Più Stato, meno Mercato

Rina Gagliardi

Più di tre italiani su quattro vogliono "più Stato" e "meno Mercato" - e chiedono in particolare il potenziamento e il rilancio dei servizi pubblici fondamentali, scuola e sanità: infatti, in cima alle loro priorità ci sono questioni come la disoccupazione (30 per cento), la lotta all'inflazione (15,7), la qualità del Welfare (10,8). E ancora. C'è una fuga generalizzata dalla "ricchezza facile" guadagnata tra Borsa e speculazioni bancarie, e c'è una crescente sfiducia nella privatizzazione dei servizi, mentre, all'opposto, è sempre più forte un bisogno di effettiva sicurezza sociale, di qualità delle istituzioni, di diritti garantiti. Infine e soprattutto: sta riemergendo una grande e diffusa "voglia di politica" e di partecipazione. No, non è un documento di Rifondazione comunista, ma il sorprendente responso di un'indagine sulla società italiana, promossa da "Demos-Repubblica" e curata da uno sociologo serio come Ilvo Diamanti. Molti altri dati, naturalmente, sostanziano questa inchiesta, dalla quale compare perfino una sorta di rigetto della mitologia della "società civile" e una rivalutazione della "politica professionale", interpretata da persone competenti piuttosto che dal primo "dilettante" che passa. Ma la cifra di fondo è proprio quella che dicevamo: il ritorno ad uno Stato degno di questo nome, che intervenga con forza nello sviluppo economico e nella soddisfazione dei bisogni essenziali: uno Stato "dirigista" direbbero i neoliberisti, sia quelli dichiarati come tali, sia quelli che si travestono da riformisti, e portano avanti da anni intense campagne ideologiche contro la spesa pubblica e le "rigidità" residue del mercato del lavoro.

Che cosa possiamo indurre, allora, da una fotografia che ha tutta l'aria di non essere stata pilotata ideologicamente? In primo luogo, certo, la crisi economica e sociale morde, erode salari e stipendi, semina insicurezza: una condizione che il nostro Paese condivide con altre regioni importanti dell'occidente opulento, e che è quotidianamente confermata sia dalle statistiche (aumento dell'inflazione, decremento della produzione e dei consumi) sia, soprattutto, da una protesta sociale che si va facendo endemica. Non c'è giorno che una categoria di lavoratori o di disoccupati non scenda in piazza, a gridare, magari non sempre in modo politically correct, il fatto che "non se può più". Ma la vera novità non è questa, e non è neppure quel visibile processo di disillusione di massa, nei confronti del governo Berlusconi, che accompagna questa fenomenologia. Il fatto nuovo è che una cultura di sinistra si è rimessa a camminare all'interno della società, nella testa delle persone, perfino, talora, nel senso comune: una "marcia" che certo non è trionfale, come quella dell'Aida, ma che non va neppure sottovalutata.

Non siamo reduci da un ventennio di crociata ideologica liberista? Non viene ripetuto, ad ogni minuto che passa, che il privato è bello e il pubblico è brutto? Non è questo il refrain bipartisan del centrodestra e dell'Ulivo, di un vasto schieramento che va dalla Confindustria al gruppo Artemide, e comprende i grandi quotidiani d'opinione, il sistema radiotelevisivo e i più noti opinion makers? Per questo è abbastanza straordinario che, in un'indagine come quella di Demos, la stragrande maggioranza degli interpellati risponda con i paradigmi dell'interesse generale. Significa che l'idea di un'alternativa non è più patrimonio esclusivo di un'"avanguardia", ed anzi può radicarsi davvero nel corpo vivo e consapevole della società. Significa che si può cambiare, ben al di là del ricambio di un ceto politico, o della misera filosofia dell'alternanza. Genova e Firenze, la crescita impetuosa del movimento di quest'ultimo anno e mezzo, propaga la sua onda lunga: "ben scavato vecchia talpa", avrebbe detto il vecchio Marx.

Liberazione 30 novembre 2002
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