Nietzsche (che Fini arbitrariamente accredita a destra forse per il solo fatto di essere stato pubblicato da “II Borghese”, quando invece Halévy, studioso dalle radici liberali, era impegnato con il fronte socialista e sindacalista, insegnava agli operai nelle università popolari e nella Francia tormentata dal caso Dreyfus, non solo perché ebreo ma anche perché persona intelligente e dabbene, fece le scelte consequenziali), antifascista e sopra tutto antinazista, primo grande biografo di Nietzsche (1909), in un post scriptum contenuto nel sopra citato libro scrive: “In un articolo sul Divan (Henri Martineau) esprime il rammarico per il fatto che, mettendo in luce le tristezze della vita di Nietzsche e (incompiutezza della sua opera, io abbia infine dato l’impressione di un disastro totale. Non era certamente la mia impressione: meravigliose pagine, a centinaia, e alcuni canti sublimi, citati nel mio libro, protesterebbero contro una simile osservazione. II disastro, non totale, ma finale, è dato dai fatti, ed il mio libro riceve così una sorta di coronamento funesto di cui non sono responsabile. Ho creduto di ovviare a questo inconveniente segnando con precisione l’istante in cui la malattia comincia a pervertire lo spirito, e ho affrettato il penoso racconto” (p. 549). Halévy nella sua bibliografia, alla quale i successivi biografi non hanno potuto evitare di riferirsi ricalcandone spesso addirittura la traccia, con garbo aveva sorvolato non solo sui dettagli della malattia, ma addirittura su tutto il decennio della follia e sulla stessa morte, senza che la biografia centrata su gran parte degli stessi materiali utilizzati da Fini ne risentisse minimamente. Cosa dunque aggiungono o tolgono alla storia di Nietzsche (per esempio) le pagine 349-350-351 del libro di Fini?
Tra le altre nefandezze sancite dalla Rivoluzione illuministica vi è quella che porta a concepire l’uomo come semplice impasto di materia e psiche e la psiche “politicamente corretta” e quasi universalmente accettata sarà quella in seguito codificata da Freud: un universo fatto di subconscio regolato da impulsi sessuali repressi e deviati. L’uomo a partire da allora si esaurisce nella nuova ed illuministica concezione tra fisicità fatta di apparenza, malattie, stato sociale e dal temperamento condizionato dall’istintualità dalla psiche più o meno addomesticata. II terzo elemento, quello spirituale, vale a dire l’essenza trascendente dell’uomo, è estromesso perché razionalmente inaccettabile. Massimo Fini, che pure aveva messo in discussione le ragioni della Ragione, nel raccontare la storia di Nietzsche è alle coordinate culturali che si dipanano da quel substrato culturale là che prende le mosse e quindi il suo libro, tanto forte nel renderci conto della componente animale di Nietszche, si fa inconsistente (nel senso che manca del tutto l’appuntamento) dove si dovrebbe spiegare l’origine della potenza del pensiero nietszcheano. Non quindi la storia del pensiero, ma cosa lo origina.
Nietzsche è assolutamente consapevole della sua inadeguatezza al tipo umano che lui prefigura come indispensabile per affrontare i tempi del nichilismo, né più né meno come dalla notte dei tempi i saggi e i sapienti indoeuropei (sciamani o sacerdoti che siano stati) non hanno mai preteso di ricalcare la dimensione dell’eroe o del guerriero. Spesso ciechi (per poter vedere meglio i bagliori dell’anima) o sciancati (costretti alla scarsa mobilità per meglio osservare i paesaggi interiori a discapito di quelli terrestri) hanno indicato agli uomini d’azione la via da seguire. E d’altra parte, perché mai un uomo vigoroso e fisicamente superdotato dovrebbe frustrare il suo potenziale fisico concedendosi ad una intensa e sfibrante elaborazione meditativa o semplicemente cerebrale? Sublima e realizza se stesso attraverso l’azione.
Dunque un pensiero potente spesso si serve di un corpo debilitato (che aveva a che spartire il cieco Omero con Ulisse se non la grecità?), non di rado di un folle o di un individuo che fatalmente diventerà tale. L’uomo Nietzsche ospita questa energia che lo trascende come un tabernacolo un sacramento e se c’è una cosa che rende grande (eroico) Nietzsche è che la purezza del pensiero che in lui si forma non viene contaminata dalle miserie della sua vita fisica, dallo stato di inadeguatezza a sé stesso.
