Come uscire dal socialismo reale e riuscire a diventare normali.
L’esempio dell’Estonia, il piccolo Stato affacciato al Mar Baltico che ha una lingua impossibile ed entrarà nell’Unione Europea
di Alessandro Marzo Magno
«Finalmente qualcuno dall’Europa del Sud! L’unico giornalista italiano che avevo visto finora era di un quotidiano sportivo, quando c’era stata la partita di calcio Estonia-Italia»: detto da uno dei protagonisti del "miracolo economico" estone è piuttosto significativo. Allan Sombri, 25 anni, faceva il giornalista. Ha mollato la redazione per l’azienda e ora è direttore marketing della Microlink, società che dal 1990 a oggi è passata da 2 a 500 dipendenti, detiene il 30 per cento del mercato dei computer negli stati baltici e adesso si sta gettando nel business di Internet. Anche l’amministratore delegato, Allan Martinson, 33 anni, faceva il giornalista. Sarà perché in fondo l’Estonia "è solo un noioso Paese scandinavo", come fa notare Alistair Holloway, corrispondente della Reuters da Tallin; sarà perché sta lassù, ha soltanto un milione e mezzo di abitanti, è grande come un paio di regioni italiane, certo è che trovare qualche notizie sull’Estonia è davvero difficile. Eppure questo Paese è tra i pochi a essere uscito senza particolari scosse da 50 anni di socialismo reale; eppure è uno dei sei prossimi membri dell’Unione Europea (assieme a Polonia, Repubblica ceca, Ungheria, Slovenia e Cipro); eppure gli imprenditori, anche italiani, l’hanno scoperta da tempo. Ce ne sono parecchi in aereo, e non mancano i soliti veneti di Montebelluna, in provincia di Treviso, che parlano solo dialetto e sembrano appena usciti dalle caverne.
L’Estonia oggi è un laboratorio di come le follie del collettivismo sovietico possono lasciare posto all’economia di mercato senza traumi troppo pesanti. Una specie di eccezione che conferma la regola: il liberismo spinto può funzionare senza creare un vergognoso numero di diseredati, ma forse bisogna essere in un milione e mezzo e scandinavi perché le ricette di Milton Friedman non risultino troppo indigeste. Tallin e l’intero Paese presentano due volti: ciminiere spente e torri medievali; colossi dell’industrializzazione sovietica abbandonati, semidistrutti e in balia degli elementi accanto a palazzi rinascimentali e barocchi perfettamente restaurati nelle loro tenui tinte pastello. La vecchia aerostazione sporca e marroncina che sembra una stazione ferroviaria inizi secolo fronteggia nell’aeroporto quella nuova bianca e celeste, ipermoderna e sfavillante, ma ancora chiusa e così i passeggeri partono e arrivano da dei container. Forse era meglio la stazione ferroviaria di Stalin.
Si arriva a Tallin, si vedono le fabbricone chiuse, ma non si nota la miseria, si vedono bei negozi, case restaurate, gente ben vestita. Allora si pensa che, sì, dall’indipendenza dell’agosto 1991 questa repubblica ex sovietica ne ha fatta di strada. Alt, fermi un momento: è tutto sbagliato. Il politically correct in salsa tallinese sostiene che l’Estonia non è un Paese ex sovietico, è invece una repubblica baltica indipendente, temporaneamente occupata dall’Armata Rossa. Tanto per fare un esempio, con le elezioni del 1992, le prime post-sovietiche, sono stati eletti i parlamentari della settima legislatura, essendo la sesta quella del 1938-1940. In effetti, da un punto di vista strettamente legale, gli estoni hanno ragione: l’Onu (e neanche l’Italia) non ha mai riconosciuto l’invasione del 1939, quando, all’indomani del patto Ribbentrop-Molotov, Stalin spedì i suoi carri armati in Estonia, Lettonia e Lituania. Ma il punto di vista legale sembra un po’ lontano da quella che è stata la realtà dei fatti.