Ci sono i carteggi, le epistole di Nietzsche che, lette oggi tutte assieme, porrebbero in evidenza tormenti, piccinerie, contraddizioni... Fini ci ricama su questo materiale, ma Fini non conosce la condizione del solitario (che non è un uomo che vive in solitudine). Una delle deformazioni che retrospettivamente rilevo dalla mia vita di carcerato non del tutto separato e segregato dal resto del mondo è quella di aver utilizzato le epistole anche per ragionamenti e riflessioni dozzinali. Anche l’uomo più pio del mondo ha un cervello che non funziona al cento per cento in favore di Dio: gli capita di utilizzarlo anche per questioni più profane e volgari (per esempio per interrogarsi sul perché dopo aver mangiato certe cose l’intestino funzioni in una certa maniera). Al solitario grafomane, che viva in Engadina o in un istituto penale, capita sovente di parlare a se stesso quando sta scrivendo ad una persona lontana. La persona in quanto tale sollecita un certo tipo di riferimenti. È facile dunque parlare di montagna con un interlocutore alpinista e di barche a vela con un interlocutore che naviga per mare. Accostare lettere scritte in certe condizioni di vita a pescatori e alpinisti per tentare di centrare l’essenza di una personalità è uno sport molto caro ai moderni che spesso purtroppo non fanno i giornalisti o gli scrittori, ma i periti psichiatrici per conto dei magistrati. II frutto di questo sport a me personalmente è indigesto. E ci sono lettere e lettere. Ci sono lettere che alcuni personaggi particolarmente narcisi hanno scritto per i posteri. Sì, sono indirizzate ai figli, agli amici, alle mamme, alle spose, ma l’arcana speranza è che l’esegeta le recuperi e le renda note al mondo per esaltare il genio dell’estensore. E ci sono grandi, geni dell’etica e del pensiero, che scrivono incuranti lettere banali, inconsistenti dove non di rado si parla di fagioli, cotiche e cavoli che serviranno al biografo per dimostrare al mondo che quel genio baciato dagli dèi in fondo è uno di noi. Anzi, messo peggio giacché non aveva fortuna con le donne e aveva pure le emorroidi.
“C’è voluto quindi tutto lo stomaco di struzzo dei nazisti, accompagnato dall’ignoranza dei loro avversari, per fare di un autore filosemita, antirazzista, antinazionalista, antitedesco, europeista una loro bandiera”, sentenzia Fini allineandosi con quanti attribuiscono alle manipolazioni della sorella del grande pensatore tedesco (amica di Hitler e sposa di un razzista pangermanista) l’infatuazione dei nazionalsocialisti per Nietzsche. E Hitler, stando sempre a Fini, non avrebbe mai letto neppure un rigo dell’estensore del Così parlò Zarathustra. Così oggi sappiamo che Hitler, oltre che un paranoico assassino, era pure uno sprovvedutissimo capo di stato, dal momento che, senza sapere quel che Nietzsche scrisse, donò una delle prime copie in edizione speciale dell’opera omnia a Benito Mussolini, che fino all’ultimo considerò come proprio maestro e che ben sapeva non solo essere in grado di leggere il tedesco, ma essere stato discepolo di Nietzsche dopo esserlo stato di Marx. Ma a parte questa considerazione, che Hitler conoscesse il pensiero nietzscheano appare evidente con la semplice lettura di “conversazioni a tavola” (le conversazioni stenografate che Hitler aveva con i suoi ospiti) oggi raccolte sotto il titolo di Idee sul destino del mondo (ed. di Ar). Hitler a parte, la composizione dell’intellighentia nazista era alquanto variegata. Un impasto omogeneo di linee di pensiero plurali che coesistevano all’interno del totalitarismo nazionale tedesco. Non stupisce che Fini aderisca alla vulgata antinazista su questo punto. Ci vuole un’audacia oggi impossibile per distaccarsi dal pensiero corrente e pur mantenendosi in un campo di antinazismo radicale accettare che il nazismo è stato altro rispetto a come viene descritto dalle ideologie di riferimento di coloro che lo hanno battuto militarmente.
Stupisce invece come, nell’affrontare una delle idee-forza del pensiero nietzscheano, e cioè il mito dell’eterno ritorno, Fini non tenga in alcun conto la specificità della preparazione culturale del Nietzsche filologo e grecista di prim’ordine, e attribuisca agli scritti del fisico tedesco Julius Robert van Mayer l’ispirazione di tale intuizione (cfr. p. 192). Stupisce, dico, perché ciò che contraddistingue la concezione del mondo indoeuropea precristiana rispetto all’avvento del monoteismo di ispirazione giudaica è proprio la visione del mondo ciclica rispetto a quella escatologica. E nella visione ciclica tutto ritorna come per le stagioni dell’anno o le fasi di una giornata.