Oggi non c’è estone che non ti spieghi quanto è europeo il suo Paese, quanto è baltico e quanto è nordico (ma attenzione a non fare di tutta l’erba baltica un fascio: gli estoni non ne vogliono sapere di essere messi nella stessa pentola con lituani e lettoni), nel vocabolario comune i 50 anni di annessione all’Urss sono diventati "l’occupazione", Russia e russi vengono quasi eliminati dal lessico. Si dice "i nostri vicini", i russi che vivono in Estonia (un terzo della popolazione, con qualche problema, come si vedrà) sono chiamati "non estoni", le minoranze etniche sono messe tutte sullo stesso piano, come se il 28 per cento di russi e l’1 per cento di finlandesi fossero la stessa cosa. La Russia è stata eliminata anche dall’economia. "Il 70 per cento dell’export e il 74 per cento dell’import", illustra Signe Ratso, vice segretario generale del ministero per gli affari economici, "è con i Paesi dell’Unione Europea. La Russia nelle esportazioni pesa per l’8 per cento, prima della crisi del rublo l’interscambio andava dal 14 al 17 per cento". E dieci anni fa era il 100 per cento, ovviamente. Alla fin fine, comunque, anche la signora Ratso ammette che "la Russia rimane uno sbocco naturale per l’Estonia". È Taavi Toom, portavoce del ministero degli Esteri a dettare la linea. "Basta guardarsi attorno", spiega "e si vede quanto il nostro è un Paese europeo. La nostra storia è stata europea, abbiamo avuto 50 anni di occupazione sovietica, ma non è riuscita a demolire la nostra storia. Noi siamo nordici, baltici; non siamo post sovietici, ma futuri membri dell’Unione Europea".
I BARONI BALTICI. La storia dell’Estonia, in ogni caso, è una storia di continue dominazioni: danesi, svedesi, cavalieri teutonici, russi zaristi, tedeschi, sovietici. Per un migliaio d’anni gli estoni sono stati contadini sottomessi a vari padroni, ma per mille anni questo piccolo popolo è riuscito caparbiamente a non farsi fagocitare, a conservare la propria lingua e la propria identità nazionale. Anche questa un’impresa non da poco. Il centro storico di Tallin, quasi per nulla toccato dalla Seconda guerra mondiale, mostra il volto di una città mercantile tedesca della Lega Anseatica: così dovevano essere anche Amburgo, Lubecca e Danzica prima che la follia hitleriana le facesse radere al suolo dalla guerra. Nella città alta stavano i "baroni baltici": i nobili tedeschi diretti discendenti dei cavalieri teutonici, qui costruirono i loro palazzi, ognuno intitolato a un "von" diverso. Nella città bassa, su cui i baroni non avevano giurisdizione, ci stavano i mercanti e gli artigiani che erano spesso fatti arrivare dalla altre città anseatiche. Fuori dalle mura, nelle campagne, stavano gli estoni.
I baroni baltici rimasero a Tallin fino al 1939, quando da Berlino li avvisarono che stava per arrivare l’Armata rossa. Tagliarono la corda e ripararono in Germania, abbandonando i loro bei palazzi. Dopo la fine dell’era sovietica, il governo di Bonn volle dare un segno di continuità con il passato e il primo ambasciatore che nominò era il discendente di uno di questi baroni. Quando arrivò a Tallin chiese al governo di restituirgli il palazzo che era stato di suo nonno; la cosa non gli riuscì e oggi quel palazzo è sì la residenza dell’ambasciatore di Germania, ma la proprietà è rimasta estone. Restituire quel palazzo avrebbe significato ridare tutta la città alta ai baroni baltici. È stata fatta una sola eccezione, con un francese, però, e forse non a caso: la famiglia Montesqiu (da non confondere con i Montesqieu) ha riavuto il palazzo avito, oggi sede della rappresentanza permanente della Commissione Europea.
IL NEMICO DEL MIO NEMICO E' MIO AMICO. Quasi tutti gli altri tedeschi se ne andarono dall’Estonia nel 1944, sotto l’incalzare dell’Armata Rossa. Così come fecero fagotto gli svedesi e parte dei finlandesi. Il rapporto che legò gli estoni e i tedeschi, però, era del tutto particolare. Sulla base del principio: "Il nemico del mio nemico è mio amico", numerosi estoni si arruolarono nella Wehrmacht e anche nelle Waffen Ss per combattere contro i sovietici che avevano invaso il loro Paese nel 1939. Lo stesso accadde anche in Lituania e Lettonia, ma qui non ci furono gli eccessi antisemiti che caratterizzarono, per esempio la Lituania. Sarà stato perché gli estoni sono luterani e non cattolici, o forse sarà stato perché gli ebrei erano solo 4 mila. Oggi la comunità israelita conta 2.500 mila persone, un migliaio delle quali sono estoni, le altre provenienti dall’ex Urss. La presenza storica dei tedeschi è tornata ad emergere nei negozi di antiquariato: interi scaffali sono riempiti da libri in gotico e in mezzo alle decorazioni e ai distintivi dell’Armata Rossa, sono numerosi gli stemmi della Wehrmacht, le croci di ferro, le spille con la svastica. Il loro grande numero, però genera sospetti: possibile che in così tanti si siano tenuti in casa delle medaglie che potevano mandarli come minimo in galera, se non in Siberia o al muro? Forse sta invece fiorendo un’industria dei falsi cimeli nazi, alimentata dai rigurgiti dell’estremismo di destra.
I sovietici, in ogni caso, ben sapevano di essere entrati in casa del nemico. Tra la fine degli anni Quaranta e la prima metà dei Cinquanta sparirono nel nulla 100 mila estoni. Ciò significa che quasi non esiste famiglia che non abbia avuto una vittima dello stalinismo. Inoltre alcuni estoni fautori dell’indipendenza si ritirarono a combattere i sovietici nel folto delle estesissime foreste di betulle. Erano i cosiddetti "fratelli della selva", l’ultimo dei quali, August Sabe, è morto il 28 settembre 1978 durante un tentativo di catturarlo. Sintomatica è la storia dell’attuale presidente della Repubblica, Lennart Meri. La racconta l’ambasciatore italiano, Luchino Cortese. Meri aveva 12 anni quando, di notte, i russi arrivarono a casa sua. Prelevarono la famiglia, separarono le donne dagli uomini e mandarono tutti in Siberia. Prima che il convoglio partisse suo padre gli disse: "Salutiamoci ora perché non ci rivedremo mai più". Il futuro presidente tornò dopo molti anni: di suo padre non sa né com’è morto, né dov’è sepolto.
E allora, fatta questa lunga premessa, si capisce un fatto che può apparire davvero sorprendente; perché oggi, autunno 1999, Lea Danilson, studentessa universitaria di 20 anni, dica di aver paura dei russi; non paura in senso generico, ma proprio la paura concreta di svegliarsi una mattina e sentire lo sferragliare dei tank di Mosca giù, in strada. "Se si guarda a quello che succede in Cecenia e al fatto che nessuno reagisce", osserva, "c’è di che aver paura. È assolutamente possibile che si riprendano l’Estonia, i russi sono imprevedibili, pensano ancora che baltici appartengano alla Russia. Per nostra fortuna hanno abbastanza problemi loro a cui pensare". Non è l’unica a pensarla in questo modo, anzi quasi tutti la pensano così, come tutti sono convinti che alla televisione russa si parli di riprendersi le Repubbliche baltiche. In realtà, secondo quanto afferma un russo, a dire qualcosa del genere è stato una volta un estremista, ma è bastato per scatenare la paranoia.
Ai tempi dell’Urss i ragazzi baltici di leva venivano spediti lontanissimo e mai in più di uno nello stesso plotone: troppo infidi. Kattri-Helina Raba, giovane diplomatica, è una tipica ragazza estone: altissima, biondissima e con gli occhi celesti. Si ricorda bene quando, nei primi anni Ottanta, il figlio di un’amica di sua madre partì per il servizio di leva e tornò in una bara. Nessuno sapeva esattamente cosa stesse accadendo in Afghanistan; "disordini", si limitavano a scrivere i giornali. In Estonia, invece, prestavano tradizionalmente servizio militare i caucasici. Il generale Djokar Dudaiev, destinato a diventare il leader dell’indipendenza cecena e la prima vittima di un missile attirato dagli impulsi di un telefono satellitare, è stato a lungo a Tallin. Sarà per questo, sarà per il comune sentire antirusso, che in una via centrale della capitale estone sventola la bandiera verde a bande rosse della libera Cecenia. Una targa sul muro dice "Ufficio di rappresentanza ceceno"; gli estoni glissano, non si capisce bene se per imbarazzo o perché davvero quell’ufficio sia poco più che uno scherzo. "Cercano aiuto", è la risposta che in genere si ottiene. E ne trovano? "Credo di no", è la conclusione.