Nietzsche è uno dei primi pensatori dell’epoca moderna a rendersi conto di questa sostanziale e centrale differenza tra la visione cristiana e la visione “pagana”, e a trattarla sul piano filosofico al di fuori del dato religioso. Ma è evidente che, seguendo il dato semplicemente biografico tra un’emicrania, un’epistola e la lettura di un libro, il nesso tra conoscenza dell’essenza del pensiero greco quale visione ciclica contrapposta alla visione escatologica del cristianesimo non viene in emersione. Per capire l’origine dell’intuizione nietzscheana sull’eterno ritorno bisogna stare nel campo dell’indagine del pensiero.
Ma Nietzsche non è un volgare “filosemita, antirazzista, antinazionalista, antitedesco, europeista...”; queste sono categorie ideologiche che non lo riguardano e al florilegio estrapolato da Fini per sostenere la sua opinione potrei contrapporne un altro dal quale si potrebbe desumere che Nietzsche sia stato antisemita, razzista, nazionalista, pangermanista e antieuropeo. Esempio? “II profondo disprezzo con cui era trattato il cristiano nel mondo antico rimasto nobile, è della stessa specie dell’avversione istintiva che si manifesta oggi verso gli Ebrei: è l’odio delle classi libere e coscienti di sé verso quelle che vogliono arrivare e che uniscono un atteggiamento goffo e maldestro a un insensato sentimento di sé” (La volontà di potenza, af. 186). Sulla questione dell’ “antitedeschicità” già Adriano Romualdi ebbe a osservare che “La polemica contro Bismarck, gli strali contro il Reich, hanno fatto favoleggiare alcuni di un’ “anima liberale” di Nietzsche. E’ chiaro, come ha saputo vedere anche un Lukacs, che si è confusa una critica di destra con una critica di sinistra. La critica di Nietzsche contro il Reich bismarchiano è diretta contro il borghese liberale, divenuto “nazionale”; che ha fatto dello scenario dell’Impero una copertura per la mentalità mercantile fin-de-siècle”. In altre parole, Nietzsche è un nostalgico della perduta germanicità a favore della teutonicità, così come lo è per l’ellenicità contro la grecità. Vede nel nazionalismo liberale una camicia di forza inaccettabile. Una lettura attenta dell’opera di Nietzsche a partire dal fascino giovanile per la nordicità che si esprime anche con un notevole interesse per le saghe scandinave, evidenzia una costante contrapposizione tra spirito germanico e spirito tedesco.
Infine, ciò che personalmente mi stupisce molto dopo la lettura del libro di Fini è la pressoché quasi totale assenza di riferimento alla questione del nichilismo.
L’indagine attorno alla questione del nichilismo è il vero nodo dell’esistenza anche umana di Nietzsche pensatore. La questione del Superuomo (o Oltreuomo) e dell’eterno ritorno è direttamente connessa con il tentativo di trovare una soluzione di superamento del nichilismo nel quale l’Occidente cristiano è precipitato. Sulla questione la grandezza di Nietzsche sta nell’aver indicato una terza via rispetto al posizionamento delle due tendenze filosofiche che, allora come oggi, si contrappongono.
L’una, quella reazionaria conservatrice (prevalentemente di matrice cattolica) proponeva e propone il recupero di posizioni perdute per colpa della decadenza; l’altra, quello progressista (quindi marxista con tutto il suo corollario) indica nell’artificiale elaborazione concettuale scevra da ogni riferimento trascendente il punto di partenza: l’utopia del Paradiso in terra fatto da cervelli universali animati da diritti universali per l’uomo della ragione. Nietzsche invece indica la strada dell’attraversamento del nichilismo.
Non c’è superamento senza attraversamento.
E per attraversare le secche del nichilismo occorre il funambolo zarathustriano che dall’alto, in bilico sulla fune, guarda giù e dentro il vortice nichilista senza farsi prendere dalla vertigine.
Nietzsche ha indicato metodo e via e forse, se un senso va dato alla follia che l’ha colto, è quello di averci evidenziato il destino che attende colui che, non sufficientemente attrezzato, tenta l’attraversamento lasciandosi prendere dalla vertigine. E con questo la realizzazione dell’Anticristo trova la sua più perfetta sublimazione, perché così come il Nazareno è inutilmente morto sulla croce, Nietzsche è utilmente impazzito per insegnare a noi quale sia il destino più probabile che ci attende in epoca nichilista.
Se, dunque, abbiamo bisogno di conoscere la vita fisica di Nietzsche, probabilmente il libro di Massimo Fini è insuperabile per puntigliosità e tensione narrativa. Se invece ci serve capire il senso del pensiero nietzscheano, questo libro è del tutto inutile.




Rispondi Citando