CONVIVENZA DIFFICILE. In ogni caso è sicuro che i rapporti tra estoni e russi che vivono in Estonia sono un po’ problematici. Sia ben chiaro: un po’ problematici. Dopo quello che è successo alla fine della Seconda guerra mondiale è già un gran risultato che gli estoni non abbiano voluto rendere pan per focaccia ai russi. Altrove ci sarebbe stato un bagno di sangue, lì non è volato neanche uno schiaffone. Molto del merito va al carattere tranquillo degli estoni (noiosi nordici, no?), un po’ anche alle diplomazie occidentali che sono state addosso ai baltici come mai hanno fatto, per esempio, con gli jugoslavi.
Martin Nutt è un parlamentare del partito conservatore Pro Patria, quello che esprime il premier (in Estonia non c’è una vera e propria sinistra, è il centro a farne le veci) ed è stato per alcuni anni presidente della commissione Affari costituzionali, di cui ancora fa parte. "Su una popolazione di poco meno di un milione e mezzo di abitanti", sottolinea, "ci sono 450 mila non estoni. L’80 per cento di questi sono russi (nelle statistiche ucraini e bielorussi sono considerati a parte, se si sommano ai russi, si arriva a un terzo della popolazione) e 40 mila sono i russi storici, ovvero quelli che si trovavano in Estonia prima della Seconda guerra mondiale". Tra questi 40 mila ci sono anche 5 mila "vecchi credenti", ovvero ortodossi che si opposero alle riforme cinquecentesche e cercarono riparo nella fuga. Conservano tuttora loro chiese e loro funzioni, separate dal Patriarcato di Mosca. E non sono gli unici ad avere una fede un po’ datata. Qua e là si trova ancora qualche seguace di Thara, che altri non sarebbe se non Thor (i baltici furono gli ultimi pagani a essere cristianizzati, tra il XIII e XIV secolo), in un’isola sopravvive anche un sacerdote di Thara, un vecchio coperto di tatuaggi che prepara strane pozioni e che una volta, si narra, fu anche invitato al Cremlino, quando Leonid Breznev si era invaghito di stregoni e ciarlatani di ogni risma.
"Gli altri russi sono immigrati", conclude Nutt, "con i tipici problemi degli immigrati". Più o meno come i nordafricani da noi, secondo l’onorevole Nutt. La differenza, che forse a lui non salta all’occhio, è che una buona parte di quei russi fu portata in Estonia in base al concetto di "volontariato" tipico dell’epoca sovietica. C’erano numerosi impianti militari e Mosca non voleva che ci lavorassero i poco fidati estoni, ma soltanto russi che poi finivano per costituire gruppi isolati e autosufficienti, vivevano in quartieri tutti per loro e avevano rapporti quasi inesistenti con gli estoni.
Tutti questi russi, che tra l’altro si consideravano i padroni, una mattina si svegliarono e si trovarono in un Paese straniero. In teoria avrebbero dovuto sapere l’estone perché lo imparavano a scuola (l’Urss ufficialmente non reprimeva le nazionalità), ma in pratica era una materia inutile e non la studiavano. Questo, dopo l’indipendenza sarebbe loro costato il passaporto. Oggi poco più di 100 mila di quei russi sono cittadini estoni, poco più di 100 mila cittadini della Federazione russa e poco meno di 200 mila possiedono un passaporto grigio che li qualifica come "residenti stranieri", in pratica apolidi. Non possono votare alle elezioni parlamentari e ogni cinque anni devono rinnovare il permesso di soggiorno. Per diventare cittadini estoni a tutti gli effetti dovrebbero superare un esame di estone. Cosa che molti si rifiutano di fare, in alcuni casi perché non ne hanno alcun bisogno (col passaporto grigio possono andare liberamente in Russia a trovare i loro parenti e a fare le spese per meno della metà di quello che spenderebbero in Estonia, col passaporto estone avrebbero bisogno del visto), in altri casi perché non è poi così semplice imparare una lingua che ha 18 casi ("Ma ne usiamo solo 12!", spiega Mare Haab, capo del Segretariato informativo sull’Unione europea, a Tallin), parente stretta del finlandese.
All’Unione Europea queste discriminazioni sulla cittadinanza non piacciono e Bruxelles sta col fiato sul collo di Tallin. E allora gli estoni spiegano che i russi non imparano l’estone "perché sono pigri". "Ecco qua il razzismo", viene spontaneo pensare. Ma le cose non sono così lineari, se poi si parla con un russo che osserva: "Noi russi non impariamo l’estone perché siamo pigri". A dirlo è Anna Orshanskaja, 25 anni, originaria di Vladivostok, cronista della Narvskaja Gazeta, un giornale che esce cinque giorni alla settimana le cui pagine vengono stampate divise e inserite l’una nell’altra da un gruppo di anziane in scialle di lana. "Ma allora hanno ragione gli estoni a dire che siete pigri?". "Sì" è la lapidaria risposta di Orshanskaja.
Se una cosa del genere l’avesse detta un serbo di un croato (o viceversa) sarebbe già scorso del sangue. La giovane ha in tasca un passaporto grigio che "un giorno" vorrebbe convertire con un passaporto blu dell’Estonia. "Se qualcuno", afferma, "venisse a casa mia e mi dicesse: "Adesso ti insegno l’estone", andrebbe benissimo. Ma poi mancano sempre il tempo, o la voglia, o tutt’e due, per andare a scuola". Le scuole di lingua sono organizzate dal governo, ma non sono gratuite. Il corso costa circa 200 mila lire (mezzo stipendio mensile, da queste parti) e poi ci sono i costi per sostenere l'esame. "E al corso non ti insegnano a parlare estone, ma a superare l’esame", conclude la giornalista.
La piccola Estonia ha degli indicatori economici che ne fanno la prima della classe tra i candidati Ue, e migliori anche di qualche Stato già accasato a Bruxelles (e qualcuno a Tallin dei primi della classe ha anche la supponenza). L’inflazione è scesa al 4 per cento (nel 1996 era al 23,1), la disoccupazione è al 4-5 per cento (anche se tra i russi sale al 15-20 per cento e nel Sudest del Paese, agricolo ed estone, è sopra il 20 per cento), il Pil nel 1997 era cresciuto di un clamoroso 10,6 per cento, nel 1998 la crisi del rublo l’aveva abbassato a più 4 per cento, quest’anno la previsione parla di un più 3 per cento. La libertà di investire e la bassa tassazione hanno dato vita ad aziende come la Elcoteq e le stessa Microlink dove si producono componenti per i telefonini Ericsson e Nokia (alcuni modelli Ericsson sono interamente prodotti alla Elcoteq e marchiati made in Estonia). Gli investitori stranieri sono soprattutto finlandesi e svedesi, gli italiani sono in seconda fila. Uno degli investimenti più importanti e quello dell’Htm, di Maser, nel Trevigiano; un suo stabilimento di Tallin, con 500 dipendenti, produce scarponi da sci e mute da sub Mares che esporta in tutto il mondo.In ogni caso meno di un mese fa è stato firmato a Tallin un accordo tra l’Istituto per il commercio estero (Ice) e l’Ente per la promozione industriale estone (Eia).
NASCERA' IL NET-PAESE. Ma c’è di più. L’utilizzo di telefonini computer e Internet, è vicino a quello dei Paesi scandinavi. Sta partendo un ambizioso progetto per portare un computer su ogni banco di scuola e Allan Sombri, della Microlink, spiega che l’Estonia potrebbe diventare il primo Net-Paese del mondo. Come? Computer dappertutto e poi carte d’identità elettroniche, e-denaro, telelavoro; tutti in linea da casa, senza più bisogno di andare in ufficio; lo Stato può comunicare con i cittadini via computer, per esempio dicendo a ognuno quanto deve pagare di tasse o di elettricità. "Il Paese può essere come una società di informatica". Utopia? E non era utopia pensare di impiantare una moderna impresa tecnologica in un’economia devastata da 50 anni di socialismo reale? Eppure la Microlink e la Elcoteq sono lì a testimoniare che, alla fin fine, si può.




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